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![]() Nico, 31 anni spritzino di Padova CHE FACCIO? Lavoratore Sono single [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO HO VISTO STO ASCOLTANDO ABBIGLIAMENTO del GIORNO ORA VORREI TANTO... STO STUDIANDO... OGGI IL MIO UMORE E'... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE Nessuna scelta effettuata BLOG che SEGUO: BOOKMARKS Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti! UTENTI ONLINE: |
giovedì 6 aprile 2006 - ore 19:39 ORLANDO FUORI-USO #4 L’aria è carica di prodigi danzanti sui nostri sorrisi. Io ti tengo la mano come si afferra un’occasione e insieme andiamo a passi svelti incontro all’euforia for free. Facciamone più spesso di questi sogni, principessa, perché il mio abito sgualcito non tiene più né al clima né all’eleganza, mentre il divino permane testardo anche a scapito dei dubbi cartesiani. Meglio franare che posarsi, credimi, e ancormeglio accendere la luce e amarci così, aprendo i sensi ad un altro stralcio e ferendo il giorno di altrimenti. ![]() COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK mercoledì 5 aprile 2006 - ore 18:22 INSIEME #2 sei la Vita di una Vita che non vive che per l’Altra ![]() (Per Chi si ama Davvero…) COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 4 aprile 2006 - ore 18:08 INSIEME #1 sospesi in un respiro siamo polline di gioia nell’anima del cielo ![]() (Assisi - Sabato 25 luglio 1998) COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 30 marzo 2006 - ore 10:06 E TUTTO SOTTO CONTROLLO ![]() crucify the insincere COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 28 marzo 2006 - ore 18:10 CONSEGUENZE Camicia hawaiana. Paolo Conte. Ho ceduto. Lo sapevo. Sono qui a suonare il pianoforte perfetto, disinfettato di amuchina e col cervello sconvolto. Diafano mi rintano in isole del sole appese e non saprei cosa risponderti in un giorno come il nostro. Posso solo dirti che i comandamenti sono sempre stati scritti in chiostri confinati, perché qui, in quest’orgia perenne di sinestesie, diavolerie parlate e corpi avvinti, non ci sono filastrocche per essere salvati. Nel movimento del tutto intorno a me che come centro mi distinguo – d’aria - da qualche parte c’ero – in comunione - ci saremo. E se il Paradiso esistesse, principessa, non sarei di certo io a dover dare delle spiegazioni a Dio. Ti aspetto alla fermata, dunque, per fare ancora tardi insieme… ![]() LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK venerdì 24 marzo 2006 - ore 08:22 LASSO PIGLIA-TUTTO A quel tempo, il mio profilo argenteruleo si beava assuefatto tra sinedri di poesie e liquori dolci. Passavo le giornate a mangiarmi l’anima e a mondarmi il pube. Ne assaporavo il niente e il nulla. Nel mio salotto barocco, dorato, fabbricavo lamenti sul triclinio di un’esecuzione privata, quotidiana, sprofondando nell’imbottitura di viscere e cuscini. Ero puro alla rovescia, idealmente mistico di sensi acerbi come acini al mattino. Tu non c’eri ancora e potevo meditare assorto sul mio fegato depresso. Un canto ovale sosteneva la costrizione del respiro stanco e reciproco di cedimenti. Lisciavo la mia pallida magrezza come la schiena di un felino e mi lasciavo marcire all’ombra di drappi e velluti alle finestre. Ricordo che ero dalla parte dei deicidi, dei saltimbanco, dei sabotatori e degli amanti che sparano agli amanti per gelosia di un de profundis anale. Impudicamente francese e ammorbato, scambiavo analgesici per spilli da balia e tenevo a bada le chimere con formule magiche in endecasillabi a mollo. Così ero, gentile puttana, surfing myself col sangue dal naso che veniva regolare come un flusso mestruale di vita che imbratta e si butta nel cestino. Poi t’incontrai. Di ritorno da un viaggio, l’ontologia mi accoglieva tra i suoi discepoli e una musica swing gorgogliava sinistra dalle casse. Fuori maltempo, padano, ed io neldentro impreparato: volevo essere vivo come si è vivi quando si è vivi e lottavo nåif contro la pigrizia, questo cardine e ruotare senza una risposta che mi annidava in me come ad un vicolo cieco. Tu avevi gli occhi larghi dello Stilnovo e le labbra sottili delle antiche sibille. Dal secchio di un lavavetri immaginifico, un pomeriggio sacro, mi ritrovai a Venezia, tra l’esanguità della laguna, il remare dolce e ramingo, l’inverno e le mani fredde che ci slacciavano confidenze e si infilavano nel tuo costato come una lingua di umidi bisbigli. Ci stringevamo affini, mirabolanti e rocambileschi nelle nostre sciarpe. La comprensione è sempre del tutto, pensai, e da quel giorno divenni un insetto da macello sul crinale di una contraddizione, a chiedermi ogni istante se può esserci pace per un amore decapitato tardi o un’amicizia lasciata a morire di fame. Smisi con i quattro principi, l’efedrina e l’etere e inizia con te, donna dalle curve di violino e dai pensieri salmastri. (Il nostro amore ha avuto il ritmo di queste parole, di un sussurro d’aiuto nello sgabuzzino dove riposano gli stracci e la scatola dei ricordi, di un battere di ciglia leggero in un luogo frondoso da cui si intravedono barbagli di speranza. Seduto sotto un salice come si sta svenuti su una giostra, ho messo il pianto davanti al Faust, consapevole che nemmeno il diavolo si sarebbe curato della mia anima in liquidazione. Mi sono sprecato, mi spreco. Consumista di me stesso, ho puntato più di ciò che ero e ho perso: l’ho capito quando, rabbrividendo indifeso, ho intuito, nella tua espressione evanescente, le Stan Smith e la polo azzurra che portavi vergine e ventenne). ![]() Fermo un taxi ideale per riportarti nella nostra domus di deflagrazione e piatti sporchi. “C’è posto qui per due creature infelici?” L’uomo mi sorride comprensivamente anonimo e accenna ai tuoi fianchi. “Il tempo del saliscendi è finito”, azzarda, mentre io ti stringo davvero per l’ultima volta e provo a parlarti. “Cara, regina della mia pattumiera interiore, questa sera i tuoi occhi erano zozzi di nero. Ci siamo accovacciati di nuovo tra il cashmere e gli accordi di basso per raccontarci una storia. Sei stata gentile tu - così sembri - da non chiedermi più di differenziare: sai che ne ho poche e che mi sono svuotato (non solo dentro). Ti ho scrutata attentamente e non credere che non capisca: seduta con i pugni in pancia, raccolta gravida di idee malsane, sei pronta a uccidere per dimenticare…” Ti aggiusti i capelli dietro l’orecchio, fredda come la morte. “Ma non ti accorgi che i nostri visi non sono che maschere sepolte dentro a giornate di bitume?” A queste parole, i miei lineamenti di personalità friabile e masticata come una smorfia prendono la consistenza dell’aria. Tenerti per mano sarebbe una scienza e so già che ci saranno orari e incontri per tremare ancora come tigri di carta, mentre un’assenza di noi dirigerà le cose lungo una volontà universale. Cado scendendo. Cado salendo. Mi sfregio asfalto i palmi delle mani che avevo per pregare e per sbucciare arance. Come è strano come tutto brucia all’improvviso – sento - compresi i sentimenti intimi non detti che infiammano l’inevitabile di lamentevoli ciance. Non sono più partecipe, ma gioco lo stesso. Continuo ad indossare lo stesso vestito, con entusiasmo forzato, ma so che tradisce la mia debolezza zodiacale. Rivoglio le domeniche bambine e la saggezza dei miei nonni, rivoglio, perché ho coscienza che la vita è più complessa della morale o di una fantomatica vaudeville da borghese. E in ogni caso, la felicità sceglie sempre per chi non ce l’ha. E dire che "Il nostro assoluto”, dicevi “non ha bisogno di niente!” E’ stato tutto un rigurgito di malefica giovinezza e fica e sperma. Mi tengo aggrappato alla maniglia come un quadro in un bilico arruginito, e per quanto soffra non riesco a svenire. Piscio e teologia si intrecciano col vomito indotto dell’abbandono e mi viene solo da pensare che è tardi, domani ho mille scadenze e ci vorrebbe un bagno in sali di organza per ridarmi l’igiene emotivo cui anelo. She’s going to break my heart in tanti piccoli pezzetti (Nico canta) che ricomporrò paziente come un Legospazio. La mia suite all’inferno ha il n°. 37. I muri e il pavimento sono in aisi 304 per alimenti, che io possa fare di me focacce di frattaglie e packaging da corsia. Ho anche una discreta dose di aspirine e antivita, tanto per essere sicuro. Passerà anche questo come tutto passa su rette di nostalgia ricurva e non saremo più gli stessi: io ho i piedi spezzati e i polsi sanguinanti cuore - tu i segni conclamati di una patologia predestinata dal primo respiro, secondo una sequenza fisica di cause e conseguenze. Ma è troppo complicato da capire (l’amore tra noi è complicato), troppo farraginoso da gestire e altrettanto funesto meditarci sopra. Ti confesso che ho firmato l’ipoteca sulla prima volta: il commercialista afferma che non c’è altro tao e l’avvocato mi consiglia di intentare. Nel frattempo, mi faccio gli orli all’anima perché non strisci a terra. Al posto dello stomaco incastrato nella mente, ci sono immagini di te che ti fai prendere da un altro ed io sto solo, tiepido declino sotto le coperte. Negli occhi di un cane rivedo la saggezza di ciò che ero avanti Cristo, come un tentativo di scordarmi la carità e la rabbia che mi dividono e mi contrappongono ai fantasmi d’indaco mood. Ora so che una donna, se vuole essere la mia donna, deve essere fatale. Essermi fatale. ![]() [Dedicato alle tre E. della mia vita. Dedicato a chi sa usare la sofferenza come uno stilo e si scrive le proprie cose addosso. Dedicato anche a Te, che non mi capirai mai.] LEGGI I COMMENTI (7) - PERMALINK mercoledì 22 marzo 2006 - ore 19:01 TIENIMI, CHE IO POSSA LASCIARMI ANDARE… Albero chitarra sapore di avana cielo disteso una mano affusolate le dita una ruga nel viso una voce di anziana il parcheggio è vuoto la spiaggia a settembre un cane che abbaia la ricerca del vero la sconfitta del giorno le vendette notturne come lame e orizzonte infinito desiderio di non essere qui e nell’essere altrove di tornare non ricordo più la tua voce una strada di Parigi che sapeva di pane una riva della Sardegna che avrei potuto morirci dov’è la mia casa? perché ho tanto freddo? tra le cose che cerco non ce ne sono di grandi la prateria un sinonimo l’immenso e illuminarsi la penombra della sera le luci di Ferragosto una malinconia di giugno Vecchio: ripensare a serate come questa in cui la vita è ancora possibile e le rovine sono futuro Pavese e il suicidio ortiche e cioccolato i tuoi baci e un cuscino per dormirci E poi lasciarsi morire nell’acqua bassa, come in questo scrivere e disordine E poi lasciarci morire nell’acqua bassa come queste parole inutili ![]() COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 21 marzo 2006 - ore 18:22 SUN-DAY La casa inzuppata. La banda sbagliata. La domenica destra. Come in un reportage sulla Berlino anni ’80, fissarsi per ore la punta delle scarpe. Gettarsi in essere e nulla. L’eleganza dell’andare a vuoto. Al fronte. Al niente. Per cosa? ![]() LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK lunedì 20 marzo 2006 - ore 19:01 ORLANDO FUORI-USO #3 Sono racchiuso tra mura ottagonali che significano infinito ma sono pur sempre mura, e tra questo ciondolare insufficiente di certezze non pensate e il ticchettio assonante di scherno dal creatore, faccio della mia vita un prodotto letterario che abbia senso consultare o addirittura comprendere. Per il resto sono io. ![]() COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK domenica 19 marzo 2006 - ore 16:45 CANI DI PAVLOV Siamo cani di Pavlov, esseri senzienti aggrappati a un seno come iene di istinti vogliosi di essere redenti. Animali meccanici e reattivi, giulivi e fastidiosi, sempre preda e vittime di atavici fermenti, riempiamo il tempo con allergie verbali e nullità concrete. Con noi si lega, ma senza stringere il nodo. Siamo amici nel prendere e timidi nel dare - da evitare in caso di bisogno - ma utili per gli abbracci entusiasti, i massacri spirituali e le risate esagerate di chi si sballa ed è ancora giovane, inconcreto e il lettofatto. Come pagliacci imbecilli saltiamo intorno ad un fuoco muto con le nostre lunghe sciarpe e i veleni a cui siamo assuefatti. Dell’amore facciamo ironia e della nostra amicizia abbiamo fatto sangue molti anni fa, ormai. Ci danno degli pseudoumani, degli ignoranti, dei liberalrandagi, ma siamo solo cani, cani di Pavlov, biechi e in ritardo anche il giorno del giudizio universale. ![]() “Tutto quello che chiederete con fede, nella preghiera, lo otterrete” (Matteo 20, 22) COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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