Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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sabato 10 aprile 2010 - ore 19:49
Rivelazioni
(categoria: " Vita Quotidiana ")
1 - Quando vado a fare la spesa al discount davanti casa mia spendo sempre fra gli 8 e i 9 euro, indipendentemente da cosa compro. Quando vado allAcqua e Sapone faccio spesa grossa, ma spendo sempre indipendentemente dal peso della borsa intorno ai 20 euro. Quando faccio la spesa al Pam ne spendo fra i 12 e i 14. Quando la faccio al Billa dai 15 ai 17.
2 - Litigare con qualcuno senza che lui se ne accorga fa male allautostima e alla serenità interiore, ma mi rende testarda e cocciuta come un mulo.
3 - Vivere da soli ha pro e contro come ogni cosa. I contro sono che mangio porcherie perché non ho voglia di farmi la cena. E a pranzo mangio porcherie perché tanto mi metto a cucinare qualcosa di più serio a cena.
4 - Un altro contro è che sono inesorabilmente sola.
5 - Se avessi amici forse non mi sentirei così sola.
6 - Non vado più al Billa.
7 - Tornare riccia non è la soluzione dei miei mali. Anzi, li ha valorizzati come un tubino su una donna con la pancetta e il culone. E con tutta la fatica che sto facendo adesso vorrei tornare liscia. Sono uninguaribile scontenta.
8 - Mi sento frustrata dalla carenza di shopping. Mi sento come se mi avessero legato le mani. Ma essere poveri non devessere una vergogna. Sono diventata una brava risparmiatrice e sapere di non sperperare i miei pochi risparmi mi fa sentire bene.
9 - Tuttavia sono frustrata perché sono sciatta.
10 - Lultima rivelazione non la faccio perché è un segreto. Quindi la scriverò su Facebook.
Perseverare diabolico
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ successo qualcosa, domenica, che secondo me meriterebbe attenzione ulteriore. E’ stato spostato il baricentro delle dicotomie politiche.
Ci dibattevamo nel dualismo fra la concezione di bene di una parte e la concezione di male dell’altra parte. Sinistra e destra, bianco e nero, ariano e impuro, imprenditore e operaio, donna e uomo, democristiani e comunisti. Uno contro l’altro, distanti che più distanti non si può. Antipodi geneticamente impossibilitati a comprendersi, che su due rive diverse dichiarano ognuno i propri intenti, chiamando a raccolta i seguaci sulla scorta del bianco, del rosso, dell’ariano e dell’uguaglianza. Ognuno con un concetto al centro, attorno al quale con forza centripeta si avvicinano idee, movimenti, persone.
Poi, d’un tratto arriva lui. Ci mette anni, perché ce ne mette parecchi, e riesce a spostare la lotta su un altro piano. La sua strategia arriva all’apice sabato. Ci ha messo anni a spostare l’attenzione, e di questo bisogna rendergliene atto. Un lavoro certosino. Che fa paura.
Cosa c’è di più diverso di amore e odio? In politica, poi. Non sono colori, non sono razze, non sono modi o stili di vita. Sono emozioni, sentimenti, umanità. L’amore contro l’odio. Lui, l’amore. Gli altri, l’odio. E orwelliano. E un 1984 mascherato da ventunesimo secolo.
Secondo me merita un approfondimento sociologico, non politico. Quell’uomo ha creato un consenso prostrato e caciarone, inverosimilmente sprovvisto di critica e autocritica. Qualcuno ci ha fatto tesi o studi? Secondo me è un tema da approfondire. Amore e odio. Genio e follia. Preoccupante e illuminante allo stesso tempo.
Non voglio fare la solita polemicca di sinistra contro Mister B, non mi interessa. Non sono una Repubblichina che vede in Mauro e Scalfari gli unici depositari della verità. Anzi, ieri mi hanno segnalato un blog che ha reso la mia vita meno oscura.
Sto facendo un ragionamento più ampio.
Boh. Mi è venuto in mente guardando gli stricioni di ieri. A me piacciono le parole. E sulle parole mi sono concentrata.
Ma che colpa abbiamo noi...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E così io, che sono la più prolissa sfruttatrice di parole che possa esistere in questo pianeta, divento improvvisamente la restringitrice di riassunti. Io scrivo, scrivo, scrivo. E poi stringo, stringo, stringo.
Ho sempre fatto vanto delle mie capacità dilungatorie, che mi permettono di rendere con mille parole un evento che ne meriterebbe quindici. Ma farne quindici per un evento che ne imporrebbe almeno un trecento quattrocento per dignità, ecco, questo mi mette un po’ in difficoltà.
A 29 anni ho imparato a fare dei riassunti che se mi vedesse la mia prof delle superiori, quella che mi diceva che scrivevo troppo, mi metterebbe a sedere in cattedra.
E non riesco più a scrivere come vorrei. Scrivo solo cose che non voglio. Ma scrivo. Per lavoro. Per vivere. Non dovrei lamentarmi...
Vivere da soli ha un sacco di lati positivi. Ho orari molto flessibili e gestisco autonomamente e indipendentemente dal mondo circostante la mia vita. Se non rifaccio il letto, o lavo i piatti il giorno dopo, non c’è la mamma che mi rimprovera. Posso girare per casa saltellando come Puck senza che nessuno si stupisca dei miei repentini sbalzi d’umore. Quando faccio la cacca nessuno lo sente nella stanza vicina. Se mi macchio, o mi cade qualcosa, nessuno lo sa e non devo giustificare la mia maldestria con maldestre giustificazioni.
Ma inizio a sentire la solitudine.
Sarà che non ho la televisione a fare da informe sottofondo, sarà che ogni tanto avrei voglia di parlare con qualcuno. Ma inizio a sentirmi sola, anche se era proprio la solitudine quello che cercavo.
Ad ogni modo, sono una giovane intraprendente cronista, proto-giornalista di strada, procacciatrice incerta di notizie. E vivere da sola, nel mio bilocale facciastrada con la cucina blu, è la cosa migliore che avrei mai potuto chiedere.
Sì, sono felice. E mi godo la mia libertà e il silenzio finché saprò goderne.
Oggi pomeriggio, la città mi ha sorpresa di nuovo. In mattinata il cielo era grigio e umido, la pioggia era di quelle piccole e fastidiose che ti bagnano la faccia.
Poi, come se nulla fosse, è arrivato il sole. E non avevo freddo ai piedi. Per la prima volta da quando è iniziato linverno.
Lo so che questa zona non è il massimo come clima, che è freddissima nella prima parte dellanno, poi diventa afosa e gocciolante, poi torna gelida e ghiacciata. Ma mi piace quando mi sorprende il sole che sono vestita come un esquimese, e la lana si sente che è troppo, per questo sole.
Io sono la sola che tu possa amare non lo vedi che sono a due passi da te
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Capitolo 1
Dovrebbero vietare internet alle persone che fanno troppe domande.
Si trovano tutte le risposte. Anche quelle che sarebbe meglio non sapere. Se uno pensa di avere un problema, e lo digita su google, scopre cos’ha. E non è niente bello se lo trova su siti di medicina e psicologia. Non fa niente ridere. No.
Capitolo 2
Vatti a fidare degli amici. Uno dice, in amore e in guerra tutto è concesso. Anche in politica e sul lavoro, che sono due guerre a dire il vero. Ma degli amici, dai, di solito ci si fida. E io mi incarto sempre.
Capitolo 3
Sono esaurita. Avanzo sonno da settimane, reagisco e mi sveglio stanca la mattina. Reagisco con poca maturità agli stimoli e in modo scostante alle sollecitazioni. Ho un brutto momento e non so dove cavarghene par metarghene. Il trasloco procede a rilento perchè, ovviamente, ci sono dei problemi con piccole, piccole cose. Talmente piccole che bloccano un trasferimento.
Avrei bisogno di staccare. Ma non posso permettermelo.
Automobile telefono tv nella scatola del mondo io e tu
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Paura, ma anche no. Diciamo che ce n’è, ma sta calando. Respira forte, dentro, fuori, dentro, fuori, ecco così, e conta fino a mille. Uno, due, tre, quattro, cinque… Odio i numeri. Facciamo che conto un’altra volta. Ma solo perché sei tu.
Fino a ieri non mi faceva dormire, la paura, e adesso comincio a prenderci la mano. Alla fine, diciamocelo, sono grande. Devo cominciare ad avere reazioni adulte ai cambiamenti. La cacarella per un paio di settimane, non di più. È che non c’è solo paura in quello che mi sta succedendo. Ci sono tante sensazioni, dopotutto, mescolate in un sogno che si avvera. Gioia, solitudine, paura, angoscia, terrore, estasi suprema della riuscita. Esaltazione per la fine di una ricerca infinita. Per un anno, almeno, finita.
Ho una casa. Ho un appartamentino poco fuori Treviso. Soffitto e pavimento al terzo piano. Cucina con divano, camera da letto, bagno, stop. E qualcosa che sembra un corridoio cubico con due porte. Finestre, portoncino blindato. Tende, anche. Affitto, spese, acquisti straordinari, quel materasso è troppo morbido - ma non ho i soldi per cambiarlo, stoviglie biancheria pentole cuscini e la trapunta? Me la dà la mamma, grazie al cielo. E i detersivi? È l’unica cosa che l’inquilino precedente non si è portato via. Per carità, era tutta roba sua, non è un’accusa. Ah, no, ha lasciato anche la carta igienica.
Entro fra una settimana, qualcosa di più. Ho cominciato portando via due scatoloni zeppi di libri ieri. Li ho svuotati negli scaffali dell’appartamento, li ho riportati a casa e riempiti di nuovo. Ho guardato la mia libreria: è ancora piena. Com’è possibile? È possibile, ho investito risparmi e risparmi, in quella libreria. Ho investito in carta scritta. Ho portato via anche qualcosa di concretamente utile per la casa. Qualche accessorio per il bagno (tipo shampo balsamo e altri aggeggi di cui avevo fatto scorta). E anche per la cucina, fra acquisti e regali – la mamma e la nonna verranno a trovarmi spesso, stando a vedere i regali che mi hanno fatto. Un anno, dicevo. Un anno è il tempo per cui rimarrà libero il mio appartamentino vista strada ma retro Sile. Sile, acqua, passeggiata, verde. Ma tu odi la natura! Sì, ma posso dire che abito in riva a un fiume, che non è male. Libertà, intimità, indipendenza. Non vedo l’ora. A 29 anni non è male.
Considerato anche il fatto che ho appena ammesso di avere 29 anni, ben 20 giorni prima il mio compleanno. Che, ovviamente, se mi conoscete, non festeggerò. Quest’anno meno degli altri.
A volte mi chiedo se è più bello rincorrere i sogni, o vederli avverati. È come quando fai un viaggio. A volte è più bello organizzarlo, studiare itinerari e tappe, immaginare i posti che vedrai e tuffatrici con la testa. La realtà a volte non è colorata come speravi. Non sempre avverare i sogni è quello che va veramente fatto. Spesso ti resta dentro quella cosa strana, come se non avessi più niente da cercare.
La prima cosa bella che ho avuto dalla vita
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Incanto. E straordinaria colonna sonora. Un film italiano come Dio comanda. Toccante, brillante, coinvolgente.
Lo so che i film non si giudicano in base alle lacrime versate, ma credo che se unimmagine arriva a commuovere ed emozionare vuol dire che è arrivata in fondo, e ritengo sia un metro di giudizio, questo, che vale quanto gli altri. Poi, magari, io sono incompetente e non faccio testo, ma uscire dalla sala col magone mi fa sempre sentire bene. Anche se sto male.
Il primo film in cui mi piace la Sandrelli. Mastandrea uber alles, come sempre.
Andate a godervelo finché siete in tempo e lo trovate al cinema.
La prima cosa bella - Nicola di Bari
Ho preso la chitarra e suono per te il tempo di imparare non lho e non so suonare ma suono per te. La senti questa voce chi canta è il mio cuore amore amore amore è quello che so dire ma tu mi capirai I prati sono in fiore profumi anche tu ho voglia di morire non posso più cantare non chiedo di più La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu. Tra gli alberi una stella la notte si è schiarita il cuore innamorato sempre più sempre più
La senti questa voce chi canta è il mio cuore amore amore amore è quello che so dire ma tu mi capirai I prati sono in fiore... La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane sei tu Tra gli alberi una stella la notte si è schiarita il cuore innamorato sempre più La senti questa voce chi canta è il mio cuore amore amore amore è quello che so dire ma tu mi capirai ma tu mi capirai
Ho imparato a sognare che non ero bambino...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
È già passato un anno, giusto tre giorni fa.
Era il giorno dell’Epifania. Avevo il cuore in gola quando sono arrivata sotto la redazione. E se mi dicono di no? L’avevo detto solo a due persone che avevo il mio piccolo colloquio di presentazione. Una era la mamma, e gliel’avevo detto solo perché mi vedeva gironzolare per la casa con la testa bassa e gli occhi puntati sui piedi, e mi si stava agitando. Io lo ero più di lei: dopotutto stavo puntando tutto su una professione che quel giorno, se mi avessero detto no, mi sarebbe stata preclusa per sempre. Era la mia ultima possibilità. CV: Ti va di scrivere per noi? S: (Oddio stanno parlando con me…, dietro non c’è nessuno, guardano proprio me) Sì. CV: Quando puoi cominciare? S: (Fatti desiderare, Silvia, non sembrare troppo entusiasta, tiratela il giusto) Quando volete voi. CV: Domani? S: (No, Silvia, dì che ci devi pensare, e poi cosa racconti a Max? Prendi tempo devi prima parlarne con gli altri) Ok, a che ora? CV: Ci sarebbe da fare un salto lì […] per capire cosa faranno per via di […]. Ci vai tu? S: (Oddio cristosanto non ho seguito quell’argomento, non so se è il caso) Certo. CV: Benissimo. Ci sentiamo domani allora. S: (Non mi stanno mandando via vero? Hanno detto ci sentiamo domani vero?) Ok, a domani.
Un anno. Era il sette di gennaio quando mi sono presentata per la prima volta alla gente per il mio nuovo datore di lavoro. Faceva un effetto strano. Adesso lo direi anche al fruttivendolo per compare l’insalata. Ci credevano in pochi, onestamente. Non la mia famiglia, che si ostinava a dirmi di lasciar stare, che schifava quello che avevo fatto per un anno. Scrivere gratis tutti i giorni, facendo altri tre lavori per poter guadagnare qualche soldo per mangiare, per loro non era segno di impegno e dedizione, ma di nullità. Ero un fallimento. E non ci credeva neanche lui, che mi diceva di mollare perché l’azienda per cui scrivevo prima non poteva darmi niente. Amici, parenti, conoscenti. Ci credevano in pochi, e meno di tutti io. Dubitavo di me stessa e delle mie capacità, tanto che stavo per cambiare strada. Colloqui in uffici e agenzie interinali, perché sembrava tutto perduto. Eppure qualcosa dietro c’era, perché non mi sono fermata, alla fine ho tentato l’ultima carta, ho insistito. E ce l’ho fatta.
Poche volte nella mia vita sono stata così testarda, cocciuta, determinata e convinta di quello che stavo facendo. Io, la fragilità. Io, l’insicurezza. Io, l’indecisione nevrotica, la personificazione del pessimismo e l’allegoria dell’autocommiserazione. A dire il vero mi è servita una piccola spinta d’amore, di qualcuno che mi dicesse “puoi farcela, vai”. Io piangevo e davo tutto per perso. Non sono capace, non ce la posso fare, c’è di meglio. Invece ce l’ho fatta. Non è finita, e anzi sono appena all’inizio, la strada è lunga e lunghissima, piena di ostacoli e spesso in salita. Ma ogni giorno è un regalo e una lezione, e io mi sento felice. Stanca, a volte demoralizzata, a volte addirittura vorrei mollare tutto, lasciare alle spalle tutto quanto e avere una vita normale, come le persone normali, che tornano a casa dal lavoro e hanno una vita. Ma è una vita che non so se mi piacerebbe.
A me piace questa vita, e sono qui a raccontare un anno di lavoro, sudore e soddisfazioni, di sacrifici fatti sempre col sorriso, di notti in bianco, di ansia da buco, di adrenalina per notizie straordinarie, di indagini e analisi, di storie da raccontare. “Lo facciamo per questo il mestiere, no?” mi ha detto un giovane saggio. Sì, raccontiamo storie. E io le assaporo tutte, le gusto con passione. Vabbeh, tutte no – bisogna essere onesti prima di tutto con se stessi – ma la maggior parte. Soprattutto quando sono figlie mie. È bello leggere una pagina di giornale e sapere che stai comunicando qualcosa, raccontando la tua storia con le tue parole, a tanti occhi e tante menti. Che la conoscono attraverso me, attraverso questa Silvia caparbia e decisa. Per una volta, in vita sua, questa Silvia è riuscita a realizzare qualcosa. Tanti fallimenti alle spalle ma un obiettivo raggiunto. A volte non ci credo, dico che non ce la faccio più, è vero. Ma non potrei rinunciare a nulla di tutto questo, non ora. Un anno di fatica, di corse, di nervi a fior di pelle, di rimproveri e rinunce. Vita sociale azzerata, amici che vedi una volta al mese, cene saltate e sabati sera nella campagna trevigiana a raccogliere testimonianze, o nottate nella pioggia torrenziale per sapere se una foto c’è oppure no.
Ma in tutto questo, ripeto, mi sento una privilegiata. Le rinunce non sono nulla se paragonate a una sola, piccola questione da sottolineare: io faccio il lavoro che volevo fare da bambina, e non ce ne sono molti che possano dirsi altrettanto fortunati. O che abbiano diabolicamente perseverato fino ad arrivarvi.