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D R A G O
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COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
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Non ve lo dico neanche se mi pagate. Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.
HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.
STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato. E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita. E grazi al cielo capita sempre qualcosa.
ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può. E allora mi faccio bastare il resto.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto. Quello che si adatta a tutte le situazioni.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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3)

MERAVIGLIE
1)
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Io scrivo, perchè mi piace scrivere, perchè mi piace essere letto, perchè mi piace parlare di me in questo modo. E quelli a cui sarà gradito leggere le mie riflessioni, i miei pensieri, i miei racconti, i miei deliri e le mie cagate... beh, loro saranno la mia benzina.
Benvenuti nel Blog di Sir D R A G O della Cadrega Ribaltada, Cavaliere dell’Ordine della Porketta e Grande Ubriacone di Corte
Una Storia Come Tante:
Premessa & Brandello N°1 LINK Brandello N°2 LINK Brandello N°3 LINK Brandello N°4 LINK Brandello N°5 LINK Brandello N°6 LINK Brandello N°7 LINK Brandello N°8 LINK Brandello N°9 LINK Brandello N°10 LINK Brandello N°11 LINK Brandello N°12 LINK Brandello N°13 LINK Brandello N°14 LINK
A grande richiesta riesumo dagli albori del mio blog... Tales Of The Fall In Love With The Elf!! Parte Prima:LINK Parte Seconda:LINK Parte Terza:LINK Parte Quarta:LINK Parte Quinta:LINK Parte Sesta:LINK Parte Settima:LINK Parte Ottava:LINK Parte Nona:LINK Parte Decima:LINK Parte Undicesima:LINK Parte Dodicesima:LINK Parte Tredicesima:LINK Parte Quattordicesima:LINK Parte Quindicesima:LINK

Uhm...Porn-Groove. Allora non si involve solo la tv. Fa piacere. Fa paura. LINK


Che mi si coccardi, io dico.
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lunedì 14 novembre 2005
ore 13:20 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Brandello N°4
R. era solo nella sua stanza. Lo aveva assalito quell’odiosa e tranquilla tristezza rassegnata che sempre provava in queste situazioni a cui non sarebbe mai stato abbastanza abituato, nonostante la spietata frequenza con cui sembravano manifestarsi. Insomma, uno sfigato come tanti, ma ovviamente lui viveva il suo dolore in modo unico e speciale. Come tutti. Non che questo gli fosse di consolazione, ma sapeva di non essere l’unico a soffrire per motivi del genere. “C’è chi sta peggio” gli avrebbe detto qualche amico per minimizzare e spronarlo a reagire. Ma lui su questo non era d’accordo. Per R. dire che qualcuno stesse peggio significava poter quantificare il proprio e l’altrui dolore, confrontarli e giudicare quale fosse il più acuto. E questo non gli sembrava possibile. Non è il motivo per cui si soffre a determinare il dolore, ma il modo in cui lo si fa. Come si può essere felici per delle cazzate, si può anche soffrire per delle cose stupide. E in quel momento R. era tentato dall’affermazione che il dolore presente fosse il più grande mai provato, quasi ciò servisse a dare una misura dell’intensità dei suoi sentimenti; eppure sapeva che non era possibile che fosse così. Il dolore è dolore. Fa male, che sia poco o che sia tanto. La differenza la fa solo la percezione di poter reagire e del modo in cui farlo. E lui poteva chiedere aiuto. Prese il telefono e compose il numero della sua personale linea di emergenza.
Mario era ancora a letto, anche se era ormai quasi ora di pranzo. La sera prima aveva fatto tardi, troppo preso a smanettare davanti alla Playstation. Quello strumento demoniaco gli avrebbe fritto quei pochi neuroni che riteneva ancora di possedere, ne era sicuro; ma quando aveva in mano il joipad non era più capace di staccarsene. Odiava questo suo lato di sé, ma lo accettava perché del resto era l’unica dipendenza a cui si sentiva soggetto. Per lo meno se escludeva il suo costante bisogno di fumare. E magari anche la dipendenza dalla birra con gli amici. O quella al suo letto la mattina presto. O la mattina tardi. Insomma… dipendeva da tante di quelle stupidate che si riteneva uno dei più esplicativi esponenti di maschio post-adolescenziale sfigato medio. E si inscriveva nella categoria con una soddisfazione invidiabile. Nel senso che se non fosse stato soddisfatto avrebbe invidiato chi era capace di esserlo, ma allo stesso tempo riteneva che, dal punto di vista altrui, lui non avesse troppe ragioni per essere soddisfatto. Ma la gente non capiva. La gente era stupida. Anche lui era stupido, ma la gente di più. Quando iniziava una frase con “la gente”, chiunque conoscesse Mario anche solo di nome, sapeva bene che stava per dire qualcosa di critico. Ce l’aveva con la gente. Chi fosse di preciso la gente poi non lo diceva. Era una categoria ampia e limitata allo stesso tempo. Una categoria che Mario utilizzava quando gli faceva comodo. Un po’ come certa gente fa con la religione. No, non con la religione. Con la fede. Perché c’era una netta differenza tra fede e religione, secondo Mario. E a lui stavano antipatici i fedeli a comodo, non i religiosi a comodo. Perché uno poteva anche essere religioso, o dire di esserlo, per poi non rispettare le prescrizioni della sua religione. Questo denotava un mancato rispetto della religione stessa, ma Mario riteneva fosse perdonabile. Non poteva accettare chi invece giocava con la fede. Perché la fede è una qualità della persona. E quindi essere fedeli solo in certe situazioni vuol dire essere irrispettosi verso sé stessi. Vuol dire far parte della gente. Mario comprendeva anche la pochezza filosofica di queste sue teorie approssimate e mai approfondite, ma non aveva intenzione di rifletterci su. Andava bene così. E comunque, anche se prima o poi avesse deciso di affinare il suo sistema filosofico, di certo non sarebbe successo quel giorno, quasi all’ora di pranzo, mentre ancora era nel dormiveglia e strofinava i pollici contro gli indici per alleviare il fastidio che gli procuravano i calli da giocatore di Playstation.
Sembrava intenzionato a godersi il suo dormiveglia per almeno un’altra buona oretta, ma il suo cellulare non era dello stesso avviso. La suoneria troppo acuta lo fece sobbalzare. Allungò una mano verso l’apparecchio e rispose con la bocca ancora impastata dal sonno e con una voce roca al punto da essere irriconoscibile. “Pronto…” “Oh, tutto bene?” “Chi sito?” in perfetto dialetto veneto. “Il tuo peggior incubo. Dove sito?” in un dialetto improvvisato e con un accento che di veneto aveva solo l’intenzione. “A letto. Mi hai appena svegliato, mona.” “Il mio ghiro prediletto.” “Cazzo vuoi?” “Stasera usciamo?” “Ma che cazzo ne so… me lo chiedi di prima mattina?” “Io mi sto cucinando il pranzo…” “E io mi sto guardando i testicoli sfracellati da quel mona che mi ha svegliato.” “Te sito mai fatto la domandina?” almeno ci metteva impegno a parlare in dialetto. “Che domandina?” rispose Mario, anticipando già nella mente la risposta: era uno scambio di battute che ripetevano in continuazione. “Ma a mi che casso me ne incuea?” “Parli in veneto peggio di come il Papa bestemmia.” “Allora, usciamo stasera?” “E’ un invito ufficiale?” “Quel che cazzo ti pare.” “Vabbè, comunque, che è successo con Stella?” lo aveva capito dalla voce, che era successo qualcosa. “Poi ti dico” R. era sicuro, che Mario avrebbe capito al volo. “Ma anche no.” “Vieni a lezione pomeriggio?” “Non so.. casa mia xe nuvoeo.” “Ma se abitiamo a neanche mezzo chilometro e qui c’è il sole!” Non era vero, ma era uno dei loro soliti scambi. “Casa mia xe nuvoeo.” “Mario… dobbiamo smetterla con ‘ste battutine idiote. Potrebbero prenderci per deficienti.” “Te sito mai fatto la domandina?” “Fottiti. Ci vediamo stasera.” “Magnate na merda.” “Me ne magnarò tre. Stammi bene.” “Stammi bene tu.” Mario mise giù il cellulare, si rigirò nel letto e riprese sonno col sorriso sulle labbra. La gente… la gente non avrebbe mai capito il rapporto eccezionale che lui aveva con R. La gente non sapeva quanto Mario si sentisse fortunato.
R. chiuse la conversazione con l’amico ed era già meno triste. Non avevano preso un appuntamento preciso, ma come al solito si sarebbero visti alle 09.00 davanti all’agenzia funebre lì vicino. Il loro umorismo macabro era spettacolare. Una sbronza in arrivo, pensò R., sapendo che in realtà non avrebbero bevuto molto, ma si sarebbero ubriacati di stronzate. La magia l’avrebbe fatta il calore dell’amicizia; e per quanto un pensiero così smielato facesse arrossire R., così stavano le cose. E ad R. stavano bene.
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lunedì 14 novembre 2005
ore 09:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Proverbio del giorno 2:

Non è bello il bidello, ma è bello ciò che piace!
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domenica 13 novembre 2005
ore 14:36 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Brandello N°3
Mentre mandava giù il suo caffè, Stella rifletteva su quanto facesse schifo berlo in quei bicchieri da asporto fatti di quel materiale indefinibile. E’ importante che si beva il caffè, come qualsiasi altra bevanda, nel giusto contenitore. E per lei il caffè andava nella sua bella tazzina di ceramica. C’era chi sosteneva che il caffè andasse bevuto in vetro, ma secondo lei la classica tazzina era l’ideale. Invece in quel momento aveva dovuto buttarlo giù da un bicchiere qualunque. Senti una certa differenza nel gusto, ma sicuramente non poteva lamentarsi, visto che le era stato offerto e servito da una delle persone più gentili che avesse mai conosciuto. Ah…se solo qualcun altro si comportasse come lui… “Grazie mille, ci voleva proprio!” disse a R. “Ma figurati!” Si sorrisero e lei tornò a fissare il libro. Sentì ancora gli occhi di lui addosso per qualche istante, poi notò che si era tuffato a testa bassa sul libro, con i capelli che gli ricadevano davanti e gli coprivano completamente il volto dandogli un aspetto un po’ buffo. L’aveva sempre viso coi capelli lunghi e lui le aveva rivelato che erano anni che li portava così. Disse che lo facevano sentire protetto dal resto del mondo, che si sentiva al sicuro dietro i suoi capelloni. Lei allora rise, ma la risata le morì in gola, quando vide che lui sorrideva ma era serio.
Sorrise e provò a concentrarsi sul libro. Ma ci provò soltanto, perché un pensiero la distolse nuovamente: di lì a poco sarebbe arrivata una persona che portava notizie probabilmente brutte. Stella si trovava in una brutta situazione che sicuramente sarebbe andata peggiorando. Era molto giù di morale, sempre persa tra preoccupazioni più grandi di lei e per trovare la forza di affrontarle si era buttata nello studio, in modo da distrarsi quanto più possibile e contemporaneamente fare qualcosa di utile. Ma negli ultimi giorni, con tutto quello che era successo, non le sembrava più una soluzione valida. Era distratta. Tutto si era fatto così grosso e complicato che lei non riusciva a pensare ad altro, si sentiva perseguitata. E la sua facciata da ragazza studiosa stava perdendo consistenza. Alzò leggermente lo sguardo e vide R. tutto chino sul libro che ci dava dentro di evidenziatore. Lo invidiava profondamente: spensierato, sempre sorridente, con la battuta pronta, quasi iperattivo, incapace di stare sui libri per troppo tempo. Eppure, anche se a intervalli, studiava molto. Quando era seduto era concentratissimo. Avrebbe voluto avere un po’ della sua energia. Uno come lui, i problemi dovevano evitarlo, spaventati dal suo sorriso e dalla sua spigliatezza dirompenti. R. alzò la testa e sembrò fissare il vuoto. Incrociarono gli sguardi e lui fece un’espressione strana, come se si fosse appena accorto di qualcosa. “Eh? Non prendermi per pazzo se fisso il vuoto… è così che ripeto…” “Ma no… tranquillo!” Stava ripetendo. Lui sì che ci dava dentro. E lei doveva fare lo stesso. Tornò con la testa sul libro e cercò di scacciare i cattivi pensieri.
Stava ripetendo. Che stronzata. L’aveva sparata grossa. In realtà da quando le aveva portato il caffè e lei lo aveva bevuto, non era riuscito a capire una sola parola di quel che stava leggendo. Aveva sottolineato il libro praticamente a caso. Quando, dopo averlo ringraziato per il caffè, Stella era tornata a studiare, l’aveva fissata per un po’, giusto per innamorarsi di più. Poi, sentendosi stupido, si era chinato sul libro coprendosi il viso con i capelli lunghi abbastanza da nasconderlo agli sguardi degli altri. Dopo un po’ alzò nuovamente la testa perché voleva guardarla. Non che fosse un desiderio del tutto cosciente, era un qualcosa di istintivo, una necessità, tipo quella di respirare. Lei però in quel momento stava fissando nella sua direzione, quindi dissimulò le sue intenzioni fissando il vuoto e sfoderando dopo pochi istanti una faccia sorpresa da vero imbecille giustificandosi e spiegando che era perso tra sé e sé mentre ripeteva. Stella lo aveva tranquillizzato e lui tornò a fingere di concentrarsi, mentre pensava di aver collezionato l’ennesima figura da deficiente.
Continuarono a studiare, a dopo un po’ si avvicinò al tavolo un ragazzo. Alto, slanciato, vestito con jeans larghi, una felpa rossa e un giubbino da motociclista. In mano aveva un casco. Si abbassò vicino a loro e saluto Stella che ricambiò con un sorriso meraviglioso. Troppo meraviglioso, secondo R. Chi diavolo era quello? “Vieni fuori?” “Certo…” E uscirono entrambi, sorridendosi. R. era pietrificato. Chi diavolo era quel tipo? Gli sembrava di non aver mai visto stella sorridere così. E poi lei gli aveva negato la sua compagnia per un caffè e poi poco dopo era uscita a far chiacchiere con quel ragazzo come se niente fosse. Che diavolo voleva dire? Che lui non contava quanto quel fighetto? Che quel maledetto contava qualcosa per lei? Comunque era stata davvero indelicata… davvero stronza! Lo aveva messo da parte… bene! Lui avrebbe messo da parte lei! Avrebbe aspettato che fosse rientrata per poi mettere via i libri e andarsene. Sì… avrebbe fatto così. Le avrebbe fatto vedere che non ci si comporta in quel modo! L’avrebbe lasciata lì da sola! Era furioso, ferito. Attese che lei rientrasse. Attese a lungo. Ma lei aveva molto da dirsi con il bellimbusto, evidentemente. Stronza. Era solo una stronza.
Dopo un’eternità, a parer suo, R. la vide rientrare tutta sorridente. Nervosamente mise le sue cose nello zaino. “Vai via?” “Sì.” Rispose con un monosillabo, per sembrare incazzato al punto giusto. “Ah, ok. Buona giornata!” E sorrise stupenda. Come mai non gli chiedeva perché andasse via? Lui… voleva essere fermato… ma lei… perché non lo fermava? Non gli importava proprio nulla allora? Non voleva più andar via… ma ormai era fatta. “Beh… ciao ciao.” “Ciao!” E sorrise ancora.
Lui se ne andò, con i capelli sugli occhi. Con le lacrime che un po’ facevano pressione e lui se ne vergognava. Con il cuore che batteva fortissimo anche in quel momento che era in frantumi.
Arrivò a casa ancora stravolto. Si chiuse in camera anche se nell’appartamento non abitava nessun altro. Era sempre da solo, ma in quel momento aveva bisogno di isolarsi anche fisicamente dal resto del mondo chiudendo la porta della stanza e rintanandosi nei pochissimi metri quadrati dove si sentiva davvero solo con sé stesso. Un pochino gli capitò di piangere. Più di quanto in seguito volle ammettere. Poi, fissando il soffitto dal suo letto, si fece una risatina rivolta a sé stesso. Contro sé stesso. Contro la sua banalità, la sua infantilità. Razionalizzò la situazione e si accorse di quanto l’esclusivo dolore che provava, di esclusivo aveva ben poco. Si trovava solo ad affrontare una situazione in cui una tipa non era interessata a lui, mentre lui stravedeva per lei. Come se non avesse mai avuto a che fare con situazioni simili. Come se gli fosse mai capitato di vivere situazioni diverse. Era tutto come era sempre stato. E sarebbe passata. Ma intanto, come poteva essere una splendida giornata?
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domenica 13 novembre 2005
ore 12:51 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Proverbio del giorno 1:

La salma è la virtù dei morti.
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sabato 12 novembre 2005
ore 23:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
D R A G O S C O N V O L T O
Beccatevi sto Link. LINK
Ma non andate a vederlo se siete facilmente impressionabili. E roba forte. Roba ATROCE. Perchè è roba orribile di per sè, fatta anche con una cattiveria insensata.
E giuro che farò lo stesso alla prima donna che mi chiederà mai una pelliccia che non sia sintetica. E farò lo stesso anche allultima che me lo chiederà. Finchè non moriranno tutte, le puttane con le pellicce. Tutte.
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sabato 12 novembre 2005
ore 21:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Riesumazioni
Chi di voi segue il mio blog fedelmente da almeno un annetto, forse ricorderà che in tale sede fu provato un esperimento dal risultato un po’ dubbio.
Sto parlando di una storiella fantasy interattiva, tipo librogame, in cui, al termine di ogni paragrafo, vi offrivo due o tre possibilità che avrebbero influenzato lo svolgimento della trama.
L’esperimento fu seguito con grandissimo interesse da pochi di voi, che erano molto divertiti dalla cosa. Io mi divertivo molto, anche perchè la storia che stava venendo fuori mi intrigava molto e anche io avrei voluto sapere come sarebbe andata a finire. Ma un po’ gli impegni universitari, un po’ lo scarso successo, mi costrinsero ad abbandonare il progetto.
Ora, avendo oggi riletto i capitoletti già scritti, ed essendomi davvero divertito, mi piacerebbe riesumarli.
Non propongo di nuovo la storiella interattiva, dato che di certo dovrei abbandonare di nuovo la cosa. Però magari ora metto a posto i vecchi capitoli e li ripubblico come storia a puntate e la proseguo.
A qualcuno sconfinfera l’idea di una roba fantasy o lo faccio per il cazzo?
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sabato 12 novembre 2005
ore 14:42 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Scusate l’aforisma
Ricordate che la sofferenza non è mai insormontabile. Può essere atroce. Può essere inenarrabile. Ma mai insormontabile. Quando soffri, non hai ancora toccato il fondo. Peggio che soffrire, è essere soffritti .
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sabato 12 novembre 2005
ore 13:56 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Brandello N°2
“Caffè?” “Mmh… ti dispiace se ora continuo a studiare un altro po’ e lo prendiamo dopo?” “Ma no… figurati… non volevo distoglierti… intendevo chiederti: se ti va un caffè te lo porto…” “Che gentile… grazie…” “Due minuti e sarai servita!”
Si alzò e si avvicinò alla macchinetta del caffè. Una macchinetta che il più delle volte era rotta, ma a cui lui era affezionato perché da ormai un paio d’anni abbondanti era la sua principale fonte di caffeina durante la sua vita da studente. Fonte di caffeina e non solo, dato che quella macchinetta preparava anche un ottimo thé al limone, per quanto ottimo possa essere del thè preparato da una macchinetta al costo di pochi spiccioli. Lui poi era sempre rimasto affascinato dalle macchinette come quella. In particolare dalle macchinette che davano il resto. Si era sempre chiesto con quale sistema la moneta inserita veniva riconosciuta e con quale meccanismo venisse calcolato il resto da dare senza mai sbagliare. Vero è che non ci sarebbe voluto molto ad indagare per scoprirlo, ma lui preferiva essere pigro e non farlo, potendo così continuare a perdersi nelle sue fantasticherie su avveniristici sensori laser, bilancini per la rilevazione della massa o misuratori di dimensione ultratecnologici. Questi pensieri aiutavano a trascorrere quei trenta o pochi più secondi necessari alla preparazione del caffè.
Ma quel giorno non ci furono elucubrazioni tecnologiche: arrivato davanti alla macchinetta vi trovò sopra il fin troppo familiare biglietto su cui qualcuno aveva scritto con mano frettolosa e pessima calligrafia la parola “GUASTO”. Uno sbuffo rassegnato e si diresse fuori dall’aula studio per andare al bar accanto. Salutò col sorriso il gestore che ormai conosceva benissimo. Il sorriso del barman era particolarmente accentuato quella mattina. Era sempre particolarmente accentuato, quando la macchinetta del caffè dell’aula studio non funzionava. Impossibile non pensare che lui avesse qualcosa a che fare con i malfunzionamenti improvvisi. In realtà non c’entrava niente; il suo sorriso accentuato dipendeva più che altro dal fatto che essendo il suo bar pieno di studenti caffeinomani, quando la macchinetta non funzionava, lui aveva almeno due motivi per sorridere sempre: c’era ovviamente il fatto che guadagnava di più; ma soprattutto era costretto a sorridere per accogliere i clienti e quindi man mano che la giornata andava avanti, il sorriso gli si stampava sul volto come fosse una paresi. R., dopo aver ricambiato la paresi del barman con un sorriso sinceramente divertito, ordinò un caffè macchiato per sé e uno da asporto per l’angelo studioso che lo aspettava. Mentre i caffè erano in preparazione R. si ritrovò a pensare che era finito ad offrirle un caffè servendoglielo al tavolo e facendo la figura del galantuomo, nonché del cavalier servente. Del servo. Del cagnolino. Perché un cagnolino lui si sentiva. Le aveva chiesto scodinzolando se voleva prendersi un caffè per poter così giocare (chiacchierare) con lei qualche minuto e invece era finito a portarle il caffè (la palla) senza ottenere la sua attenzione per più di qualche secondo. La palla l’aveva lanciata lui stesso; stava giocando da solo. Anche stavolta. E si accorse che davvero poteva non essere una splendida giornata. Il gioco poteva finire presto e il cagnolino sarebbe dovuto tornare a cuccia con la coda tra le gambe.
Buttò giù il caffè in un sorso, senza zucchero. Perché il caffè va bevuto amaro: così sostengono i puristi del caffè. Ma lui non era un purista e si pentì di aver ancora dato ascolto ai puristi del caffè. Gli avrebbe spaccato la faccia, al primo purista che avesse incontrato. Oppure gli avrebbe dato tanto di quel caffè “puro” da bruciargli le papille gustative. Inoltre buttando giù il contenuto della tazzina senza aver perso i secondi necessari a far sciogliere lo zucchero che non aveva voluto mettere per chissà quale stupido motivo, si era anche scottato, essendo il caffè ancora bollente. Per quel giorno aveva finito di sentire i sapori.
Infastidito pagò i due caffè e uscì dal bar mentre il barman accentuava ancora la sua paresi. In mano aveva l’altro bicchiere tiepido con l’altro caffè. Che strano, pensò, il bicchiere non scottava. Valutò che dipendesse dalle proprietà isolanti dello strano materiale, a metà tra la plastica e il polistirolo, di cui il bicchiere era fatto. Apprezzava la propria capacità di perdersi in spiegazioni, approssimative nella loro credibilità, della realtà che lo circondava. Però questo suo perdersi in ragionamenti improvvisati a volte lo distoglieva troppo da ciò che stava facendo. Lo zucchero! Si era dimenticato di prendere una bustina di zucchero per lei! Si voltò per tornare al bar e inciampò in una mattonella leggermente fuori posto. Il caffè gli si rovesciò sulla mano e scoprì che le proprietà isolanti del bicchiere erano davvero ottime. Imprecando tra sé e sé si ripulì la mano semiustionata con un fazzoletto di carta. Bevve quel po’ di caffè rimasto nel bicchiere. Amaro. Ma meritava una punizione. Tornò in bar e si accorse di quanto poteva essere sarcastica la paresi del barman che aveva visto tutta la scena dalla vetrata. “Mi fai un altro caffè? Sono un imbranato…” “Tranquillo… è già in macchina. Offro io.” Così scoprì anche quanto bella era la persona dietro a paresi.
Uscì dal bar col caffè, una bustina di zucchero bianco ed anche una di zucchero di canna, così che lei potesse scegliere e lui fare la figura del premuroso. Entrò in aula studio e tornò al suo posto. “Ecco qui… scusa se ci ho messo tanto, ma oggigiorno prendere un caffè è più arduo di quanto possa sembrare…” “Ma che carino… era rotta la macchinetta e sei andato apposta al bar! Grazie!” “Figurati! Ed ecco lo zucchero… normale o di canna?” “Anche lo zucchero… però io il caffè lo bevo amaro… grazie lo stesso!” Una purista del caffè. La più bella purista del caffè mai esistita sotto il suo stesso cielo. E poi del resto il caffè amaro non era poi tanto male, anzi, quasi ottimo, pensò lui. “Attenta che scotta…” Ma lei lo aveva già buttato giù senza batter ciglio.
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giovedì 10 novembre 2005
ore 18:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
AAAARGHHHH!!! Che è successo ai miei blog che seguo???? Aiuto non riesco ad aggiustarli!! Soccorso!! Chiamate il 118! Chiamate il 112! Chiamate l892892! Chiamate l166 e conti fino a sei! Chiamate chi cazzo vi pare ma aiutatemi!!!!
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giovedì 10 novembre 2005
ore 18:13 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Premessa
“Steso a terra, con una carabina di precisione puntata sulla sua fronte, a circa quattrocento metri di distanza. La carabina però aveva già fatto fuoco; lui aveva una pallottola nel petto e il sangue si spandeva sui suoi vestiti… stava morendo.” Come era arrivato a quel punto? Cosa ci faceva lì per terra? Sapeva di dover essere altrove, ma era lì. Iniziò a pensare ai suoi ultimi giorni, a come li aveva trascorsi, a tutto quello che era successo: praticamente un film. Ma che genere di film? Impossibile a dirsi. Al solo pensiero riuscì anche ad abbozzare un sorriso, nonostante la tragica situazione in cui si trovava. E spese il tempo che gli restava a ricordare tutto, a mettere in ordine i brandelli disordinati che erano allora i suoi ricordi…
Brandello N°1
“Ore 06:45 di una mattina qualunque di un giorno qualunque di un mese qualunque di un anno qualunque in un’Era qualunque.” Ma è possibile che sia questo il mio primo pensiero al suono della sveglia? Sì che è possibile: se lo è stato, è possibile. Che cazzata, però. Insomma… è di per sé un pensiero stupido, inoltre è proprio mal formulato. Innanzitutto dire “Una mattina qualunque di un giorno qualunque” magari suona anche poetico, ma è come sottintendere che ci possono essere più mattine nell’arco della stessa giornata. Inoltre, per quanto sia simpatico concludere il pensiero con “In un’Era qualunque”, non ha senso, dato che in un’Era che non sia questa non mi sarei certo svegliato al suono della sveglia del mio cellulare. Probabilmente i cellulari non esisteranno in Ere successive (potrebbero anche non esserci Ere successive) e di certo non c’erano in Ere precedenti. Quindi è assai probabile che in un’altra Era mi sarei svegliato in un modo diverso e pertanto non posso pensare di essere in un’Era qualunque. Poi se vogliamo dirla proprio tutta, magari in un’altra Era senza cellulari non mi sarei neanche svegliato alle 06:45 di mattina. Chi cazzo me l’ha fatto fare di mettere la sveglia a quest’ora solo per potermi fare la barba e la doccia con calma per essere pronto e vestito entro e non oltre le 08:00 per andare… in aula studio?? Capisco dovessi andare ad un appuntamento… capisco dovessi andare da qualche parte dove la puntualità e l’aspetto con cui ci si presenta contano più di un altro paio d’ore di sonno, ma per andare in aula studio… perché l’ho fatto? Rassegnato spengo il cellulare che intanto stava ancora suonando mentre denigravo i miei pensieri presenti e pregressi. Pregressi. Che parolone che è. E io lo sfodero così, quasi all’alba, da solo, senza farne sfoggio con nessuno tranne che con me stesso. Stupido come una noce di mare. E irritante come un pomodoro di mare. E chissà perché poi queste analogie coi frutti di mare. Misteri di una mente appena destatasi.
Seccato da me stesso mi alzo e vado in bagno a cambiare l’acqua al pesce rosso. Simpatica metafora per non scandalizzare il pubblico dicendo che ho fatto la mia pisciata mattutina. Ma quale pubblico, se vivo da solo? E anche se vivessi con qualcuno di certo starebbe dormendo o comunque non sarebbe qui in bagno a guardarmi espletare le mie funzioni corporali. Ho fatto proprio tanta pipì: ecco spiegate le analogie a sfondo marino. E mi dispiace un po’ che nessuno mi abbia visto mentre pisciavo, perché è stata un’opera d’arte, non una semplice pisciata mattutina. Nonostante la quantità smodata di liquidi espulsi, neanche una goccia è finita fuori dal water e neanche sul bordo. E dire che mi sono anche scordato di sollevare la tavoletta: un vero cecchino, non c’è che dire.
Ringalluzzito dalla mia mira perfetta mi sono sciacquato le mani e la faccia. La sonnolenza è scemata, ormai sono sveglio e nel pieno delle mie limitate capacità mentali. Incredibile come sia capace di essere fintamente modesto anche quando sono da solo con me stesso. In realtà credo di non avere limitate capacità mentali; credo di essere intelligente sopra la media, ma sta male dichiararlo. A volte sta male anche solo pensarlo. E’ un po’ come mangiare un doppio cheeseburger davanti ad un piccolo senegalese affamato senza potergliene offrire neanche un morso, per quanto la metafora sia discutibilmente azzardata. Ma con le metafore sono forte, io. Soprattutto la mattina presto. Infatti me ne scappa un’altra: ora che mi sono fatto la barba ho il viso liscio come il culo di un macaco. Trovo divertente anche la velata nota autoironica nell’ammissione di avere la faccia come il culo. Mi butto sotto la doccia dopo aver fatto riscaldare l’acqua. Troppo calda. Chiudo un po’ la manopola dell’acqua calda e apro un po’ quella dell’acqua fredda. Ancora calda. Continuo a giocare con i rubinetti, ma l’acqua mi diventa troppo fredda, senza neanche passare per tiepida. Dopo un po’ però ho la meglio. Mi metto sotto il getto d’acqua e mi insapono tutto. Poi gelata. L’acqua, intendo. All’improvviso. Caldaia di merda. Ancora qualche minuto ad armeggiare coi rubinetti e poi riesco a finire la mia doccia che di rilassante non ha avuto proprio nulla.
Tornando in camera con l’accappatoio passo dalle parti della caldaia per darle uno schiaffo che aveva lo stesso valore di un’ammonizione. Il limite della mia intelligenza è che faccio in continuazione cazzate come quella di prendere a schiaffi la caldaia, o in generale di parlare con gli oggetti. A volte sono più disposto a farmi una chiacchierata col mio armadio o con il mio lettore cd che con certa gente. A volte credo che valga veramente la pena parlare di più con il mio armadio o con il lettore cd che con certa gente. E’ che comunque allora sarebbe più intelligente ancora non parlare affatto. Soprattutto con certe persone, ma anche con certi armadi e certi lettori cd.
Ore 07:58. Sono pronto. Puntuale come un orologio italiano funzionante. Che a sua volta è puntuale come un orologio svizzero funzionante. Non ho mai capito questa preferenza comunemente accordata agli orologi svizzeri. Come se potessero essere più puntuali di altri orologi. La misurazione del tempo è oggettiva. E’ il tempo in sé, che è relativo. Un orologio è un orologio. Evviva la filosofia spicciola.
Esco di casa e c’è un freddo allucinante. Io adoro il freddo allucinante. Perché congela tutte le cose e nella mia vita attuale ci sono un bel po’ di cose che vorrei congelare per conservarle ben intatte come sono. Il freddo mi fa sentire romantico, mi fa sentire freddo fuori e caldo dentro. Ma ora mi tocca spezzare questa riflessione dolcissima col banale pensiero che mi devo comprare un paio di guanti che non abbiano le dita mozzate come quelli che indosso. Perché il freddo scalda il cuore, ma con le dita è proprio un gran bastardo.
La passeggiata dura poco, perché mi sono scelto un’aula studio a due isolati da casa. Arrivo e subito mi ricordo per quale motivo avevo deciso di svegliarmi alle 06:45 per essere pronto entro le 08:00; mi ricordo per quale motivo ero riuscito nel convincermi a tirarmi in piedi a quell’orario indecente pur di arrivare prestissimo in aula studio; soprattutto, mi ricordo del perché ne valeva veramente la pena di atteggiarsi a studente modello: perché lei era già lì con la testa china sul suo librone enorme di Anatomia Umana. Come poteva non essere una splendida giornata?
Mi avvicino al suo tavolo pensando che quando sarò davanti a lei commetterò il delitto imperdonabile di distrarla e lei invece che punirmi alzerà la testa sfoderando uno di quei sorrisi che chissà dove li ha trovati e io non so se dovrò morire lì o riuscirò a rispondere al suo saluto. Perché ogni volta corro i miei bei rischi da quando la conosco. Se solo sapesse quanto è meravigliosamente pericolosa!
Sono a pochi metri da lei e mi preparo ad affrontare il suo sorriso che mi aggredirà appena le sarò davanti, ma lei mi prende in contrattempo e si accorge che mi sto avvicinando. Alza la testa e mi saluta con la sua espressione raggiante. Come poteva non essere una splendida giornata?
Non ero pronto al suo sorriso; doveva farmelo solo tra qualche secondo, non adesso. Adesso invece mi ha fatto innamorare di più. L’unica consolazione è che tanto lo so benissimo che in realtà a quel sorriso non sarei mai stato pronto. Né fra qualche secondo, né in un giorno qualunque di un mese qualunque di un anno qualunque in un’Era qualunque. Perché ci sono sorrisi a cui non ci si può mai preparare, a cui non ci si può mai abituare. Ci sono sorrisi che ti entrano nell’anima ogni volta che li vedi. Ed io nel fatto che posseggo un’anima ci credo solo quando mi sorride lei, non so se mi sono spiegato.
Per fortuna, sensibile com’è, viene incontro alla mia incapacità di intraprendere un discorso di senso compiuto e inizia lei a parlare: “Buongiorno! Come mai così mattiniero oggi?” “Perché oggi sono deciso a studiare un sacco! Sono un tipo responsabile io, sai?” Cazzata. Sono qui perché volevo vedere se sei la ragazza più bella del mondo anche alle 08:00 di mattina. E lo sei. Perché volevo scoprire se ti amo anche appena sveglio. E ti amo. Perché volevo vederti il prima possibile, dato che ieri mi hai ho scoperto che sei qui tutte le mattine appena apre l’aula studio. “Benone! Così magari mi motivi a studiare di più!” “Farò quanto in mio potere… ma tu sei sempre qui già a quest’ora?” Come se non lo sapessi già. “E sì… sono arrivata un quarto d’ora fa, come ogni mattina. Mi piace alzarmi presto, mi vivo meglio la giornata.” “Domani mi sveglio alle 06:30.” “Vuoi diventare mattiniero anche tu?” “Ci proverò.” Vaglielo a spiegare per quale motivo domani sarò in piedi un quarto d’ora prima di oggi. Come poteva non essere una splendida giornata?
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