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Nessuna scelta effettuata

Ciao a tutti! Questo blog è nato per scherzo, ma ho visto, anzi, abbiamo notato la necessità di aprire in questo sito, in questa sezione (quella dei blog), uno spazio di (contro)informazione, discussione e confronto su determinate tematiche, fatti a nostro avviso più o meno gravi, e fatti positivi che vengono volutamente taciuti per preferire, anzichè il bene comune cui la politica dovrebbe mirare,l’interesse di pochi. Il governo Berlusconi ne è la conferma eclatante, e da poco meno lo era il governo precedente.
Questo blog supporta la lista civica nazionale "Per il Bene Comune".

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Per motivi burocratici le donazioni non sono ancora possibili attraverso queste coordinate. A breve provvederò a linkare le coordinate giuste comunicatemi dal Dr. Montanari.

Per informazioni sul movimento in provincia di Vicenza contattate il 3932349498.
Se non rispondo subito vuol dire che non posso. Abbiate cura di lasciare un messaggio in segreteria, specificando il motivo della chiamata. Se non volete lasciare un messaggio in segreteria mandate un sms. Se non volete mandare un sms... esistono anche gli spritz-speedy!
P.S.: Questo blog non è ambientalista, nè di sinistra. é uno spazio dove vengono riportate informazioni che TV e giornali non riportano! Quindi si evitino commenti dettati da conclusioni affrettate e non da approfondimenti, i quali verranno risposti in un primo momento, quindi cancellati.

NO AL NUCLEARE!!!


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SONDAGGIO: INCENERITORI: CHE NE SAPETE?


Cosa sapete, o credete di sapere, degli inceneritori?



Non m’’interessa
sono l’’unica soluzione possibile, ma il riciclaggio è meglio
Sono l’’unica soluzione possibile, e oltretutto sono vantaggiosi, producendo energia elettrica e teleriscaldamento
Sono solo uno spreco di energia e risorse
Sono uno spreco di energia e risorse oltre al fatto che la cenere va riallocata nelle discariche
Cenere e posto per queste ultime, fumi e diossine, acqua, energia, materie prime riutilizzabili, multe dall’’UE, cip6. Cosa valorizzano, di grazia?

( solo gli utenti registrati possono votare )

venerdì 17 ottobre 2008 - ore 09:28


Il prof Giugliano dice che gli inceneritori migliorano la qualità dell’aria...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


...Ma sarà certamente colpa dei panifici.

Prendetevi sette minuti per guardarlo.

Il recinto

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venerdì 17 ottobre 2008 - ore 09:25


Tempi duri (La verità sulle missioni all’estero)‏
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I problemi non mancano mai. In questo paese, ma non solo. Basta conoscerli bene a fondo per sapere meglio come muoversi per evitarli, resistere ad essi o risolverli.
Dovrebbe essere anche un compito importante della classe politica di un paese. Ma forse in un paese dalla grande tradizione di limpidezza ed efficienza come il nostro è chiedere troppo.

Pertanto, se il precariato diventa un dramma sociale di questo paese, vista l’ampiezza con la quale si sta estendendo, se nessun organo istituzionale si occupa di riagganciare gli stipendi al costo della vita,
se sono in vista centinaia di migliaia di licenziamenti indiscriminati nella pubblica amministrazione che fanno passare per "lotta ai fannulloni", se il costo del petrolio è esorbitante e non abbiamo una politica energetica alternativa, se la concentrazione dei poteri di governo e di informazione sono nella mani di pochi (o di uno, se vogliamo essere più precisi), se il governo attuale si impegna in prima persona anche a selezionare le singole serie che possono andare in TV (la decisione di non mandare in onda su Raitre una serie televisiva geniale come Boris), se la politica nazionale viene decisa da uomini di strana moralità resi denti in paesini campani e da senatori con mogli o amichette desiderose di ricavare per sé stesse un ruolo in tv, se il ministero degli interni si costituirà parte civile CONTRO la donna italo-somala apparentemente maltrattata dalle forze dell’ordine all’aeroporto di Ciampino e le chiederà i danni, se tutto questo diventa quotidianità, non preoccupatevi, perché c’è chi pensa a tutt’altro.

E così, difatti, mentre questi problemi permangono, possiamo assistere con gioia ad uno scazzo insensato tra Schifani e Veltroni su questioni trite e ritrite, o anche goderci la gara tra D’Alema e Tremonti su chi conosce meglio Karl Marx, la cui risposta, visto l’operato di entrambi, è chiaramente NESSUNO DEI DUE.

E intanto ciò che veramente conta, finisce in secondo piano.
Il governo ha approvato il Decreto Legge numero 150 del 29 settembre scorso, in cui si dà il via libera al rifinanziamento delle missioni militari all’estero: Libano, Bosnia-Herzegovina, Chad, Repubblica Centrafricana, Georgia (la new-entry), Iraq (addestratori delle truppe irachene), Afghanistan, Balcani, Libia, Haiti.

Spesa totale per finanziare le missioni fino a fine 2008: più di 147 milioni di euro.
Direte... "tutti soldi del ministero della difesa!".

FALSO!

Una grossissima fetta viene prelevata dalle riduzioni di spesa generali. Inoltre, contribuiranno vari ministeri al sostentamento delle nostre truppe all’estero:

Ministero dell’economia e delle finanze 1.155.000;
Ministero della giustizia 706.000;
Ministero degli affari esteri 11.478.000;
Ministero della pubblica istruzione 2.457.000;
Ministero dell’interno 815.000;
Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali 130.000;
Ministero per i beni e le attività culturali 1.618.000;
Ministero della salute 449.000;
Ministero dei trasporti 841.000;
Ministero dell’università e della ricerca 985.000.

Ora sapete perché licenziano personale nelle università e nelle scuole, perché la qualità dei servizi è pessima, perché la sanità sta crollando e perché alla giustizia mancano i fondi.
Perché dobbiamo imbracciare i mitra e farci vedere in ogni angolo più remoto del globo.

Sempre nel silenzio-assenso generale. Grazie popolo italiano, la gioia di ogni potente!

PS: Il comandante britannico in Afghanistan dichiara che la guerra lì è una perdita di tempo e di vite umane inutile. Che senza un accordo politico non si andrà mai da nessuna parte (dichiarazione riportata da L’Unità). C’& egrave; qualcuno in questo mondo nei posti di comando che fa ancora funzionare il cervello. Ma tanto non c’è quasi nessuno ad ascoltare...


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venerdì 17 ottobre 2008 - ore 09:15


Una banca differente‏
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Uno dei baluardi inespugnabili dell’intero sistema capitalistico è quello che fa capo ai grandi istituti finanziari e bancari. Solo chi ha la possibilità di “fabbricare” e gestire denaro può avere il “privilegio” di decidere e governare: tale regola si può facilmente applicare tanto alle grandi realtà internazionali, quanto alle piccole situazioni a cui noi, semplici cittadini del mondo, dobbiamo semplicemente adeguarci.

Riducendo ai minimi termini l’intero discorso, le banche - di qualsiasi entità e grandezza - traggono il loro nutrimento dal rapporto tra quantità di denaro depositato nelle proprie casse (non per forza liquido) e quantità di denaro concesso in prestito a singoli, a gruppi di individui, ad istituzioni. Il cardine del sistema è il tasso di interesse: ogni somma che l’istituto di credito elargisce in prestito dovrà essere restituita - da parte del debitore - con l’aggiunta di una ulteriore somma. In parole poverissime: il debitore paga il servizio che gli è stato offerto dalla banca (prestito di denaro).

Le cose si capovolgono se è l’individuo (società, istituzione) a depositare il proprio denaro presso una banca: allorquando lo stesso individuo (società, istituzione) deciderà di prelevare il suo denaro dall’istituto di credito, gli dovrà essere elargita una somma più alta rispetto a quella originariamente depositata. In parole poverissime: la banca - che ha potuto investire quel denaro per le sue funzioni - paga il risparmiatore per aver depositato le proprie somme in quell’istituto.

In sostanza, il profitto di un istituto di credito è dato dalla differenza tra interessi avuti e interessi dati. Il bilancio non è mai a somma zero: gli interessi ricevuti sono sempre superiori agli interessi elargiti, e ciò permette alla banca di guadagnare. Ma, per un istituto di credito, la linea che separa guadagno e speculazione è molto sottile, così come è molto sottile il confine che separa ciò che è usura da ciò che - almeno secondo i termini di legge - non lo è.

La banca svedese JAK funziona diversamente.

La filosofia di questo particolare istituto di credito risale agli anni Trenta del secolo scorso, e fu sviluppata da una associazione danese, la Jord Arbejde Kapital: in quegli anni critici (Grande Depressione, Nazionalsocialismo, Seconda Guerra Mondiale), si cercò un metodo alternativo per attenuare le disastrose conseguenze della congiuntura dell’epoca. Tale metodo fu individuato nell’abolizione del sistema di prestito e risparmio basato sull’interesse, e nella creazione di una sorta di mercato locale di commercio e scambio di beni. Il progetto fu temporaneamente bloccato dal Governo danese filonazista, ma l’istituto riemerse - in Danimarca - immediatamente dopo la guerra, e approdò nella vicina Svezia qualche decennio più tardi (1965), quando venne creata l’associazione no-profit Jord Arbete Kapital - Riksf örening för Ekonomisk Frigörelse (Associazione Nazionale per l’Emancipazione Economica).

L’idea base si richiama ai tre fattori di produzione dell’economia reale, i quali si traducono nell’acronimo JAK: Jord (Terra), Arbete (Lavoro), Kapital (Capitale). Un po’ come succede per il sistema delle banche islamiche, anche per la JAK l’impegno primo è evitare qualsiasi forma di mercato finanziario e di speculazione, in quanto:

1) L’interesse provoca instabilità economica;

2) L’interesse causa disoccupazione, inflazione e danni ambientali;

3) L’interesse sposta il denaro dalle classi più povere a quelle più ricche;

4) L’interesse favorisce progetti che mirano ad ottenere alti profitti nel breve periodo.

Per rispettare l’impegno, l’istituto svedese ha adottato un modus operandi particolare (se lo si paragona a quello dei normali istituti di credito):

a) La banca JAK è una cooperativa: ogni membro può possedere una sola ed unica azione. Tradotto: nessun azionista di maggioranza, nessuna possibilità di scalate, nessuna sottomissione ad eventuali interessi di parte. Attualmente i soci sono circa 35.000, sparsi in tutta la Svezia;

b) La banca JAK prevede un sistema di punteggio: più un risparmiatore deposita le sue somme in un dato periodo, e più punteggio avrà nel caso necessiti di un prestito in un periodo successivo. La concessione e la portata dell’eventuale finanziamento dipenderà strettamente dal punteggio, più o meno alto, posseduto dal risparmiatore/debitore;

c) Come appena detto, al risparmiatore viene concesso un determinato punteggio in base alla cifra depositata, ma nessun interesse economico. Funziona in maniera leggermente diversa il meccanismo per i prestiti: al momento dell’estinzione del debito, il beneficiario dovrà pagare un interesse - calcolato in base al tasso annuo effettivo globale (attualmente del 2,5% - finalizzato alla copertura delle spese di gestione e di rischio che la banca deve sostenere.

La banca JAK è in costante espansione, e punta molto sul dialogo e sulla formazione economica dei suoi membri: possiede una rivista (Grus&Guld), organizza seminari, e aiuta attivamente le attività dei suoi risparmiatori. Per poter usufruire dei servizi della banca occorre risiedere in Svezia, ma - soprattutto negli ultimi anni - anche in altri Paesi europei alcune associazioni hanno tentato di imitare l’innovativo modello della banca svedese: l’OZB di Stoccarda è un esempio.

Cambiare il mondo è un’impresa impossibile, ma non voglio perdere la speranza: sono sicuro che si possa almeno migliorare. E la banca JAK va in questa direzione.




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venerdì 17 ottobre 2008 - ore 09:13


Regione Campania, 200 mila euro per la gita americana
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ma la Regione Campania non è quella con i conti in situazione disperata? Quella dove la gestione dei rifiuti è commissariata da un decennio? Quella dove la sanità pubblica solo nel 2008 ha prodotto un extrabuco di 300 milioni di euro che si sommano ai miliardi degli anni scorsi? L’ultimo degli assessori bassoliniani, quel Claudio Velardi chiamato a risollevare l’immagine di un terra travolta da immondizia e criminalità, non deve essersi accorto della situazione finanziaria che lo circonda. Forse l’ex spin doctor dalemiano e fondatore di una lanciatissima società di comunicazione è ancora rimasto ai fasti del rinascimento partenopeo. Così per una trasferta ufficiale della Regione Campania a Washington sono stati stanziati duecentomila euro. Certo, ben poca cosa rispetto allo sfarzo delle tournè transoceaniche di Sandra Lonardo Mastella, tutt’ora presidente del consiglio campano nonostante l’arresto e le accuse confermate da tutti i tribunali. Ma una cifra comunque elevata.

Nel suo blog Velardi parla di "un persistente, sordo pregiudizio sui fondi impiegati nella promozione istituzionale". E fornisce la lista delle spese previste per la trasferta di 3 giorni. Onore alla trasparenza. L’elenco però aumenta le perplessità. Ci sono dieci voli andata e ritorno Roma-Washington: 25 mila euro. In pratica, 2500 euro a testa: biglietto di business senza sconti. Poi ben 1500 euro per i trasferimenti dall’aeroporto alla capitale americana: 150 euro a testa, una cifra molto alta per le tariffe delle Limousine con autista. Quindi 16.890 uro per l’albergo della delegazione ufficiale, dello staff del ristorante Don Alf onso e per gli ospiti. Andiamo all’alimentazione. Sono previsti 36 mila euro per offrire una cena di gala: quanto basta a sfornare 500 menù da 72 euro l’uno. Poi c’è il dinner della Niaf, la potente organizzazione italo-americana: il tavolo richiede un contributo di 70 mila euro. Ma le due mangiate non bastano e così vengono stanziati altri 5000 euro di pasti per delegazione e ospiti: forse il jet lag mette appetito... E pensare che Velardi nel blog lamenta di avere "le viscere che bofonchiano" per una recente indisposizione.

Veniamo ai gadget. Per gli ospiti d’onore 50 cravatte e 25 foulard: 7500 euro. Fanno cento euro a pezzo. Si spera almeno che siano Marinella. E sorpende che la Regione non sia riuscita nemmeno a farsi fare uno sconticino. Prezzo da boutique anche per i 3.500 magneti omaggio, costati 4 euro e mezzo cadauno. Ci sono poi 2.000 magliette da 5 euro a mezzo l’una, quelle sì economiche. Infine la pubblici tà. Poteva un evento del genere non venire propagandato? Bene, altri 24 mila euro. Per comprare una pagina su una testata di Washington? Per far uscire qualcosa su un settimanale statunitense? No, i soldi vanno al quadrimestrale Italy Italy, edito da una società di Magliano Romano: un periodico in inglese, spesso distribuito come allegato nelle edicole italiane e venduto solo in abbonamento nel Nord America.
Velardi, parlando delle missioni all’estero, sul suo blog parla di "esercizi gratuiti di cafoneria, imbarazzanti foto ricordo (ne ricordo una di Occhetto a Manhattan…), dichiarazioni fuori luogo. Insomma, il sospetto generale e preventivo è comprensibile". Come dargli torto?


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venerdì 17 ottobre 2008 - ore 09:12


Le parole per non dirlo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Fonte: Infopal

15-10-2008

Pubblichiamo qui di seguito un articolo del giornalista israeliano Yonatan Mendel, uscito per la London Review of books. Si tratta di un’analisi accurata e critica della comunicazione giornalistica in Israele. Un’analisi che non avremo probabilmente mai il piacere il leggere nei nostri quotidiani che pur si comportano esattamente nello stesso modo descritto da Mendel e che dalle stesse fonti dei colleghi israeliani attingono "notizie" e "definizioni" - si pensi al termine "Hamastan" usatissimo dai nostri giornali in riferimento alla Striscia di Gaza governata da Hamas. Il giornalista sottolinea, inoltre, che "i mezzi d’informazione israeliani preferiscono assumere giornalisti con una conoscenza mediocre dell’arabo": che dire dei nostri giornali e dei nostri colleghi?

Quello di Mendel è un articolo che impone una riflessione: se in Israele, quando si parla di Palestina e di palestinesi, non c’è libertà di informazione perché la strategia bellica israeliana vuole così, qual è la giustificazione che potrebbero esibire i nostri media per la nostra mancanza di libertà di informazione? Siamo anche noi "coinvolti in un conflitto con i palestinesi"? Siamo anche noi "potenza occupante"?

O siamo solo abituati a rispondere di sì a tutte le richieste di potenti paesi amici, scodinzolando felici?


Le parole per non dirlo

I palestinesi sequestrano, aggrediscono, uccidono. I militari di Tel Aviv arrestano, reagiscono, sgombrano. Un giornalista israeliano analizza come la stampa del suo paese parla del conflitto

Yonatan Mendel, London Review of books, Gran Bretagna


da Internazionale 736, 21 marzo 2008

Nel 2007 ho provato a farmi assumere dal quotidiano israeliano Maariv come corrispondente dai Territori occupati. Oltre a parlare arabo e ad aver insegnato nelle scuole palestinesi, avevo partecipato a molti progetti congiunti israelo-palestinesi. Durante il colloquio con il direttore mi ha chiesto come potevo pensare di essere obiettivo: avevo trascorso troppo tempo con i palestinesi, quindi sicuramente avevo un pregiudizio favorevole nei loro confronti. Così non ho avuto il posto.

Il colloquio successivo l’ho fatto con Walla, il sito web più frequentato di Israele. Quella volta mi è andata bene e sono diventato il corrispondente di Walla dal Medioriente. Non mi ci è voluto molto a capire cosa voleva dire Tamar Liebes, direttrice dello Smart Institute of Communication della Hebrew University, quando affrmava: "I giornalisti e gli editori si comportano come degli attivisti del movimento sionista e non come osservatori esterni".

Con questo non voglio dire che i giornalisti israeliani manchino di professionalità. Giornali, tv e radio denunciano con una determinazione lodevole la corruzione, la decadenza sociale e la disonestà dilaganti. Il fatto che gli israeliani abbiano saputo quello che ha fatto l’ex presidente Moshe Katsav con le sue segretarie dimostra che i mezzi d’informazione del paese fanno il loro dovere anche a rischio di suscitare scandali. Gli intrallazzi di Ehud Olmert per l’acquisto di un appartamento, le relazioni clandestine di Benyamin Netanyahu, il conto segreto aperto da Yitzhak Rabin in una banca statunitense sono tutti argomenti che la stampa israeliana ha trattato con la massima libertà.

Altrettanta libertà non esiste invece sulle questioni che riguardano la sicurezza. In quel caso, ci siamo "noi" e "loro", le forze armate israeliane e il "nemico". Le valutazioni di ordine militare - le uniche consentite - sovrastano qualsiasi altro discorso. Il problema non è che i giornalisti israeliani obbediscono a degli ordini o si attengano ad un codice scritto: è solo che si fidano delle forze di sicurezza del paese.

Nella maggior parte degli articoli sul conflitto arabo-palestinese si contrappongono due schieramenti: da una parte le Forze di difesa israeliane (Idf) e dall’altra i palestinesi. Quando si parla di uno scontro violento, le Idf confermano oppure l’esercito dichiara, mentre i palestinesi sostengono: "I palestinesi sostengono che negli scontri a fuoco con le Idf è stato gravemente ferito un neonato". Sono invenzioni? "I palestinesi sostengono di essere stati minacciati dai coloni israeliani".

Ma chi sono questi palestinesi? L’intero popolo palestinese, gli arabi israeliani, gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, quelli che vivono nei campi profughi dei paesi confinanti, quelli della diaspora? Perché un articolo parla di una tesi sostenuta dai palestinesi?

Perché non si cita quasi mai un nome, un ufficio, un’organizzazione, insomma una qualsiasi fonte a cui attribuire le dichiarazioni?
Forse perché questo le farebbe apparire più credibili?

Quando i palesinesi non sostengono nulla, il loro punto di vista rimane semplicemente inascoltato.

Il Centro per la difesa della democrazia in Israele (Keshev) ha analizzato il modo in cui le principali tv e i grandi giornali israeliani hanno parlato delle vittime palestinesi nel dicembre del 2005.

Risultato: in 48 articoli si dava notizia della morte di 22 palestinesi, ma solo in otto si riportava anche una dichiarazione dei palestinesi, oltre alla versione dell’esercito israeliano. Negli altri quaranta articoli la notizia era data solo dal punto di vista delle Idf.

Un altro esempio: secondo la stampa israeliana, nel giugno del 2006 - quattro giorni dopo il rapimento del soldato Gilad Shalit nel versante israeliano della barriera di sicurezza che circonda Gaza - Israele ha arrestato una sessantina di militari di Hamas, di cui trenta erano parlamentari e otto erano militari del governo palestinese.

Con un’operazione accuratamente pianificata Israele ha catturato e imprigionato il ministro palestinese per gli affari di Gerusalemme, i ministeri delle finanze, dell’istruzione, degli affari religiosi e di quelli strategici, dell’interno, dell’edilizia e degli istituti carcerari, nonchè i sindaci di Betlemme, di Jenin e di Qalqilya, più il presidente del parlamento palestinese e un quarto dei suoi deputati. Il fatto che questi alti funzionari siano stati prelevati dai loro letti in piena notte e trasferiti in territorio israeliano non era un rapimento. Israele non rapisce: Israele arresta.

L’esercito israeliano non uccide quasi mai nessuno intenzionalmente, figurarsi se commette un assassinio. Anche quando sgancia una bomba da una tonnellata su una zona di Gaza densamente popolata, provocando la morte di un uomo armato e di 14 civili innocenti tra cui 9 bambini, non si tratta di un’uccisione intenzionale o di un assassinio, ma di un omicidio mirato.
Un giornalista israeliano può dire che i militari delle Idf hanno colpito dei palestinesi, o li hanno uccisi, o uccisi per errore, e che i palestinesi sono stati colpiti, o uccisi, o perfino che hanno trovato la morte (come se l’avessero cercata), ma non scriverà mai che sono stati assassinati. Qualunque termine si voglia usare, resta il fatto che dall’inizio della seconda intifada sono morti per mano delle Idf 2087 palestinesi che non avevano niente a che fare con la lotta armata.

Per come le dipingono i mezzi di informazione israeliani, le Idf hanno anche un’altra strana caratteristica: non sono mai loro che cominciano, decidono o lanciano un’operazione. Le Idf si limitano a reagire. Reagiscono ai lanci di razzi, reagiscono agli attentati terroristici, reagiscono alle violenza dei palestinesi. Così tutto sembra molto più civile e ordinato: le forze armate israeliane sono costrette a ingaggiare dei combattimenti, a distruggere case, a sparare ai palestinesi (uccidendone 4.485 in sette anni), ma i soldati non sono responsabili di nessuno di questi fatti. Si trovano davanti a un nemico insidioso e, com’è doveroso, reagiscono. Il fatto che le loro operazioni (il coprifuoco, gli arresti, le sparatorie, le uccisioni) siano la prima causa delle reazioni dei palestinesi, alla stampa israeliana non interessa. Dato che ai palestinesi non è dato reagire, i giornalisti israeliani usano un altro vocabolario: vendicare, provocare, aggredire, incitare, lanciare pietre o sparare razzi Qassam.

Nel giugno del 2007, intervistando Abu Qusay, portavoce delle Brigate di Aqsa a Gaza, gli ho chiesto perché fossero stati lanciati dei razzi Qassam contro la cittadina israeliana di Sderot: "L’esercito potrebbe reagire", ho osservato senza rendermi conto che le mie parole contenevano già un pregiudizio. "Ma la nostra è una reazione", ha obiettato Abu Qusay. "Noi non siamo terroristi, non abbiamo intenzione di uccidere. Resistiamo alle continue incursioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania, alle sue aggressioni, all’assedio alle nostre risorse idriche, alla chiusura dei nostri territori". Le parole di Abu Qusay sono state tradotte in ebraico, ma l’esercito israeliano ha continuato a penetrare in Cisgiordania ogni notte. In fin dei conti, era solo una reazione.

In un periodo in cui i raid israeliani contro Gaza erano frequenti, ho chiesto ad alcuni colleghi: "Se un palestinese armato varca il confine, entra in Israele, arriva a Tel Aviv e si mette a sparare alla gente per la strada, lui sarà il terrorista e noi le vittime, giusto? Ma se le forze armate israeliane varcano il confine, penetrano nella Striscia di Gaza per chilometri con i loro mezzi corazzati e cominciano a sparare ai palestinesi armati, chi sarà il terrorista e chi il difensore della sua terra?

Perché i palestinesi che abitano nei Territori occupati non hanno mai il diritto di praticare l’autodifesa, mentre l’esercito israeliano difende il paese?"

Uno dei grafici del giornale, il mio amico Shai, mi ha chiarito come stanno le cose: "Se tu vai a Gaza e ti metti a sparare a casaccio alle persone, sei un terrorista. Ma quando lo fa l’esercito, è un’operazione per la sicurezza di Israele: è l’attuazione di una decisione del governo!".

Dei tipi resistenti

Un’altra interessante distinzione tra loro e noi è emersa quando Hamas ha chiesto il rilascio di 450 militanti prigionieri in cambio del soldato Gilad Shalit. Israele ha annunciato che ne avrebbe liberato alcuni ma non quelli con le mani sporche di sangue. Sono sempre i palestinesi, mai gli israeliani ad avere le mani sporche di sangue. Il che non significa che un ebreo non possa uccidere un arabo: ma anche se lo fa non avrà mai le mani sporche di sangue. E se viene arrestato sarà scarcerato dopo qualche anno. Per non parlare di quegli israeliani che si sono sporcati le mani di sangue e poi sono diventati primi ministri.

Noi israeliani non solo siamo più innocenti quando uccidiamo: siamo anche più sensibili quando ci fanno del male. Ecco come suona una tipica descrizione del missile Qassam che colpisce Sderot:

"Un Qassam è caduto nei pressi di un edificio abitato da civili. Tre israeliani sono rimasti lievemente feriti e altri dieci sono in stato di shock". Non bisogna sottovalutare queste conseguenze: un missile che colpisce una casa in piena notte può effettivamente provocare un forte shock. Ma lo shock è solo per gli ebrei. I palestinesi, a quanto pare, sono molto resistenti.


Le Idf - invidia di tutti gli altri eserciti del mondo - uccidono solo le persone importanti. "Un altro esponente di Hamas", sulla stampa israeliana, è diventato quasi un ritornello. Gli esponenti minori di Hamas o non si trovano oppure non vengono mai uccisi. Shlomi Eldar, che fa il corrispondente da Gaza per conto di una rete televisiva israeliana, ha coraggiosamente affrontato il fenomeno nel suo libro del 2005 Eyeless in Gaza (A Gaza senza occhi). Nel 2003, quando è stato assassinato Riyad Abu Zaid, la stampa israeliana ha riportato il comunicato stampa dell’esercito secondo cui il morto era capo dell’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza. Eldar, che è uno dei pochi giornalisti investigativi israeliani, ha poi scoperto che in realtà si trattava semplicemente del segretario dell’associazione dei prigionieri di Hamas. "E’ una delle tante occasioni in cui Israele ha promosso sul campo un militante palestinese", ha commentato Eldar.

"Dopo ogni assassinio mirato, qualsiasi militante di base viene elevato al rango di capo".
Questo fenomeno per cui i comunicati delle forze armate diventano direttamente notizie è frutto sia dello scarso accesso alle informazioni sia della scarsa volontà dei giornalisti di cogliere in fallo i militari o di denunciarli come criminali. "Le Idf sono in azione a Gaza" (o a Jenin o a Tulkarem o a Hebron) è la formula usata dall’esercito e ripetuta dalla stampa. Perché rattristare i lettori? Perché raccontargli quello che fanno i soldati, descrivere il terrore che seminano, il fatto che arrivano armati a bordo di veicoli pesanti e soffocano la vita di una città, suscitando ancora più odio, dolore e desiderio di vendetta?

A febbraio scorso, uno dei provvedimenti contro il lancio di razzi Qassam verso Israele è stato di tagliare la corrente a Gaza per qualche ora al giorno. Anche se questo comporta, tra l’altro, la mancata erogazione di elettricità agli ospedali, è stato scritto che "il governo israeliano ha deciso di approvare questo provvedimento considerandolo un’arma non letale".

Un’altra operazione che i militari effettuano spesso è lo sgombero, in ebraico khisuf. Khisuf significa precisamente "mettere a nudo qualcosa di nascosto", ma nell’uso che ne fanno le forze armate assume il significato di ripulire una zona che potenzialmente può offrire riparo ai ribelli palestinesi.

Nel corso dell’ultima intifada, le ruspe israeliane hanno abbattuto migliaia di case palestinesi, sradicato migliaia di alberi, ridotto in macerie migliaia di serre. Meglio sapere che l’esercito ha sgomberto il posto, invece di guardare in faccia la realtà: le forze armate israeliane distruggono le proprietà, l’orgoglio e la speranza dei palestinesi.

Allo stesso modo, le zone di guerra sono i luoghi in cui i palestinesi possono restare uccisi anche se sono bambini ma non sanno di essere entrati in una zona di guerra. A proposito: tendenzialmente, i bambini palestinesi sono promossi ad adolescenti palestinesi, soprattutto quando vengono uccisi accidentalmente. Altri esempi? Gli avamposti palestinesii in Cisgiordania sono definiti avamposti illegali, forse per distinguerli dagli insediamenti israeliani, che a quanto pare sono legali. E ancora: l’Olp viene sempre designato con la sigla ebraica, Ashaf, e mai con la sua denominazione completa.

La parola Palestina non si usa quasi mai: esiste un presidente palestinese, ma non un presidente della Palestina.

Negare la realtà

"Una società in crisi si reinventa un nuovo vocabolario", ha scritto David Grossman, "e pian piano sviluppa una nuova varietà di parole che non descrivono la realtà ma piuttosto cercano di nasconderla". La stampa israeliana ha adottato questa "nuova lingua" spontaneamente, ma chi fosse in cerca di direttive ufficiali può trovarle nel rapporto Nakdi, scritto dall’Autorità israeliana per le trasmissioni radiotelevisive. Il documento, redatto nel 1972 e aggiornato per tre volte, doveva servire a "esporre chiaramente alcune delle norme deontologiche che governano la professione giornalistica". Tra queste c’era il divieto di usare l’espressione Gerusalemme est. Ma le restrizioni non si limitano alla geografia.

Il 20 maggio 2006 la rete tv più seguita di Israele, Canale 2, ha dato la notizia di "un altro omicidio mirato a Gaza, un omicidio che potrà forse fermare i lanci di razzi Qassam" (negli omicidi mirati sono morte almeno 376 persone, tra cui 150 civili che non erano i bersagli designati). In studio c’era il corrispondente israeliano ed esperto di questioni arabe, Ehud Ya’ari, che ha affermato: "L’ucciso è Muhammad Dahdouh, della Jihad islamica. Questo episodio fa parte dell’altra guerra in corso, una guerra che mira a sfoltire le fila di quelli che lanciano razzi Qassam". Né Ya’ari né il portavoce delle forze armate si sono dati la pena di riferire che nell’operazione erano rimasti uccisi anche quattro civili palestinesi innocenti e altri tre erano stati gravemente feriti, tra cui una bambina di cinque anni, Maria, che è rimasta paralizzata.

Un altro aspetto interessante è che da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza, uno dei nuovi termini dispregiativi usati dai mezzi d’informazione israeliani è Hamastan. E i movimenti come Hamas o il libanese Hezbollah sono definiti organizzazioni, e non movimenti o partiti politici.

Anche il termine arabo Intifada, rivolta, è usato senza mai spiegarne il significato.

A febbraio ho fatto un’esperienza curiosa: ho studiato le reazioni dei giornali all’assassinio, in Siria, di Imad Moughniyeh. In quell’occasione si è assistito a una specie di gara in cui ciascuno cercava di indicare il morto con una definizione più efficace di quella scelta dagli altri: ultraterrorista, maestro dei terroristi, il più grande terrorista sulla Terra. Ci sono voluti molti giorni prima che la stampa israeliana smettesse di inneggiare agli assassini di Moughniyeh e cominciasse a fare quello che avrebbe dovuto fare fin dal primo momento, cioè sollevare degli interrogativi sulle conseguenze di quell’uccisione.

Com’è ovvio, i corrispondenti israeliani che si occupano del mondo arabo devono parlare arabo e devono conoscere a fondo la storia e la politica del Medio Oriente. E poi, devono essere ebrei.

Stranamente però, i mezzi d’informazione israeliani preferiscono assumere giornalisti con una conoscenza mediocre dell’arabo, invece di reporter madrelingua, perché in questo caso si tratterebbe certamente di arabo-israeliani.

Se le parole occupazione, apartheid e razzismo (figuriamoci poi palestinesi con cittadinanza israeliana, bantustan, pulizia etnica e nakba) sono completamente assenti dai loro discorsi pubblici, gli israeliani possono passare tutta la vita senza conoscere la realtà in cui vivono. Prendiamo per esempio il razzismo, in ebraico giz’anut. Se una legge del parlamento israeliano prescrive che il 13 per cento dei terreni del paese può essere venduto esclusivamente ad acquirenti ebrei, il parlamento è razzista. Se in sessant’anni il paese ha avuto un unico ministro arabo, allora Israele ha avuto dei governi razzisti. Se in sessant’anni di manifestazioni i proiettili di gomma e le munizioni sono stati usati solo contro i manifestanti arabi, vuol dire che Israele ha una polizia razzista. Se il 75 per cento degli israeliani ammette che non vorrebbe avere un arabo per vicino di casa, allora la società israeliana è razzista. Se non si riconosce apertamente che Israele è un paese dove le relazioni tra gli ebrei e gli arabi sono segnate dal razzismo, sarà impossibile per gli ebrei israeliani affrontare la realtà. Lo stesso atteggiamento di negazione dell’evidenza si riscontra nella tendenza a evitare il termine apartheid. Per gli israeliani è molto difficile usarlo perché il termine si riferisce al Sudafrica bianco. Questo non significa che oggi nei Territori occupati ci sia un regime identico a quello del Sudafrica razzista.

Ma per instaurare un regime di apartheid non occorre che ci siano delle panchine pubbliche riservate ai bianchi. In fin dei conti apartheid significa separazione, e se nei Territori occupati i coloni israeliani hanno una strada solo per loro, mentre i palestinesi sono costretti a usare strade alternative o addirittura dei tunnel, significa che il sistema stradale è all’insegna dell’apartheid.

Se il muro di sperazione costruito sulle terre confiscate agli abitanti della Cisgiordania separa le persone, allora è un muro dell’apartheid.

Se nei Territori occupati esistono due sistemi giudiziari, uno per i coloni ebrei e l’altro per i palestinesi, allora siamo di fronte a una giustizia dell’apartheid.

Nei ranghi

Ma veniamo proprio ai Territori occupati. Sembra incredibile, ma in Israele non ci sono Territori occupati. Questo termine viene usato di tanto in tanto da qualche politico o commentatore di sinistra, ma non compare mai nelle pagine di politica. In passato si diceva Territori amministrati, per nascondere il fatto che si trattasse di un’occupazione. Poi si è passati a chiamarli Giudea o Sanmaria.

Oggi i mezzi di informazione israeliani li chiamano i Territori. Questo termine serve a confermare l’idea che gli ebrei sono le vittime, quelli che agiscono soltanto per autodifesa, la metà morale dell’equazione, mentre i palestinesi sono gli attaccanti, i cattivi, quelli che sparano senza ragione. A spiegare questo stato di cose basta un semplice esempio: "Un cittadino dei Territori è stato catturato mentre faceva entrare illegalmente delle armi". Per il cittadino di un territorio occupato, potrebbe forse avere un senso cercare di resistere all’occupante, ma per chi è solo cittadino dei Territori la cosa è del tutto priva di senso.

I giornalisti israeliani non sono embedded e nessuno gli ha chiesto di convincere l’opinione pubblica che la politica militare di Israele sia buona. Quindi le loro restrizioni linguistiche sono una scelta volontaria, quasi inconsapevole, e per questo ancora più pericolosa. Eppure, la maggioranza degli israeliani giudica i mezzi d’informazione del paese troppo di sinistra e non abbastanza patriottici. E il giudizio sulla stampa straniera è anche peggiore. Durante l’ultima Intifada, Avraham Hirschson, che era ministro delle finanze, ha chiesto di sospendere le trasmissioni della Cnn da Israele, accusandola di "programmi non equilibrati e tendenziosi: una campagna per istigare alla rivolta contro Israele".

Tutti i maschi israeliani devono fare ogni anno un mese di servizio militare come riservisti finché non compiono cinquant’anni. "I civili israeliani", ha affermato un ex capo di stato maggiore, "sono dei soldati con undici mesi di congedo all’anno". La stampa israeliana, invece, non si prende neanche un giorno di congedo.

Le parole per non dirlo - Internazionale 736, 21 marzo 2008





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venerdì 17 ottobre 2008 - ore 08:51


Comuni virtuosi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


http://www.unonotizie.it/1823-il-comune-virtuoso-che-fa-il-bene-dei-cittadini.php


Su 8.100 comuni in Italia, il Comune di Andora (SV) risulta sesto, primo nel nord-ovest, per virtuosità e gestione in genere delle risorse. (Nelle nostre casse giacciono 17.000.000 di euro che non possiamo utilizzare ,grazie al patto di stabilità che non tiene conto dei comuni sani)



Di questo sono ovviamente soddisfatto: vediamo riconosciuti gli effetti positivi delle politiche applicate in questi anni. I risultati sono venuti grazie agli interventi, tra loro diversificati ma accomunati dagli obiettivi dell’efficienza e della ricaduta a vantaggio dei cittadini. Abbiamo alienato il sottosuolo per la costruzione di parcheggi, per un introito di 7.500.000,00 €. In questi quattro anni non abbiamo attivato nessun mutuo. Abbiamo utilizzato 1000.000€ di avanzo per togliere vecchi mutui,con un recupero di 30.000€ annui da spendere in spesa corrente. Non abbiamo parcheggi a pagamento.Nel settore alimentare, abbiamo vietato l’apertura della media,grande struttura.Salvaguardando i piccoli negozi.

Abbiamo costituito una s.r.l. pubblica il cui unico socio è il Comune, la società si occupa della segnaletica stradale orizzontale e verticale, della gestione delle aree verdi, del porto (800 posti barca, dal 2009 produrrà una grossa entrata. Oggi l’utile è utilizzato per pagare il mutuo), della spiaggia libera attrezzata della farmacia e della parafarmacia: in questo modo abbiamo migliorato la qualità dei servizi e oggi produciamo utili, senza l’impiego di risorse pubbliche; stiamo realizzando una residenza protetta per anziani, dando in concessione un terreno ad imprenditori privati che la costruiranno e gestiranno lasciando posti letto a prezzo sociale al Comune, rimanendo proprietari del piano terra. Abbiamo approvato il P.U.C.premiando chi utilizzerà tecnologie x il risparmio energetico.Obbligando le nuove abitazioni a costruire una vasca interrata x raccogliere l’acqua piovana. Vietando la trasformazione in appartamenti dei magazzini nel piano strada.



Il Comune spende ogni anno 320.000,00 € per l’illuminazione pubblica, con l’appalto, finora unico in Italia, vinto da Enel.Sole risparmieremmo 22.000,00 € l’anno di spesa corrente, potremmo installare 120 punti luce dove vogliamo e farne sostituire 220, usufruiremo di tutti gli interventi utili al risparmio energetico e disporremo di un sistema automatizzato che rileva gli eventuali guasti in tempo reale. In questo modo, abbiamo ottenuto un beneficio per tutto il territorio comunale con un minor impregno di risorse pubbliche, intendiamo applicare lo stesso metodo anche alle forniture di gas e gasolio.

Il Comune ha messo a disposizione di imprenditori privati un’area comunale per realizzare una centrale fotovoltaica della potenza di 400 KW ora. L’imprenditore costruirà nel palazzo comunale un impianto che fornirà la potenza di 16 KW per i prossimi 15 anni, con contributo una tantum di 30.000,00 € , questo è un impegno concreto a favore dell’ambiente che ci circonda.



Tutto ciò tenendo conto che negli ultimi anni non abbiamo aumentato la pressione fiscale, mai applicata l’addizionale IRPEF, abbiamo diminuito del 10% il costo per i cittadini dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, abbiamo abbattuto il minimo impegnato sull’acqua per quanto riguarda le seconde case. Riguardo l’ICI le aliquote sono così diversificate: 5 x 1000 la prima casa con detrazione di 130 €,(eliminata dallo stato) 7x 1000 la seconda casa (circa 12.000 seconde case).

Abbiamo cercato di ridurre l’utilizzo delle risorse pubbliche e di ottenere una razionalizzazione dei servizi senza dimenticare gli investimenti, infatti in questi anni abbiamo fatto grossi interventi sulle borgate, sull’arredo urbano del centro cittadino, il recupero di Largo Milano, che da zona in forte degrado, diventerà un centro di aggregazione per tutto il territorio, investimenti consistenti per interventi idraulici sul torrente merula e gli svariati fossati presenti sul territorio, questo ci ha consentito, negli ultimi anni, di evitare allagamenti verificatisi negli anni precedenti e recanti ingenti danni.Residenti 7500, servizi x 60.000 abitanti, con il blocco assunzioni, i dipendenti comunali sono insufficienti, sono lo stesso numero di quando eravamo 6000 residenti.Andora è la prima città in europa ad aderire al PATTO DEI SINDACI.

L’impegno è quello di trovare il giusto equilibrio tra metodi imprenditoriali e ricaduta sociale.

Aggiungo e termino che, il sottoscritto ed i colleghi utilizzano la propria vettura anche per il Comune, idem per telefono cellulare . Abbiamo ridotto l’indennità di carica (stipendio) del 10%.

Non tutti sprecano i soldi dei cittadini.



Franco Floris

Sindaco di Andora




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mercoledì 15 ottobre 2008 - ore 10:33


Ottimismo....
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Oggi mi sono alzato, e come al solito ho acceso la TV:

1) test nelle scuole per gli immigrati;
2) Pietro Maso in libertà
3) Marcegaglia: premier si batta in Europa per dire no alle rinnovabili
4) galbani vende formaggi scaduti e con la merda di ratto dentro (grazie di cuore ai dipendenti che denunciano la situazione)

1) Scuola, la Lega: test di ingresso per gli studenti extracomunitari


ROMA (25 settembre) - Test d’ingresso per i bambini extracomunitari che frequentano la scuola dell’obbligo. E chi non supera l’esame sarà inserito in classi "ponte", dove gli alunni potranno apprendere le basi della lingua italiana e favorire il processo d’integrazione. Questo, a grandi linee, il contenuto della mozione già calendarizzata in commissione alla Camera per i primi giorni di ottobre e presentata dalla Lega Nord. Il progetto è stato esposto questa mattina in una conferenza stampa a Montecitorio dal presidente dei deputati del Carroccio, Roberto Cota, che spiega: «La nostra mozione è stata già calendarizzata per la prima settimana di ottobre. Noi ci proponiamo di affrontare un problema che riguarda milioni di famiglie: cioè quello dell’inserimento automatico nelle classi delle scuole dell’obbligo di bambini stranieri che non conoscono bene la nostra lingua e non sono in grado di apprendere e di seguire il programma insieme ai nostri alunni». Il nostro obiettivo, assicura l’esponente della Lega, «è risolvere questo problema introducendo un test d’ingresso che richiede conoscenze minime della nostra lingua. Chi non lo supererà sarà inserito in classi ponte». Cota esclude disparità di trattamento e polemiche in proposito: «Se mai, si rischia l’effetto contrario. Oggi sono discriminati i nostri bambini, ma anche gli extracomunitari o gli stranieri in generale, perché se viene inserito in una classe un bambino che non è in grado di apprendere la nostra lingua e le nozioni del nostro programma allora si che viene discriminato e non si integra. Questa proposta - insiste - vuol favorire il processo di integrazione».

De Petris: proposta razzista. Nettamente contraria alla proposta Loredana De Petris del Coordinamento nazionale dei Verdi: «La proposta della Lega sull’ammissione dei bambini immigrati in classi intermedie del ciclo di studio solo dopo aver superato un test di lingua italiana non solo è razzista ma rappresenta in pieno la politica regressiva di questo governo - ha detto - Si tratterebbe di un vero e proprio apartheid. Questa è solo una delle tante pessime conseguenze che avrà la riforma del ministro Gelmini sul nostro sistema scolastico. Con il maestro unico ed i forti tagli di personale, infatti, non saranno previsti insegnanti di sostegno che possano occuparsi di tutti coloro che necessitano di attenzioni specifiche e particolari».

Poniamo il caso che il bambino straniero abbia difficoltà di apprendimento, come migliaia di bambini italiani (e sempre di più grazie alla nostra politica ambientale, vedi post precedente su mercurio e autismo)... sarà tutelato?

2)Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha concesso oggi la semilibertà a Pietro Maso, condannato a 30 anni e due mesi di reclusione per l’omicidio dei genitori commesso nel 1991, quando ancora non aveva compiuto vent’anni. La vicenda fece grande scalpore sui media, soprattutto perché Maso aveva agito con lo scopo di mettere le mani sull’eredità e potersi continuare a finanziare nottate in discoteca e abiti costosi.

Nato nel 1971 in provincia di Verona, Maso viveva con la famiglia a Montecchia di Crosara e aveva abbandonato gli studi nel 1990, quando frequentava il terzo anno dell’istituto agrario. All’incirca da quel momento il giovane aveva iniziato a frequentare locali e discoteche, oltre che a giocare d’azzardo al casinò. I lavori saltuari e la scelta di lasciare l’impiego come commesso in un supermercato non gli permettono di mantenere il tenore di vita elevato, motivo per cui Maso rivolge la propria attenzione ai soldi dei propri genitori.

Il delitto si consuma nella notte tra il 17 e il 18 aprile 1991. Insieme a tre amici, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e l’allora minorenne Damiano Burato, Maso attende i genitori Antonio e Maria Rosa al rientro da un viaggio e quindi i quattro li uccidono colpendoli con tubi, spranghe e padelle. Il giovane si accanisce in particolare sulla madre, che tenta anche di soffocare.

Una volta compiuta la strage, per la quale i giovani indossano tute e, nel caso dei complici di Maso, anche delle maschere, i quattro si recano in alcune discoteche della zona, anche per creare un alibi a Maso. Nelle prime ore della mattina Maso rientra a casa e lancia l’allarme. Inizialmente le indagini si concentrano sull’omicidio a scopo di rapina, ma presto gli inquirenti notano molte incongruenze e si concentrano sul figlio delle due vittime.

Pressato dai magistrati, Maso confessa il 19 aprile, seguito poi dai suoi complici. Il 29 febbraio 1992 Maso è condannato a 30 anni, i suoi due complici Carbognin e Cavazza a 26. La sentenza è stata poi confermata nei successivi gradi di giudizio.

In un’intervista a ’La Repubblica’ del febbraio 2007 Maso, che ha sempre mantenuto un atteggiamento freddo e distaccato, ha dichiarato che molti ragazzi gli scrivono perché avrebbero voglia di fare quanto ha fatto lui e che lui li invitava non farlo, ricucendo i rapporti con i genitori. Il provvedimento di concessione della semilibertà lo ha raggiunto nel carcere milanese di Opera, dove è detenuto.

e con questi problemi, si pensa ad aumentare la pena agli immigrati clandestini...

3) - ’’La sfida climatica deve essere affrontata alla luce della grave crisi economica internazionale’’: e’ il convincimento alla base della richiesta che la leader degli industriali Emma Marcegaglia rivolge al premier alla vigilia dell’incontro tra capi di Stato e di governo in programma a Bruxelles il 16 e 17 ottobre. In sostanza le imprese chiedono di mettere in guardia l’Ue sugli effetti che le decisioni sulle emissioni di Co2, una ’’pericolosa fuga in avanti’’, rischiano di avere sul ’’contesto competitivo’’. ’’Noi -spiega Marcegaglia - non contestiamo il cosiddetto obiettivo del ’20-20-20’ ma i tempi e i modi con cui viene imposto. Chiediamo al presidente Berlusconi di dire con chiarezza che c’e’ una fuga in avanti pericolosa. Va sollevato il problema della compatibilita’ economica delle decisioni ambientali che si stanno prendendo in Europa’’.
In spagna c’è l’obbligo di installare pannelli termosolari in tutte le case di nuova costruzione, rientrando in un anno nei parametri di kyoto (Zapatero non c’entra). Qui in italia i vari Moratti, Mantovani, Berlusconi, Caltagirone e amici perderebbero un sacco di soldi non potendo più bruciare di tutto.
3a) "L’economia globale perde più denaro a causa della deforestazione che per l’attuale crisi finanziaria, questo il verdetto di uno studio commissionato dall’Unione secondo cui la deforestazione ci costa dai 2 ai 5 trilioni di dollari (un trilione è un miliardo di miliardi).
Le cifre sono calcolate sul valore dei vari servizi offerti dalle foreste, come produrre ossigeno, assorbire anidride carbonica o purificare l’acqua. Lo studio è stato diretto da un economista della Deutsche Bank e lo studio, riportato dalla Bbc on line, sta ad indicare le nuove strategie degli ecologisti che usano ora le leve finanziarie per fare pressione sui politici per ottenere una maggior tutela dell’ambiente. "

mi è stato segnalato un interessante articolo di Stefania Unida, con una bibliografia linkata per approfondir e ulteriormente l’argomento.

Lo si può consultare a questo link:
link
solo la brutta copia di Paperon de Paperoni, o di un mafioso sudamericano può fare affermazioni simili... quando l’italia sarà grigia, friuli, calabria e umbria densi di centrali nucleari, l’ambiente destabilizzato definitivamente e i danni ormai irreversibili? saremo competivi e cancerosi.

riguardo l’umtimo punto avdate a cercarvelo... io mi sono già rovinato la giornata, e la voglia di emigrare è sempre più forte...



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venerdì 10 ottobre 2008 - ore 10:12


Interrogazione in parlamento per Pino Masciari
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Oggetto: Interrogazione in Parlamento per Pino Masciari

Venerdì 10 ottobre 2008, metteremo sul blog la diretta video della seduta parlamentare nella quale l’On. Antonio Di Pietro
farà un’interrogazione d’urgenza per chiedere risposte al Governo riguardo Pino Masciari e i fatti dei quali siamo testimoni
tutti in questi giorni.
Appena a conoscenza pubblicheremo l’orario esatto sul sito
sito di Pino Masciari

L’intervento sarà visibile sui seguenti siti:
http://www.pinomasciari.org/
Italia dei Valori
Antonio di Pietro
RAI parlamento

Segnatevelo sull’agenda e seguiamo tutti questo altro importante momento per Pino, dopo l’interrogazione già presentata dall’On. Lumia.

Ribadiamo come sempre che non supportiamo uno schieramento piuttosto che un altro: seguiamo imparzialmente chiunque si spenda dentro le aule del Parlamento per riaffermare sicurezza, lavoro e diritti che in questo caso spettano per legge ai Masciari, ma ognuno di noi potrebbe subire.
E’ una battaglia per la Giustizia e la Legalità, per tutta la società, e per questo non deve avere colore politico.
E’ per il bene di tutti. E’ Repubblica.

Amici di Pino Masciari!


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venerdì 10 ottobre 2008 - ore 10:08


Articolo di Benny Calasanzio a sostegno di Pino Masciari
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Riceviamo e pubblichiamo da Benny Calasanzio

Il mandante Mantovano

Non avevo mai visto una Istituzione consegnare nelle mani dei killer un uomo. Mai visto uno Stato democratico darsi così tanto da fare affinchè un suo uomo venga sterminato. Dal 18 settembre la n’drangheta può colpire quando vuole colui che la mise in seria difficoltà, undici anni fa, denunciando un intero sistema di potere in Calabria. Per uccidere Pino Masciari basterà collegarsi al suo sito internet, decidere in quale città di Italia colpirlo guardando il calendario degli incontri, e mandare lì un gruppo di fuoco, nemmeno troppo consistente (per risparmiare, visti i prezzi del petrolio). A difendere Pino non troveranno infatti poliziotti, blindate e mitragliette che fino ad adesso lo hanno sempre accompagnato durante i suoi incontri. Solo un gruppo di ragazzi che circondano Pino e lo difendono con il loro corpo. Civili, ragazzi, alcuni ragazzini. Che fanno da scorta a Pino. E’ il fallimento di uno Stato arrivare a ciò. Perchè fino al 17 settembre Pino Masciari era un testimone di giustizia a rischio imminente di vita. Oggi non più. Quando Pino, come fa ormai da due anni a questa parte, comunica gli spostamenti per aver assegnata la protezione, gli risponde Alfredo Mantovano, presidente della Commissione sui programmi di protezione per collaboratori e testimoni di giustizia, non a caso il più vituperato dalla maggioranza dei testimoni. Gli dice, testualmente: “In esito alle istanze presentate dal sig. MASCIARI Giuseppe, con le quali ha chiesto l’accompagnamento e scorta durante i suoi viaggi, nonchè gli anticipi delle spese connesse a tutti gli spostamenti che avranno luogo nel periodo (…), non sono state accolte. Il teste potrà in ogni caso, effettuare tali spostamenti in piena autonomia”.

Tradotto, vuol dire: Masciari, faccia quello che vuole, ma senza scorta. Parafrasato, vuol dire: amici della n’drangheta, Pino è vostro. Grazie per non averlo ucciso mentre era sotto scorta, ci avrebbe creato dei problemi. Ora potete fare quello che volete. Quando Pino diffonde la notizia, i suoi ragazzi scrivono un comunicato stampa in cui denunciano la sentenza di morte in carta bollata. Quando le agenzie lanciano la notizia, Mantovano, deliberatamente, decide di mentire. Guardate, a fronte delle parole inviate a Masciari, come replica: ”La notizia secondo la quale la Commissione centrale sui programmi di protezione per i testimoni di giustizia avrebbe revocato la scorta al signor Pino Masciari è del tutto infondata”. Ma non è stato lui a scrivere l’accompagnamento e scorta durante i suoi viaggi, nonchè gli anticipi delle spese connesse a tutti gli spostamenti che avranno luogo nel periodo (…), non sono state accolte. Dovete sapere però, che il dipendente Mantovano (Dott.Jekill e Mr Hide) ha pure scritto un libro dal titolo illuminante: Testimoni a perdere , che prende spunto dalla relazione sul tema dei testimoni di giustizia del 1998. Con il senno di oggi, quel libro forse è proprio un guida per imparare come: Convincere un testimone ad entrare nel programma, farlo partecipare ai processi, fare arrestare gli “scassa pagghiari” che ha denunciato, spremerlo per bene come un limone e poi gettare il “vuoto” nei cassonetti a ciò predisposti. Vuoto a rendere. Testimoni a perdere. La verità è che Pino sta pagando il prezzo carissimo del suo impegno, di cui i processi rappresentavano solo il 10%. La sua vera impresa non è stata far arrestare una cinquantina di mafiosi e magistrati collusi. E’ stata svegliare una nazione assopita, reclutare soldati contro l’indifferenza, far conoscere all’Italia chi sono i testimoni di giustizia che prima di lui erano accomunati ai pentiti. Adesso pagherà. E gli altri testimoni impareranno. E coloro che vorranno diventare testimoni ci penseranno. Ma voi guardatelo in faccia Mantovano. Se un solo capello di Pino Masciari verrà toccato, l’uomo nella foto sarà l’unico e solo responsabile.

Ecco gli i recapiti del dipendente Mantovano per dirgli quello che provate:

SEGRETERIA POLITICA LECCE VIA IMPERATORE ADRIANO, 33 - TEL/ FAX 0832 256153 - e-mail alfredo@mantovano.org
UFFICIO: MINISTERO DELL’INTERNO - TEL 06 46533444 FAX 06 4814661 - e-mail: alfredo.mantovano@interno.it


blog di benny calasanzio

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venerdì 10 ottobre 2008 - ore 10:06


pino masciari 7
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Se volete potete lasciare un commento sugli ultimi sviluppi al seguente link

blog di pino masciari

In questo momento tragico per la famiglia Masciari dobbiamo stare uniti e far sentire la nostra vicinanza ed affetto con ogni forma a nostra disposizione.
Andate sul blog e lasciate dei commenti per dimostrare a Pino e alle persone che dovrebbero garantire la sua sicurezza che non è solo.

Noi abbiamo scelto di stare dalla parte della Legalità e della Giustizia!


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