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Vitto, 5 anni
spritzina di Paperopoli, ma periferia.
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VENTI SIGARETTE A NASSIRYA

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La felpa del Torelli Sudati Rugby Club

ORA VORREI TANTO...

Un passaporto malese.
E chiamarmi Yanez.

STO STUDIANDO...

Sono alla ricerca di me stesso.

Oh...eccomi! ero sotto al comò.

OGGI IL MIO UMORE E'...

non so dove sia.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) leccare il Poli !!!



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LE IMMAGINI DELLA PRIMA CELEBRAZIONE.







QUESTO BLOG SUPPORTA SEBASTIEN CHABAL,
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sabato 20 febbraio 2010 - ore 02:55


Domeniche.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Per quattro anni, prima ogni settimana, poi ogni due, sempre la stessa storia. Vita da pendolare del weekend. Età 16-20. Linea regionale Calalzo - Montebelluna - Padova.
La domenica finisce alle cinque di pomeriggio. Il treno è alle sei e dieci e ci vuol del bello e del buono per essere in stazione a tempo, in quaranta minuti di macchina da casa. Che poi dopo c’è la fila per il biglietto, chè la biglietteria automatica l’han messa solo in seguito. Ora c’è solo quella.
Salire in treno e prendere posto al finestrino, a guardar fuori il niente, il buio delle sere d’inverno, usando la tenda come cuscino per non trovarsi la faccia, casomai ci si addormentasse sul vetro, tutta bagnata dalla condensa.

Fino a Belluno viaggio tranquillo, spesso solitario, poi bam, sale la mandria. Il vagone si riempie di bellunesi, agordini, zoldani, quasi tutti universitari, e io liceale col mio libro di greco a fare i compiti per il lunedì un po’ mi vergogno.
Soprattutto, non conosco nessuno.
E i primi due anni non conosco nessuno neanche giù, in città.
E non conosco più nessuno su, in montagna.
Praticamente passo il 1997 in compagnia dei supereroi Marvel e di qualche porno giapponese rubato all’edicola. e nascosto in zaino sotto il libro di greco.
Inizio ad agitarmi già a Castelfranco. Sento che siamo arrivati. Mancano ancora 35 minuti, ma io già so che siamo arrivati. siamo lìlì per arrivare...manca poi poco.
Appena passiamo dietro a Pontevigodarzere, si vedono dei cartelloni pubblicitari illuminati, e sempre qualche prostituta vicino. Allora mi alzo e son pronto a scendere. Poi a piedi fin dai nonni.

Mi stendo a letto, e penso che non sto nè di qua nè di là.
E lo continuo a pensare per quattro anni, anche se a volte me lo dimentico.
E mi autoconvinco di non appartenere a questa città. E di non possederla, se è per questo.
E nonostante tutto, fondamentalmente, mi sa che continuo a pensare così.
E non si iniziano le frasi con "e...".
Ma in fondo amen, chissene.

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sabato 20 febbraio 2010 - ore 01:01


Cose per cui usualmente mi incazzo.
(categoria: " Vita Quotidiana ")




1. Gli automobilisti che se ne fottono dei pedoni.

2. I pedoni che se ne fottono degli automobilisti.

3. L’assenza di locali non gay non disco non eno non gastro non uao! non figo! non qualsiasi cosa. L’assenza insomma di posti dove se vuoi vai, ti butti su una sedia o un divano, chiaccheri o stai per i cazzi tuoi, e magari leggi un libro, o giochi a biliardo.

4. Il fatto che nei bar sono scomparsi i biliardi.

5. I placcaggi alti.

6. I Savoia. I Savoia, se li abbiamo mandati via, un motivo c’era. E non è che fosse banale. E non è che sia passato di moda. Ogni volta che sento un Savoiardo ripetere "amo l’Italia", per uno strano fenomeno psico-storico-fisico, il mio scroto viene risucchiato in una cavità pelvica creata all’uopo, e là resta per una decina di giorni.

7. Le converse col pelo.

8. I telepredicatori.

9. Il tè o la tisana quando si raffreddano.

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martedì 16 febbraio 2010 - ore 01:32


Demotitry.
(categoria: " Vita Quotidiana ")




OH MIO DIO!
Quell’uomo porta le bretelle!

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lunedì 15 febbraio 2010 - ore 00:19



(categoria: " Vita Quotidiana ")


0435 62533.

me lo ricordo.

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domenica 14 febbraio 2010 - ore 01:55



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Pensieri:
Parole:
Opere:
Omissioni:

Ometto tante parole.
Penso a parecchie opere.

Forse dovrei operare meno omissioni, pensare a più parole.

Oppure potrei semplicemente ascoltare.





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venerdì 12 febbraio 2010 - ore 15:19



(categoria: " Vita Quotidiana ")


la morte ha una sua dimensione verticale.



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martedì 9 febbraio 2010 - ore 10:31


una vita da mediano (d’apertura)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Una vita da mediano
A buttare via palloni
Nato con i piedi buoni
Mica come gli altri ciccioni!
Una vita da mediano
Con dei compiti un po’ vari
A scappare dalle terze,
sennò sono cazzi amariiii


Sempre Lì
Lì per terra
Se ti prendono poi stai Lì

Una vita da mediano
Da chi in campo scappa a razzo
Che il pallone devi darlo
A un pilone che non ci capisce un cazzo
Una vita da mediano
Che la vita non ti ha dato
Né la massa del pilone
Né del 5, che peccato!

Sempre Lì
Lì per terra
Se ti prendono stai lì, nella ruck
Lì nel mezzo
Finchè ce n’hai,
Finchè lo sai stai lì

Una vita da mediano
Da uno che poi ti si pesta
Perché al sedicesimo in avanti
Per la mischia è una gran festa
Una vita da mediano
Lavorando come Diego
Anni di calcetti e avanti
E nessuno che ti dica “prego”






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venerdì 5 febbraio 2010 - ore 14:46



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Bon, chi ascolta Vasco al rogo, chi Ligabua alla garrota.

E anche per oggi abbiamo migliorato il paese quel tanto che basta.

Vado a bere un fernet con loro.







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venerdì 5 febbraio 2010 - ore 01:28


second me.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sceso dalla staccionata, Martino corre però a raccogliere il fazzoletto del padre, infilandoselo, sporco di fango, nella tasca posteriore dei pantaloni militari che indossa. Il ragazzo poi si volta verso il bosco a monte della strada del camposanto, e inizia a correre a perdifiato lungo la costa, seguendo la linea di massima pendenza, calpestando felci e piante di mirtilli, passando in mezzo a piante resinose e cariche di rugiada, ferendosi il volto tra i rami degli abeti, senza mai cambiare direzione, puntando fisso verso est, verso le malghe. Il sudore gli riga il volto e, nonostante la pioggia e la giornata fredda gli scalda la pelle, colando sulla schiena. Nella fretta, salta da un tronco all’altro delle piante abbattute, ormai a terra e ricoperte di muschio, badando solo a non inciampare nelle radici, e non si accorge di due ombre che lo seguono da distante, i piedi nelle sue impronte, attente a ripararsi quando il bosco si dirada un po’, mettendo a rischio la loro copertura.

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mercoledì 3 febbraio 2010 - ore 01:47


Incipit.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Martino dondola i piedi, seduto sulla staccionata umida per la pioggia, e ogni tanto i talloni colpiscono le assi, con un suono sordo. Più in basso, ad una ventina di metri da lui, un piccolo corteo segue una cassa di legno grezzo, di tavole fresche di taglio, color paglierino. Tra le assi sconnesse si intravede il lenzuolo bianco che avvolge il corpo di sua madre, e in cima alla piccola bara (sua madre non era un gigante), Martino due ore prima ha messo dei fiori presi sul prato di Michelùt. Un prete mormora le sue preghiere in latino, leggendo da una Bibbia aperta sul palmo della mano sinistra, e alcune vecchie del paese, vestite di nero, s’uniscono alle litanie con versi gutturali, seguendo un ritmo cantilenante che ormai sanno a memoria, senza guardarsi tra loro, con gli occhi fissi a terra.
Martino guarda la scena e non sa decidersi a piangere. Sono due giorni che la mamma è morta, e non ha versato nemmeno una lagrima. Non perchè creda d’esser troppo grande, coi suoi quattordici anni, e il fazzoletto rosso da garibaldino al collo. Nemmeno per indifferenza nei confronti della madre, benchè non abbia mai provato per lei un’affezione spasmodica, e anzi spesso e volentieri l’avesse sentita lontana e diversa da sè. Martino, in verità, non riesce a decidersi a piangere prima di aver visto suo padre fare lo stesso.
E il volto dell’uomo robusto, che segue il prete in mezzo alle anziane, è asciutto, teso, e duro. Una barba lunga di due mesi copre il volto di Neno, coprendo tutte le rughe e le ferite di cinque anni di guerra, e un drappo rosso copre anche il suo collo.

Martino la scruta, quella barba, la indaga. Cerca gli occhi del padre con ostinazione, quasi a sfidarlo. E Neno non sfugge, pianta lo sguardo verso la staccionata e non dice nulla. Per qualche secondo i due si fissano, in un tardo pomeriggio del maggio ’45. Poi Neno si ferma, lascia la mano della figlia minore e della sorella, e si strappa il fazzoletto rosso, gettandolo a terra, per poi riprendere il suo posto nella lenta processione funebre, senza più voltarsi a guardare il figlio.

Il ragazzo sulla staccionata continua a seguire con lo sguardo i resti di sua madre portati verso il camposanto, di là dal Piave. E pensa che in fondo, un padre da solo non serve a niente.

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