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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 11 febbraio 2008
ore 10:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Famiglie bocciate dalle badanti
"Anziani trascurati, e i bimbi..."
di SARA STRIPPOLI

ROMA - Parola di tata straniera: i bimbi italiani sono maleducati. E sfatiamo anche lo stereotipo che vuole che gli italiani siano così prodighi di attenzioni per i loro anziani. Le badanti, filippine o romene che siano, non sono affatto d’accordo con l’immagine tradizionale che dipinge gli italiani rispettosi di nonni e genitori. Se lo sguardo è quello dei lavoratori stranieri, quel welfare "fatto in casa" che permette alle famiglie italiane di conciliare casa e lavoro, opprimente burocrazia e tempo libero, il giudizio complessivo non è così lusinghiero come forse avremmo sperato.

La stilettata arriva da una ricerca dell’Iref, l’Istituto di ricerche educative e formative che nel 2007 ha condotto un’indagine su più di mille collaboratori domestici che oggi sarà presentata a Vercelli. Le tate ucraine o romene che hanno risposto alle domande del questionario bocciano il modello educativo italiano. Oltre la metà, il 50,9%, esprime un giudizio molto critico: i nostri bambini non brillano per educazione. Capricci, vizi, tendenza a dare ordini piuttosto che ad obbedire. Secondo chi proviene da una cultura diversa, ma passa con loro gran parte della giornata, sarebbe auspicabile una maggiore severità da parte dei genitori. Soltanto il 23% delle baby sitter pensa che i bimbi affidati alla loro sorveglianza siano abbastanza educati, mentre un altro 25% ha mantenuto una posizione più neutrale, e giudica i diavoletti di casa né maleducati né educati. Ad essere più severe sono le tate che non hanno figli. Fra quelle che invece conoscono le fatiche di padri e madri all’epoca della play station, l’indulgenza è maggiore: il 26% chiude un occhio e dice che i bimbi sono sufficientemente educati.

Gli adulti italiani sono bocciati anche sul rapporto con gli anziani genitori. Il 49,5% degli immigrati che hanno risposto alle domande del questionario non condivide l’opinione che "in Italia gli anziani sono trattati bene e sono molto rispettati". Un giudizio non contestualizzato, spiega la ricerca dell’Iref. È infatti plausibile che questa opinione sia condizionata dalle singole esperienze lavorative. Poiché la maggiore richiesta di cura è confinata a persone in età molto avanzata, "chi è chiamato ad assistere e curare potrebbe percepire come molto alto il numero di famiglie che non si occupa dei propri vecchi preferendo lasciarli alle cure di estranei".

Se poi sotto la lente di ingrandimento dei lavoratori stranieri mettiamo anche il rapporto quotidiano con le famiglie italiane che li ospitano, la quotidianità della relazione si colora di note curiose, che molto contribuiscono a svelare le difficoltà e i tentativi di trovare una formula per coniugare un legittimo desiderio di intimità con la presenza in casa di una persona che ha spesso abitudini alimentari e modelli di comportamento molto distanti. La maggioranza degli intervistati, il 59%, non si sente trattato male, una percentuale che sale al 75% se il lavoratore vive nella stessa casa. Il rapporto si riduce invece a mero scambio salario-prestazione nel caso in cui non ci sia coabitazione. "Parlano con me solo per darmi ordini", risponde il 3,2% degli intervistati; "mi trattano come una semplice dipendente", dice il 37,2% delle lavoratrici. Qualcuno ha però raggiunto un elevato grado di intimità a partecipa anche ai momenti di vita familiare: è invitato ai compleanni di famiglia il 37,2% e siede a tavola per pranzi e feste il 17,1% dei lavoratori conviventi. Un numero che si dimezza se colf e badanti vivono a casa loro. L’intimità maggiore, rivela la ricerca, la conquista chi si occupa di attività di cura: il 53,8% dice che un pasto condiviso è pratica abbastanza abituale, mentre chi si limita a fare le pulizie è costretto ad una maggiore distanza; il 72,1% non si è mai seduto a tavola con il suo datore di lavoro.


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domenica 10 febbraio 2008
ore 22:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Atleti, niente politica a Pechino"
Contratto-capestro per gli inglesi

LONDRA - Gli atleti inglesi dovranno firmare un impegno scritto a non criticare il governo cinese: il "Mail on Sunday" ha pubblicato un documento scritto di 32 pagine, che dovrà essere accettato da tutti i componenti della rappresentativa britannica.

Una polemica del genere era scoppiata anche in Italia: fu Amnesty a sollevare il problema. Ma il Coni ha sempre dichiarato che non esisteranno limitazioni del genere per gli atleti azzurri. La stessa associazione definisce "contraria allo spirito olimpico" la scelta inglese, già adottata da Belgio e Nuova Zelanda.

Da parte sua, il governo cinese ha lanciato una serie di "warning" sull’uso di simboli religiosi durante la manifestazione sportiva di agosto. Pechino teme iniziative degli adepti della Falun Gong e dei dissidenti tibetani. E proprio in solidarietà con il Tibet, il principe Carlo d’Inghilterra ha dichiarato che non presenzierà ai Giochi.

La British Olympic Association (Boa) nega di essere mossa da intenti censori e sostiene di essersi limitata a richiamare l’attenzione degli atleti sul divieto della "propaganda politica, religiosa o razziale", espressamente sancito dalla carta del comitato olimpico internazionale.

Simon Clegg, direttore esecutivo di Boa, ha sostenuto che numerose associazioni politiche spingono affinchè gli atleti usino le Olimpiadi di Pechino come "veicolo per pubblicizzare le loro cause" e "ciò è contrario all’interesse della squadra".

Secondo il segretario del Coni Raffaele Pagnozzi, l’iniziativa inglese è controproducente. "Sarebbe stato meglio arrivare a una indicazione comune". "In ogni caso noi non censuriamo nessuno -ha continuato. I nostri atleti mostreranno il rispetto che devono anche a Pechino, così come è sempre avvenuto in tutti i paesi. E naturalmente tutti saranno liberi".

La canoista Josefa Idem, che disputerà la sua quinta Olimpiade in maglia azzurra (7 in totale), giudica "indelicata" la decisione del Comitato olimpico britannico. "Anche perché finisce per pesare solo sugli atleti. Prima di assegnare i Giochi, il Cio sapeva tutto della situazione dei diritti umani in Cina".


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domenica 10 febbraio 2008
ore 11:07
(categoria: "Vita Quotidiana")





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sabato 9 febbraio 2008
ore 19:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Turchia, dal Parlamento sì al velo
per le studentesse universitarie

ANKARA - Sì alla liberalizzazione del velo all’università. Il Parlamento turco ha approvato in via definitiva i due emendamenti costituzionali che stabiliscono la libertà di indossarlo per le studentesse, con 441 voti a favore e 103 contrari e al termine di un dibattito prolungato e a tratti teso, trasmesso in diretta televisiva.

Il risultato era ampiamente atteso, dopo la pronuncia analoga del Parlamento di giovedì, che aveva approvato un primo emendamento costituzionale che abrogava il divieto di portare il velo. Oggi è arrivato il sì finale, che rompe il tabù laicista che lo aveva bandito di fatto e poi per legge praticamente per oltre 80 anni dalla nascita della repubblica turca nel 1923.

I due emendamenti per liberalizzare il "turban" erano stati presentati dal governo e dal partito filoislamico di Tayyip Erdogan ed avevano anche l’appoggio di 70 deputati del partito nazionalista turco. Il velo rimarrà comunque vietato negli edifici pubblici, ed in particolare nelle scuole medie e nei licei.

Sul provvedimento il paese si è spaccato e nel centro di Ankara, a pochi chilometri dal Parlamento, migliaia di giovani, con le bandiere turche e inneggianti slogan laici, hanno dato vita anche oggi ad una manifestazione di protesta, la seconda nel giro di pochi giorni.

Gli emendamenti consentiranno di aggiungere alla Costituzione turca le seguenti frasi: "lo Stato agisce secondo il principio di uguaglianza nell’offerta dei servizi pubblici" e "nessuno può essere privato del suo diritto all’educazione per nessuna ragione". La prima, che verrà inserita nell’articolo 10 della Magna Charta, è relativa all’uguaglianza nelle amministrazioni pubbliche; la seconda all’articolo 42, che stabilisce il diritto inalienabile all’educazione.

Le modifiche costituzionali erano state proposte dal partito al governo, Giustizia e Sviluppo (di ispirazione islamica moderata) e dal Partito di Azione Nazionalista; e hanno raccolto l’appoggio anche del gruppo parlamentare curdo. Fermamente contrari invece la principale forza all’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo e gli ambienti laici della società (militari, magistrati, rettori). L’esercito finora non si è pronunciato, ma numerosi giudici e rettori universitari universitari nei giorni scorsi avevano definito la modifica "incostituzionale", sostanzialmente un passo in avanti verso l’erosione dei principi secolari nel paese.

Prima che entri in vigore, la riforma costituzionale dovrà essere promulgata dal presidente della Repubblica, Abdullah Gul, che comunque difficilmente farà opposizione, considerato che la moglie indossa sempre il velo nei luoghi pubblici e, da ragazza, non potè frequentare l’università proprio per questa proibizione.


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sabato 9 febbraio 2008
ore 10:58
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 8 febbraio 2008
ore 21:02
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 7 febbraio 2008
ore 10:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Obama, una marcia formidabile
di VITTORIO ZUCCONI

ASSORBITI dalla dinamica giornalistica della "corsa dei cavalli", da numeri, percentuali, risultati e sondaggi (più che mai smentiti dai voti reali anche in questo supermartedì) noi che guardiamo questa stagione elettorale americana così importante per giudicare la salute politica della democrazia cardine, rischiamo di dimenticare l’enormità storica di quanto stiamo vivendo: la formidabile marcia di un candidato al quale nessun sondaggista, nessun esperto, nessun "guru" elettorale aveva dato una seria possibilità di competere ancora un mese fa.

E che oggi, a oltre la metà della gara, vede la propria popolarità crescere in tutti i settori dell’elettorato, uomini bianchi, afro americani, giovani, persino quelle donne che dovrebbero essere la rocca imprendibile della signora Clinton, ancora testa a testa con lei oltre la metà della partita.

Basta guardare la mappa elettorale uscita dai milioni di voti espressi martedì (una partecipazione inaudita a consultazioni primarie) per vedere sulla scacchiera degli stati americani come nessun altro, non il repubblicano McCain, forte soltanto lungo le coste, non il suo probabile futuro vice, Huckabee, campioncino del sud devoto e cristianista, e neppure la Clinton che pure ha vinto i grandi stati bagnati dai due oceani, ha lo stesso "appeal" traversale, nel sud, nella prateria, nel Midwest, nel Nord, che Barack Obama ha. C’è una sorta di "Obama belt" di cintura di stati per lui, che si sta tendendo fra le Montagne Rocciose e l’Atlantco. Persino in stati come lo Idaho, dove una persona di colore si trova soltanto se è un turista di passaggio con l’auto guasta, il figlio di una tribù del Kenya, allevato da un patrigno indonesiano di fede musulmana, ha stravinto.

Il cosiddetto "supermartedì" del 5 febbraio era stato costruito dagli ingegneri elettorali dei partiti per comprimere e abbreviare la maratona estenuante (e costosissima) delle primarie diffuse, incoronare un vincitore e dare quindi il tempo ai due finalisti di rifiatare, ricostitutire il tesoretto elettorale e poi lanciarsi verso le convention di fine agosto e di settembre, liberi da altre preoccupazioni.

Il marchingegno era stato montato pensando soprattutto ai due favoriti e inevitabili vincitori delle previsioni, Rudy Giuliani, il "sindaco dell’11 settembre" e Hillary Clinton, colei che avrebbe dovuto chiudere la parentesi di Bush e aprire la fase della restaurazione clintoniana.

La macchina si è rivoltata contro i suoi creatori. Non avevano calcolato il collasso del "fattore Iraq" e della mistica del terrore, né la voglia di cambiamento che ha smantellato il progetto. Avevano dimenticato che in una democrazia viva e reale, in una nazione ormai uscita dall’ipnosi della paura e dal ricatto del jihadismo alla rovescia, i meccanismi, i nomi, anche i soldi, che molto possono ma non votano, fare i conti senza i cittadini è sempre un proposito rischioso.

Infatti dalle file di persone che si sono accalcate ai seggi come a memoria di scrutatori mai si erano viste, pensando soprattutto all’economia e molto poco a Bin Laden o alla Bibbia, sono usciti il nome del meno repubblicano dei repubblicani, del più ferocemente antibushista, John McCain, contro il quale lo zoo delle radio ultraconservatrici, i commentatori puri e duri della destra e riviste solenni e schierate come la National Review, si sono scatenate, minacciando diserzione e fulminando scomuniche ideologiche. E dalle urne democratiche è esploso Barack Obama, l’uomo senza ideologia, forte del proprio carisma, del proprio messaggio alla Tony Blair, credibile perché inedito, di un "nuovo modo di fare politica" a sinistra, che ha completamente spiazzato il mandarinato del partito raccolto attorno a Hillary bloccato sul messaggio classico della partigianeria.

Obama è diventato il Reagan della sinistra, il Blair di un New Labour americano, ha fatto ciò che nel 1976 fece il futuro presidente, incendiando entusiasmi sopiti e lanciando segnali agli altri, prima che ai suoi, secondo una strategia che nel 1980 lo portò alla Casa Bianca. E si delinea il fenomeno, micidiale per la destra, degli "Obama republicans", come c’erano stati, e decisivi, i "Reagan democrats". Gli ingegneri della politica a tavolino avevano sottovalutato quel fiume carsico di nausea per la politica vecchia, ultrapartigiana, che pure i disastrosi indici di gradimento sia per Bush che per il Congresso a maggioranza democratica, indicavano, e che cercavano una foce per uscire allo scoperto.

È stato un rifiuto che ha avuto la sua conferma più sbalorditiva nella sconfitta di Barack Obama in quello stato del Massachussets dove lui aveva ricevuto l’unzione da parte dei superstiti del mausoleo kennedyano, la figlia di Jfk, Caroline, il fratello Ted, in una cerimonia solenne che aveva dato la brutta sensazione di un improvviso invecchiamento di Obama, di un suo riassorbimento nel grande fiume della retorica istituzionale. I Kennedy avevano di colpo invecchiato Obama.

Come McCain tra i repubblicani deve continuare a mantenere la propria aura di "maverick", di cavaliere solitario, di uomo capace di attaccare Bush per la guerra in Iraq quando tutti lo applaudivano, e poi di appoggiare l’escalation, quando tutti lo stavano abbandonando, così Obama deve restare l’uomo dello scandalo, il ribelle dolce, il leader di un movimento spontaneo che non propone di annientare il nemico, alla maniera dei democratici clintoniani e dei bushisti nel 2000 e 2004, ma di conquistarlo alla propria causa. Di "invitarlo a fare il bagno con te per poi portargli via i vestiti" secondo la frase di un grande primo ministro inglese. Per questo fa paura, ai professionisti della politica politicante, come Hillary e ad avversari che portano il peso degli otto anni di manicheismo bushista.

Soltanto così continuerà ad attirare quei giovani ormai neppure più tanto giovani che ha conquistato, fra i 18 e i 40, a rosicchiare il vantaggio dei Clinton fra i latino americani, fra le donne, e fra i bianchi del sud dove il suo successo è stato notevole ed è in continuo aumento. E continuerà a seminare il terrore nel campo dei repubblicani che erano vogliosi di battersi con "l’altra Clinton" e riesumare la macchina da guerra contro la coppia che ogni elettore moderato odia appassionatamente e che molti elettori anche democratici non vorrebbero più vedere alla Casa Bianca. Fra l’odio per i Clinton e la paura dell’Uomo Nero, la destra preferirebbe di molto utilizzare il primo come arma.

Il duello continuerà, coinvolgendo donne giovani e meno giovani, neri, ispanici, asiatici, vecchie e nuove città, sobborghi e ghetti, dopo essere scampato alla ghigliottina del supermartedì e sarà la democrazia americana a guadagnarci e con essa l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Dopo i sette desolanti anni di Bush, sta conoscendo grazie a queste primarie, ma soprattutto grazie allo "straniero" Obama, un rinascimento di interesse, di stima e di apprezzamento nel resto del mondo. Non per essere una democrazia perfetta, come vuole l’enfasi nazionalistica, ma come una democrazia viva.


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mercoledì 6 febbraio 2008
ore 16:31
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 5 febbraio 2008
ore 15:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Morti bianche, primato scandalo: siamo il Paese con più incidenti
Il Rapporto dell’Anmil: oltre mille vittime l’anno
"Effetto perverso legato al modello di produzione".

ROMA - Resta all’Italia il non invidiabile primato delle vittime sul lavoro in Europa. Nel nostro paese il numero delle "morti bianche", seppure in calo rispetto agli anni scorsi, è infatti diminuito meno che nel resto d’Europa. Negli ultimi dieci anni, nel periodo compreso tra il 1995 e il 2004, da noi il calo registrato è stato pari al 25,49 per cento mentre nella media europea la flessione è stata pari al 29,41 per cento.

La riduzione è stata ancora più accentuata in Germania, dove il numero di vittime si è quasi dimezzato (-48,3 per cento), e in Spagna dove si è registrato un decremento del 33,64 per cento. Sono questi alcuni dei risultati resi noti nel secondo rapporto sulla ’’Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra leggi inapliccate e diritti negati’’ presentato dall’Anmil, Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro, al Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Nelle cifre ufficiali, seppure meno allarmanti di quelle relative alle vittime, non sono compresi gli incidenti che non vengono denunciati da chi è impiegato nell’ambito del lavoro nero dove, secondo l’Inail, si verificherebbero almeno 200 mila casi.

Nel complesso gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l’anno e i morti più di mille. In Germania nel 1995 le vittime erano state 1500, duecento più di quelle italiane. Oggi sono scese a 804 unità, un numero ben inferiore al nostro. Questi numeri, dicono dall’Amnil, mostrano come non si tratti di un fenomeno occasionale e relegato a situazioni straordinarie ma piuttosto "un effetto perverso che sembra profondamente innervato nel modo di produzione".

L’indennizzo ridotto
Al danno sembrerebbe aggiungersi anche la beffa. La riforma realizzata con il decreto legislativo 38/2000 che ha introdotto, in via sperimentale, la copertura del danno biologico, di fatto, dicono dall’Anmil, ha comportato un "netto ridimensionamento del livello delle prestazioni in rendita se non addirittura la trasformazione dell’indennizzo da rendita, a capitale liquidato una tantum".

Se un lavoratore infortunato che perde un piede ha una moglie e un figlio a carico e una retribuzione media, si ritrova oggi a percepire dall’Inail il 13,39% di rendita in meno (ovvero 963 euro l’anno) ripetto a quanto previsto del regime precedente al Decreto 38/2000. La perdita in termini di risarcimento in sede civile sarebbe poi pari a circa 45 mila euro.

Passi troppo timidi
La rinnovata consapevolezza della gravità del fenomeno, cresciuta anche in ragione dei numerosi interventi del Presidente della Repubblica sul tema, sembra non essere riuscita a produrre ancora una significativa inversione di tendenza. Gli autori del rapporto sottolineano come a cinque mesi dall’entrata in vigore della legge 123/07, che ha stabilito nuove norme in materia di sicurezza sul lavoro, i coordinamenti provinciali delle attività ispettive stanno appena muovendo i primi passi mentre il personale impegnato nella prevenzione infortuni, al ritmo attuale, impiegherebbe 23 anni a controllare tutte le aziende. L’Anmil inoltre sottolinea anche come si intervenga quasi sempre a cose fatte e molto raramente a livello di prevenzione.

Le cose da fare
Tra i rimedi necessari indicati dall’Anmil ci sono un maggiore investimento sulle attività di prevenzione e controllo, l’introduzione di sanzioni adeguate alla gravità ed alle conseguenze dei comportamenti, l’organizzazione di un apparato amministrativo e giudiziario che assicuri l’applicazione certa e rapida delle sanzioni e la promozinoe di iniziative informative, formative e culturali che sviluppino nel medio-lungo periodo una maggiore attenzione alla prevenzione.

(da Repubblica.it)


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martedì 5 febbraio 2008
ore 14:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Vicenza, attenuanti a un 34enne
"Sesso con ragazzina, ma era amore"

VICENZA - Condannato per aver fatto sesso con una tredicenne. Ma non per stupro e con uno sconto di pena perchè fra lui, 34 anni, e quella ragazzina tanto più giovane, secondo i giudici, era amore. Questa in sintesi la motivazione con cui il Tribunale di Vicenza ha condannato a un anno e 4 mesi Antonio Di Pascale, un macellaio vicentino per il quale l’accusa aveva chiesto cinque anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale.

I giudici - come riportano i quotidiani locali dopo il deposito delle motivazioni - hanno accolto la tesi difensiva dell’avv.Teresa Ferrante, riconoscendo la "minore gravità".

Al processo la ragazzina disse che la loro storia era cominciata nel 2005 quando l’uomo la convinse a salire in auto e la indusse ad un rapporto sessuale. Secondo l’accusa, dopo il rapporto la tredicenne divenne succube dell’uomo, tanto che la relazione proseguì per quattro mesi. La difesa invece ha sostenuto che lei era pienamente consenziente e inviava all’uomo ’messaggini d’amore.

Il giudici hanno così escluso lo stupro su minore (che prevede una pena fino a 12 anni di carcere) e hanno condannato l’uomo per atti sessuali con una minorenne (reato punito anche se la vittima è consenziente), ma concedendo le attenuanti generiche e della minore gravità perchè l’imputato "è risultato coinvolto in un vero e proprio sentimento d’amore".


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