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NICK: Stalida
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CITTA': Taormina
COSA COMBINO: promozione turistica... online
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ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
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MERAVIGLIE

1)
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“Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato scartato è un altro passo avanti.

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lunedì 12 gennaio 2004
ore 10:01
(categoria: "Poesia")




Non camminare davanti a me,
potrei non seguirti;
non camminare dietro di me,
non saprei dove condurti;
cammina al mio fianco
e saremo sempre amici.


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giovedì 8 gennaio 2004
ore 13:43
(categoria: "Vita Quotidiana")


"Questo racconto non è per divertirvi" testo inviato da Giorgia

Questo racconto non è per divertirvi. Questo racconto non è per stupirvi. Queste parole non vi faranno sorridere. E nemmeno piangere.
Siete qui per leggere una storia. Siete davanti ad una pagina scritta, me la immagino, fitta fitta, e vi chiedete di cosa parlerà questo racconto...Quale sarà
la trama…E chi saranno i personaggi...Se ci saranno dei personaggi. Ma in ogni buona storia, di solito, ci sono dei personaggi. E questo probabilmente vi
rassicura.
Siete ancora lì? ...O siete già scappati?

No, siete qui...Siete qui che aspettate di essere coinvolti. Tutti aspettiamo di essere coinvolti. In quello che facciamo, in quello che vediamo, nelle persone che incontriamo. Nelle parole che leggiamo. Aspettate di essere coinvolti, perché questa è la storia della vostra vita. Ecco, il mio racconto è la vostra vita.

Ora sedetevi, se preferite stare in piedi fa lo stesso. E guardatevi attorno. Siete fermi, in un angolo di questo mondo. Le vostre emozioni aspettano di essere risvegliate. Da qualcosa. Siete vivi. E non è una banalità, vi prego, rendetevene conto. C’è un sacco di gente che ancora non se ne rendo conto.
Se siete delle persone riflessive vi sarete suppongo fatti un sacco di domande, nel corso della vostra esistenza. Avevo un amico che si faceva un sacco di domande. Le poneva a se stesso, e se non trovava le risposte, le poneva agli altri. E così facendo si è costruito un diario, questo mio amico, in cui ha annotato tutte le domande che gli sono venute in mente, e le risposte che ha scritto - beh non le ha
scritte tutte - sono quelle che gli sono piaciute di più. Ora il suo diario è un libro. Le domande annotate sono millesettecentoventuno. Millesettecentoventitre sono le risposte. Sì, perché ad un paio di domande, ha dato doppia risposta. Gli piacevano entrambe.
Questo mio amico potreste essere voi, suppongo, e le sue domande potrebbero essere i vostri stessi quesiti. Le risposte...Beh, non so se anche le risposte potrebbero essere le vostre...Ma credo che comunque potrebbero piacervi, e credo che alla fine potrebbero anche appartenervi, con un po’ di pazienza...Sì, ora
so che posso considerarvi come il mio amico. In fondo, siete come lui.
Ecco, dunque, voi siete il mio amico, e adesso che riesco a darvi una connotazione, ed una figura, mi è più facile parlare con voi. Perché io non sono brava a parlare con le persone che non conosco...Mi vergogno sempre. Un po’.

Volevo chiedervi, amico mio, se avete poi trovato un senso alla vostra esistenza. Volevo chiedervi se avete poi raggiunto quella felicità che tanto bramavate. Lo
spero tanto. Mi ricordo che avete passato tutta la vostra esistenza a cercare di essere soddisfatti per qualcosa...Vi ricordate? Non è forse così? Avete sempre cercato un senso.
Ebbene, io avrei un consiglio da darvi, perché ci ho pensato...No, non è quel consiglio che si da e che poi non viene mai puntualmente seguito...No, no...E’ una
cosa molto semplice. Io vi chiedo di fare una cosa molto semplice. Vi chiedo di guardarvi intorno. Sì adesso, proprio adesso. Alzate gli occhi da questa pagina e guardatevi intorno. Forza. Guardate.
Se avete delle persone, accanto, guardatele adesso.
Guardatele negli occhi. Si possono leggere un sacco di cose negli occhi.
Se non c’è nessuno, ripensate a qualche persona che avete conosciuto, e cercate di ricordarvi i suoi occhi.
Spendete più tempo a guardare gli occhi delle persone, amico mio, perché è un po’ come se leggeste dentro all’anima delle persone.
...Provateci, vi prego, sforzatevi adesso, caro amico. E’ bello guardare gli occhi delle persone. Fa sentire migliori.
Inizierete col provare un po’ di compassione per la persona che state guardando o immaginando di guardare negli occhi, perché comincerete a vederla come un
essere umano...Come un portatore di occhi. Di umanissimi occhi. Occhi di un’anima. Come la vostra.
...E per un attimo, solo per un attimo, vi percepirete entrambi, voi e lui, come parte di una stessa identica cosa...Volevo chiedervi, amico mio, avete poi trovato il senso di quella cosa? Quella cosa di cui, almeno una volta, vi siete sentiti parte?

...Non ancora?

Oggi stavo osservando una donna, scura e piccola di statura, che chiedeva l’elemosina, per la strada...E mi sono chiesta se anche lei si ponesse queste domande sulla vita, se anche lei si chiedesse il senso della sua esistenza...Perché se per disgrazia davvero se le ponesse, che risposte potrebbe mai darsi questa donna? Quale sarebbe, per lei, il senso della sua vita?

Ecco, io credo questo. Che ci sono persone che hanno tempo di chiedersi che senso abbia vivere. E ci sono persone che hanno tempo solo di sopravvivere.

Ecco io credo anche, caro amico, di aver trovato il mio senso di vivere, oggi. Negli occhi di quella donna. Ho capito che avrei dovuto prendere in mano la penna, e scrivere di quegli occhi. E raccontare, al mondo, dei suoi occhi. Quegli occhi che dai miei non avevano niente di diverso, se non il fatto che forse erano più profondi. Languidi e sofferenti. Occhi intensi. Di una sofferenza così grande, che i miei, al loro confronto, mi sono sembrati aridi. Vuoti.
Caro amico, se cercate il senso della vita dentro di voi, nel profondo della vostra anima, credo proprio che non lo troverete mai.

Perché è solo attraverso gli occhi che si può leggere nell’anima. Anche nella vostra. Ma i vostri occhi, ahimè, voi non li potete vedere! Forse potrete scrutarne il riflesso, attraverso uno specchio...Ma mai riuscirete a guardare i vostri occhi dal
vivo...Strano destino...Non potere guardarsi nei propri occhi. Non poter percepire, attraverso il nostro sguardo, quell’incredibile, e immensa, umanità che ci portiamo addosso.
...Quest'umanità dovrete trovarla negli occhi degli altri.

Non avete altra scelta.

Caro amico, se nel giungere al cordoglio di questo mio breve racconto, ho lasciato tutti quanti un po' perplessi, e un poco insoddisfatti, me ne scuso sinceramente.
E se pensate che ci sarebbe, al momento, bisogno di un finale, e di un qualcosa che dia un senso a questo immenso fiume di parole...Chiudete questo messaggio,
amico mio. E andatevelo a cercare.
Nei primi occhi che vi capiterà di incontrare.


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mercoledì 7 gennaio 2004
ore 10:47
(categoria: "Vita Quotidiana")


LA FANTASIA DI GIACINTO
Giacinto era un giovane scrittore, con tante speranze e soprattutto tanta fantasia e idee che trasformava in storie. Possedeva una macchina per scrivere, passava ore a battere sui tasti e la gioia più grande era vedere il foglio bianco che si riempiva di lettere nere come ali di rondine.

Anche le idee erano molto felici di trovarsi organizzate in una bella storia che, se letta, poteva far nascere un sorriso, una lacrima, una riflessione.

Però, nel caso dello scrittore Giacinto, le sue storie, anche se molto ispirate e piene di significato, non riuscivano a dargli da vivere. Fu costretto a trovarsi un lavoro e, ne trovò soltanto uno molto pesante che lo spezzava di fatica. Si consolava perché, lavorando con le mani e le braccia, anche se il lavoro era duro e monotono, gli impegnava poco la mente. Poteva così sbizzarrirsi con la fantasia e le idee nascevano e si moltiplicavano trasformandosi in farfalle intorno a lui.

Si diceva: - Quando torno a casa, mi metto alla macchina per scrivere e le parole scorreranno sulla carta, veloci come il vento. Ormai il più è fatto, ho già tutto nella testa -.

Ma quando tornava a casa era talmente stanco che il più delle volte si addormentava sopra la tastiera della macchina per scrivere.

Alla fine rinunciò e si limitò a fantasticare e inventare storie che restavano per aria sotto forma di nuvole.


Di notte, nel buio della stanza, filtrava un po’ di luce attraverso le stecche mezze rotte delle persiane. Giacinto dormiva profondamente: la mattina dopo si sarebbe alzato alle cinque, per raggiungere in orario il posto di lavoro.

Nella sua stanza c’era un grande brusio e piccolissime scintille, particelle luminose che si muovevano, intrecciandosi fra loro. Erano le idee nate dalla fantasia di Giacinto, durante la giornata appena trascorsa e nelle precedenti, quelle rimaste per aria senza essere fermate sulla carta.

Le idee, che poi erano i pensieri più brillanti, comunicavano fra loro in grande fermento.

Le più giovani si lamentavano. - Non è possibile che noi siamo destinate a svanire nel nulla. Non ci rassegniamo. Piuttosto ce ne andiamo a cercare un’altra testa che ci offra la possibilità di realizzarci -.

- Questo non è giusto e neanche onesto nei confronti di Giacinto: senza di lui non esistereste - le rimproverò una vecchia idea che aveva avuto la fortuna di diventare una storia scritta.

- Allora è ingiusto anche il fatto che noi ci esauriamo così, senza un futuro -

- Forse qualcosa si può fare - suggerì la vecchia idea che era la più esperta. - Ho osservato tante volte Giacinto, mentre usava la sua macchina per scrivere. So come si fa, basterà organizzarci fra noi, metterci in ordine, lui ci ha già dato tutte le indicazioni necessarie. Lasciate fare a me -.

Da quella notte, per molte notti, mentre Giacinto dormiva profondamente, ci fu un gran brusio nella stanza e i tasti della macchina per scrivere si abbassavano sul foglio che veniva inserito nel rullo, dalla forza di quei pensieri che, tutti raccolti e concentrati insieme, diventavano mani con dita agili e veloci.

La mattina, prima dell’alba e del suono stridulo della sveglia sul comodino, la copertina di plastica tornava sulla macchina ed

un libro polveroso nascondeva i fogli scritti.

Giacinto, che in casa non ci stava mai, non si accorse di quel grande lavoro delle idee. Esse avevano lavorato sodo per alcuni mesi durante il suo sonno. Ma ora era arrivato il momento di mostragli il romanzo finito.

Tutti sanno che le idee possono essere luminose ed accendersi come lampadine, quindi quella notte la stanza di Giacinto si illuminò a giorno e lo scrittore si svegliò. Si meravigliò di tutta quella luce, senza capirne l’origine. Girò lo sguardo per la stanza e vide che, sul tavolo, la macchina per scrivere era scoperta e accanto aveva una risma intera di fogli scritti. Non credette ai suoi occhi e meno ancora quando si alzò e cominciò a leggere il romanzo che non ricordava di aver scritto. Ma era proprio come lo aveva pensato, sognando spesso, la notte, di scriverlo con la macchina.

- Forse è un miracolo - pensò. - O una magia, compiuta dalla forza del mio desiderio. O forse sono diventato sonnambulo, per la paura di non riuscire più a scrivere -. Si commosse fino alle lacrime e quella notte proprio non dormì, per finire di leggere. La mattina, telefonò al datore di lavoro per chiedere una mezza giornata di permesso, andò a fare una fotocopia del romanzo e la spedì ad un editore. Non aveva molte speranze, però ebbe il coraggio di provarci.

Le idee pensarono che fosse il caso di seguire la loro opera, anzi di precederla, se possibile. Si concentrarono, stipandosi l’una con l’altra, fino a formare un tutto unico.

E siccome i pensieri hanno le ali, a quel corpo unico spuntarono grandissime ali, più grandi di quelle di un’aquila.

Ma erano visibili soltanto a chi sapeva vederle.

Raggiunsero l’editore che stava dietro una grossa scrivania e gli frullarono intorno.

L’editore cominciò a pensare che gli sarebbe piaciuto leggere finalmente un bel romanzo degno di essere pubblicato...

Quando gli consegnarono la raccomandata con il romanzo di Giacinto, gli sembrò un segno del destino che fosse arrivato proprio in quel momento. E, invece di passarlo alla segretaria, come avrebbe fatto di solito, gli venne la curiosità di leggerlo.


Giacinto rigirava fra le mani la lettera raccomandata che gli era arrivata, senza il coraggio di aprirla. Le idee tutte unite, agitavano le loro grandi ali, molto impazienti. Finalmente la lettera fu aperta: l’editore lo invitava a presentarsi presso la casa editrice, perché il suo romanzo gli era molto piaciuto...

Giacinto si sentì svenire dall’emozione, anzi, svenne davvero. Le idee con le grosse ali si misero a sventolarlo, perché si riprendesse. Lui aprì gli occhi e gli parve di essere rinato e i suoi occhi vedevano come mai prima di allora. Vide sopra di sé una forma luminosa con ali grandi come quelle di un angelo.

Capì che quelle erano le ali della sua fantasia che gli chiedevano di non essere tagliate, o legate e nemmeno abbandonate. O dimenticate finché non si fossero esaurite.

Ora quelle che erano già state realizzate, potevano anche riposarsi, perché avevano raggiunto il loro scopo. Si fecero piccole come granelli di polvere illuminati dal sole e trovarono un posticino nel suo cuore, dove sarebbero rimaste per sempre, lasciando tutto lo spazio della mente per le idee nuove che sarebbero nate.



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martedì 23 dicembre 2003
ore 10:30
(categoria: "Fotografia e arte..")





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martedì 23 dicembre 2003
ore 09:12
(categoria: "Poesia")


A lungo durerà il mio viaggio

A lungo durerà il mio viaggio
e lunga è la via da percorrere.

Uscii sul mio carro ai primi albori
del giorno, e proseguii il mio viaggio
attraverso i deserti del mondo
lasciai la mia traccia
su molte stelle e pianeti.

Sono le vie più remote
che portano più vicino a te stesso;
è con lo studio più arduo che si ottiene
la semplicità d'una melodia.

Il viandante deve bussare
a molte porte straniere
per arrivare alla sua,
e bisogna viaggiare
per tutti i mondi esteriori
per giungere infine al sacrario
più segreto all'interno del cuore.

I miei occhi vagarono lontano
prima che li chiudessi dicendo:
«Eccoti!»

Il grido e la domanda: «Dove?»
si sciolgono nelle lacrime
di mille fiumi e inondano il mondo
con la certezza: « lo sono! »

(Rabindranath Tagore)




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lunedì 22 dicembre 2003
ore 10:51
(categoria: "Riflessioni")




In un tempo lontano, quando molti erano i viandanti che calcavano il cammino, un serpente velenoso aveva posto il suo domicilio lungo la via di uno dei tanti sentieri.Un vecchio saggio percorreva un giorno quel sentiero e dei giovani fanciulli, preoccupati di questo, gli corsero incontro per avvertirlo. Il vecchio saggio ringraziò i fanciulli dicendo loro che non aveva paura del serpente in quanto conosceva potenti preghiere che lo proteggevano da qualsiasi attacco o pericolo e continuò così a camminare.

All’improvviso durante il suo procedere un grosso cobra gli si parò davanti rizzandosigli contro ma, più il saggio si avvicinava al serpente più quest’ultimo si sentiva penetrare da una dolcezza infinita. Il vecchio saggio vedendo il serpente pronunciò una magica formula e il serpente all’istante crollò ai suoi piedi. A questo punto il vecchio chiese al serpente "Amico mio hai intenzione di mordermi?" Il serpente inebriato da tanta dolcezza non riusciva a rispondere, proseguì il saggio: vedi dunque, perché fai del male ad altre creature? Ti svelerò una sacra formula che tu ripeterai sempre, così imparerai ad amare ogni cosa e Dio e, nello stesso tempo perderai ogni desiderio di fare il male. Così fece, ed il serpente annuì col capo in segno di assenso poi rientrò nella sua tana per vivere da quel tempo in poi di innocenza e di purezza, senza provare mai più desiderio di ferire od uccidere alcun essere vivente.

Trascorso breve tempo, i giovani fanciulli, notarono il repentino mutamento del serpente e, credendo che egli avesse perduto il suo potente veleno si misero a tormentarlo, gettandogli pietre e trascinandolo per la coda per ogni dove. Il serpente anche se gravemente ferito non reagì a nessuno di questi soprusi e alla fine riuscì a nascondersi nella propria tana.

Molte lune passarono e, quando Dio volle, il vecchio saggio ripassò da quel sentiero e chiamò e, cercò il serpente ma senza nessun risultato.

I Fanciulli, gli si fecero incontro e gli dissero che il serpente era morto ma, il saggio non riusciva a crederci, egli, conosceva bene i sentieri della vita e le leggi divine, sapeva che una volta giunti alla conoscenza della potenza del nome di Dio non si poteva in alcun caso morire se non prima aver risolto il problema della vita, realizzare Dio.

Continuò quindi a cercare il cobra.

Finalmente dopo tanto cercare lo trovò pressoché ridotto ad uno scheletro: "come stai chiese il vecchio saggio", molto bene signore, rispose il serpente, grazie alla grazia di Dio tutto va bene. Ma perché sei ridotto in questo stato? Continuò il saggio. Conformemente alle tue istruzioni, cerco di non far più male ad alcuna creatura, attualmente mi nutro di foglie, ragion per cui sono un po’ dimagrito. Non può essere solamente il cambiar cibo ad averti ridotto così! Pensaci un attimo, replicò il vecchio saggio. Ah, si! Ora ricordo, dei fanciulli sono stati un giorno un po’ duri verso di me, mi hanno preso per la coda e mi hanno fatto volteggiare in aria scaraventandomi contro sassi e rocce, poveretti, non ne hanno colpa, non potevano sapere che mai io li avrei morsi.

Il vecchio saggio sorridendo dolcemente guardò il serpente dicendo: "povero amico mio, io ti raccomandai di non mordere alcuno, ma mai ti proibii di fischiare per allontanare coloro che ti perseguitavano e tenerli così a bada".




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venerdì 19 dicembre 2003
ore 13:49
(categoria: "Fotografia e arte..")





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venerdì 19 dicembre 2003
ore 11:44
(categoria: "Poesia")


Carissima mente

Lo suppongo, ne son quasi certa / ebbi innumerevoli esistenze. / Vissi, felice, infelice /e quanti nomi / visitai tanti mondi / ed assunsi incalcolabili forme. / La mia identità? Importerebbe ben poco / se non fosse giacché / ho una natura piuttosto futile, loquace.

Sono io, la beffarda / colei che irride e dileggia / altera o simula, ostenta / inganna e raggira, irretisce / fintantoché contese e conflitti / non mi costringono al vero. / Sono la tua parte migliore. / O la meno spregevole? / Proprio lei, la tua carissima mente.

Oh no, lacunosa, bell'imbusta! / Ma quale mente? / Ne sei solo un minuscolo lembo / un esiguo e irrisorio frammento / una scheggia emaciata che ne emula l'ambito / ovvero la parte che si crede il tutto.


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venerdì 19 dicembre 2003
ore 09:20
(categoria: "Riflessioni")


Aforisma Sufi

Il tuo viaggio è diretto verso la tua terra natia. Ricordati che stai viaggiando dal mondo delle apparenze verso il Mondo della Realtà.



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mercoledì 17 dicembre 2003
ore 13:28
(categoria: "Vita Quotidiana")


Che fine ha fatto Mastro Lindo?


Quella notte sembrava che la luna si fosse decisa a fare concorrenza al sole: raggi bianchi e taglienti come lame penetravano le fessure della tapparella, rendendo ancora più irreale l'atmosfera del piccolo appartamento. L'uomo, costretto su un giaciglio inadeguato alla sua mole, si rigirava gemendo, cercando un sonno che da troppe notti non arrivava a confortarlo. Si alzò, il gigante, sussurrando una bestemmia. Il suo nome era Teodolindo Mastrolonardo, ma fino a poco tempo prima era conosciuto da tutti come Mastro Lindo; mille ricordi lo assalivano ogni volta che riempiva il bicchiere di Anitra WC on the rocks, il suo drink preferito. Fin da bambino, quando faceva il culetto d'oro per la Lines, aveva sempre lavorato nel mondo della pubblicità: tanti amici, tanti nemici, un'infinità di storie. Lo spot della Nutella, quando un regista idiota gli fece ripetere settantadue volte lo stesso ciak, mandandolo in ospedale in preda a un attacco di iperglicemia. O quando mise un piede in fallo e cadde tra le pale del Mulino Bianco: per sua fortuna nei paraggi c'era l'uomo in ammollo del Bio Presto, che senza esitare si gettò nel canale e lo trasse in salvo. Che più salvo non si può.

E poi... la storia più importante della sua vita, quel flirt con l'olandesina che mai e poi mai avrebbe dimenticato. Tre mesi d'amore, di passione travolgente, di promesse, anche se col problema della lingua e degli innumerevoli viaggi Milano-Amsterdam; e poi, la grande delusione, quando in casa di lei trovò del becchime e cocci di uovo: l'infame, la maledetta! Se la faceva con Calimero! La delusione fu grande, e Teodolindo si gettò anima e corpo nel lavoro: ma anche lì mille insidie erano in agguato. Quel bastardo di Idraulico Liquido che cercava in tutti i modi di soffiargli il posto, i Nemici dell'Igiene che avevano cominciato ad anabolizzarsi ed erano ogni giorno più forti e più grossi, la carta igienica che non bastava mai perché lui abitava all'undicesimo piano e arrivavano solo i palloncini. Nonostante questo ritmo infernale di vita, Teodolindo Mastrolonardo trovò anche il tempo per innamorarsi di nuovo e sposarsi: un matrimonio fallito in partenza, perché lei era la ragazza Nuvenia Pocket e per contratto doveva avere un ciclo mestruale continuo di trecentosessanta giorni all'anno. Gli altri cinque doveva passarli, sempre per contratto, in una base militare NATO per il periodico corso di paracadutismo, e gli scalpitanti ormoni del nostro eroe non ressero tanta astinenza. Divorziarono dopo due anni, e da allora Teodolindo fu costretto a passare alla ex moglie gli alimenti e, quel che è peggio, gli assorbenti e le pillole contro i dolori mestruali.

Le sue disavventure non erano certo finite: il colpo di grazia arrivò in un triste pomeriggio di settembre quando i tecnocrati della Nelsen decisero di organizzare lo Scontro Supremo. Quando Mastro Lindo arrivò sul set delle riprese del nuovo spot pubblicitario, si trovò di fronte un battaglione di ferocissimi Nemici dell'Igiene giapponesi, armati fino ai denti e del tutto privi di scrupoli: fu una battaglia epica, senza esclusione di colpi, che si accese di toni drammatici quando la brigata Tsukamoto e la divisione di fanteria meccanizzata Akashi sorpresero il Nostro con una precisa manovra a tenaglia, cacciandolo a testa in giù nella tazza del water e costringendolo alla resa. Alla disfatta sul campo si aggiunse un freddo comunicato dell'ufficio ricerche e marketing: secondo l'ultimo sondaggio la testa pelata di Mastro Lindo non piaceva più alle casalinghe italiane, che preferivano le chiome fluenti e le code di cavallo. Il nuovo prodotto si sarebbe chiamato Fiorin Fiorello, il detergente che fa cantare il tuo water, con testimonial d'eccezione l'ex presentatore del karaoke. Per Teodolindo il verdetto poteva essere uno soltanto: licenziato! "Cosa posso fare, ora?" pensò Teodolindo frugando nel frigorifero alla ricerca dell'ultima lattina di Tot giallo, "non so fare altro che spot pubblicitari!". Si attaccò disperato al telefono nella speranza che i suoi vecchi amici potessero fare qualcosa per lui: Mister Verde, quel vecchio pedofilo di Capitan Findus, Mago G, l'Uomo del Monte... ma nemmeno lui, che pure c'era abituato, avrebbe detto sì. C'era crisi, il settore della pubblicità era fermo e i budget limitati: di lavoro neanche a parlarne.

Non un grido accompagnò il volo di Teodolindo dall'undicesimo piano del palazzo. Sul tavolino, il disperato biglietto d'addio al mondo. Sulla strada, un corpo esanime gonfio di muscoli ormai inutili. E poi la Polizia, l'ambulanza, i curiosi, i fotografi... Anzi, IL fotografo, l'avvoltoio della reflex, il condor del teleobiettivo: Olivo Toscanelli, l'onnipresente. Il lenzuolo insanguinato che copriva il corpo di Teodolindo Mastrolonardo brillò per un attimo alla luce del flash. Dopo due settimane la macabra foto invase letteralmente i media di tutta la nazione: dalla televisione ai giornali, dai muri agli autobus, ovunque appariva la triste immagine del cadavere di Teodolindo, accompagnata dalla scritta UNITED COLORS OF BENETTON.

Dr. Danny Irreparabili.


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