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giovedì 14 settembre 2006 - ore 16:53


ALETHEIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



L’amore?

La più bella occasione per ripetere con entusiasmo

dei luoghi comuni.


(Ardengo Soffici)



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mercoledì 28 giugno 2006 - ore 18:18


ARIA CONDIZIONATA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



24 dicembre 1998, giovedì della Vigilia:

flaneur tra le luci, le vetrine e le bancarelle di torrone,

il cuore smette di stillare una goccia per volta e si scioglie

in un riparo di casa,

sicuro.




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venerdì 16 giugno 2006 - ore 18:30


BATTISCOPA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Tra le sedie da campeggio, le risate fluorescenti, le anime volanti

e la vaniglia degli abbracci,

hai dormito bene, Principessa?




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venerdì 9 giugno 2006 - ore 16:30


SINERGIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Io l’alzo.

Tu l’abbassi.


Come con la tavoletta del cazzo.




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martedì 2 maggio 2006 - ore 19:13


BODY-BUILDING
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Se Dio è onnipotente, può creare una pietra

che non può sollevare?




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venerdì 21 aprile 2006 - ore 18:20


FA LESZEK, HA...
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Fa leszek, ha fának vagy virága.
Ha harmat vagy: én virág leszek.
Harmat leszek, ha te napsugár vagy...
Csak hogy lényink egyesüljenek.

Ha, leányka, te vagy a mennyország:
Akkor én csillaggá változom.
Ha, leányka, te vagy a pokol: (hogy
Egyesüljünk) én elkárhozom.


Petõfi Sándor



[IO SARO’ ALBERO, SE…

Io sarò albero se ti farai
fiore d’un albero:
se rugiada sarai mi farò fiore.
Rugiada diverrò se tu sarai
raggio di sole:
così, mio amore, noi ci uniremo.

Se, mia fanciulla, tu sarai cielo,
io diverrò, allora, una stella:
se, mia fanciulla, tu sarai inferno,
io per amarti mi dannerò.
]


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mercoledì 19 aprile 2006 - ore 17:57


PARIS AT NIGHT
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte

Il primo per vederti tutto il viso

Il secondo per vederti gli occhi

L’ultimo per vedere la tua bocca

E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo fra le braccia.



Jacques Prévert



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giovedì 13 aprile 2006 - ore 18:35


ORLANDO FUORI-USO #5
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Io che mi confondo e poi attorciglio, sono sempre in contropiede sul tuo limpido sorriso. Il letargo di domeniche trascorse in graffianti rodimenti, ci tradisce infine al momento dei saluti: la stanza che era oblio ci ricopre di amarena e poi intontisce col rimbombo la rabbia che mi accusi. Arrampicato sul non detto, provo a rimediare, ma i miei occhi sono rapaci e molli come gli occhi di un cronico infedele. Non ho scuse né potere, ma solo pagine di goffe battaglie e rotaie cieche al finestrino dell’addio. Signora e messaggera di astinenza, non ho più maestri a cui chiedere né scale da risalire. Sobrio e sadico e deluso, accantono il futuro come scarpe rotte che preferisco andare scalzo. Scontato. Credo che questo indisposto crogiolare appartenga all’inferno e che la mia suite sia stata prenotata con l’anticipo dovuto: non ho altro da fare che procurarmi l’oliva per ordinare un Martini per dimostrare chi forse per contraddirmi di nuovo per toglierti quel bianco sfrontato tra le labbra.



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martedì 11 aprile 2006 - ore 19:20


PUNTI DI VISTA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



[…]

L’amore più non è quella tempesta
Che nel notturno abbaglio
Ancora mi avvinceva poco fa
Tra l’insonnia e le smanie,

Balugina da un faro
Verso cui va tranquillo
Il vecchio capitano.


(Da Ungaretti G., Il taccuino del vecchio, 27)



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lunedì 10 aprile 2006 - ore 19:12


CANI DI PAVLOV [abstract]
(categoria: " Vita Quotidiana ")



[…] Avanzi di talenti e virtù affamate dall’incuranza di noi, ci lasciamo a putrefare sull’asfalto urbano come liquame insolente e rientriamo a casa sfatti e spazzatura. Sfrontati, fottuti, dannati figli di vacche indorate e puttanieri proletari, le nostre esistenze si condensano in un lavoro che odiamo e in domeniche vuote protratte all’infinito. Ogni sera attraversiamo la strada e ne facciamo su un paio, a sbregarci di fianco all’entrata di un sagrato. Commentiamo i passanti che, come noi, fuggono le anime per le cose. Scommettiamo ancora sulle due o tre femmine del quartiere che talvolta appaiono come miracoli scaduti. Non sappiamo faraltro. La nostra arte è riciclarci attraverso l’oblio, ingenuamente fedeli a rituali di ritorno dell’identico partire e non trovare. Ogni tanto lanciamo sassi dai ponti, per niente, insultiamo i negri che ci vendono sonno e prendiamo a calci le puttane che ci scontano la bocca. Ubriachi, equilibristi, maldestri inseguitori, ormai baristi di noi stessi, veniamo tutti da una qualche lovestory totalizzante. Nomi diversi, nomi comuni, ma una stessa sostanza paludosa e affettiva da ricordare alla fine, con le smanie da notte inoltrata. Di Francesca, dell’illusione ripetutamente delirante, ci è rimasta l’impresa di averla scopata vergine da dietro su un sedile Lancia in alcantara. Di Beatrice, che sapeva sempre di gigli, ovatta e saliva, abbiamo ancora l’unghie piantate sulla schiena ed è un piacere ripensarci. Di Laura, disperata amata ed ebbra, portiamo il ricordo di provette colorate e farmacie e telefonate fiume e pianti e consigli idioti e una decisione in do minore. Di Silvia, la bestia che poltriva dentro gelosie esplosive e braci, abbiamo fissi i momenti in cui ci siamo incatenati tra le sue gambe e incantati come marie alla parole dell’angelo. La nostra generazione sta tracciando il corso di un segmento tra gli altri. Andare e venire. Sudare e sperare. Crediamo negli emolienti per pelli sensibili, nei mantra della dance, nelle lentezze della sartoria napoletana, nelle caramelle alla menta, nelle mani capaci a sturare spantasso dai lavelli, nei cicli economici, nelle strisce sbiancanti, nel domperidone, nella proporzionalità diretta tra chimica e svago, nei fattori di protezione, … crediamo, ma non abbiamo nessuna religione che non sia quella ufficiale di trascinarci con cinico latrare da una piazza all’altra. Noi - come i personaggi dell’assurdo - facciamo delle piccole estreme abitudini una specie di via; di salvezza; di verità; cerchiamo di non chiedere niente e di non andare oltre una spietata ricerca del possibile. Coccolati nel vizio, sì, ma anche disposti ad un inconfessato compromesso per tamponare questo inutile lago che tracima vita andante a male.



«Tutto va, tutto torna indietro; eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muove, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere. Tutto crolla, tutto viene di nuovo connesso; eternamente l’essere si costruisce la medesima abitazione. Tutto si diparte, tutto torna a salutarsi; eternamente fedele a se stesso rimane l’anello dell’essere. In ogni attimo comincia l’essere; attorno ad ogni "qui" ruota la sfera del "là". Il centro è dappertutto. Ricurvo è il sentiero dell’eternità.» (F. Nietzsche)


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