Sempre il mare, uomo libero, amerai! perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell’infinito svolgersi dell’onda l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito non meno amaro. Godi nel tuffarti in seno alla tua immagine; l’abbracci con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore si distrae dal tuo suono al suon di questo selvaggio ed indomabile lamento. Discreti e tenebrosi ambedue siete: uomo, nessuno ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto, mare, le tue più intime ricchezze, tanto gelosi siete d’ogni vostro segreto. Ma da secoli infiniti senza rimorso né pietà lottate fra voi, talmente grande è il vostro amore per la strage e la morte, o lottatori eterni, o implacabili fratelli!
Una sera, nelle bottiglie, cantava l’anima del vino. [Charles Baudelaire]
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mercoledì 22 agosto 2007 - ore 12:52
LAUREE INUTILI
(categoria: " Vita Quotidiana ")
AH BEH!
(ANSA) - LONDRA, 22 AGO - In Gran Bretagna si moltiplicano le lauree Topolino che non servono a niente e costano agli studenti milioni di sterline. Sono lauree in materie che non necessitano di un corso universitario per approfondirle o nobilitarle. Qualche esempio? La laurea in Psicologia equina o quella in Arti marziali e turismo avventuroso. La denuncia e della Taxpayers Alliance, unorganizzazione conservatrice di contribuenti, che individua ben 401 corsi giudicati inutili.
Il grande musicista si è spento ad 84 anni nella sua casa di Brooklyn Il debutto negli anni Quaranta con Ellington. Poi Parker, Davis, Gillespie
Addio al batterista Max Roach Una vita tra i grandi del jazz
ROMA - Max Roach, uno dei padri del jazz moderno, batterista, compositore e bandleader che ha rinnovato in maniera sostanziale il linguaggio delle percussioni nella musica moderna, è morto ieri alletà di 83 anni nella sua casa di Manhattan. Lannuncio è stato dato da un portavoce della Blue Note, letichetta discografica per la quale ha spesso inciso, senza specificare le cause della scomparsa. Il grande musicista afroamericano era malato da diversi anni ed aveva interrotto da tempo la sua attività.
Maxwell Roach aveva iniziato da giovanissimo la sua avventura musicale ed aveva sempre cercato di non restare legato a schemi e regole che giudicava vecchie e inutilizzabili. Per questo era diventato amico e compagno dei più grandi innovatori del jazz, con i quali ha collaborato fino agli ultimi anni della sua carriera. Avventuroso e curioso, Roach ha contribuito in maniera fondamentale ad allargare i confini del jazz, sia come virtuoso del suo strumento che, più in generale, come compagno davventura dei più grandi musicisti del jazz, fornendo un solidissimo e brillante accompagnamento alle formazioni in cui ha militato, arrivando a elaborare composizioni dedicate esclusivamente alla batteria, evidenziandone le possibilità melodiche, oltre che percussive, fino a diventare un leader, forte di doti improvvisative incomparabili.
Personaggio affascinante e ricco di vitalità, Roach è stato anche uno dei protagonisti della battaglia per i diritti civili del popolo afroamericano, trasformandosi dagli anni Sessanta in poi in un attivista fervente (una delle sue opere di maggior successo è We Insist! Freedom Now Suite, del 1960, con la splendida voce di Abbey Lincoln, che nel 1962 diventerà sua moglie), protagonista di molte battaglie sociali fino agli ultimi anni della carriera. "Non suonerò mai più musica che non ha un significato sociale", dichiarò al mensile Down Beat dopo la pubblicazione del disco e fino alla fine ha mantenuto fede a questa sua promessa.
Nato nel 1924 a New Land e cresciuto a Brooklyn, Roach ha iniziato il suo lungo viaggio nel mondo della musica quando era ancora un teenager, nel 1941, suonando prima con lorchestra di Duke Ellington e poi, in una jam session, con il giovane Charlie Parker, con il quale dividerà in seguito una parte del suo percorso musicale. Kenny Clarke, di dieci anni più grande, è considerato il primo batterista be bop, ma è Roach con il suo stile energico e innovativo ad essere il "drummer" più importante di quella straordinaria stagione, un pioniere che in pochi anni rivoluziona il linguaggio della batteria e porta lo strumento ad essere protagonista essenziale della costruzione del jazz. Alla metà degli anni 40 è già uno dei musicisti più attivi della scena newyorkese, con Parker e Dizzy Gillespie nei club della 52esima strada e alla fine del decennio è al fianco di Miles Davis. Diventa un leader negli anni Cinquanta, quando assieme a Clifford Brown forma uno straordinario quintetto che vede il sassofonista Sonny Rollins diventare una star e nascere lhard bop. Nella sua band negli anni sono passati personaggi fondamentali come Eric Dolphy, George Coleman, Donald Byrd, e allo stesso tempo Roach ha continuato a collaborare con tutti i grandi del jazz, da Charlie Mingus a Thelonious Monk, da Archie Shepp a Anthony Braxton.
Roach è stato tra i primi musicisti neri a insegnare in un università americana, ha collaborato con Sam Shepard per alcune produzioni teatrali, ha lavorato con rapper e dj negli anni Ottanta e con videoartisti come Kit Fitzgerald, testimoniando con la sue molteplici attività una personalità creativa e straordinaria.
A 42 anni pesa 115 chili, la usa ossessione il ciuffo di capelli sempre ibrillantinati
Il 14-15 agosto 1977, nell’ultimo giorno della sua vita straordinaria di genio della musica pop capace di eccitare i ragazzi del mondo e suscitare una sino allora mai vista isteria collettiva col suo stile tra passione e parodia, il Re del Rock si sveglia alle quattro del pomeriggio: come sempre. Nella stanza da letto rossa e nera del suo regno, Graceland a Memphis, l’enorme letto di tre metri per tre è issato su una pedana, fronteggiato da un gran televisore mai spento; la luce è fioca, l’aria è gelida per via dei potenti condizionatori sempre in funzione. Il risveglio è faticoso: come sempre, per l’idolo perennemente drogato di oppiacei e sonniferi. Elvis Presley chiede al telefono la colazione: di solito mangia una omelette di sei uova, venti fettine di pancetta affumicata fritta, patate al burro, succo d’arancia. Ma lo aspetta una tournèe e, pateticamente, sta provando a seguire una dieta, a bere solo caffè nero: a 42 anni pesa 115 chili, il grasso ha deformato la bella faccia del Sud, grava sul corpo che arriva a un metro e ottanta con cinque-sei centimetri di tacchi interni ed esterni.
Elvis Presley si veste: lavarsi è un esercizio che detesta e non compie spesso. Quando dà spettacolo è sempre in bianco, con il colletto rialzato per celare l’odiato collo lungo, con una corta cappa, un’alta cintura da gladiatore con una fibbia enorme e, sul petto, un’aquila azzurra, rossa e dorata; in casa porta una tuta, un pigiama di seta, un accappatoio blu scuro, oppure un costume da karate; la massima cura è riservata ai capelli, pettinati con una forte brillantina che usa sin da quando era ragazzino, la Royal Crown Pomade. A Graceland, oltre a decine di domestici e di amichevoli guardie del corpo, oltre al padre Vernon malato di cuore, alla nonna e ad altri parenti, c’è pure Lisa Marie, la figlia bambina: la ex moglie Priscilla, che ha lasciato il Re per l’istruttore di karate Mike Stone infliggendogli una ferita mortale, ha mandato la piccola a salutare il papà prima della tournée. Albert Goldman, nella bellissima biografia Elvis Presley cui si devono tutte queste informazioni, dice che il Re era troppo stordito per volerle davvero bene.
Elvis Presley tenta di organizzare la serata. Come accade spesso, vorrebbe vedere in un cinema di Memphis il suo film preferito, MacArthur il generale ribelle di Joseph Sargent con Gregory Peck, o i prediletti film dell’ispettore Callaghan Clint Eastwood, ma il proiezionista non è disponibile. Allora alle dieci di sera va a trovare il suo dentista. Deve distrarsi dal cibo: è abituato a mangiare a tutte le ore, sempre lo stesso piatto del Sud e di sua madre (quasi mezzo chilo di pancetta affumicata fritta, purè di patate con sugo di carne, crauti, piselli, pomodori a fette). La cucina della casa è aperta giorno e notte; il frigo in camera da letto è sempre pieno di spuntini; a volte nel cuore della notte il cameriere personale viene mandato a comprare grandi quantità di dolciumi.
Elvis Presley mangia sempre con le mani, senza posate: la considera, come i re francesi seicenteschi e i bambini, una forma di superiore libertà. Non mangia da solo nè passa il tempo da solo, mai: occorre vegliare su di lui per evitare che venga preso da un’overdose (nei tre mesi precedenti è già accaduto due volte).
A mezzanotte e mezza Elvis Presley torna a casa; alle due e mezza del mattino telefona all’infermiera di uno dei suoi dottori chiedendo «medicine» (chiama così le sue pillole, in viaggio si porta sempre una riserva di Seconal, Amytal, Valmid, Tuinol, Quaalude, Placydil, Dilaudid).
Alle tre del mattino fa progetti per il futuro matrimonio con Ginger Alden, la sua ultima ragazza dopo Linda Thompson, e dopo gli innamoramenti per Debra Paget, Natalie Wood, Ann-Margret, incontrate a Hollywood durante la lavorazione dei suoi 29 film. Alle quattro del mattino convoca i suoi «ragazzi» per una partita di racquetball, poi canta per loro. Finalmente alle otto del mattino va a letto, con altri sonniferi.
Alle 13 del giorno dopo si sveglia a fatica, prende il caffè e un libro sulla Sacra Sindone, avverte Ginger: «Vado in bagno a leggere un po’». Alle 14 Ginger entra piano nel bagno: Elvis è in terra a faccia in giù, freddo come il ghiaccio, il viso divenuto una maschera grottesca e cianotica, i denti stretti sulla lingua pendula, gli occhi rossi di sangue e immobili sotto le palpebre chiuse. Chiamano i suoi dottori, chiamano l’ambulanza. Pensano a una overdose. Al Baptist Memorial Hospital fanno di tutto, ma alla fine debbono dichiararlo «deceduto all’arrivo». L’eccezionale fenomeno sociale, il personaggio meraviglioso e kitsch, il Re del Rock se n’è andato, è rimasto solo, nudo, morto. (L. Tornabuoni)
oggi giretto tra Schio e Malo giusto per stimolare lappetito non che servisse data labilità di Paolo a cucinare sempre una conferma...
e domani Sistiana arriviamo un po di apnea sole mare, con G faremo se capita i vitelloni e poi pappa bbuona al solito posto sulle colline fuori trieste
Lunedì 13 agosto, una grande voce soul per una serata da non perdere.
Cantante, compositrice, autrice e donna di spettacolo, Wendy Lewis non è una straniera dello stage. Nata negli Stati Uniti, nella provincia della città del blues, gospel e house, Wendy, è cresciuta respirando la musica di Chicago. Dal jazz club all’Orchestra Hall, ha una conoscenza della musica immensa, spaziando dal blues alla lirica al musical e a tutta la musica americana. Con una voce elegante, calda e senza limiti, esprime le sue speranze e la sua anima. Ha frequentato la scuola di musica più importante in America, la Juilliard School of New York, studiando con Joyce Mclean e Dodi Protero. Dopo qualche anno di studio decide di lasciare l’America per allargare la propria carriera all’estero, diventando in breve tempo unartista di calibro internazionale, con un seguito in Italia, Francia, Grecia, Germania, Svizzera, Ungheria e Nord America. Nei festivali jazz internazionali, ha condiviso il palco con artisti storici come Earth Wind and Fire, Al Jarreau, Maceo Parker, Dianne Reeves, Herbie Goins, Tuck and Patty e Herbie Hancock. E’ co-compositrice e cantante principale del gruppo italiano Jestofunk, sul loro nuovo CD “Seventy Miles From Philadelphia". In Italia ha collaborato con Ivana Spagna, Nek, Irene Grandi, Raf, Alexia, e come solista con Mike Francis, nel gruppo “Mystic Diversions”. Wendy ha partecipato come attrice/cantante al film diretto e interpretato di Carlo Verdone, ”Il Mio Miglior Nemico”, uscito a Febbraio 2006.
La formazione:
WENDY LEWIS voce IVANA ZUCCARATO tastiere LUCA BOSCAGIN chitarra PAOLO ANDRIOLO basso STEFANO PAOLINI batteria
Sul palco alle 22:00. Tessera ARCI.
BANALE COLONIA ESTIVA Via dellIppodromo 3 Padova infoline: 3924729417 www.banale.org