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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 28 maggio 2007
ore 13:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Caracas, spenta la tv dell’opposizione

CARACAS - Fine delle trasmissioni per l’emittente televisiva privata Radio Caracas Television (Rctv) che, tra accese proteste di piazza e incidenti, a mezzanotte (le 6 del mattino italiane) è scomparsa dagli schermi venezuelani dopo 53 anni, sostituita dalla nuova Tv di servizio pubblico voluta dal presidente Hugo Chavez, Televisione venezuelana sociale (TVes).

Ieri sera davanti alla sede della Commissione nazionale delle telecomunicazioni (Conatel) a Caracas manifestanti scesi in piazza per protestare contro la fine delle trasmissioni della Rctv si sono scontrati con le forze della polizia metropolitana. Secondo la Tv "all news" (di opposizione) Globovision, i dimostranti sono stati attaccati "all’improvviso" dagli agenti che hanno usato idranti e sfollagente. E l’agenzia Reuters riferisce anche di gas e proiettili di gomma, sparati contro le decine di migliaia di manifestanti.

Diversa la versione fornita dalla Radio nazionale venezuelana (Rnv) secondo la quale "manifestanti violenti hanno preso di mira il cordone umano creato dalla polizia metropolitana obbligando la stessa a far entrare in funzione i mezzi antisommossa. Dopo alcuni minuti di forte tensione, è ritornata una calma tesa, mentre i media parlano di undici agenti di polizia feriti, alcuni dei quali in modo grave.

Molto diversa l’atmosfera fra i sostenitori del governo, che dal Teatro Teresa Carreno di Caracas hanno festeggiato tutta la notte per la nascita della nuova tv, TVes, presentata dalla sua presidentessa Lil Rodriguez come una "emittente pubblica, pluralista, educativa e partecipativa" con la dichiarata ambizione di "cambiare la vita di tutti i venezuelani". La nuova televisione ha inaugurato le trasmissioni con l’inno nazionale, Gloria al Bravo Pueblo, interpretato dall’Orchestra sinfonica nazionale della gioventù venezuelana diretta da Gustavo Dudamel.

Sollevando moltissime critiche a livello internazionale e numerose proteste nazionali, Chavez aveva fatto sapere cinque mesi fa di non voler rinnovare la concessione al canale televisivo Rctv e di volerlo sostituire con un’emittente statale per promuovere i valori della sua rivoluzione socialista: già nelle scorse settimane moltissime persone erano scese in piazza - giornalisti, studenti ma anche tanta gente comune - contro la chiusura della televisione, invocando la libertà di stampa, che, secondo la Rctv "è stata calpestata". Giudizio non condiviso dal governo, che appoggiandosi alle leggi venezuelane e a sentenze del Tribunale supremo di giustizia (Tsj), ha rivendicato la decisione come suo diritto per orientare la politica informativa e culturale nazionale.

Rctv, un’emittente popolarissima - la sola a coprire tutto il territorio venezuelano insieme a Vtv - andava in onda dal 1953, ed era considerata troppo critica dal presidente, che la accusava anche di aver simpatizzato con il colpo di stato che cinque anni fa l’aveva spodestato per due giorni.

"Presto torneremo": così hanno salutato il pubblico i giornalisti e il personale della Rctv, ieri, durante l’ultimo giorno di programmazione. E Marcelo Granier, presidente della società 1BC che controlla la Tv Rctv, ha mandato un messaggio ai venezuelani in cui assicura che, nonostante la scomparsa del segnale dall’etere, "continueremo a lottare con fermezza e convinzione per la libertà e la democrazia".

"Con la chiusura di Rctv - ha detto ancora - i venezuelani vedono confermati i propri timori: il governo vince ma non convince, la sua sarà una vittoria di Pirro, perché perde più di quello che guadagna. Perde il riconoscimento internazionale e perde il rispetto del popolo".


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lunedì 28 maggio 2007
ore 11:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Alaska, il villaggio che si scioglie per colpa dell’effetto serra
di WILLIAM YARDLEY

NEWTOK (ALASKA) - Il terreno ghiacciato su cui poggia il villaggio si sta lentamente sciogliendo a causa dei cambiamenti climatici che hanno portato anche nelle zone artiche a un innalzamento delle temperature. E i suoi abitanti si preparano a traslocare altrove. Accade a Newtok, in Alaska, dove le mutazioni del permafrost (il suolo perennemente gelato su cui poggiano numerosi insediamenti umani) stanno facendo sprofondare le case nel fango: entro un decennio il villaggio potrebbe scomparire del tutto. Il piano di trasferimento dovrebbe costare 130 milioni di dollari ma la Casa Bianca non ha ancora stanziato la cifra necessaria.

I piccoli e robusti Cessna atterrano non appena la nebbia si solleva, consegnano biciclette per bambini, scatole di proiettili, motori fuoribordo e lattine di avena disidratata. Subito dopo, con una corsa rumorosa lungo la pista di ghiaia, si levano in volo e scompaiono alla vista. Il mondo esterno ripiega e questo avamposto subartico torna ad armarsi di coraggio per resistere alle conseguenze del cambiamento del clima. "Non voglio più vivere nel permafrost (suolo perennemente ghiacciato, ndt)" dice Frank Tommy, 47 anni, accanto al formaggio e alla carne di foca messi a seccare su una rastrelliera di legno all’esterno della casa materna. "C’è fango ovunque qui, e ogni cosa va a pezzi".

L’Alaska non è più quella che è sempre stata: il sottosuolo perennemente ghiacciato, noto col termine di permafrost, sul quale sorge il paese di Newtok, al pari di molti altri villaggi dei nativi dell’Alaska, si sta sciogliendo in seguito alle alte temperature e alle acque dell’oceano sempre più calde. Il ghiaccio marino che di norma dovrebbe proteggere i villaggi lungo la costa si forma sempre più tardi nel corso dell’anno, facendo sì che le tempeste di neve infurino e spazzino la costa.

L’erosione ha fatto di Newtok un’isola, intrappolata tra il fiume Ninglick che si allarga a dismisura e una palude più a nord. Il villaggio è sotto il livello del mare e sta sprofondando. Da alcune ricerche risulta che Newtok potrebbe essere spazzata via entro un decennio.

Alcuni villaggi, quanto meno per adesso, stanno progettando di mettersi al riparo dietro a pareti già costruite o progettate dal corpo genieri dell’esercito. Altri, al pari di Newtok, non hanno scelta: dovranno abbandonare il loro pezzo di tundra. Il corpo genieri dell’esercito ha calcolato che spostare Newtok potrebbe costare 130 milioni di dollari perché è un posto molto isolato e, perché il clima e la topografia sono alquanto difficili. Ciò equivale a una spesa di 413.000 dollari circa a testa per ognuno dei suoi abitanti.

Nell’incertezza più assoluta, gli abitanti di Newtok sentono gli scettici sollevare molte obiezioni sui costi da sostenere per trasferire altrove un simile villaggio piccolo e apparentemente irrilevante. Gli abitanti del posto, tuttavia, sottolineano di essere una tribù indio-americana riconosciuta a livello federale, e rabbrividiscono quando si chiede loro per quale motivo non possono semplicemente trasferirsi in un villaggio già esistente o in un’altra città come Fairbanks. Dicono che la loro identità nasce dall’isolamento, per quanto nel corso dell’ultimo secolo le influenze esterne siano state molteplici. L’attuale villaggio un tempo era poco più di un campo invernale e gli abitanti di Newtok dicono che non è colpa loro se di fatto sono i primi profughi del clima negli Stati Uniti.

Non esiste ancora un piano definito su come spostare interi edifici del villaggio, per esempio la scuola di Newtok, relativamente nuova, frequentata dai 125 bambini del villaggio, dai primi anni della scuola dell’infanzia alla scuola superiore. Di sicuro, trasferire i villaggi dell’Alaska non è una priorità alla Casa Bianca, la cui portavoce sabato ha fatto sapere che nel budget proposto dal presidente un milione di dollari è destinato a questo scopo.

Bruce Sexauer, pianificatore senior del corpo genieri in Alaska che ha redatto il rapporto sulle necessità specifiche di ogni villaggio, ha detto che gli abitanti di Newtok discendono dai popoli arrivati originariamente dall’Asia percorrendo le strisce di terra allora esistenti. "Sono i discendenti dei primissimi abitatori dell’America Settentrionale, arrivati qui migliaia di anni fa".

Le autorità che amministrano Newtok sono quasi tutti uomini sulla quarantina, quasi tutti imparentati tra loro, elogiati dai non addetti ai lavori per la loro iniziativa e per la loro determinazione a volersi trasferire altrove. Qualsiasi altro posto sarebbe sicuramente un miglioramento rispetto al villaggio di Newtok oggi esistente, i cui molti problemi non nascono tutti dal cambiamento del clima. Molti uomini ancor oggi si spostano stagionalmente per pescare e cacciare, e trasferire il villaggio potrebbe significare creare nuovi posti di lavoro per i giovani. Altri giovani già parlano di andarsene a vivere in un altro villaggio.

"Ci sposteranno in cima a una montagna" dice la piccola Annie Kassaiuli, di 11 anni, mentre mangia un burrito alla mensa scolastica. "E lì potremo raccogliere mirtilli".


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lunedì 28 maggio 2007
ore 11:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Melbourne, pub vietato agli eterosessuali: il tribunale concede l’autorizzazione

SYDNEY - Un pub di Melbourne frequentato da uomini gay, ha ottenuto il permesso di rifiutare l’ingresso a eterosessuali: a sancirlo, è stata una sentenza del tribunale amministrativo, che ha esentato il locale dalla legge per le pari opportunità. Legge che proibisce la discriminazione sulla base di razza religione e sessualità.

I titolari del Peel Hotel - luogo di ritrovo molto conosciuto, in città - avevano richiesto l’esenzione per prevenire insulti e violenze agli avventori, e "per assicurare ai clienti gay un’atmosfera non minacciosa in cui esprimere la loro sessualità". Il direttore del Peel Hotel, Tom McFeely, ha citato in particolare le cosiddette "hen’s nights" (notti della gallina, in cui la futura sposa festeggia con le amiche la vigilia delle nozze), quando gruppi di donne scelgono il suo locale per guardare i gay come forma di intrattenimento, "come animali allo zoo".

Il tribunale civile e amministrativo dello stato di Victoria ha autorizzato il pub a rifiutare l’ingresso a persone ritenute una minaccia alla sicurezza e serenità dei suoi avventori. Il magistrato Cate McKenzie ha sottolineato che a Melbourne vi sono più di 2000 locali frequentati da eterosessuali, ma il Peel è l’unico che punta in particolare sui gay.

Il vice presidente dell’ente per le libertà civili Liberty Victoria, Michael Pearce, ha definito "sensata" la decisione. "Credo che il significato del verdetto sia che non vi sono molti locali dove i gay possano andare e incontrarsi senza il rischio di essere infastiditi, e che hanno di diritto ad avere i loro spazi", ha detto.


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lunedì 28 maggio 2007
ore 10:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’alibi dell’emergenza
di MICHELE SERRA

DALLA meditata abiura del sindaco Chiamparino sull’antiproibizionismo al cosiddetto "giro di vite" cofferatiano sulla difficile convivenza urbana a Bologna, nella sinistra italiana è ben percepibile un nascente clima anti-permissivo. Che trova ulteriore conferma nella dichiarazione di intenti del ministro della Salute, Livia Turco, favorevole all’invio dei carabinieri dei Nas nelle scuole per "attività ispettiva" anti-droga. Il quadro politico e psicologico nel quale matura questo genere di prese di posizione non è da prendere alla leggera. L’impressione di una de-regulation civile è diffusa. L’idea che l’antiautoritarismo quasi congenito in una classe dirigente formatasi negli anni Sessanta (noi, insomma) abbia indebolito oltre il lecito, nelle famiglie e nelle scuole, anche ogni necessario principio di autorità, è tutt’altro che immotivata.

Se il problema è che in una società senza regole si vive male e si cresce anche peggio, il problema c’è. Di pari passo, però, maturano anche l’impressione, e il timore, che il ritardo e le omissioni accumulati su questo terreno possano essere cattivi consiglieri. Che l’ansia e il senso di colpa degli adulti possano generare un interventismo potenzialmente maldestro.

I carabinieri nelle scuole, per quanto sorvegliata e cauta sia la loro presenza, costituiscono pur sempre un’intrusione molto drastica: il segnale che l’autorità scolastica non è più in grado di riacciuffare per suo conto il bandolo della situazione. Cosa che sarebbe tanto più grave in un’istituzione, la scuola, che ha nella sua autonomia (anche regolamentare) il fondamento della sua autorità: già assediata com’è, povera scuola, da genitori ansiosi e da istanze politiche non sempre limpide.

L’esercizio dell’autorità, male o bene esercitato che sia, compete ai presidi, agli insegnanti, al personale non docente, quei bidelli che un tempo, perfino nella temperie della contestazione, spesso aiutarono ad evitare il peggio. La disciplina, e perfino la tutela della salute dei ragazzi, diventano un problema di ordine pubblico (un problema extra-scolastico, dunque) solamente in casi estremi.

Nell’ordinaria amministrazione - quella che conta, quella che regola e indirizza le tendenze sociali - di solito la cultura dell’emergenza peggiora la situazione. Lo stesso ministro Turco, nel dichiarare che "c’è un lavoro educativo da fare, è la cosa più faticosa ma è fondamentale", mostra di sapere perfettamente che non solo la scuola, ma neanche le stracitate famiglie, neanche la società nel suo complesso, sono in grado di mettere le mani nel disordine etico e comportamentale di molti ragazzi (non tutti) se non partendo dalle proprie competenze e dalla propria impallidita autorità. Dai propri comportamenti e dal proprio aplomb sociale: non sempre, si sa, quello degli adulti è esemplare agli occhi dei più giovani.

Ci sono sirene che suonano perché devono suonare, perché un’emergenza è in atto. Ma sarebbe un bel guaio se il suono di una sirena, o un lampeggiante dei carabinieri davanti a scuola, servissero da alibi alle inadempienze di chi ha già il potere quotidiano di sorvegliare, di intervenire, di educare, di aiutare. E’ la cosa più difficile, come dice il ministro Turco, ma è anche l’unica che conta davvero, che incide, che cambia le cose. Per questo servirebbe limitare le sirene alle sole vere emergenze, e smetterla (raccomandazione che vale per la politica ma anche per i media, forse soprattutto per i media) di trattare ogni fenomeno sociale come una perenne "emergenza".

Le emergenze, tra l’altro, hanno il difetto, ormai conclamato, di durare qualche settimana e poi svanire, lasciando il palcoscenico alle emergenze di nuovo conio. E lasciando i problemi irrisolti. Se tutto è un’emergenza, allora vuol dire che niente lo è: meglio, dunque, caricare la soma della responsabilità quotidiana su chi quotidianamente deve esercitarla: nella scuola, i presidi, gli insegnanti, i bidelli.

Un carabiniere in ogni scuola e in ogni casa, oltre a essere un lusso che neanche lo Stato più ricco del mondo potrebbe concedersi, servirebbe forse a garantire più sicurezza. Ma scaricherebbe la coscienza degli adulti dal compito di occuparsi dei ragazzi: di essere noi i primi carabinieri, le prime autorità sanitarie e etiche, senza divisa e senza potere di arresto, ma favoriti da una prossimità, e da un amore, che troppo spesso dimentichiamo di avere, dimentichiamo di usare.


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venerdì 25 maggio 2007
ore 12:40
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 25 maggio 2007
ore 11:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Australia, bufera su Big Brother: Cela a una inquilina la morte del papà

Nuove polemiche per il Big Brother (Grande fratello) in Australia, sotto accusa stavolta perché si rifiuta di rivelare a una delle concorrenti che il padre è morto. Emma Cornell di 24 anni, ex modella e personal trainer, aveva ripreso i contatti con il padre solo di recente, con uno scambio di messaggi sul telefonino, dopo sei anni di distanza. Il padre Raymond Cornell, 53 anni è morto di cancro una settimana fa e sepolto lunedì.

Lui aveva espresso la volontà che la figlia continuasse la sua esperienza di reality e di non interromperla per andare al funerale, ha riferito il fidanzato della giovane, Tim Stanton. ’’Da quando Emma è apparsa in Big Brother, lui ha guardato ogni episodio’’, ha aggiunto il giovane. ’’Non voleva rovinare quell’esperienza, e pensava che lei avrebbe capito’’, ha aggiunto. Si ritiene che la famiglia terrà un servizio funebre privato, dopo che Emma sarà espulsa dalla casa di Big Brother.

Indignati molti dei telespettatori, che hanno intasato i blog con espressioni di sdegno, come ’’E’ una vergogna, Emma deve sapere’’, e ’’Tutto sbagliato...quand’è che questo programma sarà tolto per sempre dalla tv?’’. Lo psicologo Chris Hall, del Centro australiano per il lutto e l’afflizione, ha criticato i produttori del programma, affermando che la giovane avrebbe il diritto di sapere della morte del padre e di scegliere come affrontarla. ’’Soffrirà di sensi di colpa e di risentimenti per il resto della vita’’, ha previsto.
I produttori di Big Brother non sono però disposti a rivedere la loro decisione, affermando che ’’era il desiderio della famiglia’’, che Emma fosse tenuta all oscuro.


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venerdì 25 maggio 2007
ore 10:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l’ombra era fredda, gonfia d’incenso;
l’angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d’improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l’estate -
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all’ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d’ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

(da: Il sogno di maria, F.De Andrè)


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venerdì 25 maggio 2007
ore 10:26
(categoria: "Vita Quotidiana")



Giro d’Italia, una tresca amorosa scoperta dalle telecamere dell’elicottero

LA SPEZIA - Il Giro d’Italia ha scoperto una tresca amorosa. In diretta tv, grazie alle telecamere dell’elicottero al seguito della carovana rosa, un quarantenne spezzino è stato inquadrato mentre era al mare in compagnia di una donna che non era la moglie.

E’ stato un parente, ignaro, a far scoprire tutto alla moglie dell’uomo. Si è complimentato con la donna, che credeva essere la bagnante a fianco del consorte, ben ripreso dalle telecamere: lei, ovviamente, è caduta dalle nuvole, ma ormai la frittata era fatta. Quello sulla battigia di Marinella, sul litorale del Comune di Sarzana, era proprio il marito. E il rientro dell’uomo, con i segni evidenti della tintarella, hanno fatto il resto. La storia ha fatto il giro della vallata del Magra, dove si è registrato l’infortunio amoroso, ed è finita sulle cronache dei giornali locali.

Nel corso della stessa telecronaca, è stata inquadrata una bagnante in topless: accortasi di essere stata inquadrata, la donna ha cercato di coprirsi col materassino.


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mercoledì 23 maggio 2007
ore 14:46
(categoria: "Vita Quotidiana")



iPod e internet sullo scuolabus: le lezioni si fanno con internet
di AGNESE ANANASSO

Trasformare le ore passate sullo scuolabus in minuti preziosi per studiare matematica e scienza, utilizzando l’iPod o il cellulare. Succede in Arkansas, nel piccolo paesino di Grapevine, dove vivono ragazzi che ogni giorno devono percorrere almeno un’ora e mezzo in autobus per arrivare alla scuola più superiore più vicina.
L’idea di far diventare il pullman un hot spot mobile è venuta al professore di medicina e biochimica Billy Hudson, che nella campagna dell’Arkansas ci è nato e, che, proprio, a causa della distanza dalla scuola superiore aveva abbandonato gli studi a 16 anni per andare a lavorare in una piantagione di cotone finché non sarebbe diventato abbastanza grande per entrare nell’esercito. Fortunatamente la sua vita ha preso un’altra strada quando un insegnante lo aiutò a frequentare le lezioni estive di un piccolo college di una cittadina molto distante dalla sua Grapevine.

Hudson ha deciso di aiutare i bambini del suo villaggio dapprima facendogli fare i compiti lungo il tragitto in autobus: mentre lui guidava spiegava meglio la parte di lezione più difficile. Poi ha lanciato un progetto pilota di tre anni, avviato proprio in questi giorni, che ha chiamato Aspirnaut Initative (www. aspirnaut. org) che vedrà coinvolti i professori della Vanderbilt University, incaricati di realizzare lezioni ad hoc per i ragazzi coinvolti nel programma.
Ogni studente verrà equipaggiato con un iPod video su cui poter scaricare, via Wi-Fi, video educativi e podcast di lezioni e approfondimenti. Non solo, 15 studenti selezionati riceveranno anche un pc portatile per interagire con i professori della Vanderbilt University. L’obiettivo, come dice Hudson, non è solo quello di incrementare l’educazione delle zone rurali ma anche di contenere il forte calo in Usa delle lauree in matematica, ingegneria e scienza, stimolando con un insegnamento dinamico l’intelligenza e le capacità dei ragazzi fin dall’età dell’adolescenza.

La possibilità di studiare, fare i compiti e navigare in internet mentre si va a scuola o quando si torna a casa sembra essere una novità che serpeggerà per l’intero Paese, tant’ è che anche in Tennessee, a Chattanooga, entro la primavera, gli autobus dell’intera area regionale saranno dotati di accesso a internet gratuito. Per trasformare gli scuolabus in mezzi intelligenti si è attivato così un circolo virtuoso che coinvolge studenti, università, laboratori, aziende dell’ICT, che lavoreranno insieme.


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mercoledì 23 maggio 2007
ore 11:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



La sinistra nella crisi della politica
di EZIO MAURO

CI SONO due strade per cercare di uscire dalla crisi della politica che è sotto gli occhi di tutti. La prima, è quella di denunciare i ritardi e gli abusi della classe dirigente - tutta - lavorando per una riforma del sistema che è necessaria e urgente, ma che forse è ancora in tempo per salvare le istituzioni dal collasso e per evitare che l’antipolitica diventi il sentimento prevalente del Paese. La seconda, è quella di puntare direttamente sul collasso del sistema, vellicando l’antipolitica per arrivare se non a una seconda ribellione popolare in quindici anni almeno a una delegittimazione dei poteri costituiti: in modo da aprire la strada agli "ereditieri", quel pezzo di classe dirigente che non sa fare establishment ma sa proteggere molto bene la sua dubbia imprenditorialità e la sua scarsa responsabilità, sperando addirittura di ereditare il Paese. Come se in una democrazia, anche malata, la cosa pubblica fosse scalabile al pari di un’azienda in crisi, trasferendo in politica il network italiano delle scatole cinesi che consente di comandare senza essersi guadagnati il comando, senza aver costruito o almeno riammodernato qualcosa - come un partito, un movimento, un sistema culturale - che parla ai cittadini e raccoglie il loro consenso semplicemente perché "poggia su una intuizione del mondo".
Bisogna dire che i partiti e i loro leader fanno di tutto per deludere chi crede nella prima strada, e aiutano chi punta sulla seconda. Solo la cecità e la sordità italiana consentono di dire che l’allarme nasce oggi, all’improvviso. In realtà, prima di Natale il Presidente della Repubblica Napolitano (destinato ad avere un ruolo come quello di Pertini, denunciando la crisi del mondo da cui proviene) aveva parlato chiaro e forte, lanciando un vero e proprio allarme per la "tenuta" della democrazia, lamentando il "distacco" tra politica, istituzioni e cittadini, ammonendo tutte le parti politiche, perché nessuna si illudesse di "trarne vantaggio". Cosa ci voleva di più? Siamo da almeno cinque mesi davanti al rischio conclamato di una regressione democratica, con lo Stato che ritorna Palazzo, separato, trent’anni dopo.

È chiaro che la sinistra, guidando il governo e il Paese, ha le responsabilità maggiori di questo disincanto democratico, ed è naturale che ne subisca le conseguenze maggiori, in termini di consenso. Ma è altrettanto chiaro - e ripeto quel che ho scritto altre volte - che c’è qualcosa di più generale, di sistemico, che sta intaccando le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico senza distinzioni, perché salta ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo che di tipo culturale, dunque è la doppia anima della politica che viene colpita. Tutta la politica.

Quando il sistema dei partiti fa lievitare in modo indecente i costi della politica e si trasforma in "classe" privilegiata, autoprotetta e onnipotente, controllando gli accessi, premiando l’appartenenza, puntando sulla cooptazione dei fedeli e dei simili, lottizzando ogni spazio pubblico con l’umiliazione del merito, corrodendo così la stessa efficienza della macchina statale, allora diventa impossibile fare distinzioni tra destra e sinistra. Quando a tutto questo si aggiunge da un lato l’esercizio disinvolto e automatico del denaro pubblico per mantenere e far crescere questo sistema autoreferenziale e dall’altro lato l’esibizione pubblica dei privilegi, diventa difficile non parlare di "ceto separato", un tutt’uno dove le differenze culturali e politiche che - per fortuna - dividono e connotano i due schieramenti di destra e sinistra finiscono per essere travolti dal sentimento indistinto di rifiuto e di lontananza che cresce tra i cittadini.

Naturalmente l’anima originaria di Berlusconi, il suo istinto mimetico del senso comune dominante e il carattere della destra italiana possono portarlo a fingere di interpretare il risentimento democratico come una sua possibile politica, perché in realtà l’antipolitica è una forma primaria di espressione del populismo, che se ne giova mentre la nutre. La sinistra, semplicemente, non può. Questo sentimento di progressiva perdita della cittadinanza - perché di questo si tratta - la colpisce al cuore, distrugge il canale di dialogo e di incontro con la sua gente perché fa venir meno una piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento: come se con l’agibilità dello spazio politico pubblico venisse a mancare un territorio in cui muoversi da cittadini consapevoli dell’ambito di libertà nostro e altrui, del portato di storia e di tradizione che ci definisce, dei nostri diritti e dei nostri doveri. In questo senso, è drammatico il vuoto di ogni proposta di cambiamento nel costume e nel metodo politico (la rinuncia alla lottizzazione, la riduzione drastica del numero dei ministri, il rifiuto dei privilegi, la riorganizzazione del tempo di lavoro del parlamento) da parte del centrosinistra tornato al governo, dopo il quinquennio berlusconiano. La sinistra radicale, mentre vuole cambiare il mondo vuole intanto cambiare anche il cda delle Ferrovie, per avere un posto. La sinistra riformista, non vede la riforma più urgente: e che credito riformatore può avere - si è chiesto qui Adriano Sofri - una politica che non mostri di saper riformare se stessa?

Un ritardo reso tragico dal paragone con i tempi del nuovo presidente francese Sarkozy, che in due giorni ha fatto il governo, lo ha ridotto ai minimi termini, lo ha rinnovato per metà con ministri-donna. Un ritardo reso amaro dall’abbandono di Blair, che lascia il governo inglese all’età in cui da noi normalmente vi ci si affaccia e lo fa nella convinzione di poter avere una "second life" altrettanto piena e soddisfacente, cancellando lo stereotipo della politica non come professione, ma addirittura come vitalizio. Sia in Francia che in Gran Bretagna, nei discorsi di addio e di investitura la retorica dei leader usa la coppia concettuale formata da "io" e "voi", due parole che trasmettono molto semplicemente l’idea del vincolo di mandato e anche l’idea del vecchio partito come animale politico vivo e vitale, soggetto politico obbligatorio di riferimento, anche per leader carismatici e decisionisti.

Da noi, i partiti sono nati tutti mercoledì scorso, non hanno storia, tradizione, valori consolidati, una cultura di riferimento: tutte quelle cose che fanno muovere e garrire le bandiere, che infatti non ci sono, o restano ammosciate. Anche qui, ancora una volta, la nuova destra berlusconiana prende a prestito i valori e i precetti nel deposito di tradizione millenaria della Chiesa, mentre riempie il vuoto culturale con un carisma vagamente paganeggiante e idolatrico che finge di restituire la politica ai cittadini trasformati in folla mostrando il corpo mistico del leader: mentre in realtà sottrae loro ogni partecipazione reale e per sempre, ipotizzando addirittura una successione in forma dinastica, capricciosa e incontrollabile, comunque autocratica.

Ma la sinistra, quanto può resistere sul mercato politico senza una rifondazione di pensiero, senza idee-forti che diano sostanza alla sua politica, la pre-determinino, e parlino della vita e della morte, dei grandi temi, al cittadino? La parte radicale ha ancora il comunismo nelle sue bandiere, e finché dura quel simbolo sconfitto dalla tragedia che ha suscitato, ogni altra idea non è accostabile. I Ds sembrano credere che diventare riformisti significhi annacquare ogni mattina la propria identità nel mare turbolento del senso comune altrui. Come se gli strumenti propri di una sinistra riformatrice, serena e radicale insieme, non fossero oggi probabilmente i più adatti a governare le contraddizioni della fase: basterebbe saperlo, e usarli, a partire dalla laicità.

Davanti a questi ritardi conclamati, al camaleontismo della destra, alle cifre del disincanto svelate da Ilvo Diamanti, la sinistra ha tuttavia una carta, che è il Partito democratico. Può banalizzarla, come sta facendo, giocandola tutta dentro il mondo chiuso degli apparati, facendo di questo partito l’ultima della creature politiche del Novecento, e allora si misurerà soprattutto il ritardo, l’affanno, il costo tardivo dell’operazione. Oppure, può farne il primo soggetto diverso del nuovo secolo, per una nuova politica, contagiando la "cosa" che dovrà nascere nella sinistra radicale, e forse persino il futuro partito conservatore, a destra. Un partito, ha scritto Mario Pirani, forte perché leggero, potente in quanto disarmato: e soprattutto, scalabile, infiltrabile, contendibile. Da qui non si scappa: perché la riforma della politica parte da qui, se si vuol fare sul serio.

Altrimenti, si inseguirà il fastidio popolare crescente, da gregari spaventati, sperando che non si condensi in quell’antipolitica in cui si entra tutti insieme, ma si esce soltanto a destra. Sperando in più di evitare un nuovo collasso e una nuova supplenza, anche perché non sempre il supplente si chiama Ciampi. "Benissimo il Governatore - diceva allora l’avvocato Agnelli - ma ricordiamoci che dopo di lui c’è solo un generale o un cardinale". I generali non so, ma i cardinali sarebbero anche pronti. Proviamo a dire che non è il caso, perché non ce ne sarà bisogno.


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