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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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mercoledì 25 ottobre 2006
ore 11:47 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Afghanistan, soldati profanano un cadavere Le foto pubblicate sul quotidiano Bild mostrano cinque militari tedeschi che giocano con un teschio
BERLINO - Cinque foto pubblicate questa mattina dal quotidiano «Bild» mettono in forte imbarazzo le forze armate tedesche. Le immagini mostrano infatti alcuni militari in Afghanistan mentre giocherellano con un teschio. In una si vede un soldato in posa col teschio in alto nella mano destra. In altre due il teschio è appoggiato su un panzer e su una jeep, su cui è possibile riconoscere la bandiera tedesca e la scritta Isaf sulla fiancata (dal nome della missione in Afghanistan). In un’altra un militare infilza il teschio in uno speciale dispositivo per tranciare funi di acciaio. nella quinta un soldato mentre avvicina il teschio al proprio pene, fuori dalla tuta mimetica.
FOTO DEL 2003 - Secondo un membro della Bundeswehr, le foto sarebbero state scattate nella primavera del 2003 durante un pattugliamento nei pressi di Kabul, a cui avrebbero preso parte due sergenti maggiore e due soldati, posti sotto il comando di un maresciallo. La provenienza del teschio è incerta. Secondo la Bild potrebbe giungere da una fossa comune. Immediato lo scandalo; la notizia sta suscitando grande sconcerto in Germania. «E’ chiaro e inequivocabile che un comportamento del genere da parte di soldati tedeschi non può essere assolutamente tollerato», ha detto il ministro della Difesa Franz Josef Jung.«Le foto suscitano ripugnanza e assoluta incomprensione», ha continuato. Se le accuse venissero confermate «verranno tirate le necessarie conseguenze disciplinari ed eventualmente anche penali». Proprio oggi il governo tedesco discute il prolungamento della partecipazione tedesca alla missione «Enduring Freedom» in Afghanistan. E secondo un documento rivelato da Financial Times, il governo intende avviare sempre oggi una strutturale riforma della Bundeswahr, le forze armate, per trasformarla in una forza di intervento internazionale: una rivoluzione che cambia l’immagine della Germania e la sua politica estera.
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mercoledì 25 ottobre 2006
ore 10:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Disegni sulle mani per celebrare la ricorrenza di Eid Al Fitr, che segna la fine del Ramadan per i musulmani.
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martedì 24 ottobre 2006
ore 13:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Entro il 2050 ci serve un altro pianeta
La presenza delluomo sulla Terra è sempre più ingombrante e la sua «impronta» sta lasciando un segno sempre più preoccupante. Un pianeta non basta: nel 2050 ce ne vorranno «due», se continua lattuale ritmo di consumo di acqua, suolo fertile, risorse forestali, specie animali tra cui le risorse ittiche: gli ecosistemi naturali si stanno degradando ad un ritmo impressionate, senza precedenti nella storia della specie umana. È quanto si legge in Living Planet Report 2006 , il rapporto del WWF giunto alla sua sesta edizione, diffuso proprio da uno dei paesi a più rapido sviluppo, la Cina.
I DATI - Negli oltre trentanni presi in considerazione, le specie terrestri si sono ridotte del 31%, quelle di acqua dolce del 2 % e quelle marine del 27%. Il secondo indice, lImpronta Ecologica, misura la domanda in termini di consumo di risorse naturali da parte dellumanità. Il «peso dell impatto-umano» sulla Terra è più che triplicato nel periodo tra il 1961 e il 2003: la nostra impronta ha già superato del 25%, nel 2003, la capacità bioproduttiva dei sistemi naturali che utilizziamo per il nostro sostentamento. Nel rapporto precedente (quello pubblicato nel 2004 e basato sui dati del 2001) era del 21%. In particolare, lImpronta relativa al CO2, derivante dalluso di combustibili fossili, è stata quella con il maggiore ritmo di crescita dellintera Impronta globale: il nostro "contributo di CO2 in atmosfera è cresciuto di nove volte dal 1961 al 2003. LItalia ha unimpronta ecologica (sui dati 2003) di 4.2 ettari globali pro capite, con una biocapacità di 1 ettaro globale pro capite, mostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettari globali pro capite.
EMIRATI ARABI E USA I PEGGIORI - I paesi con oltre un milione di abitanti con lImpronta ecologica più «vasta», calcolata su un ettaro globale a persona, sono gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti, la Finlandia, il Canada, il Kuwait, lAustralia, lEstonia, la Svezia, la nuova Zelanda e la Norvegia. La Cina si pone a metà nella classifica mondiale, al 69esimo posto, ma la sua crescita economica (che nel 2005 è stata del 10,2) e il rapido sviluppo economico che la caratterizza giocheranno un ruolo chiave nelluso sostenibile delle risorse del pianeta nel futuro. Questo è uno dei motivi per cui Living Planet Report questanno è stato lanciato proprio in Cina. Il WWF crede che sia vitale per il pianeta che la Cina e gli altri paesi di nuova industrializzazione (che globalmente raggiungono oltre il miliardo di abitanti e che stanno raggiungendo un livello di consumo paragonabile ai paesi dellarea OCSE) non segua i modelli di sviluppo dellOccidente, ma persegua il proprio sviluppo in una chiave di sostenibilità.
CALCOLI PER DIFETTO - «La popolazione umana entro il 2050 raggiungerà un ritmo di consumo pari a due volte la capacità del pianeta Terra» - si legge nel documento. «Siamo in un debito ecologico estremamente preoccupante, considerato che i calcoli dellimpronta ecologica sono per difetto. Consumiamo le risorse più velocemente di quanto la Terra sia capace di rigenerarle e di quanto la Terra sia capace di «metabolizzare» i nostri scarti - dichiara Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia. - E questo porta a conseguenze estreme ed anche molto imprevedibili. È tempo di assumere scelte radicali per quanto riguarda il mutamento dei nostri modelli di produzione e consumo.
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martedì 24 ottobre 2006
ore 11:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Lagonia del Fiume Giallo, ucciso dalla fine dei ghiacciai di FEDERICO RAMPINI
LO SHERPA tibetano Nie Man scuote la testa desolato come chi guarda la sofferenza di un vecchio amico. A 4.400 metri di altitudine, sui monti Anyemaqen, siamo arrivati ai piedi del ghiacciaio Halong. Nie Man punta il dito per indicare lassù in alto lorrore: una larga macchia nera, come una ferita aperta nel cuore del ghiacciaio, è la massa di roccia nuda che emerge dal rapido scioglimento di quelle che un tempo erano nevi eterne.
Tutto il Tibet con lHimalaya, le sue propaggini, gli altipiani, è il tetto del mondo che custodisce i più vasti ghiacciai. Fra questi spicca il nome di Halong, circondato da una venerazione speciale. Alimenta la sorgente del Fiume Giallo: dopo esser nato qui attraversa nove regioni, è lungo 5.482 chilometri, è la "madre" della civiltà cinese sulle cui rive millenni fa il popolo Han stabilì i suoi primi insediamenti agricoli.
E adesso sui monti Anyemaqen giorno dopo giorno si vede morire il Fiume Giallo. Negli ultimi quarantanni ha perso 23 miliardi di metri cubi dacqua. Il fiume un tempo così maestoso da dare il nome a un mare, ora nelle siccità si riduce a un rigagnolo, risucchiato dalla terra arida scompare per lunghi tratti e per molte settimane allanno. E un disastro ecologico che comincia su questi monti. Il ritiro dello Halong ha partorito una immensa morena di pietra e terriccio nero sterile, come una disgustosa larva gigante che provoca frane violente. Le slavine hanno invaso e otturato un lago, hanno distrutto villaggi e costretto alla fuga migliaia di pastori.
Per arrivare fin qui bisogna allontanarsi molto dalla Cina moderna: due ore di volo da Pechino a Xining, poi undici ore di jeep per 400 chilometri di strada quasi tutta sterrata, fino a raggiungere lultimo villaggio, Xiawuda, la base di partenza per quattro ore di marcia verso il ghiacciaio. Questa landa semideserta del Qinghai è un pezzo di Tibet "etnico", così detto perché il governo di Pechino amputò la regione amministrativa del Tibet lasciando fuori ampie zone abitate dai tibetani. Qui le facce e i vestiti, la lingua e i colori sono identici a Lhasa, in una miserabile casupola di pastori mi abbaglia il ritratto splendente del Dalai Lama sopra un altarino domestico.
E ancora più deserto e solitario del Tibet ufficiale. Niente turisti, niente monasteri né templi, il buddismo si manifesta nudo e essenziale nella più povera delle tradizioni: le file di drappi votivi di seta bianca che improvvisamente compaiono appesi a corde su cime altissime e tra dirupi vertiginosi. Nella marcia di avvicinamento al ghiacciaio si attraversano paesaggi splendidi, si avvistano le gazzelle di montagna che sfrecciano coi loro salti a zigzag, le aquile, la sola compagnia per i giovani pastori che sorvegliano mandrie di yak e montoni.
Ma nel paradiso sperduto, dominato da cime candide a perdita docchio, spuntano anche i primi sintomi della malattia. La razza più numerosa sono topolini selvatici, un esercito che alle prime luci dellalba si avventa fuori dalle tane e invade le praterie, saccheggia i magri raccolti, contende al bestiame lesile tappeto di vegetazione dellaltopiano: troppi topi, lo sterminio di lupi e volpi ha squilibrato lecosistema privandolo degli indispensabili predatori.
A Xiawuda il visitatore non ha scelta per alloggiare: in casa del capovillaggio, lunico cinese di etnìa Han, lunico con un bel pancione in mezzo ai magrissimi tibetani, che gira col fucile a tracolla e in cambio di molto whisky e molte sigarette non chiede documenti e permessi allo straniero. E una misera ricchezza anche la sua: a Xiawuda non cè lacqua corrente né il telefono, una sola fetida latrina allaperto serve tutto il villaggio, per difendersi contro il gelo estremo della notte le stufe sono alimentate con sterco di bestiame essiccato. Lautorità di Pechino che il capovillaggio rappresenta sembra lontana anni-luce, gli effetti dello sviluppo economico cinese invece sono reali.
I segnali sono le tende blu che appaiono sui pendii delle montagne: tende della protezione civile, da sfollati, per accogliere 40.000 "rifugiati ambientali", nomadi tibetani cacciati dalle loro terre per le slavine, o perché il permafrost (terra gelata) si scioglie, simpoverisce la riserva di umidità naturale custodita sotto la crosta del suolo, i pascoli si rattrappiscono, bisogna elemosinare sussidi dal governo per sopravvivere.
Li Moxuan, militante cinese di Greenpeace, da Pechino mi aveva salutato con questo viatico: "Voi occidentali accusate la Cina di inquinare il pianeta e non vi rendete conto che la prima a soffrire è la Cina". Su questa catena montuosa Anyemaqen si scatena leffetto-serra provocato dallo smog delle automobili di Pechino e Shanghai, delle centrali elettriche a carbone, delle acciaierie e delle fabbriche. I ghiacciai del Tibet si squagliano al ritmo del 7% lanno, una velocità inaudita.
Si accelerano siccità, desertificazione, tempeste di sabbia in tutto il paese. I primi a denunciare il disastro del ghiacciaio Halong sono stati i ricercatori di Greenpeace Cina, ora lallarme è arrivato ai vertici del regime. "Ci sono prove evidenti - avverte un documento ufficiale dellAccademia delle Scienze di Pechino - che il surriscaldamento climatico avviene in misura significativa, con sintomi come la ritirata dei ghiacciai". Lagonia del Fiume Giallo fa più notizia ma è solo un esempio della grande crisi idrica che assedia la nazione più popolosa del mondo.
Attraversando il paese ci si imbatte di continuo in segnali stradali che indicano nomi come il Ponte del Fiume Hancun, il Ponte del Fiume Sha, il Ponte del Fiume Liuli, e sono tanti cavalcavia sulla terra nuda, ricordi di fiumi scomparsi. Laumento del calore del pianeta nelle pianure si avverte in misura più graduale, ha le sue punte estreme proprio sulle altitudini dellHimalaya. "Un rialzo di tre gradi della temperatura media - rivela uno studio governativo sul cambiamento climatico - distruggerà un terzo dei ghiacciai tibetani in quarantanni. Il calo dellacqua disponibile nel resto della Cina può raggiungere punte del 40%".
La ritirata di Halong dà la misura del disastro: nel 1966 il ghiacciaio copriva unarea di 125 chilometri quadrati, da allora ne ha già persi 22, sostituiti da morene sterili, cumuli di sassi senza vita. La fusione dei ghiacciai dovrebbe in teoria aumentare lacqua, ma questo avviene con alluvioni violente, concentrate e distruttive: solo questestate nel sud della Cina i tifoni hanno fatto centinaia di morti. Dopo le inondazioni le piogge evaporano troppo presto, il corso dei fiumi è stravolto. Lemergenza idrica è più grave perfino dellinquinamento da smog.
La Cina ha solo l8% delle riserve di acqua potabile del pianeta e deve mantenere in vita il 22% della popolazione mondiale. Ormai un terzo della superficie cinese è fatta di deserti e le zone aride continuano a rubare territorio di anno in anno. Quello che sta accadendo in Cina è la più grande trasformazione di terre fertili in deserto che sia mai avvenuta sulla terra. La mancanza di acqua apre scenari inquietanti per gli approvvigionamenti alimentari. Già oggi la superficie agricola disponibile per produrre cereali è ridotta: 600 metri quadri per abitante in Cina, contro 1.900 negli Stati Uniti. Per effetto del semplice aumento della popolazione - senza contare lulteriore perdita di terreni arabili per effetto dellurbanizzazione o dellindustrializzazione - tra meno di ventanni questa superficie agricola sarà scesa a 530 metri quadri pro capite, con possibili ripercussioni sui livelli dei prezzi, la stabilità sociale, le tensioni geopolitiche con il resto del mondo. Il dramma silenzioso che si osserva sui monti Anyemaqen non colpisce solo la Cina. I ghiacciai tibetani sono il serbatoio di tutti i grandi fiumi asiatici, oltre al Fiume Giallo nascono qui il Gange e il Brahmaputra, il Mekong e lo Yangze.
Lasciandosi alle spalle Halong, nel ritorno a valle si traversano villaggi senza scuole né ospedali, dove i bambini hanno le guance paonazze per la mancanza di vitamine. Al rientro nella città di Xining la prima immagine è un grande manifesto con la foto di un locomotore ad alta velocità. Esalta la nuova ferrovia Pechino - Golmud - Lhasa, la meraviglia tecnologica che per la prima volta ha rotto lisolamento terrestre del Tibet. I treni che ogni giorno sfrecciano oltre i 4.000 metri di altitudine fermano anche a Xining. Con queste prodezze ingegneristiche i cinesi sono convinti che porteranno lo sviluppo fin qui. Ma a pochi mesi dallinaugurazione la linea ferroviaria è già perseguitata dai problemi. In vari punti lo zoccolo del permafrost si squaglia e si muove, squadre di tecnici si affannano a riparare le prime avvisaglie di cedimenti strutturali lungo i binari. Nei loro progetti avevano dimenticato la malattia dei ghiacciai.
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martedì 24 ottobre 2006
ore 10:14 (categoria:
"Vita Quotidiana")
In Tv la gaffe di Diliberto: "Al Billionaire, ma col tritolo..." di ANTONELLO CAPORALE
Se ami la Jaguar perdi il diritto di essere di sinistra. Lo statuì tempo fa Oliviero Diliberto, che è ottimo comunista, persona spiritosa ma decisamente crudele nel riferire ciò che è bene e ciò che è invece male. Diliberto è contro il politicamente corretto, contro lenfasi patriottica. Presentadosi e riassumendo in una parola comè fatta la sua testa, ha detto: "Sono teorico del jaccuse". E perciò il suo animo impetuoso e certamente severo si è adombrato per una domanda di Daria Bignardi a La7. "Scelga un posto dove trascorrere una bella serata. Un luogo tra questi due però: la villa della Certosa del Cavaliere o il Billionaire di Briatore". Per Diliberto, che ha avuto in garage una Fiat Palio, lalternativa è parsa troppo satanica. Ha fatto così col capo e poi si è fatto esplodere: "Al Billionaire ma imbottito di tritolo!".
Il rito kamikaze gli devessere parso lunica via di uscita onorevole e consapevolmente antagonista, lultima difesa allo sfregio di entrare nel capanno lussuoso di Flavio, luomo-dollaro. A parte, nessuno se lo è chiesto, di capire come diavolo ci sarebbe potuto arrivare - se non da imbucato - nel vippissimo fortino sardo. Diliberto infatti teorizza (e dichiara anche di praticare) linsuperabilità di una vita da quattromila euro al mese, "perché il resto lo dò al partito. E dico che non è affatto poco, con quella cifra si vive bene, si arriva alla fine senza scosse, si ha anche la possibilità di fare spese voluttuarie".
Lintera mattina è passata tranquilla, nessuno si è accorto di niente, o comunque chi ha visto e udito, conoscendo Diliberto, ha compreso e perdonato. Verso le due, appena dopo lora del ristorante, hanno raccontato lepisodio a un deputato di Forza Italia, Giorgio Jannone. Jannone, subito scosso, ha diramato una lunga e preoccupata nota nella quale si ritiene che la battuta, ancorché illustrata col sorriso, fosse proprio vicina nel configurare un gravissimo reato penale: "Questa è apologia del terrorismo! Non è ammissibile che Diliberto possa esprimersi in questi toni. Neanche se scherza". E partita una richiesta di chiarimento, una delle tante che i deputati si scambiano durante la giornata e sempre attraverso testi scritti. Infatti costoro pur abitando sotto lo stesso tetto di Montecitorio, e avendo agevolmente la possibilità di chiarirsi, producono note ufficiali che convergono spesso in interrogazioni e interpellanze. Così ieri: alla carta di Jannone, altre carte. Una dellonorevole Piero Testoni e una del deputato Salvatore Cicu: "Deve scusarsi per quello che ha detto".
Cè stata attesa e qualche preoccupazione per Briatore, nel senso che si è ritenuto che anchegli potesse valutare di dover prendere la parola, specialmente adesso che è preso dalla curiosità di capire e calcare la scena politica. No, Briatore non ha commentato. E Diliberto non ha aderito alla richiesta di scuse ne gli è parso utile ridefinire il grado di provocazione e lampiezza dello scherzo delle sue parole.
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lunedì 23 ottobre 2006
ore 21:54 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Sanità, gli errori dei medici provocano 90 morti al giorno Oltre 14 mila decessi e 10 miliardi di euro di costi allanno
ROMA - Provocano più vittime degli incidenti stradali, dellinfarto e di molti tumori. In Italia le cifre degli errori commessi dai medici o causati dalla cattiva organizzazione dei servizi sanitari sono da bollettino di guerra: tra 14 mila (secondo lAssociazione anestesisti rianimatori ospedalieri) e i 50 mila decessi allanno, secondo Assinform. Il che signifuca circa 80-90 morti al giorno (il 50% dei quali evitabile), 320 mila le persone danneggiate. E con costi pari all1% del pil: 10 miliardi di euro lanno.
A fornire le cifre è LAssociazione italiana di Oncologia medica (Aiom), che in collaborazione con Dompé Biotec, ha organizzato un convegno nazionale proprio su questo tema. Che si tiene, oggi, allIstituto dei Tumori di Milano. Il tema del rischio clinico - afferma il professor Emilio Bajetta, presidente nazionale dellAiom - si propone come un argomento di grande attualità, con un forte impatto socio-sanitario. Lo scopo è migliorare la prestazione sanitaria e garantire la sicurezza del paziente oncologico.
Anche perché, nella speciale classifica delle specialità dove si commettono maggiori errori stilata dal Tribunale del Malato, loncologia con un 13% si colloca al secondo posto, preceduta solo dallortopedia e traumatologia con il 16,5%; seguono ostetricia (10,8 per cento) e chirurgia (10,6 per cento). A guidare invece la graduatoria dei reparti più a rischio cè la sala operatoria (32 per cento), seguita da dipartimento degenze (28), dipartimento urgenza (22) e ambulatorio (18).
Riguardo specificamente al settore oncologico, prosegue Bajetta, "quelli relativi al farmaco e alla corretta esecuzione dei protocolli terapeutici sono fra gli errori più frequenti in oncologia. Dagli ultimi studi internazionali risulta però che, sempre in questo ambito, le controversie per errori medici sono in diminuzione. La cosa però non deve sollevare in alcun modo il clinico dai propri doveri e responsabilità: una maggiore chiarezza nel comunicare i limiti della medicina e gli eventuali errori non può che giovare al rapporto col paziente".
In ogni caso, cè da registrare che il contenzioso in oncologia è in calo, con percentuali attualmente scese dal 13% al 10%. E il 90% dei medici o degli ospedali citati in giudizio viene assolta. Ma resta il problema dellaumento esponenziale delle cause intentate ai medici e dei premi richiesti dalle assicurazioni agli ospedali (fino a due milioni di euro lanno, per le strutture più grandi). Questo malgrado i progressi registrati in termini di sopravvivenza: più 7% negli ultimi dieci 10 anni.
I dati nazionali disponibili provengono da varie fonti (Anestesisti Ospedalieri, Assinform, Tribunale dei Diritti del Malato e altre): oppure sono proiezioni dalla letteratura internazionale (a partire dal rapporto Usa del 2000 "To err is human"); o ancora si riferiscono a studi e sperimentazioni condotti in grandi e piccoli centri di cura italiani.
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lunedì 23 ottobre 2006
ore 14:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Lascio la mula, quella che costa trecento fiorini, che è la migliore mula di Toscana al mio devoto amico- Gianni Schicchi.
Sono appena stato informato di aver vinto il premio Insistenza 2006. Grazie Sara, quando posso passare a ritirarlo??
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lunedì 23 ottobre 2006
ore 12:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 23 ottobre 2006
ore 11:17 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 23 ottobre 2006
ore 10:51 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Israele confessa: in Libano abbiamo usato armi al fosforo Umberto De Giovannangeli
Israele ha ammesso per la prima volta di avere usato bombe al fosforo nei 34 giorni di guerra in Libano. A rivelarlo è il ministro Yaakov Edri (Kadima, rapporti con il parlamento) in risposta alla interpellanza della capogruppo del Meretz (la sinistra pacifista) Zahava Galon.
«Le Forze di Difesa hanno utilizzato munizioni al fosforo in diverse forme in diverse fasi», afferma Edri. «Le Forze di Difesa - aggiunge il ministro - hanno fatto uso delle bombe al fosforo durante la guerra contro Hezbollah in attacchi sferrati contro obiettivi militari in campo aperto». Edri ha sottolineato che la legge internazionale non vieta l´uso delle armi al fosforo e che le «Forze di Difesa hanno usato questo tipo di munizioni in conformità delle disposizioni del diritto internazionale». Il ministro non ha specificato dove e contro quali tipi di obiettivi sono state utilizzate le bombe al fosforo. Il terzo protocollo della Convenzione di Ginevra sulle armi convenzionali che prevede restrizioni nell´uso di speciali tipi di armi non è stato siglato da Israele e Stati Uniti.
Durante la «guerra dei 34 giorni» diversi media internazionali, tra cui l´Unità, avevano resocontato di civili libanesi ricoverati in ospedale - molti poi deceduti - con ferite caratteristiche di attacchi con bombe al fosforo, sostanza che brucia quando viene a contatto con l´aria. Il Libano come il Vietnam. Racconta il dottor Hussein Hamud al-Shal, che lavora al Dar al-Amal Hospital di Baalbek, una delle città più colpite dai raid aerei israeliani nella valle della Bekaa, di aver ricevuto tre corpi «totalmente raggrinziti, con la pelle nero-verde», caratteristiche di ferite proprie delle bombe al fosforo. Le bombe al fosforo provocano ustioni dolorose e distruggono completamente i tessuti organici. Il colpo diretto di una bomba al fosforo determina ustioni serie e una morte lenta.
Il diritto internazionale vieta l´uso di armi che provocano «ferite eccessive e sofferenze non necessarie, e molti esperti ritengono che le bombe al fosforo rientrino direttamente in tale categoria. La Croce Rossa Internazionale ha stabilito che la legge internazionale vieta l´uso di bombe al fosforo e di altre armi infiammabili contro le persone, siano esse civili o militari. «L´uso di queste armi in un conflitto che ha colpito pesantemente la popolazione civile libanese, è un fatto estremamente grave, su cui occorre un supplemento di indagini. Ed è ciò che mi appresto a chiedere al ministro della Difesa Amir Peretz», dice a l´Unità la deputata Galon.
Le ammissioni del governo israeliano sull´uso delle bombe al fosforo nella guerra in Libano hanno provocato la protesta delle più importanti associazioni israeliani per i diritti umani israeliane, come B´Tselem, e di Peace Now: «Sono troppe e documentate le denunce sull´uso di "armi sporche" sia in Libano che a Gaza da poter essere liquidate come propaganda anti-israeliana. Dobbiamo fare piena luce su questa pratica», ci dice Yaariv Oppenheimer, segretario generale di «Peace Now» e parlamentare laburista. Dal Libano a Gaza. Altro teatro di guerra e di sperimentazione di «armi sporche». Indicativa in proposito è la testimonianza rilasciata al sito Peace Reporter dal dottor Joma al Saqqa, chirurgo allo Shifa Hospital di Gaza City. «I corpi di molte vittime dei bombardamenti israeliani - racconta il dottor al Saqqa - sono giunti allo Shifa hospital completamente fusi. Al punto di assumere un coloro scuro come il carbone. Spesso erano letteralmente spezzati. I feriti, invece, presentavano delle zone del corpo gravemente ustionate, con bruciature che avanzavano all´interno fino alle ossa distruggendo muscoli e organi. Alcuni dei feriti avevano le ossa degli arti completamente esposte e bruciate, senza più tessuti sopra...».
«Il solo contatto con le schegge di queste munizioni - prosegue il dottor al Saqqa - con il viso o altre parti del corpo produce bruciature che, quando colpiscono il volto, rendono le persone completamente irriconoscibili anche alle proprie famiglie. Le persone ferite da queste armi hanno raccontato di aver cercato di fermare il fuoco con acqua o sabbia, tutti riferiscono che "le fiamme tornavano ancora e ancora più alte"». «Le ferite che ci troviamo davanti, così come i corpi deformati dei morti - conclude il responsabile del reparto chirurgico dell´ospedale centrale di Gaza City - ci fanno pensare all´uso di armi al fosforo bianco e con sostanze batteriologiche che di fatto "avvelenano" il corpo».
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