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NICK: raggioverde
SESSO: m
ETA': 33
CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
STATUS: sistemato

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[PROFILONE COMPLETO]

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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere


HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle


STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto


ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema


OGGI IL MIO UMORE E'...
strano


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)

 


MERAVIGLIE

1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)





“Cosa sarebbe un raggioverde? Una parte dell’ arcobaleno, una scossa elettrica che attraversa uno spazio dove manca l’aria, un fenomeno meteorologico, forse anche un estratto da un film futuristico...

"Dicen que soy medio tocado
pero yo soy lo que soy..."

(Erick de Timbiriche, "Amame hasta con los dientes")

Certo che "lo que soy" è tutto un altro mistero! E come ogni mistero che si rispetti, va rivelato piano piano...

Io sono più o meno così:
sono l’ unico portoricano che ha lavorato per un’ emittente radio di greci pontici (=venuti dal Mar Nero)
parlo cinque lingue e mezza, ho cominciato lezioni di una settima per poi lasciarle, ma mi piacerebbe imparare anche altre (soltanto non il tedesco per favore!)
il mio nome completo consiste di 4 parole
ho scritto un romanzo che non riesco a far pubblicare, mi piacerebbe scrivere anche altre cose ma spesso le comincio e poi non le finisco
ho delle tazze di caffé provenienti da
Taiwan, Cipro, Salonicco e Alessandropoli, nonché un posamatite da Belgrado, bicchieretto da Thasos e una rana peluche che fa "Coquí... coquí"
ho mandato un organizzatore di convegni a quel paese in cinese (non lo parlo ma lo parla il mio fratellone) davanti all’ ambasciatore della Cina
su una scheda per aspiranti lavoratori ho scritto sotto la rubrica "altre attitudini" che so "aiutare i gatti a fare le fusa"
ho fatto dei viaggi intercontinentali per motivi di studio a 16 e 17 anni
ho trasformato il futuro in un melone
canto quando non ascolta nessuno
insomma, sono sicuro come un canguro, esatto come un gatto, matto come un mattone e fuori come una piazza!

Ancora non si capisce un cavolino di Bruxelles? Allora leggetelo sto blog e forse tutto diventerà un pò più chiaro... e forse no! ”

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ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


venerdì 30 maggio 2003
ore 22:05
(categoria: "Vita Quotidiana")


Alcune espressioni di cui abuso
Sarebbero troppe per mettere nel profilone, quindi le metto qui:

Vero verissimo!
Accicavolo! (anche: accicavolo sul accitavolo!)
sicuro come un canguro
esatto come un gatto
matto come un mattone
cosa c'è, micia? (anche: ti stracoccolo micia! -- carezzine per gattine)
tante angurie a te...
ma va al bar!
ho bisogno di un caffé...
naturalmente
dagli quello che si meritano
non direi proprio
meglio rompersi le scatole che rompersi le scapole
se lo credi quello, ho degli appartamenti sulla luna da venderti
accidenti proprio a tutto!
ricevuto, apprezzato e ricambiato!
vai e vola!
non me ne frega un cavolino di Bruxelles...
Dio ha il senso dell' ironia
Ipersquisito!
dov'è andato (anche per una stanza o un edificio)?
fatti fregare da un porcospino!
non ho nessuna relazione con la realtà... e non ho nessuna realtà nelle relazioni!
le cose facilmente ommesse si intendono
ho fame
non so proprio niente
mi dichiaro completamente estraneo alla faccenda
stammi bene
ma cos' hai in testa?
qualcosa non va
il futuro è un melone
ci vedremo se non fai attenzione
alla velocità di un treno giapponese

... secondo me, basta così per il momento!


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giovedì 29 maggio 2003
ore 22:10
(categoria: "Poesia")


Capitolo 6 di "Stella Sbandante"
Dopo un capitolo di "Stella Sbandante" dedicato ad Ivo, ecco uno dove protagonizza Marina...

Sei
3 marzo 2000

Quel sabato Marina si svegliò lentamente, a ondate, senza la punzecchiatura improvvisa di una sveglia pronta a interrompere anche il più bello dei sogni. Prima la sensazione di potersi muovere, poi le palpebre ancora pesanti, poi si era accorsa che la coperta marrone le lasciava appena scoperta la spalla sinistra e che provava una sensazione di calore causata da un peso leggero sulla gamba destra. Aprì gli occhi poco a poco. Un gatto di color bianco e arancione dormiva accanto a lei, appoggiando una zampa e la testa sul suo polpaccio. Sarebbe entrato mentre dormiva, pensò la ragazza. Guardò la sveglia a radio che si trovava sulla sua scrivania, all’ altro estremo della stanza. Le nove e cinque, indicavano le luci elettroniche rosse. Si stirò le braccia languidamente, lasciò andare un respiro profondo. Che giorno era? Sabato. Che c’ era da fare? Come sempre i compiti, ma non troppi stavolta per fortuna, il semestre si trovava ancora relativamente all’ inizio. Si spostò la gamba un pò, svegliando il gatto, che si stirò pure, si pulì la faccia con le zampe. “Vieni Mellato, vieni bel micio, vieni vicino” gli disse lei in una voce tenera, e Mellato si avvicinò a passi lenti per farsi accarezzare, movendo prima una zampa, poi l’ altra, poi le due zampe posteriori, per arrivare esattamente sotto la mano destra di Marina. Una carezza, due carezze, tre carezze, un’ altra dalle orecchie fino alla coda, e cominciarono le fusa. Tutti e due gatti appartenevano alla famiglia intera, ma per qualche motivo sconosciuto, Mellato si era affezionato più a Marina, e se trovava la porta della sua stanza anche un pò aperta, entrava a cercarla, e di notte, veniva anche lui sopra il letto. Argenta, la gatta grigia, faceva lo stesso con Piero, qualche volta anche addormentandosi sulla sua scrivania, davanti allo schermo del computer.
Dopo alcuni minuti di carezze e fusa, il gatto si allontanò, scese dal letto, e uscii dalla porta, probabilmente in cerca di colazione. Marina si levò dal letto, sistemò la coperta un pò, e poi si mise le pantofole. Indossava una camicia di notte bianca, con maniche larghe, decorata da pallini rosa. Guardandosi allo specchio, si dette due colpi di spazzola ai suoi lunghi capelli biondi, e gli mise una barretta azzurra. Poi prese un accappatoio fiorito da un gancio e se lo mise sopra la camicia di note, allacciandosi anche il cinturino. Si sedette sopra il letto, levò uno dei due cuscini, e trovò i messaggi di quel ragazzo conosciuto poco fa, che anche dalla distanza svegliava nuove sensazioni dentro di lei. “Buona fortuna in tutto, Marina, ricorda che sono dalla tua parte…” Ma come sarebbe lui davvero? Se in qualche giorno si trovassero fianco a fianco, Ivo le parlerebbe dello stesso modo sincero e sensibile, come scriveva? Era così diverso da tutti gli altri ragazzi che lei aveva conosciuto, anche se non erano tutti uguali tra di loro. Ognuno aveva trovato un modo nuovo di deluderla. Ivo non sarebbe così, era convinta, era lui la speranza, magari anche il futuro. “Ho trovato qualcuno che mi apprezza”, si disse a voce alta. Anche sentirsi dire queste parole la davano una sensazione di leggerezza, di forza, di certezza, di felicità. Sorrise. Mise i messaggi di nuovo sotto il cuscino. Aprii la porta, attraversò il salotto e passò alla cucina, per prendersi la colazione. E di colpo capì che qualcosa non andava bene.
Per primo, tutti i quattro fratelli si trovavano dentro, Stefan e Jonas, i due biondi, seduti, Gianluca, il più grosso e l’ unico baffuto, e Piero, l’ unico dalla carnagione scura, in piedi. E già vestiti tutti e quattro, nessuno in pigiama o senza le scarpe neppure. Stefan e Gianluca la guardavano di modo piuttosto strano, come un professore che interroga uno studente quando sa che lui non sa la risposta. Marina li guardò tutti e quattro, notando i loro atteggiamenti: Stefan, il ritratto dell’ autocontrollo machiavellico, Gianluca insistente, Jonas quasi annoiato, Piero evidentemente a disagio. Lo intuii in mezzo secondo, era giunto il momento di un’ altra scena.
Nessun buongiorno, nessun “hai dormito bene”, niente di offrirle del caffé o dirle che c’erano dei cornetti freschi sopra il frigo, niente di simile. Come sempre, fu Stefan a cominciare. “Chi è questo tizio che ti vuole stringere?”
“Di che cosa parli?” replicò Marina.
“Non fare l’ ingenua,” disse Gianluca. Il suo ruolo era quello del mostro. “Stefan ha trovato alcuni messaggi che ti ha scritto un tale Ivo, e ha visto che gli scrivi le tue lamentele su di noi. Allora spiegaci che c’è di mezzo.”
Marina si voltò verso il più grande dei suoi fratelli, quello che aveva mantenuto la famiglia dopo il divorzio dei genitori. “Allora adesso frughi sotto i miei cuscini? Qual’ è il prossimo passo, Stefan? Farai delle indagini negli abiti usati? Oppure vuoi cercare messaggi nel cassetto della mia biancheria intima? Se vuoi, te la porto tutta, te la butto qui sul tavolo, e cerca con calma. Ma ricordati di restituirmela dopo.” Poi arrossì, sorpresa di aver potuto dire queste parole.
“Facciamo con calma,” disse Jonas, “non c’è bisogno di prendersela così.” Queste stesse parole le aveva detto anche l’ ultima volta, quando Gianluca aveva accusato Marina di “travestirsi da puttana”.
Stefan prese la parola. “Nessuno ti sta dicendo come devi pensare. Quello che io voglio sapere è perché sentivi il bisogno di dire tante cose a un’ estraneo, invece di parlare con noi. Dopotutto, siamo famiglia.”
Piero guardò il tetto per due secondi, e poi parlò per prima volta. “Stefan, credo che tu non vuoi davvero sentire la risposta.”
Gianluca lanciò uno sguardo di sdegno verso Piero “Non facciamo un dibattito politico adesso. Chi è questo ragazzo, come l’ hai conosciuto, che tipo è, e perché ti sta tanto a cuore da denigrarci?”
Marina ricordò quello che aveva scritto nel suo ultimo messaggio a Ivo. “Dammi un pò del tuo coraggio…” Adesso c’era bisogno. L’ ultima volta aveva pianto. Ma adesso c’era una risposta da dare. “È un ragazzo simpatico, l’ ho conosciuto in chat. Se gli ho parlato di quello che sentivo, era perche mi fidavo di lui. Ero sicura che lui mi voleva capire. Al contrario di voi.”
Stefan si raddrizzò la schiena. “Che ti fa pensare che non ti vogliamo capire? Altrimenti, perché ti staremmo chiedendo cosa succede? Se non ti volessimo capire, non ti chiederemmo proprio niente, non ci interesserebbe.”
Marina parlò di nuovo, stavolta lasciando che le parole venissero da sole, senza nessuna riflessione prima. “Stefan, sono stufa di questa farsa. Quale sarebbe un buon risultato per questa discussione, secondo te? Un accordo su cosa posso o non posso dire a un ragazzo che mi interessa conoscere? Oppure un patto, dico quello che voglio a Ivo ma non indosso un vestito più scollato di così?” Disse toccando il primo bottone della sua camicia di notte. “Oppure non gli posso dire niente ma posso uscire con una scollatura così?” Con una mano, tracciò una linea sotto il suo seno. “Jonas, quando è stata l’ ultima volta che Stefan ti ha chiesto cosa dici alla tua moglie? E Stefan, quando tu eri ancora sposato con Patrizia, Gianluca e Piero e Jonas ti chiedevano se le parlavi di loro? Già che ci siamo, Gianluca, l’ estate scorso ti dicevano ti non indossare una maglietta che mostrava i peli delle tue ascelle?”
Jonas la guardò come se la vedesse per prima volta. “Allora sei arrabbiata sul serio.”
“Sono domande completamente legittime,” disse Piero. “Vediamo chi si azzarda a dare la prima risposta.”
“Fratellino avvocato difensore,” mormorò Gianluca.
“Miao” disse Argenta. Tutti guardarono intorno. La gatta grigia si frottava contro le gambe di Piero. “Mrrrmmiaaaaoo!” Piero si chinò per accarezzarla. “Che c’è, Argentina? Micia micetta miciosa, vuoi qualcosa da mangiare? Mmm, vieni qua, vieni qua…” e aprì il frigorifero per estrarre un piatto di plastica coperto di lamina di alluminio. Prese un cucchiaio, e mise un pò di cibo nella ciotola della gatta, che non smetteva di miagolare durante questi preparativi. Poi quando la ciotola toccò terra di nuovo, cominciò a fare le fusa. “Eccoti servita, gattuccia, buon appetito!” Argenta si buttò immediatamente sul cibo.
Stefan si rivolse a Marina con lo sguardo molto meno intenso di prima. “Allora, Marina, cosa vuoi da noi?”
“Lo stesso che avete già voi quattro. Un pò di spazio, un pò di aria per me. Sono stanca di sentirmi sorvegliata e poi messa sul banco dell’ imputato ogni tanto. Una cosa è interessarvi, un’ altra è interrogarmi. Chiedermi scusa non starebbe male. Oppure potreste rispondere alle mie domande.”
Pausa di quasi un minuto. Stefan guardava Marina ma senza alzarsi completamente gli occhi, Marina guardava tutti, Gianluca guardava la porta della cucina, Jonas guardava il pavimento, Piero guardava la ciotola di cibo di Argenta, ormai svuotata e lasciata.
“Nessuno mi ha parlato mai delle mie camicie,” disse Gianluca. Poi un’ altro minuto di silenzio.
“Ecco, l’ unica cosa che vogliamo davvero è che tu non ti faccia del male,” disse Stefan molto rapidamente, con la testa abbassata.
“È colpa nostra, ti vedevamo ancora come una ragazzina,” aggiunse Jonas.
“Non ti abbiamo nemmeno lasciata fare la colazione,” disse Piero con un sorriso velato.
“Allora, niente più interrogativi e sopratutto niente frugare tra le mie cose. Niente insulti o ironie sulla mia vita privata, come non ho mai fatto niente di simile riguardo alla vostra,” disse Marina, fissando Gianluca con lo sguardo, “E niente telefonate alle mie amiche per sapere se parlavo davvero con loro la sera anteriore o se mi trovavo da loro in certi momenti. Lasciatemi vivere.”
“D’accordo,” annuì Stefan. “Scusaci, Marina, non ci comporteremo come prima. Promessa.”
“Ti lasceremo vivere,” disse Gianluca. Come se avesse pensato al contrario prima.
“Se no, richiamaci all’ ordine come stavolta,” disse Piero, adesso sorridendo apertamente.
“Sei diventata una donna forte.” Jonas guardava la sua sorella senza nascondere uno sguardo di ammirazione. “Una vera Della Roccia.”
“Prendi un caffé”, disse Piero con una carezza breve alla spalla destra di Marina. Poi lasciò la cucina, seguito dopo alcuni secondi da Gianluca. Jonas mormorò che doveva telefonare a Annamaria, la sua moglie, per sapere se doveva andare al supermercato prima di tornare a casa, e tornò in salotto, dove stava il telefono.
Era rimasto soltanto Stefan. Si alzò lentamente, si avvicinò a Marina e prese le sue mani. “Marina, devo dirti una cosa. Quel ragazzo, Ivo, è riuscito a capirti meglio di me, malgrado il poco tempo che vi conoscete e la distanza. Ero francamente geloso, ma vedo che avete instaurato tra di voi un rapporto basato sulla fiducia mutua e la stima sincera. Se continua così, magari potrà farti felice. Complimenti.”
“Grazie, Stefan,” disse Marina, adesso sorridendo come una bambina che riceve un regalo inatteso. Il suo fratello strinse le sue mani un attimo e poi la lasciò sola nella cucina. Marina prese una tazza, mise in funzione la macchina del caffé, e prese il latte dal frigorifero, ma con gesti meccanici. Stava già pensando a cosa scrivere a Ivo nel pomeriggio, in qualche pausa tra i compiti. “Carissimo Ivo, oggi sono davvero felice, e questa felicità la devo in gran parte a te… Questa volta i miei fratelli hanno cercato di rimproverarmi, ma mi sono difesa, non ho avuto paura di ferirli, e ne sono uscita vincitrice… Se ti avessi trovato accanto a me ti avrei abbracciato e ti avrei anche baciato sotto gli occhi dei miei fratelli, non tanto per farli arrabbiare ma perche sarebbe stato quello che sentivo, sarebbe stato un bacio dolce per un ragazzo davvero speciale…Non voglio vivere di rimpianti, sono sicura che l’ avrei fatto…” Sorrideva, e c’era una luce speciale nello suo sguardo.


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giovedì 29 maggio 2003
ore 15:35
(categoria: "Musica e Canzoni")


In mancanza di ispirazione spontanea...
Non lo so perchè vedere i blog degli altri fa scappare ogni idea di qualcosa da scrivere nel mio, ma in effetti l' ispirazione si trova da qualche altra parte.

Quindi per ora metto un' altra canzone, scritta alcuni mesi fa:

Romanzo per strada

E c’era Roma così lontana
e c’era Roma così vicina
Ma che facevi andando a piedi
a mezzanotte sulla Tiberina?

La tua macchina era in panne
ma volevi andare a Nazzano
io l’ auto avevo già perso
nel buio tra Castelnuovo e Fiano

Non c’era più nient’ altro da fare
così insieme ci incamminiammo
parlandoci di tantissime cose
conoscendoci con ogni passo

Se vuoi andare in montagna ti porto
ma prima resta un pò con me
la tua voce mi convince
la vita ancora bella è

Vieni con me in capo al mondo
nei luoghi che non hai visto mai
lascio da parte la speranza
che di me ti innamorerai

(musica)


Nel sottosuolo del palazzo
dove da mesi non sono stato
c’era ancora il vecchio tandem
da quando quasi ero sposato

Mi hai spiegato a metà strada
tra pedalare e ansimare
che andavi ad incontrare l’ uomo
che eri convinta di amare

Mi dissi “Quella che ti pesca
sarà davvero fortunata”
e al salutarci in vetta al monte
sulla guancia ti ho baciata

Non è tornato quel momento
e non ti incontrai mai più
mi manca ancora l’ emozione
che dentro me svegliavi tu

Non far lo sbaglio di cercarmi
perche non mi troverai
manco ti sapranno dire
in che data me ne andai

Adesso Roma è più lontana
non so cos’ altro si avvicina
sono scomparso oltre la nebbia
cercando un’ altra eroina.

NOTA PER CURIOSI E INDISCRETI: non è una storia vera. Sì ho abitato a Fiano Romano in Provincia di Roma (conosciuto anche come "Posto Sbagliato, tra Mezzo del Nulla e Quelpaese") ma in più di 3 mesi lì non ho conosciuto neanche una persona! L' unica consolazione è che non ho mai dovuto fare tutta la Via Tiberina a piedi.


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mercoledì 28 maggio 2003
ore 12:59
(categoria: "Poesia")


Visto che non c'è la sezione "Romanzi"...
Il primo capitolo del romanzo "Stella Sbandante" che sto scrivendo:

Uno
21 ottobre 2000

Due uomini passeggiavano nella mattina d’ autunno, non molto dopo l’ alba. Entrambi portavano abiti di mezza stagione. Uno di loro, quello biondo, era vestito completamente di azzurro, eccetto le scarpe: indossava una giacca azzurra di lana e pantaloni meticulosamente stirati, mentre le sue scarpe erano nere, lucidate appena quella mattina. Magro e molto alto, si muoveva un pò bruscamente, come se non si fosse mai abituato alle dimensioni del suo corpo. Ogni tanto spingeva i suoi occhiali più in su sul suo naso oppure guardava intorno. Il suo viso era pallido, ma arrossito dal vento che soffiava. Era un uomo maturo, tra i trentacinque e i quarant’ anni.
L’ altro, circa dieci anni più giovane, quindici centimetri più basso e più corpulento, indossava una giacca di cuoio verde, di stile fiorentino, e jeans neri. Aveva i capelli neri cortissimi, come da soldato. Le sue guance arrotondite e il suo naso dimostravano le sue origini slaviche. I suoi occhi scuri erano piccoli e concentrati, guardando sempre davanti. Non si era raso da tre giorni. Nella mano destra teneva un guinzaglio. Un pò più a destra, un pastore tedesco robusto seguiva i suoi passi.
“Insomma, Ivo” disse il biondo, “mi vuoi spiegare cosa pensi di fare? Vieni a casa mia a svegliarmi alle sei, poi mi porti da un amico tuo per prendere questa bestia, e adesso ci troviamo in questo postaccio.”
“Vedrai, Stefan,” disse l’ altro. “Non siamo ancora arrivati.”
Si trovavano in una zona industriale. Fabbriche grigie e rumorose, circondate da auto vecchie e furgoni di ogni dimensione. Dagli edifici delle fabbriche protrudevano tubazioni, condotte e altri impianti di tutto tipo. Vapori scomparivano nel cielo mezzo nuvolato. Anche fumi, ma più lentamente. Il cane si alzava le orecchie, si muoveva la testa, annusava l’ aria. “Buono, Tobia” gli diceva Ivo ogni tanto.
Poco a poco le fabbriche diminuivano. Dopo l’ ultima, la strada diventava soltanto un sentiero stretto. A entrambi lati del sentiero, pietre, cespugli, ed erbe si alternavano. C’ erano anche alcuni alberelli privi di foglie. All’ orizzonte si vedeva un ruscello fangoso attraversato da un ponte di pietra.
“Ma tu credi di trovare Marina proprio a Ponticello?” chiese Stefan.
Ivo non si girò la testa, non indirizzò nemmeno uno sguardo verso il suo compagno. “No, non lo credo per niente,” fu la sua risposta seccata.
“Allora perché l’ unico giorno della settimana che non vado alla clinica mi vuoi trascinare in una colonia di zingari?”
Ormai si avvicinavano al ponte. All’ altro lato del ponte, il terreno era coperto di alberi, a una distanza di almeno cento metri dal ruscello. Alcuni degli alberi erano già stati potati, altri tagliati per completo. Al suolo si immischiavano le foglie cadute e i rifiuti: sacchi di plastica, rottami, lattine, bottiglie, anche una sedia rotta. A distanza compariva qualche nuvoletta di fumo, mentre l’ odore particolare che si notava tradiva la presenza di plastica tra la legna che si bruciava. Ivo si fermò e fissò Stefan con lo sguardo.
“Quando Marina è fuggita dalla casa, è andata da un gruppo di zingari, vero?”
Anche Stefan si fermò. “Sí, ma non erano questi, era andata da quella maledetta, come si chiama, Alba, ricordi? Da questi qua perché andiamo?”
Ivo sospirò. “Tutti questi hanno qualche tipo di mafia tra di loro. Alcuni gruppi si odiano pure. Quelli di Ponticello non sono i peggiori, ma stanno qui da parecchio, allora forse sapranno dirci qualcosa.”
Adesso che stavano davanti al ponte, nei varchi tra gli alberi, Stefano ed Ivo potevano vedere alcune tende, principalmente arancioni o gialle, e più lontane, delle piccole case fatte di una mescola di materiali, mattoni, creta, cemento e pietre. Alcune case avevano anche dei pollai accanto.
“Una volta che attraversiamo il ponte,” disse Ivo lentamente, “verranno a trovarci.”
“E se ci vogliono derubare o ammazzare?”
Invece di rispondere, Ivo si inchinò e dette due pacche alla schiena di Tobia. Il cane aprì e chiuse la bocca. Tobia attraversò il ponte per primo, poi Ivo, poi Stefan.
Non passarono neanche due minuti da quando attraversarono il ponte, quando sentirono una voce d’ uomo gridare “Ehi, voi due! Cosa volete qui?” La voce veniva dalla loro sinistra. Il cane si fermò ed abbassò le orecchie.
“Vieni qua fuori e ti spieghiamo”, rispose Ivo in un grido che sarebbe stato invidiato dagli ultrà di qualsiasi stadio.
Davanti a loro, a più o meno venti metri di distanza, sbucò un giovane ragazzo di una ventina d’ anni, di pelle scura, coi capelli neri ricciuti e lunghi. Indossava abiti sportivi azzurri e rossi ma sporchi. Non era molto alto, ma l’ ampiezza delle sue spalle era impressionante.
“Guarda che se siete venuti per combinarci guai vi freghiamo bene,” disse, fermandosi a una distanza di cinque metri da loro. Non era lo stesso che aveva gridato.
Un altro zingaro venne lentamente da tra gli alberi. Era più alto di Ivo ma meno di Stefan, e aveva più o meno trenta anni. Aveva i capelli mezzo lisci che gli arrivavano fino al collo della camicia e una piccola barba. Sotto il suo occhio destro si notava una cicatrice rossa, il segno di una coltellata. La sua giacca nera e i suoi pantaloni marroni erano pieni di tasche. Fissò Ivo con lo sguardo e disse “Allora?”
“Abbiamo bisogno del vostro aiuto” disse Ivo.
“Non sarete mica poliziotti?” chiese il barbuto, mettendosi la mano sinistra in una delle tasche della giacca.
“Macché poliziotti,” replicò Stefan, “io sono un dottore.”
“Ecco, io ho lavorato per la polizia, ma come interprete. Non sono uno di loro, ma li conosco. Stiamo cercando una ragazza scomparsa.”
“Quale ragazza?” sbattò il ragazzo zingaro.
Stefan mise la mano nella tasca della sua giacca ed estrase una busta bianca. Aprì la busta e mostrò ai due zingari una foto che raffigurava una ragazza giovane, coi capelli biondi mossi che le arrivavano più in la delle spalle, dagli occhi verdi molto aperti, come se avessero scoperto qualche sorpresa. Tra le sue labbra carnose c’ era un sorriso radiante. Indossava una camicia a maniche corte di colore rosso scuro, come quello di una ciliegia matura.
“Si chiama Marina Della Roccia,” disse Stefan, “è la mia sorellina.”
“E te che c’ entri?” chiese lo zingaro giovane, segnalando Ivo con il dito. Ivo si chiuse gli occhi mezzo secondo e li aprì di nuovo. Il suo sguardo divenne ancora più intenso di prima, come una sfida a tutti a non crederlo. “Io la amo.”
“Non è stata da noi,” disse il barbuto e restituì la foto a Stefan.
“Questo lo sappiamo,” disse Ivo, dando un passo in avanti. “È stata da quelli di Alba, che vivono a … come cazzo si chiama quel posto?”
“Cavanera,” disse Stefan.
“Ecco,” continuò Ivo, “Marina è andata da loro due mesi fa, poi l’ hanno cacciata via. Poi non sappiamo dove è andata. Voi conoscete la zona. Se ne sapete qualcosa…”
“Bella ‘sta storiella, ma noi per ché ti dovremmo aiutare?” chiese il barbuto.
“Siediti, Tobia,” disse Ivo, e il cane, ben allenato come era, ubbidisse all’ istante. Ivo chiuse la mano sinistra in un pugno. “Francesco Verlani, lo conoscete?”
“Ma chi è?” disse Stefan, ovviamente stupito.
“Il maglionista,” rispose lo zingaro giovane. “Anche quando nevica, non si mette mai la giacca. Quel figlio di troia ha rotto due denti al mio cugino.”
Era il momento decisivo. Ivo alzò la mano. “È uno stronzo che mi odia. Per lui c’è sempre un colpevole, qualcuno deve pagare. Non mi sopporta perché l’ ho fatto sfigurare davanti al commissario. Non volevo lasciare un bosniaco nelle sue mani, allora non sono uscito dalla sala nemmeno quando Verlani gridava. Ma se ho qualcosa da offrirgli, posso farlo venire qui. Oppure posso depistarlo per un pò, spedirlo da altre parti, così vi lascia in pace. La scelta è vostra.”
“Ci vuoi minacciare?” chiese il barbuto. “Non basta.”
“No,” disse Ivo. Mise la mano nella tasca, prese dal portafogli delle banconote. Dette un mazzo al barbuto, un’ altro mazzo al ragazzo. Vedendolo andare avanti, il cane si alzò, guardando tutti con molta attenzione. “Trecentomila a ognuno,” continuò Ivo, “il doppio se ci potete dire qualcosa. Avete le vostre regole, so che non siete ladri di persone. Chi viene da voi liberamente può anche partire liberamente. Non come alcuni altri.”
“Lasciaci la foto,” disse il barbuto. Stefan gliela dette. Questi la mise in tasca senza guardarla.
“Non siamo molto vicini a quelli di Cavanera,” spiegò il ragazzo, “ma nemmeno ci odiamo. Se ci parlavi di andare oltre Lubaro, da quelli della vecchia caserma, niente.”
“Lui lavora a San Marcello,” disse Ivo, indicando Stefan. “Se uno dei vostri ha qualche incidente, vada lì e chieda del dottor Stefan Della Roccia.”
“Stefan, non Stefano?” chiese il ragazzo.
“La mia madre è svedese,” spiegò Stefan.
All’ improvviso non c’era più niente da dire. O quasi niente. Dopo quasi un minuto di silenzio, il barbuto prese la parola.
“Tu,” disse, segnalando Ivo. “Torna tra una settimana, proprio qui, a quest’ ora. Noi, in questi giorni, parleremo anche con altri. Porta i soldi. E niente sbirri.”
“Niente sbirri,” replicò Ivo. “Ci vediamo.”
I due zingari tornarono tra gli alberi senza dire niente di più. Ivo e Stefan si guardarono un momento e tornarono verso il ponte, verso la città. In un attimo Ivo sguinzagliò il cane. “Vai, Tobia!” gli disse, e il cane cominciò a correre velocemente.
Dopo una centinaia di metri, Stefan parlò per primo. “Quella storia del bosniaco e del poliziotto, è vera?”
“Panzana completa,” fu la risposta. “Verlani mi odia, ma questo è perche odia tutti quelli che non sono né poliziotti né nati nel suo quartiere. Comunque non verrà di qua, adesso è in vacanza e quando torna lo trasferiranno a Bergamo.”
Si vedevano già le prima fabbriche. Tobia, dopo alcuni minuti di corsa, raggiunse Ivo nuovamente e continuò ad avanzare al suo passo.
“Non capisco perché dovevo venire io,” disse Stefan, “perché non hai portato Piero, che dopotutto è sempre stato più legato a Marina?”
“Piero è troppo nervoso. Avrebbe voluto andare a Cavanera e prendersela con tutti. Noi tre contro trecento. Marina non lo vorrebbe mai. Avevo bisogno di qualcuno più calmo.”
“E se avessi rifiutato?”
Ivo si fermò e guardò il fratello della sua ragazza. Aspirò un pò d’ aria, portando le sue labbra verso l’ interno della bocca. Se uno sguardo fosse di fuoco, avrebbe sciolto una montagna intera di ghiaccio.
“Chiedi a quello stronzo di tuo padre come mai è tornato a Toronto così presto,” disse. Poi continuò a camminare.
“Era per questo lavoro che ti volevo, adesso torna ad Aisievi se vuoi, io devo prendere un caffé e poi porto Tobia al commissariato.”
Stefan si fermò, come se volesse calcolare il proprio percorso. Guardò il cielo e disse “Ivo, tu sei pazzo, lo sai?”
“Certo che lo so,” disse Ivo in una voce completamente piatta, “ma sono il vostro pazzo.” Poi mise il guinzaglio al cane e se ne andò.


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martedì 27 maggio 2003
ore 17:44
(categoria: "Riflessioni")


Sglork!
Gli occhi rossi... le scosse di tensione che attraversano il corpo, come se fosse spinto da una multitudine di venti interni... i pensieri che viaggiano da un posto all' altro con la velocità di un treno giapponese... cosa voglio e cosa ho diritto di volere?

Ormai parlo più con le dita (cioé attraverso il computer e i messaggini del cellulare) che con la bocca... il tempo si comprime e si espande... la mattina di ieri (l'ultima volta che sono uscito di casa) sembra essere passata 10 anni fa!

Guardo fuori... meno male, è tornato il sole. E anche il raffreddore sembra essere partito (dopo un MESE!!) Lascio internet acceso e passo in cucina a buttare foglie di prezzemolo nella pentola.

E mi metto a pensare a quello che devo fare domani... ritornano il mal di testa e il mal di schiena.

L'ho visto scritto su un muro di cemento mesi fa: "se vuoi la miseria, continua come adesso".
Non la voglio. Dove vado per imboccare una strada diversa?


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lunedì 26 maggio 2003
ore 21:44
(categoria: "Musica e Canzoni")


Troppo forte per noi...
Troppo forte per noi

(musica)
Tu guardi l’ ora, sai che col treno tra poco partirai
Ormai l’ hai deciso, è definitivo, con me non tornerai
Non c’ è più da dire, ne suppliche ne ire, hai scelto una metà
Che non sono io
E forse non l’ ero mai

Sarei più felice sapendo che oggi a qualcosa migliore vai
Che quella speranza che non ti ho dato adesso troverai
Ma sul tuo viso non vedo un sorriso, nemmeno piangi più
Tralasci il passato
Ma cosa viene non sai

Una città, un lavoro, chissà quale ruolo adesso proverai
Non l’ hai studiato, non c’è copione, soltanto agirai
Così è per tutti, belli e brutti, in paese e in città
Tra il pensiero e l’ azione nasce la confusione e non ci orientiamo mai

È troppo forte per noi
Il vento dei nostri tempi
Ti allontana da me, mi allontana da te, ti allontana da te
È troppo forte per noi
Ci spinge e ci perdiamo
E se qualcuno va via senza traccia ne scia, qualcos’ altro apparirà
Soltanto questo sappiamo, niente di più
(musica)

Una storia si chiude, forse un altra si apre, ancora non si sa
Ognuno nell’ altro, qualche ricordo d’ amore lascerà
Ciò che credevamo luce del mondo si è frantumato poi
Senza capire la causa
Parte l’ idea di noi

È troppo forte per noi
Anche il richiamo del cuore
Se ci desideriamo e ci scappa un “ti amo”
Ma poi qualcosa non va
Ma qualche cosa non va
E ci siamo lasciati
Prendilo il tuo treno, pensa a me sempre meno
Fa la vita che puoi

Ti volevo accompagnare, fare insieme due strade
Ma non è andata così
(musica)

È più forte di noi
Il cercare noi stessi
Tra arrivi e partenze, a cercare le essenze che ha ognuno in sé
È troppo forte per noi
Ma non si può mollare
E se qualcuno va via, senza traccia ne scia, qualcos’ altro apparirà
Soltanto questo sappiamo
Niente di più

È troppo forte per noi...
troppo forte per noi..
(2001)


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lunedì 26 maggio 2003
ore 20:36
(categoria: "Vita Quotidiana")


Lavorare per non vivere?
Ormai confondo il giorno e la notte... l'unico costante è la quantità di lavoro che resta da fare... e la pochissima voglia di farlo!
Ma scusatemi, è proprio vero che mi metto a sgobbare come un cammello masochista e per cosa?
La vita non è soltanto il lavoro.
Infatti a parte alcune pochissime persone che ho conosciuto a cui piace il loro lavoro (siete fortunati e vi invidio, anche se c'è altra gente che invidio di più) quelli che mi sembrano stare meglio sono proprio quelli a cui il loro lavoro è indifferente. Sanno che la qualità della loro vita viene determinata non dal lavoro, ma da cosa fanno al di fuori del lavoro.
E io cosa faccio? Niente! Non mi resta tempo, nemmeno energia. Il lavoro domina la mia vita, col risultato che... non c'è vita.

Qualcosa deve cambiare. Al (*censurato) il telelavoro, la pseudoautonomia, le traduzioni, la flessibilità e tutti i berlusconiani ed affini che vogliono trasformare i lavoratori in robot così imparanoiati dalla precarietà della loro situazione che cedono ogni diritto... e sgobbano sempre di più...

Voglio essere una persona e non soltanto un "fattore di produzione".


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lunedì 26 maggio 2003
ore 20:18
(categoria: "Riflessioni")


Bloggomania
Ma cavoli! Adesso vedo che ci sono alcuni che hanno aggiornato il loro BLOG anche 9 volte! E queste classifiche... se fosse soltanto una congiura per obbligarci a restare seduti davanti allo schermo più tempo?
"Sei in mio potere... aggiornerai il tuo blog... poi non sarai soddisfatto e lo farai una volta di più soltanto per arrivare in testa alla classifica... a me gli occhi che ti ipnotizzo..."

Ho un' immaginazione troppo morbida?
Provate anche voi a tradurre certificati per automobili/autobus/furgoni fino alle 02.30 e lavorare anche il giorno dopo e poi ditemi come vi sentite!

Forse vado a Napoli ma non so ancora quando... mi hanno detto oggi che si interessano ancora all' idea di assumermi malgrado le difficoltà e i costi... dovrei fidarmi? boh... Ovviamente preferirei trasferirmi a Padova per fare incetta di spritz e stare vicino a varie persone simpatiche... ma purtroppo non c'era nessun lavoro disponibile. Comunque, anche il limoncello non è male! (grazie a Strega che mi ricorda di pensare positivo, quindi ogni tanto mi ripetto "ho una bella gatta...")


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domenica 25 maggio 2003
ore 10:53
(categoria: "Riflessioni")


La mia versione di “Dentro gli occhi”…

Noi ci ritroveremo, ancora insieme, davanti a una finestra
E forse sarà quella di un bar oppure di una palestra
Non so se avrò pubblicato il mio primo romanzo
O se avrai paura di lasciarmi cucinarti il pranzo
Ma se ti chiedo che senti
Giurami che non menti

Il numero di spritzini iscritti sarà già oltre i seimila
E vincerà lo scudetto una squadra che non è la mia
Le trattorie saranno sempre un pò troppo care
E il tuo sorriso velato ancora fenomenale
Ma comunque vada…

Guardami dentro gli occhi
Se non hai altro da fare
Se ne hai proprio voglia

E se mi aspetti in piazza, ci arriverò coi pattini
Poi magari andiamo a coccolare gattini
Se mi aspetti alla riva, vengo anche nuotando
Ma prenotaci prima qualche pesce per pranzo

Non verrà la Giustina a guastarci la festa
Con le sue ordinanze tutte prive di testa
E se verranno i soldati armati fino ai denti
Diamo a loro uno spritz per farli più contenti

E non ricordarmi
Che domani lavoro
La tua compagnia
Vale più dell’ oro

Sulle riviere ci racconteremo delle belle barzellette
E mi dirai che bevo troppo caffé e mangio troppe pizzette
Forse spererò che tu non abbia il fidanzato
O se ce l’hai che sia un ragazzo pregiato
Perche “stammi bene”
È il mio motto perenne

A toccarci il cuore ci sarà sempre una nuova canzone
E sul sito ci farà ridere e arrabbiare un altro mascalzone
La nebbia scivolera tra l’Aperol e il Campari
Poi il sole riscalderà anche i montanari
Ma comunque vada…

Guardami dentro gli occhi
E ti prenderò per mano
Non schiaffeggiarmi intanto!

E non verranno i briganti a derubarti di notte
Perche tutti i briganti hanno prede più grosse
Non verranno i briganti a derubarti di giorno
E non ti prenderanno mai la pizza dal forno

Non verrà Berlusconi alla Riviera del Brenta
A fare indigestione di gelato alla menta
E se verranno i nostalgici di Mussolini
Li faremo fuggire oltre i Monti Sabini

Ma adesso chiudi gli occhi
Chiudigli che impazzisco
Se questa canzone
Non la finisco.


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