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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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sabato 15 dicembre 2007
ore 09:53 (categoria:
"Vita Quotidiana")
È "padre Marzo" su calendario Vaticano Ma nella vita fa l’agente immobiliare
MADRID – Per essere bello, è bello. Per essere devoto, è devoto. Per essere fotogenico, è fotogenico. Peccato che non sia un prete. Ma un agente immobiliare. E siccome in Spagna il calendario romano 2008 del fotografo Piero Pazzi è stato accolto come una carrellata di "curas guapos", i top model maschili del Vaticano, la notizia che padre Marzo si dedichi alla compravendita di appartamenti, a Siviglia, ha fatto un certo scalpore.
SCATTATA IN PROCESSIONE A SIVIGLIA - Il più sorpreso è lui, il ventunenne David Ruiz Suaréz che, rispetto all’immagine in cui lo si vede in tonaca e crocifisso sul petto, ora indossa giacca e cravatta e sfoggia un pizzetto sul mento: «Non capisco come sia potuto accadere – spiega, più divertito che indignato -, sono stato confuso per un sacerdote forse per via della tonaca, che è quella della Confraternita de la Sed, e perché la foto è stata scattata in processione. Non me n’ero accorto e avrei preferito che mi fosse stato chiesto il permesso prima di inserirla in un calendario». Però riconosce i vantaggi, poco ecclesiastici, della diffusione della sua immagine in 40 mila esemplari, alla pagina di marzo, tra i volti più attraenti della Chiesa: «Per ora non ho una fidanzata. Speriamo che ora la mia popolarità tra le ragazze aumenti».
«NON È IL PITTORE CHE FA SACRA L’ICONA» - Non era esattamente questo lo scopo del fotografo veneziano, che rimpiange di non avergli potuto chiedere il permesso prima di stamparlo nel calendario: «Ma non si può interrompere una processione per chiedere nome e cognome ai partecipanti e io ho colto l’attimo durante la processione della Settimana Santa, due anni fa a Siviglia: la bella luce, i capelli con la brillantina, la torcera, la gelosia sullo sfondo. Sapevo anche che il ragazzo della foto non è un prete, ma un laico, un accolito della Confraternita de la Sed – garantisce Pazzi -. Il punto è che questo non è il calendario del Vaticano, ma una guida per i turisti a Roma. E non è nemmeno una rassegna di sacerdoti belli. Come recita un detto spagnolo: non è il pittore che fa sacra l’icona, ma chi la venera».
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giovedì 13 dicembre 2007
ore 16:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 13 dicembre 2007
ore 10:23 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Se i lupi di Chernobyl divorano i cani 21 anni dopo, la natura senza luomo di SARA FICOCELLI
ROMA - Lupi che per sopravvivere si cibano di cani, rondini albine, gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi. A ventuno anni di distanza da quel 25 aprile che sconvolse il mondo, la natura si riappropria del territorio di Chernobyl. E lo fa in modo inquietante, perché tale è stato il destino di questa cittadina al confine con la Bielorussia, che nel 1986 fu travolta dalla più grande esplosione nucleare della storia e che ora sembra vivere una sorta di rinascita. Anche se a ripopolarla non sono gli uomini ma gli animali.
Quel che resta di Chernobyl oggi è una foresta grigia, abitata dai fantasmi delle migliaia di persone che morirono sul colpo o vennero evacuate. Per le vie della città sono ricomparsi i gatti. Per diversi anni dopo lesplosione le femmine non riuscirono più a partorire cuccioli maschi e piano piano i felini scomparvero dalle strade. Ora in giro se ne vedono moltissimi. La selva è invece popolata da cinghiali selvatici, alci, cervi, volpi. A brucare le sterpaglie contaminate è tornato persino il bisonte europeo, quasi estinto agli inizi del 900. Oggi qui ritrova lambiente adatto per riprodursi, soprattutto grazie a un particolare non trascurabile: luomo non è più la specie dominante.
Una polemica scientifica. La rivincita della natura sul disastro radioattivo ha colpito lattenzione degli scienziati di tutto il mondo, tanto da innescare una diatriba a colpi di ricerche scientifiche. A far scoccare la scintilla è stato un articolo pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno degli inserti della Royal Society.
Secondo una ricerca del professor Anders Moller dellUniversità Pierre e Marie Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dellUniversità della Carolina del Sud di Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle radiazioni. Non solo: nelle zone in cui la radioattività è rimasta elevata, gli uccelli non riuscirebbero più a nidificare. Moller si riferisce in particolare alle rondini, che inoltre in molti casi nascerebbero albine.
Il team di Moller sostiene che non siano stati fatti adeguati sforzi a livello internazionale per monitorare gli ecosistemi di Chernobyl. Organismi quali lOrganizzazione Mondiale per la Sanità e lAgenzia Internazionale per lEnergia Atomica si sarebbero basati solo su "prove aneddotiche". "Perché non è vi è stato alcun sforzo per monitorare gli effetti a lungo termine delle radiazioni su animali selvatici ed esseri umani?", chiedono Moller e i suoi collaboratori.
Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle onde radioattive.
Secondo le poche centinaia di persone che ancora abitano qui e secondo lo stesso Moller, i lupi si sarebbero riprodotti negli anni cibandosi dei cani rimasti. Lo scrittore Martin Cruz Smith a questo fenomeno ha anche dedicato un libro, a metà strada tra fantascienza e crudo realismo, intitolato Wolves Eat Dogs.
Secondo Moller, dunque, quella di Chernobyl non sarebbe una vera rinascita ma lemblema di un mondo inquinato e perduto. Il plutonio, ricorda, per scomparire del tutto impiega in media 234 mila anni.
Ma il professor Jim Smith dellUniversità americana di Portsmouth critica questa ricerca. Egli crede che il rifiorire della fauna sia il simbolo della forza della natura sulle catastrofi umane. In un articolo apparso sulla rivista Nature, spiega che labbandono delle aziende agricole da parte degli sfollati potrebbe essere la vera ragione per cui uccelli come le rondini, abituati a convivere con luomo, non si riproducono più in queste zone.
Anche se non ci sono piani di ripopolamento, si stima che circa cinque milioni di persone vivano ancora sui terreni contaminati dallincidente. Nella cittadina di Pripyat, desolata e abbandonata a sé stessa, abitano circa quattrocento persone. "Non torneremo mai più, addio", aveva scritto una maestra sulla lavagna un attimo prima dellevacuazione. Gran parte degli abitanti di Pripyat hanno mantenuto la promessa.
Tra aneddoti e realtà. Intorno a questi uomini e alla nuova natura che li circonda, un pullulio di leggende macabre e in certi casi ridicole. Come quella della nascita di una nuova razza umana a due teste, o ancora quella della centaura Elena, che aprì un blog per raccontare il proprio viaggio attraverso le zone dellesplosione. A bordo della propria moto, incurante del rischio di radiazioni. La giornalista Mary Mycio, corrispondente del Los Angeles Times, dimostrò poi che si trattava di una bufala: la ragazza a Chernobyl cera stata, ma solo con un viaggio organizzato. Un piccolo esempio che spiega quanto sia facile costruire fantasmi e favole intorno a ciò che quasi nessuno conosce. Cè solo da augurarsi che la natura, con la sua energia, aiuti questa regione a riprendersi la vita.
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mercoledì 12 dicembre 2007
ore 12:13 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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martedì 11 dicembre 2007
ore 19:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Private, in Italia le peggiori dEuropa "Meglio studiare nella pubblica" di SALVO INTRAVAIA
LA scuola privata italiana è la peggiore dEuropa. Ma non solo. E anche una delle ultime al mondo. In Italia, sulle scuole non statali, da alcuni anni a questa parte si confrontano due opposte idee (pro e contro il finanziamento pubblico). I favorevoli ritengono che il ruolo (e il conseguente trasferimento di fondi pubblici) delle scuole private sia indispensabile per fare crescere lintero sistema scolastico nazionale. I contrari pensano sostengono che il trasferimento diretto di risorse pubbliche alle scuole non statali sia incostituzionale. Ma intanto arriva limpietoso giudizio dellindagine Ocse-Pisa (Programme for international student assessment) 2007, che boccia gli istituti privati senza appello.
Il report internazionale sulle competenze dei quindicenni nelle cosiddette literacy relative alla Lettura, alle competenze in Matematica e scientifiche certifica, in Italia, la maggiore qualità del pubblico sul privato. In poche parole, il pur deludente quadro emerso dalla comparazione internazionale dei quindicenni italiani con i coetanei di altri 56 stati sparsi nei 5 continenti, pubblicato appena una settimana fa, si accentua se si prendono in considerazione i risultati delle sole scuole private.
LItalia è uno dei pochi paesi occidentali e industrializzati dove gli adolescenti della scuola pubblica risultano "più" attrezzati dei compagni delle private. I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a troppi dubbi. Degli oltre 21 mila quindicenni presi in considerazione nel Belpaese il 4 per cento, al momento dellindagine, era iscritto in istituti privati. Il divario emerso nella literacy Matematica è pari a 11 punti: 462 per gli adolescenti delle scuole statali e 451 per i compagni iscritti nelle classi delle scuole private. Distanza che diventa ancora più imbarazzante se si prende in considerazione la literacy scientifica: 476 contro 462. Solo in quella riguardante la Lettura (comprensione e produzione di testi scritti) il divario è minimo (appena 3 punti), pur sempre a favore degli studenti che affollano le scuole pubbliche.
Ma è il confronto internazionale a fare emergere una realtà ancora poco conosciuta e soprattutto, misurata. Tra le 48 nazioni di cui lOcse ha pubblicato i risultati disaggregati (pubblico/privato), in Matematica, lItalia viene sopravanzata da nazioni come Uruguay e Israele che nella classifica complessiva la seguono e precede di appena un punto il Cile. Facendo sempre riferimento ai risultati dei soli alunni che frequentano le scuole private il nostro paese si colloca fra gli ultimissimi posti anche per le competenze in Lettura e nella literacy scientifica dove paesi come lAzerbaijan e la Giordania, a giudicare dai risultati dei propri alunni, mostrano scuole private più competitive della blasonata Italia.
E se nella maggior parte dei paesi del mondo nel complesso le scuole private innalzano la qualità dellintero sistema scolastico lo stesso non può dirsi per il nostro paese dove quel 4 per cento di studenti, sulle conoscenze scientifiche ad esempio, contribuisce ad abbassare il livello italiano già di per sé preoccupante. Solo a titolo di esempio, in Germania gli studenti delle private ottengono in Matematica quasi 40 punti in più dei compagni delle statali. Stesso discorso per il Regno Unito dove il distacco passa addirittura a 75 punti o in Spagna: più 25 punti a favore degli alunni delle private.
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martedì 11 dicembre 2007
ore 11:52 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 10 dicembre 2007
ore 18:30 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il 90% degli stupri commesso da italiani Il rischio maggiore da familiari e conoscenti
ROMA - Lo stereotipo dello "stupratore medio", secondo molti italiani, è quello dellimmigrato. Ma la realtà è molto diversa. Il sessantanove per cento delle violenze nel nostro Paese è opera di partner, mariti o fidanzati. E solo in sei casi su cento il colpevole è estraneo alla cerchia familiare o delle conoscenze. Tra questi, non più del dieci per cento viene commesso da persone di origine straniera.
E quanto risulta da uno studio dellIstat, che ha aperto nella sua sede centrale il Global Forum sulle statistiche di genere. Secondo i dati raccolti, la maggioranza delle violenze più gravi subite dalle donne è dunque domestica: un vero e proprio ribaltamento dei luoghi comuni sulla pericolosità degli stranieri.
La ricerca è stata effettuata su un campione di donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni e si riferisce al periodo tra gennaio e ottobre 2006.
"Se anche considerassimo che di questi estranei la metà fossero immigrati - ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat per le indagini su condizione e qualità della vita - si arriverebbe comunque al tre per cento degli stupri, e se anche ci aggiungessimo il cinquanta per cento dei conoscenti, al massimo si arriverebbe al dieci del totale. Dati in totale contrasto con la percezione diffusa".
"Nellimmaginario collettivo - continua - gli stupri per le strade sono quasi sempre opera di immigrati. Ma non fare i conti con le statistiche può portare ad orientare in modo errato le priorità e il tipo di politiche".
Il presidente dellistituto, Luigi Biggeri, ha ricordato che lIstat ha avviato e vuole continuare il processo di riforma delle statistiche ufficiali. Lobiettivo è quello di fare luce sui temi caldi che fanno discutere il Paese e sfatare i luoghi comuni che in certi casi dominano lopinione pubblica.
"Ma il nostro lavoro non si ferma qui: dovremo porre lattenzione anche su altre tematiche come la discriminazione, terreno difficilissimo ma che ormai necessita di essere misurato in tutte le sue manifestazioni".
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lunedì 10 dicembre 2007
ore 11:14 (categoria:
"Vita Quotidiana")
James Watson, dopo le frasi-choc la sorpresa "Aveva antenati neri di origine africana" di ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Lo scienziato bianco che giudica i neri meno intelligenti dei bianchi è più nero di quanto potesse immaginare. Suona come uno scioglilingua, ma è la verità, scientifica per di più: il genoma di James Watson, il premio Nobel americano che un paio di mesi fa ha suscitato scalpore e condanne per avere dichiarato che i neri sono geneticamente meno intelligenti dei bianchi, ha 16 volte più geni di origine nera nel proprio Dna rispetto al bianco medio occidentale. Ciò significa, con tutta probabilità, che un suo bisnonno o trisavolo era di origine africana.
Come ironia della storia, non poteva essercene una migliore. La notizia è stamane in prima pagina sul Sunday Times di Londra, che riferisce la scoperta fatta da un laboratorio di analisi genetiche. Bisogna sapere che il professor Watson aveva diffuso recentemente su internet il proprio genoma, ovvero la mappa di tutti i suoi geni, "nellinteresse della scienza", in altre parole affinché gli specialisti della materia potessero studiare il suo magnifico cervello, grazia al quale lo scienziato scoprì nel 1953 la struttura del Dna e vinse il premio Nobel.
Ebbene, esaminati i preziosi dati, la società deCode Genetis ha scoperto che il 16 per cento dei geni di Watson provengono da un antenato nero di discendenza africana, mentre gli esseri umani di discendenza europea, ossia europei e americani doggi, hanno mediamente al massimo l1 per cento di geni di questo tipo. "Un livello del 16 per cento dei geni di di tal genere induce a credere che lindividuo in questione abbia avuto un bisnonno che era un nero africano", commenta Karl Stefansson, direttore del laboratorio che ha fatto le analisi. "E stato molto sorprendente ottenere un risultato simile nel genoma di Watson". Lanalisi del suo genoma indica anche che un altro 9 per cento dei geni dello studioso provengono da antenati di origine asiatica.
Nelle sue dichiarazioni, pronunciate alla vigilia di un tour per promuovere in Gran Bretagna luscita di un suo nuovo libro, Watson si era detto pessimista circa le prospettive dellAfrica, "perché le nostre politiche sociali (a favore di quel continente) sono basate sul fatto che la loro intelligenza è la stessa della nostra, quando invece tutti i test dicono che non è così". Contraddetto da tutti i maggiori esperti in materia al mondo, Watson si è visto costretto a cancellare il tour promozionale a causa delle proteste nel Regno Unito da parte di associazioni per i diritti civili e per la difesa delle minoranze. Rientrato immediatamente in America, ha ricevuto una seconda cattiva notizia: il licenziamento dal posto di direttore del Cold Spring Harbour Laboratory, nello stato di New York, del quale era stato alla guida per quasi quarantanni.
Nessun commento, per ora, dal premio Nobel, sulla notizia che lui è "più nero" della maggior parte dei bianchi. Un commento, anche se lo avevamo giù usato la prima volta, ci permettiamo di ripeterlo noi: "Elementare, Watson".
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giovedì 6 dicembre 2007
ore 15:23 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Appena fuori dalla scuola mille paure e un solo obiettivo: il lavoro stabile di TULLIA FABIANI
Liceo o istituto tecnico? E poi: università? A quattordici anni la scelta, a diciannove il ripensamento col senno del poi e un diploma da mettere a frutto, comunque. La maturità dimostra anche questo: che ci si può accorgere di aver preso una strada sbagliata e che un buon orientamento nella scelta della scuola superiore e in quella della facoltà universitaria può fare la differenza. Si tirano un po le somme. E si preparano nuovi investimenti. Così se da una parte la maggior parte dei diplomati italiani promuove il lavoro degli insegnanti e il percorso di apprendimento svolto, dallaltra lamenta la poca attenzione ricevuta al passaggio dalla scuola media e superiore e guarda con timore al futuro: luniversità e soprattutto il lavoro, poco importa se legato agli studi fatti, importante è che sia stabile. Un posto fisso.
A raccogliere le impressioni e le speranze dei ragazzi italiani freschi di maturità è un lavoro del consorzio interuniversitario Almalaurea e dellassociazione Almadiploma: 55 gli istituti scolastici interessati in tutta Italia e 6.786 i diplomati, tutti nel 2007. "Il nostro progetto, cui aderiscono 122 scuole superiori, - come spiega Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - è diffondere nelle scuole la cultura della valutazione, per aiutare i ragazzi nella scelta del percorso dopo lesame di Stato e per favorire lincontro tra domanda e offerta di lavoro con una banca dati online. Cè una legge del governo infatti che prevede, entro gennaio 2008, specifici percorsi di orientamento scolastico e noi crediamo di poter affrontare questa esigenza e dare delle risposte efficaci al riguardo". Una risposta, ad esempio, arriva già dal profilo particolareggiato dei diplomati, che sarà presentato martedì 11 dicembre a Milano, durante il convegno "Quale futuro per i diplomati? Strumenti per il governo della scuola e per lorientamento in uscita dei diplomati". Repubblica.it lo presenta in anteprima.
Il giudizio sulla scuola. Insegnanti promossi: i ragazzi si dimostrano soddisfatti della propria esperienza scolastica (80 diplomati su 100). E i giudizi sui prof sono molto favorevoli: il 78 per cento dei diplomati è soddisfatto della loro competenza, il 70 per cento della chiarezza espositiva, il 72 della disponibilità al dialogo e il 61 della loro capacità di valutazione. E questo si riflette probabilmente sui voti: il voto medio di diploma è 75,7/100. Chi ottiene i risultati migliori (da 81 a 100 su 100) rappresenta il 31,7 per cento dei ragazzi. Il voto medio nei licei è di 79 (su cento), 74,9 negli indirizzi tecnici e 72,8 nei professionali. Mentre le studentesse, in tutte e tre le tipologie di indirizzi, tendono ad avere migliori risultati in termini di voto e di regolarità negli studi. Meno compiacimenti invece per i ragazzi sul piano strutturale: criticano i laboratori (60 per cento), ladeguatezza delle aule (53 per cento) e lorganizzazione scolastica (48 per cento).
Il problema della scelta. Nonostante la soddisfazione per lesperienza scolastica, diverse sono le perplessità sulla decisione presa a quattordici anni. Al momento dellesame di Stato, 51 diplomati su cento confermano la propria scelta, mentre il 48 per cento degli studenti dice che se tornasse indietro cambierebbe la scelta della scuola. E luno per cento non si esprime. Inoltre, tra i "pentiti" 10 su cento ripeterebbero il corso, ma in unaltro istituto, altrettanti sceglierebbero un diverso corso o indirizzo della propria scuola e il 28 per cento sceglierebbe sia unaltra scuola che un altro indirizzo di studi. "Un dato preoccupante - nota Cammelli - che conferma un fenomeno già riscontrato e che chiama in causa lazione di orientamento da parte del sistema di istruzione. La scelta è fatta soprattutto dalle famiglie e dagli insegnanti. Non cè un intervento diretto dei ragazzi. Certo - aggiunge - cè anche un problema di contesto culturale e di messaggi che arrivano loro. Occorre tenere presente, inoltre, che probabilmente i diplomati hanno preso in considerazione non tanto il vissuto a scuola ma le prospettive formative e professionali future".
Il futuro: studio o lavoro? Sulle prospettive i neodiplomati si dividono in tre categorie: gli studenti che vogliono iscriversi alluniversità, il 60 per cento; coloro che non proseguono gli studi e cercano lavoro (32 per cento) e i diplomati a caccia di corsi di specializzazione al di fuori delluniversità (6 per cento). Naturalmente nella maggior parte dei casi le scelte sono influenzate dal corso di studi: il 93 per cento dei diplomati liceali, nel 2006, ha intenzione di iscriversi a un corso di laurea. Negli indirizzi tecnici, invece, liscrizione alluniversità è decisa dal 52 per cento dei ragazzi. Altro scenario quello degli indirizzi professionali, dove i diplomati che andranno alluniversità sono il 30 per cento. Gli altri pronti per il mercato del lavoro. "Quanto incidono, su questi risultati, le strategie personali di vita, la propensione allo studio?"si chiedono i ricercatori. "Sicuramente i laureati hanno più chance dal punto di vista occupazionale e questa evidenza viene filtrata anche dalla percezione che il diplomato ha del futuro proprio lavorativo in Italia e in Europa - spiegano da Almadiploma - I diplomati che intendono iscriversi alluniversità hanno, nellordine, tre obiettivi: completare la formazione per svolgere la professione a cui sono interessati; poter trovare in futuro un lavoro ben retribuito. Approfondire i propri interessi culturali".
Il lavoro: marketing e posto fisso. E se il mercato del lavoro tende a chiedere flessibilità, e i giovani vengono sollecitati a diventare "imprenditori di se stessi", i diplomati sembrano non gradire granché linvito e la tendenza. I ragazzi cercano stabilità del lavoro, acquisizione di professionalità e indicano il contratto a tempo indeterminato come modello di riferimento, più di qualsiasi altra tipologia contrattuale. Con la speranza di lavorare magari per unarea aziendale di marketing, comunicazione, pubbliche relazioni, area vendite e area organizzazione, pianificazione: i settori preferiti. In tal caso, a sorpresa, non importa la maturità liceale o quella tecnico-professionale. Non fa niente se la professione non è coerente con gli studi e con i propri interessi culturali. Cè flessibilità, ma per i diplomati italiani vale solo in questo caso. Per trovare un lavoro, qualunque.
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mercoledì 5 dicembre 2007
ore 10:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
I soldi perduti di DARIO CRESTO-DINA
TORNA la musica alla Scala. Troppo bella "Tristan und Isolde" perché la prima non vada in scena, perché si fermi la storia dellopera, ma forse ci saranno camicie bianche e strisce di stoffa nere sul braccio sinistro per dire, con Celentano, che la situazione non è buona. Gli orchestrali e i coristi stanno pensando infatti di presentarsi così, senza smoking, allappuntamento di domani sera. Lultima decisione verrà presa oggi.
Se lipotesi sarà confermata si tratterà di un modo responsabile ma forte per dire che la battaglia sugli stipendi farà ancora sentire il rumore delle spade. E i soldi si affacciano anche su un altro fronte. Visto che i conti della Scala sono tornati in salute la Pirelli ha deciso infatti di negarle per il prossimo anno il suo contributo, due milioni di euro.
Cavalcando questo paradosso culturale e finanziario - puntare su unazienda che funziona è diventato un pessimo investimento? - Marco Tronchetti Provera completa la sua uscita dalla storica istituzione milanese e arriva alla fine di un disamore cominciato due anni fa, nel novembre del 2005, quando si dimise dal consiglio di amministrazione e sistemò su quella poltrona Francesco Micheli. Se allora il passo indietro sembrò motivato da uno sgarbo, la rinuncia da parte della Scala a gestire il teatro degli Arcimboldi, questa volta la mossa di Tronchetti giunge a sorpresa nonostante la nonchalance con la quale viene commentata dai protagonisti della vicenda.
I vertici della Fondazione scaligera ammettono il "raffreddamento" di Tronchetti nei confronti del teatro, ma assicurano che la sua rinuncia era prevista e che ci sono già altri imprenditori pronti a subentrare nel catalogo degli sponsor. La Pirelli, che in dieci anni ha dato al Piermarini quasi venticinque milioni di euro, dribbla la trappola delle polemiche e giustifica la sua decisione con la volontà di impiegare quelle risorse in altri progetti culturali milanesi e con lesigenza di una ristrutturazione di bilancio che mira a incrementare i risparmi. E se ci sono tagli da fare è la cultura il primo settore a farne le spese.
Sullo sfondo sembrano però profilarsi due scenari. Il primo riguarda legemonia culturale milanese. Non è un caso, infatti, che Pirelli abbia indicato la Triennale come la sua più probabile nuova favorita. Listituzione guidata da Davide Rampello, ex dirigente televisivo di Berlusconi, è in continua ascesa anche a livello internazionale e sempre più legata sia al sindaco Letizia Moratti sia al capitalismo finanziario milanese vicino al centrodestra. Le sue azioni possono sembrare in prospettiva più redditizie di quelle della vecchia Scala diretta da un elegante uomo di cultura francese.
Il secondo scenario è interno alla fondazione scaligera. La battaglia sui salari che ha attraversato gli ultimi due mesi è stata molto pesante, tanto da mettere in dubbio fino allultimo la prima di venerdì sera. A tratti si è avuto limpressione che nellestenuante trattativa con il sindacato il sovrintendente Stéphane Lissner sia stato lasciato un po troppo solo e che la partita con lorchestra e i dipendenti non sia ancora chiusa. Un indebolimento della Scala rischia di riportarne lorologio ai tempi orribili dello scontro tra il maestro Riccardo Muti e Carlo Fontana, il predecessore di Lissner. Dopo soli due anni e mezzo e dopo i lusinghieri risultati ottenuti non si sente il bisogno di una nuova bufera e di altre pericolose dimissioni.
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