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NICK: D R A G O
SESSO: m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single

[ SONO OFFLINE ]
[PROFILONE COMPLETO]

[ SCRIVIMI ]



STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate.
Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.


HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.


STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato.
E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita.
E grazi al cielo capita sempre qualcosa.


ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può.
E allora mi faccio bastare il resto.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!


OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto.
Quello che si adatta a tutte le situazioni.


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)

 


MERAVIGLIE

1)





“Io scrivo, perchè mi piace scrivere, perchè mi piace essere letto, perchè mi piace parlare di me in questo modo. E quelli a cui sarà gradito leggere le mie riflessioni, i miei pensieri, i miei racconti, i miei deliri e le mie cagate... beh, loro saranno la mia benzina.

Benvenuti nel Blog di
Sir D R A G O della Cadrega Ribaltada,
Cavaliere dell’Ordine della Porketta
e Grande Ubriacone di Corte



Una Storia Come Tante:

Premessa & Brandello N°1 LINK
Brandello N°2 LINK
Brandello N°3 LINK
Brandello N°4 LINK
Brandello N°5 LINK
Brandello N°6 LINK
Brandello N°7 LINK
Brandello N°8 LINK
Brandello N°9 LINK
Brandello N°10 LINK
Brandello N°11 LINK
Brandello N°12 LINK
Brandello N°13 LINK
Brandello N°14 LINK



A grande richiesta riesumo dagli albori del mio blog...
Tales Of The Fall In Love With The Elf!!
Parte Prima:LINK
Parte Seconda:LINK
Parte Terza:LINK
Parte Quarta:LINK
Parte Quinta:LINK
Parte Sesta:LINK
Parte Settima:LINK
Parte Ottava:LINK
Parte Nona:LINK
Parte Decima:LINK
Parte Undicesima:LINK
Parte Dodicesima:LINK
Parte Tredicesima:LINK
Parte Quattordicesima:LINK
Parte Quindicesima:LINK




Uhm...Porn-Groove.
Allora non si involve solo la tv.
Fa piacere.
Fa paura.
LINK






Che mi si coccardi, io dico. ”

(questo BLOG è stato visitato 17678 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite,


ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


giovedì 17 novembre 2005
ore 16:06
(categoria: "Vita Quotidiana")


Bella lì!!!

Bella gente!
Conclusa la prima visita, la più importante, mi ritrovo stampato un sorrisone sulle labbra!!
La mia caviglia è sempre uno sfacelo, ma con un tutore rigido sempre al piede, prudenza negli sforzi e tanta tanta attenzione, posso tornare a camminare!

Questo cosa significa? Che ora mi vado a fare una bella ecografia di sicurezza, poi domani una visita dall’osteopata, poi un paio di giorni di fisioterapia riabilitativa e infine lunedì, o al massimo mercoledì, salgo sul treno.

Sto per tornare a Padova, mondo.
Fatemi spazio.


D R A G O Z O P P O M A F E L I C E


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giovedì 17 novembre 2005
ore 13:03
(categoria: "Vita Quotidiana")


Il momento della verità.

Uff... sono un po’ teso.
Tra un’oretta vado dall’ortopedico e inizio un bel tour di accertamenti che fra visite, radiografie, risonanze, ecografie, sedute di osteopatia e nonsocchealtro, mi porterà a scoprire il mio prossimo futuro.

Posso tornarmene a Padova, anche se un po’ acciaccato, e cercare di laurearmi?
Devo restare a riposo ancora non so quanto tempo?
Devo iniziare una serie di terapie che non so neanche immaginare e quindi dedicarmi a questo problema a tempo indeterminato?
Devo operarmi?
Devo amputare?

Manca poco alla risposta. E in questo momento in cui avrei davvero bisogno di vedere alcuni di voi che sono lì a Padova, la risposta conta molto.

E sono teso. Sono nervoso.
Sono Agitatissimo.

Manca poco alle 14.
Ma in queste circostanze, le ore non sono mai composte da 60 minuti.
Devi sempre elevare un po’ a potenza il tempo.


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giovedì 17 novembre 2005
ore 12:45
(categoria: "Vita Quotidiana")


Proverbio del giorno 5:



Meglio una gallina oggi...



... che un uomo domani!!


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 17:34
(categoria: "Vita Quotidiana")


Una Storia Come Tante

Brandello N°6


Ore 07.20 di un giorno qualunque di un mese qualunque di un anno qualunque. R., poche ore prima di andare a letto, aveva imparato a diffidare dei giorni qualunque, visto la serata di merda che aveva trascorso.
Comunque la sveglia suonò e lui, che era già sveglio, la spense quasi immediatamente. A dirla tutta, stava aspettando che suonasse. Si era svegliato una decina di minuti prima con la vescica che già voleva dire la sua, e con una tale prepotenza che R. era passato dal sonno alla veglia in pochissimo tempo.
Ma decise di tenersela un po’, immaginando quanto sarebbe stato fastidioso se la sveglia avesse cominciato a suonare proprio nel momento in cui avesse iniziato a pisciare. Una pisciata mattutina con nelle orecchie quel trillo infernale… difficile immaginare un inizio di giornata peggiore.
Quindi attese nel letto che la sveglia suonasse, cambiando più volte posizione, quando gli sembrava di non riuscire più a trattenersi. Poi appena partì il trillo, spense la sveglia e schizzò in bagno.
Dopo quel che aveva visto la sera prima, ovviamente si aspettava che si sarebbe svegliato prima del suono della sveglia, ma non pensava per colpa della sua vescica. Credeva invece che avrebbe passato la notte in bianco, a fissare le ombre sul soffitto e a struggersi di dolore, come i film e il luogo comune hanno insegnato che fanno gli innamorati non corrisposti. Invece, pur non essendo stata la notte più riposante della sua vita, aveva dormito parecchio.
Trovava fastidioso questo suo essere riuscito a prender sonno facilmente: se lo avesse raccontato, la gente avrebbe pensato che il suo esclusivo dolore non fosse poi così grande, se riusciva a dormire. Come se fosse possibile misurare il dolore dai millimetri di borse sotto gli occhi. Come se fosse possibile misurare il dolore. La gente, la gente… R. stava cominciando a pensarla come Mario. Forse lo aveva sempre fatto.
Sorrise e si tirò su i pantaloni del pigiama, mentre tirava lo sciacquone.

In una ventina di minuti uscì di casa. Nonostante tutto aveva deciso (era stato obbligato dalla parte più stupida di sé stesso) di andare in aula studio.
Pioveva ancora abbastanza intensamente e faceva ben più freddo del giorno precedente. Non aveva ombrello perché odiava gli ombrelli, scomodi strumenti che nascondevano la parte più bella delle giornate piovose: le gocce che cadono, il cielo grigio con la sua strana luce bianca e ombrata… la prova che luce e ombra non sono due opposti, ma fanno parte l’una dell’altra, possono convivere. E gli ombrelli non permettono di accorgersene. Ti fanno vedere solo quello che c’è sotto: pozzanghere fangose, automobili che cercano di schizzarti al loro passaggio e tutte le facce cupe che molte persone con l’ombrello mettono su nelle mattine piovose. Persone che R. non avrebbe mai capito. Lui la pioggia l’amava davvero. Senza motivo. E questo era un motivo sufficiente, per lui.
Ma la sera precedente ne aveva presa abbastanza di acqua e quella mattina preferì camminare sotto i porticati, laddove c’erano. Infatti arrivò in aula studio quasi asciutto.

Il tipo delle pulizie era ancora dentro che passava uno straccio sui tavoli. E ancora non c’era nessun altro, era il primo.
“Ciao… si può entrare?”
“Prego, prego…”
“Grazie.”
Prese posto al tavolo dove di solito preferiva sedersi Stella, lasciò lì la sua roba e andò a far colazione al bar. Cornetto e cappuccino: una colazione stereotipia che a ben pensarci non gli piaceva neanche tanto. Avrebbe magari gradito di più un caffè alla nocciola, macchiato, shakerato con della crema di whisky e un po’ di panna montata con una spruzzatina di cacao. O meglio di noce moscata. Il tutto possibilmente accompagnato da un paio di biscottini alla marmellata, quelli a occhio di bue, che assomigliano a delle margherite, con un po’ di zucchero a velo sopra. Gli sarebbe piaciuto molto di più far colazione così.
“Mi fai un cappuccino? Il cornetto lo prendo io?”
Aveva desideri troppo impegnativi per assecondarli di prima mattina.

Tornò in aula studio e aprì i libri. Nel mentre erano arrivati altri due ragazzi, presumibilmente ingegneri, a giudicare dai fogli pieni di calcoli su cui erano chini e dalla disinvoltura con cui le loro dita si muovevano sui tasti delle loro calcolatrici scientifiche.
Di Stella ancora neanche l’ombra, ma era presto.
R. riuscì a studiare qualche pagina, prima di accorgersi che si erano fatte ormai le 08.30 e Stella non c’era. Strano. A meno che lei non avesse fatto molto tardi la sera prima. A meno che R. non avesse abbastanza motivi da sentire il suo cuore spappolarglisi in petto.

Lentamente l’aula studio si riempiva. Soprattutto di gente che faceva calcoli, quella mattina. Doveva esserci la Sagra dell’Ingegnere.
Passarono un paio d’ore e l’aula studio era quasi piena. Uno dei pochi posti ancora liberi era quello di Stella, dove c’era il quaderno che R. vi aveva appoggiato. Ma visto l’orario, probabilmente Stella non sarebbe più arrivata, perché… R. preferì non completare il pensiero.

Ma proprio mentre allungava una mano per riprendersi il quaderno e liberare il posto, Stella arrivò.
“Buongiorno!”
“Ehilà!”
“Ho fatto proprio tardi stamattina… meno male che ci sei tu che mi hai tenuto il posto! Altrimenti non sarei riuscita a studiare niente!”
-Allora sono buono solo a tenerti il posto, io?- Un pensiero pericoloso.
“Eh eh! Però che strano… di solito a quest’ora non è mai così piena!”
-Dai, ricicla la tua stessa battuta di poco fa… plagiati.-
“Voci indiscrete mi suggeriscono che oggi c’è la Sagra dell’Ingegnere!”
E lei rise in silenzio, divertita.
-Bravo, ti sei guadagnato una sua risata. Complimenti, scimmietta. Ora, non rovinare tutto chiedendole come mai ha fatto così tardi-
“Come mai a quest’ora oggi? Notte brava?”
-Idiota. Ora sono cazzi tuoi.-
“Eh sì… sono andata a letto parecchio tardi.”
-…-
Magari se gli avesse piantato un cavatappi nel petto e gli avesse cavato via il pezzo di sughero che aveva ormai al posto del cuore, gli avrebbe fatto meno male.
“Ah sì? Io invece ho dormito più di quanto pensassi di fare!”
“Beato te! Io ho un sonno…”
E lì R. capì che era davvero possibile misurare il dolore dai millimetri di borse sotto gli occhi. In quel momento lui stava misurando il proprio guardando le occhiaia di Stella. Funzionava davvero, il metodo. Congratulazioni a chi lo aveva inventato, cazzo.

Il resto della mattinata trascorse nell’inutilità più totale. Il fighetto non si fece vedere.
-E perché dovrebbe venire? Ha già avuto quel che voleva…-
Stella sembrava concentratissima, ma non lo era. R. sembrava distratto, ed in effetti lo era.
“Uff… neanche oggi ho fatto molto… anzi, non ho fatto proprio niente! Mi sono riuscito a superare in peggio… ogni volta penso di non potercela fare… e invece!”
“A chi lo dici…”
“Ma dai! Tu sei sempre lì concentrata e macini pagine su pagine…”
“GIRO, pagine su pagine. Ma questo non significa che ci abbia capito qualcosa… ho tutt’altro per la testa…”
Sì, sarebbe stato meglio un cavatappi nel petto.
Però sul volto di Stella era scesa un’ombra. Fu solo un attimo, ma R. la vide passare. Un pensiero cupo, immensamente triste. Poi lei sorrise di nuovo: “Ma nel pomeriggio di certo ci rifaremo! Studieremo tantissimo!”
“Ma sì! L’importante è esserne convinti!”

Andarono a pranzare insieme in mensa. Parlarono molto. Ma si raccontarono poco. La maggior parte dei loro discorsi erano sempre su qualche puttanata. Avevano sempre parlato quasi esclusivamente di argomenti frivoli. Eppure il rapporto aveva una certa profondità, fondata non sapevano bene su cosa, ma in ogni caso palpabile.
Stima reciproca? Certo.
Simpatia? Poco ma sicuro.
Attrazione? Qui purtroppo nasceva la discordia. Come sempre succedeva al ragazzo sfigato medio. Categoria nella quale R. si inscriveva con un’autoironia sarcastica assai meno divertita di quella con cui lo faceva Mario, almeno in quell’ultimo periodo.

Finirono di pranzare, si bevvero un caffè e si avviarono verso l’aula studio. Ed R. non si era avvicinato a Stella neanche un po’. Non l’aveva conosciuta meglio, non si era fatto conoscere lui stesso. Sentiva di aver perso tempo anche questa volta.
Ed ovviamente non concluse niente neanche nel pomeriggio; né con Stella, né con lo studio.
Finita la giornata avvertiva una fastidiosa sensazione di vuoto. Diverse ore erano andate perse. E a far cosa? Niente. Se non ad annullare sé stesso evitando di dire certe cose, o di chiederne altre.
Quando lei decise di andar via, anche lui valutò che poteva andare a casa. Si era fatto abbastanza male, per quel giorno.

La accompagnò alla fermata dell’autobus, il quale arrivò quasi immediatamente, come se volesse sadicamente privare R. della compagnia di Stella il più presto possibile. Ma lui in realtà si sentiva talmente svuotato, per quanto successo nelle ultime 36 ore circa, che quasi si sentì fortunato e non dover imbastire altre stronzate ed occupare con un po’ di nulla qualche minuto in attesa dell’autobus.
Si salutarono, senza enfasi. Non c’era nulla per cui mostrare enfasi.

R. si avviò verso casa, quando sentì una vibrazione nella tasca del cappotto. Tirò fuori il cellulare e rispose senza neanche guardare chi fosse.
“Pronto?”
“12 euro e 36 centesimi, IVA compresa” la voce di Mario.
“Cosa?”
“I soldi dello sciroppo per la tosse che mi devi.”
“E per quale cazzo di motivo?”
“Me la sono presa perché ieri ho camminato per varie ore sotto l’acqua, ricordi?”
“Ok… mi sento in colpa. Mi dispiace…”
“Mi fa piacere che ti preoccupi per me. 12 euro e 36 centesimi, comunque.”
“Vengo a vedermi un film da te, allora.”
“Se porti anche i soldi.”
“Porto un porno?”
“E anche 12 euro e 36.”
“Poggio lo zaino a casa, passo dalla videoteca e vengo da te.”
“Con i soldi.”
“Mario… non t’ho neanche sentito tossire…”
“Cough, cough. Contento?”
Dall’altra parte R. aveva già chiuso. E sorrideva. Il tempismo di certa gente farebbe sorridere chiunque.

In videoteca R. passò qualche momento di seria indecisione tra DIE HARD: DURI DA MORIRE e THE BLAIR BITCH PROJECT, ma alla fine optò per un più sobrio e meno ricercato LA CARICA DEI 101, sperando che in quella versione vietata ai minori, gli attori non fossero sempre dei teneri cuccioli di dalmata.
Mario avrebbe apprezzato comunque, in un modo o nell’altro.


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 10:32
(categoria: "Vita Quotidiana")


Proverbio del giorno 4:



Una mano è uguale all’altra!


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martedì 15 novembre 2005
ore 17:16
(categoria: "Vita Quotidiana")


Giochino bello bello


Se non vi passa un casso, accendete le casse e divertitevi!
LINK

Ah, il prossimo visitatore sarà palindromo. 9889. Un bel numero. Bravo.


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martedì 15 novembre 2005
ore 13:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Andate a guardarvi lo spot di Ronaldinho:
LINK

Non è possibile... sarà sicuramente finto.

Pensavo di saperlo fare solo io.
E invece.


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martedì 15 novembre 2005
ore 12:19
(categoria: "Vita Quotidiana")


Proverbio del giorno 3:

Rosso di sera...



...sta andando a fuoco la montagna!!


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martedì 15 novembre 2005
ore 10:52
(categoria: "Vita Quotidiana")


Una Storia Come Tante

Brandello N°5


Erano quasi le 19.00, quando Stella decise che era abbastanza. Non abbastanza quello che aveva studiato, ma il tempo che aveva perso fissando il libro senza leggere una sola riga di quello che c’era scritto.
Probabilmente nella sua intera vita da studentessa, costellata da considerevoli successi, quella era stata in assoluto la giornata più improduttiva. E ormai era finita. Inutile ostinarsi a fissare il libro cercando di distrarsi da quello che aveva saputo quella mattina. E da quel che avrebbe presumibilmente visto da lì a poche ore.
Mise le sue cose nello zaino e uscì dall’aula studio; attraversò la strada per fermarsi ad aspettare il Numero 11 e tornare a casa. E intanto ruminava mentalmente. Pensava a Fra, che era tanto carino a starle vicino in quel momento, ad informarla su certi sviluppi e che quella sera le avrebbe fatto compagnia, quando probabilmente lei avrebbe desiderato scomparire dalla faccia del pianeta.
Un bravo ragazzo, Fra. E Stella non capiva come mai ad R. tesse tanto antipatico. Aveva notato le sue occhiatacce rivolte a Fra quella mattina. D’accordo, era chiaro che R. avesse un debole per Stella, naturalmente lei se n’era accorta… quindi probabilmente era solo un po’ di gelosia.
Fu a quel punto che senza accorgersene Stella riuscì a distrarsi del tutto dai suoi problemi e pensò ad R. Aveva una cotta per lei, ma non si era dichiarato. Stella sperava che non l’avrebbe mai fatto, per non dovergli dare una delusione. Lui eraun ragazzo splendido. Estremamente sensibile, buono, gentile e simpatico. Magari non bellissimo, ma una persona fantastica. Solo che… solo che non aveva quel “quid”.
Che cosa fosse il “quid”, Stella non lo sapeva, ma una sua personalissima definizione era: quel nonsocché che ti stravolge completamente, che ti fa capire che hai davanti la persona giusta, che non esiste nessun altro. Una definizione assai approssimativa, ma il “quid” è un concetto approssimativo, quindi di più non si poteva proprio comprenderlo.
Insomma R. era un buon ragazzo, il ragazzo ideale, quello che ogni ragazza dotata di buon senso non si sarebbe mai fatta scappare, ma nessuna se l’era ancora preso, perché non aveva il “quid”. Perché lui era il ragazzo ideale. E tale era giusto che rimanesse. Perché se ciò che è ideale diviene reale, perde il suo aspetto più intrigante: l’inarrivabilità, il bisogno di perseguire un sogno irrealizzabile.
Un discorso, questo, che la logica avrebbe potuto smontare senza sforzo. Ma il “quid” aveva per Stella un’altra caratteristica: non ricadeva nel dominio della logica, lo scavalcava. E la logica gli era subordinata, svaniva, si contorceva.
Eppure in qualche modo R. riusciva a distrarre Stella, a occuparle la mente. Non aveva il “quid”, ma qualcosa ce l’aveva di certo. Spensieratezza? Empatia? Carisma?
Era contenta di averlo conosciuto, poteva nascere una bella amicizia, se i sentimenti di lui non l’avessero ostacolata. Stella sperava di no. Si illudeva di no.

Arrivata a casa non trovò nessuno, come al solito. Suo padre era in viaggio per lavoro, a fotografare modelle e personaggi dello spettacolo a scopo pubblicitario per questa o quella ditta. Lo vedeva una volta al mese, quando era fortunata.
E sua madre… già. Sua madre. Perché non era mai in casa?
Finiva di lavorare nel primo pomeriggio, ma da ormai un mesetto non rincasava mai prima delle 21.00. E la casa era sempre vuota, trascurata. Per questo Stella cercava di star via il più a lungo possibile. Praticamente era come se abitasse da sola in quell’appartamento enorme e ultramoderno. Stava iniziando ad odiare quel posto freddo che le ricordava quanto la sua famiglia fosse divisa in quel momento. Ma nessuno se ne lamentava apertamente; erano tutti… congelati. Dei pezzi di ghiaccio.
Non c’era una vera e propria crisi. La crisi la covava lei, dentro di sé. L’avrebbe voluta gridare, ma a chi? A quella casa vuota e fredda? Magari correndo addirittura il rischio di sentire in risposta solo l’eco della propria voce?
No… preferiva rimanere congelata. Preferiva illudersi di essere congelata. Aveva una pericolosa tendenza ad illudersi, ma non aveva la forza di separarsene.

Entrò in bagno ancora con lo zaino in spalla; aprì l’acqua calda della doccia e andò in camera per spogliarsi.
Doveva essere pronta per le 20.30; Fra sarebbe passato a chiamarla. E poco dopo avrebbe scoperto se i suoi sospetti fossero fondati.

Alle 20.55 R. era già fuori casa. Mario non sarebbe neanche arrivato puntuale, come al solito, ma R. non sapeva più cosa fare in casa e magari, se fosse uscito, il tempo sarebbe trascorso più velocemente. Si diresse verso l’agenzia funebre e rimase rimase stupito dal fatto che il suo amico era già lì, in clamoroso anticipo.
“Mi ero sbagliato… pensavo saresti arrivato in ritardo…”
“Mi ero sbagliato anche io… pensavo saresti arrivato almeno 10 minuti fa.”
La sapeva lunga, Mario.
“Al Derry’s?”
“Al Derry’s.”
Il loro pub preferito: un buco di pochi metri quadrati, senza nessuna particolarità, frequentato da gente molto più grande di loro e spesso antipatica e con una cameriera brutta come la morte. Eppure… questione di atmosfera. E anche di ironia macabra. E anche di altre cose che solo l’amicizia può spiegare.
“Ho la macchina ancora in garage, andiamo a prenderla.” disse Mario.
“Andiamo a piedi?”
“Ma piove ed è dall’altro lato della città!”
“Appunto.”
“Ok, andiamo.”

Spararono le loro solite puttanate per tutto il tragitto, con la pioggia che batteva loro addosso non troppo forte, ma comunque ben visibile alla luce dei lampioni. Evitarono accuratamente ogni porticato, anche a costo di camminare in mezzo alla strada, perché… perché no? Perché omologarsi? Perché perdersi in stupide domande del genere? Camminarono e basta.
“Stella… dovrebbe abitare qui vicino.”
“Bene.”
“Bene.”
Proseguirono. E la pioggia aumentò, quasi volesse sottolineare che stava per succedere qualcosa. Certo, se la pioggia aveva questa intenzione, aveva anche un tempismo di merda: poteva anche avvertirli prima; poteva anche avvertire R. che appena girato l’angolo avrebbe visto Stella abbracciata a quell’odioso fighetto dell’aula studio. Poteva, ma non lo fece.
Ed R. non sapeva che Stella in quel momento stava piangendo e Fra la stava solo consolando. Non sapeva che lei aveva appena visto qualcosa che la stravolgeva profondamente. Lui vedeva solo ciò che chiunque altro avrebbe visto. E stava male come solo lui poteva stare.
La pioggia ci dava dentro, era diventata proprio cattiva. Per questo Mario non vide, in mezzo a tutta quell’acqua, le lacrime di R. Eppure le sentì.
“Andiamo di là? Facciamo prima…”
Era la strada più lunga, a dire il vero, ma anche l’unica che avrebbe permesso loro di evitare di passare vicino a Stella.
“Sì…”

Ci sono emozioni dai toni tristi che neanche il rapporto tra quei due ragazzi poteva sedare. Però la pioggia dava una mano. Almeno le mimetizzava un po’. Almeno svuotava le strade in modo da lasciarli soli quanto serviva.
Niente birra, quella sera. Ma di pioggia, avrebbero fatto il pieno.


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lunedì 14 novembre 2005
ore 17:18
(categoria: "Vita Quotidiana")


Il Messia

Era la notte di Ferragosto. E qui in Puglia la notte di Ferragosto si fa una bella indianata sulla spiaggia, come credo si faccia un po’ ovunque nella penisola.

Noi (e quando dico noi intendo il mio gruppo di amici pugliesi con la partecipazione straordinaria di -Mick- ed Al, che si trovavano ad alloggiare da me in quei giorni) eravamo il gruppo più disorganizzato della spiaggia.

Non avevamo niente con cui mettere su un falò.
Non avevamo erba.
Gli imbecilli che erano andati a fare la spesa avevano comprato un quantitativo irrisorio di alcol, rispetto al numero dei partecipanti.
Non avevamo un pallone.
Non avevamo chitarre nè musica.

Insomma c’erano tutti i presupposti perchè la serata languisse agonizzante.
E languiva, ah se languiva.

Poi alcuni mi guardano disperati.
"Dai ti prego fai qualcosa. Dilettaci!"
"Ma che volete che faccia!"
"Dai, fa qualcosa!"

E allora me ne sono andato.
E al posto mio è arrivato lui:

IL MESSIA


Che poi sarei sempre io, ma invasato dallo Spirito Santo e investito del potere diVino di rompere le palle agli altri gruppi che invece si stavano divertendo.

E allora eccomi che inizio a fare miracoli.
Mi avvicino di soppiatto ad una coppietta che stava cercando di procreare sulla spiaggia davanti a tutti.
I due non mi notano neanche quando sono in piedi vicino a loro, tanto la passione travolgeva i loro corpi.
E allora io, con voce pacata ma perentoria mi rivolsi all’uomo indaffarato:
"Oh, Lazzaro! Alzati e cammina!"

Dopo aver smussato la passione da una parte, provocando certamente un calo dell’irrorazione sanguigna inguinale allo sfortunato amante con il mio aspetto poco rassicurante, sì, ma pur sempre diVino, mi avvicinai ad un trittico di persone composto da una fanciulla non ancora in età da marito e due putei.

"Donna -dissi alla giovin donzella, già investendola di un ruolo che sarebbe stato suo solo di lì a qualche anno- il tuo posto non è qui! Lascia tutto quello che hai, e ti farò pescatrice di uomini".

E mentre lei già arretrava sconvolta da un frammisto di adorazione per il diVino e di terrore assoluto per la personificazione obrobriosa dello stesso, mi volsi verso gli imberbi fanciulli e conclusi:
"E lascia che i pargoli vengano a me."

I cuccioli d’uomo, impotenti difronte a Messia di cotal fatta, si volsero verso i rispettivi genitori, saettando verso di essi con stupefacente repentinità.
Sicuramente posseduti da un giubileo di emozioni dovute al loro inatteso contatto con la Divinità, misero via baracca e burattini e andarono ad occupare una zona della spiaggia diametralmente opposta a quella dove io propagandavo il Verbo.
Sicuramente si spostarono per poter diffondere anche loro la Parola del Signore.

Da allora il Messia non si è più manifestato, ma tutti ricordiamo in adorazione come l’euforia divina si scatenò nel gruppo dopo quelle scene e più ci abbandonò.


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ma la lista era troppo lunga...

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