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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 18 gennaio 2006
ore 09:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tutti a pranzo con Antoine, il nuovo talk show della politica

«Confessa, sei stato a pranzo con Bernheim?». «Che c’è di male a pranzare con Bernheim?». «Ehi, anch’io sono stato a pranzo con Bernheim!». «Anch’io!». «Anch’io!». Eccetera. Da giorni i nostri leader - di ambo gli schieramenti - discutono con passione (accusando, minimizzando, rivendicando) di pasti consumati con il presidente delle Assicurazioni Generali. Non è un bello spettacolo. Però deve avere molto sorpreso l’anziano gentiluomo (abbiamo fatto una figuraccia, coi francesi poi, accidenti). E poi è surreale, l’improvvisa centralità nella politica italiana della frequentazione di Antoine Bernheim, ottantenne con quel perfetto nome da banchiere parigino. La fantasia di un lettore di romanzi dell’Ottocento lo immaginerebbe tartassato da nobili spiantati e fascinosi arrivisti che cercano di sposarne la figlia. Invece no (la figlia Martine è sposata dal ‘77, accidentalmente con un principe Orsini), a volerlo (doverlo?) incontrare, nell’anno passato, sono signori con richieste più prosaiche. Genere «scusi, non è che cederebbe il suo 8,7 per cento di azioni Bnl all’Unipol?». O al limite desiderosi di parlare con lui «dei problemi del Paese, della governabilità» (Walter Veltroni, uomo di frequentazioni affettuose ed ecumeniche però mai intercettato a discutere di banche, in effetti).

Comunque, a pochi giorni dalle accuse di Berlusconi («quattro esponenti dei Ds hanno visto Bernheim nel periodo dell’opa Unipol su Bnl») il censimento dei commensali del banchiere, approssimato per difetto, è questo: Massimo D’Alema, Francesco Rutelli, Romano Prodi, Walter Veltroni, Silvio Berlusconi, Franco Bassanini e Gianfranco Fini (autodenunciati; però vince Fini che l’ha incontrato «varie volte»). Un paio di anime dei Ds, un po’ di Margherita, il premier, il candidato premier, il vicepremier nonché leader di An. Tanti, anche considerando l’inevitabilità dei contatti tra leader politici e potentati finanziari. Sembrano tanti non tanto per moralismo; piuttosto, deve essere faticoso - per un signore in età che preferisce parlare in francese - venir trasformato in una succursale di «Porta a porta» con cucina. Tanto che non ci si stupisce - indagando in giro, banalmente chiedendo «ma dove diavolo mangia Bernheim?» - quando ci si sente raccontare «l’ho visto al forum di Cernobbio che mangiava da solo, era nella veranda dove non possono entrare i giornalisti, i tavoli intorno a lui erano tutto un inciucio politici-imprenditori-banchieri, ma lui stava per conto suo e si capiva che non voleva essere scocciato». A leggere i giornali ultimamente, c’è da capirlo.

Anche perché, foresterie a parte (le Generali ne hanno una a Trieste e una a Milano, adatte a colazioni discrete) l’ex banchiere Lazard in Italia pare male accompagnato, gastronomicamente. Viene segnalato - portato da altri - in locali fighetti ma non buonissimi in zona Brera a Milano (lui, abituato alla cucina di grandi come l’Alain Passard di Arpège, ci andava spesso a Parigi). Il sito Dagospia informa che «ama l’aragosta bollita», ma l’informazione pare riduttiva. In più, si leggeva ieri in un corsivo di «Europa», quotidiano della Margherita, «prima o poi si offenderà a essere trattato come uno spinello»; insomma, tanti consumano pranzi con lui, ma si vergognano a dirlo. Anche questo è riduttivo. Dopo lo choc iniziale, l’accusa di pasteggiare con Bernheim ha avuto un effetto boomerang. Diventando un distintivo di appartenenza alla "vera" classe dirigente; prestigioso come un think tank, più sobrio di certi salotti, sottilmente imbarazzante come un potere troppo forte alla vigilia del voto. Ora si attendono altri outing, e altre accuse di pranzi impropri. Sarà una campagna elettorale così, forse, da far passare l’appetito.


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mercoledì 18 gennaio 2006
ore 09:43
(categoria: "Vita Quotidiana")





Milano, polemica alla vigilia dell’esposizione delle opere del pittore siciliano Giuseppe Veneziano. "American Beauty" raffigura la testa mozzata di Oriana Fallaci e dovrebbe rappresentare le paure dlel’Occidente. Alcune associazioni sono pronte a protestare davanti alla galleria che ospita il quadro


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martedì 17 gennaio 2006
ore 19:10
(categoria: "Vita Quotidiana")



Affari sospetti, Deaglio gira la Silvio-story
Film stile Michael Moore. Il direttore del Diario e Cremagnani: si parla di mafia, sarà una bomba
di Gian Guido Vecchi


MILANO—«C’era una volta..."Un re!" diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato». In effetti c’era una volta un tycoon brianzolo che divenne presidente del Consiglio, all’inizio del film si vede Lella Costa che legge Pinocchio e introduce soave il tema, «Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro...», solo che qui il Paese di Balocchi dove i «ragazzi svogliati» vengono trasformati in «ciuchini » è diventato l’Italia, l’omino che li acchiappa è Silvio Berlusconi e il racconto si fa ben presto una fiaba nera. Titolo: «Quando c’era Silvio».

C’è l’imprenditore un po’ ruspante che nel ’93 riceve il «signor Gorbaciov» e la moglie Raissa ad Arcore («ehi, se vuole champagne glielo diamo!»), la telecamera perfida che si sofferma su Berlusconi impegnato in tenaci aggiustatine al cavallo dei pantaloni mentre mostra la residenza agli ospiti e li fa scendere nel mausoleo alla Tutankamon della «gens berlusconiana». E c’è il pupillo di Borsellino, Antonio Ingroia, il pm del processo Dell’Utri che intervistato a luglio fissa la telecamera e racconta dell’incontro tra Berlusconi e Stefano Bontade, allora capo di Cosa Nostra, «organizzato da Dell’Utri e Gaetano Cinà alla fine degli anni Settanta».

In principio le immagini mostrano un Enrico Deaglio che si aggira in un ambiente in penombra, «alla fine del 2005, una stanza racchiudeva la sua epoca e i suoi cimeli», faldoni sulla P2, libri inchiesta, una toga, un casco di banane, «sarà una bomba», sorride il direttore di Diario, quello in carne e ed ossa, seduto nel salotto di casa accanto al coautore Beppe Cremagnani. I due giornalisti lavorano insieme dai tempi di Milano, Italia, per l’intervista al direttore dell’Economist Bill Emmot, con relative polemiche, hanno dovuto lasciar perdere la trasmissione l’Elmo di Scipio.Ma ora, dopo averlo invano offerto a Raitre («nessuna risposta...»), sono pronti a calare l’asso: all’inizio di febbraio Quando c’era Silvio si moltiplicherà in centomila dvd in vendita (18 euro, compreso il libro di «contenuti speciali») con il settimanale Diario, nelle librerie Feltrinelli e attraverso il circuito Home Video Trade, «stiamo lavorando anche all’uscita nelle sale».

Si parlerà, poco ma sicuro, di un film «alla Michael Moore», ma Deaglio scuote la testa, anche perché «Moore è uno che le fa perdere, le elezioni, e questo film le fa vincere: centomila dvd fanno almeno cinquecentomila spettatori, e ciascuno conoscerà almeno un elettore di Forza Italia deluso...». Del resto qui «non ci sono provocazioni» ma una serie di interviste inedite e un lavoro raccontato dalla voce narrante di Deaglio al passato remoto, un’ora e mezzo a ricostruire trent’anni di storia italiana nella convinzione «che il berlusconismo sia finito». Di Moore c’è il gusto dell’immagine esilarante e grottesca, come l’intera sequenza della lite con i parlamentari europei a Bruxelles, «siete turisti della democrazia!», il «kapò» all’indirizzo del socialista tedesco Martin Schulz, la facce impietrite di Fini e Prodi.O Berlusconi che organizza la claque a Putin in un villaggio sardo, «mi raccomando, ragazzi, io ve lo porto ma voi gridate: Vla-di-mir!». O ancora Cesare Ragazzi che boccia il trapianto di capelli. Oppure l’intervista allo scultore Cascella che svela i segreti del mausoleo, le immagini mai viste della stanza grande per il capo, i loculi laterali per gli amici più fedeli, la leggenda metropolitana che vuole la tomba pronta a ibernare i suoi ospiti, «l’impianto elettrico è sproporzionato, potentissimo...».

L’essenziale non è il conflitto di interessi o la censura, «noi non ci siamo lamentati e con appena 60 mila euro abbiamo mostrato che un film così si poteva fare». No, l’essenziale è molto peggio. Si parte dalla Milano dei primi Anni Settanta, una città dove capitava «di incontrare strani personaggi, Michele Sindona, Roberto Calvi, Luciano Liggio, Stefano Bontade». È un verminaio che segna il cambiamento, le vecchie famiglie altoborghesi cedono il passo e bisogna vederla, l’intervista che Guido Vergani fece a Gioia Falk, «sono cambiati i tempi, moralmente la gente come la mia famiglia ha meno importanza, anche come esempio, gli esempi sono altri». Così le musiche di Carlo Boccadoro e l’immagine ricorrente di un gigantesco Cavallo di Troia scandiscono l’ascesa del giovane Berlusconi, un uomo «dalla straordinaria capacità di farsi prestare soldi da persone che restano anonime». Si racconta la storia della Villa Casati-Stampa ad Arcore, gioiello settecentesco acquistato con appena cinquecento milioni, quadri del Tintoretto compresi, grazie al tutore della ragazzina che l’aveva ereditata, Cesare Previti. E pure del famoso stalliere di Arcore, il boss mafioso Vittorio Mangano, assunto da Dell’Utri, che passò gli ultimi giorni in carcere, malato di cancro, perché «rifiutò di barattare la sua dignità con la libertà», si legge nella sua lapide a Palermo.

Intervistato da Fabrizio Calvi 50 giorni prima d’essere ammazzato, Borsellino spiega che i «cavalli» in gergo sono le partite di droga. Gli chiedono: è normale che uomini d’onore avessero collegamenti con Berlusconi e Dell’Utri? E il magistrato: «È normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia per far fruttare questo denaro». L’11 dicembre 2004 Marcello Dell’Utri viene condannato in primo grado a 9 anni per concorso in associazione mafiosa. Il pm Ingroia racconta di quando il premier, sentito come testimone, «si avvalse della facoltà di non rispondere». A proposito della nascita di Forza Italia, spiega: «La sentenza di condanna del senatore Dell’Utri dice che si adoperò e si gettò a capofitto con un ruolo decisivo rispetto alla fondazione del movimento per andare incontro ai desiderata di Cosa Nostra».

Il montaggio è spietato, all’immagine di Dell’Utri che dice «la mafia non esiste, è un modo di essere, di pensare» e spiega di «averla vista solo al cinema o sui libri», segue un Totò Riina, faccia alla Buster Keaton, che sillaba imperturbabile: «Cosa Nostra? Non ho frequentato, non conosco, mai sentito parlare». Alla fine, come al processo, si mostra il ritratto di un Berlusconi che non comanda «ma è guidato », sospira Deaglio. E ora, è finita? La voce narrante, tra le immagini del casting del Grande Fratello, dice angosciata: «Lasciò un’Italia vaccinata, ma anche plasmata a sua immagine». Alla fine c’è di nuovo Lella Costa che legge Pinocchio, «E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l’Omino?»


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martedì 17 gennaio 2006
ore 18:44
(categoria: "Vita Quotidiana")



La strage dimenticata degli anni di piombo
Una congiura del silenzio sui militanti missini uccisi tra il 1972 e l’83

L’altro Sessantotto. La faccia nascosta degli anni Settanta. La metà taciuta della memoria intera. Cuori neri, monumentale libro da 800 pagine e tre anni di lavoro, è un’opera sotto certi aspetti definitiva: le storie dei ventuno militanti del Msi assassinati tra il 1970 — Ugo Venturini, colpito alla testa da una bottiglia mentre proteggeva Almirante in un comizio a Genova («forse l’ho tirata io» racconta ora Carlo Panella, giornalista Mediaset ed ex dirigente di Lotta continua) — e il 1983 —Paolo Di Nella, fascista ventenne assistito in agonia dal presidente partigiano Pertini— vi sono ricostruite fin nei minimi dettagli.
Sotto altri aspetti, però, Cuori neri riapre un capitolo ancora da scrivere. Perché getta una luce talora inquietante sulla disonestà intellettuale e sull’oblio, su ventuno morti «demonizzati dai loro nemici e dimenticati da tutti gli altri», spesso vittime anche di un’accurata opera di rimozione e talora mistificazione, di cui l’autore accusa una parte non secondaria della sinistra: l’assassino non può essere un compagno, dev’essere stata una faida interna tra fascisti (accade per i fratelli Mattei, per Carlo Falvella, per Graziano Giralucci eGiuseppe Mazzola prime vittime delle Br, per Mario Zicchieri, per Mikis Mantakas). E a rendere se possibile più interessante il quadro è il fatto che l’autore non ha ancora 36 anni, quindi non appartiene alla generazione di cui scrive, né condivide la formazione intellettuale e politica dei «cuori neri».
Luca Telese ha invece una storia di sinistra, è stato capufficio stampa di Rifondazione, ha scritto sul manifesto e sull’Unità, ora lavora al Giornale ma i suoi due primi libri sono biografie di Cofferati e di Lula. Dalla campagna innocentista per Lollo, Sclavo e Grillo condotta da intellettuali talora consapevoli della loro colpevolezza per il rogo di Primavalle, a quella meno nota ma altrettanto incredibile — riletta con gli occhi di oggi —in favore dell’assassino di Carlo Falvella, che mentre è in carcere per omicidio vince il premio Viareggio per le sue poesie politiche (e viene accostato da Giorgio Caproni, Camilla Cederna e Alberto Moravia ora a Ungaretti, ora a Gozzano, ora a Gramsci); dal surreale dibattito seguito alla morte di Stefano Cecchetti, figlio di comunisti, reo di frequentare il bar dei neri (i militanti scrivono a Lotta continua o telefonano a Radio Onda Rossa: «Chi se ne frega se era o no fascista, lui lì non ci doveva stare»), alle solidarietà che ancora a fine anni Ottanta vengono riservate agli assassini di Ramelli. «Fantasmi del passato: arresti in Dp per l’antifascismo di dieci anni fa» titola Reporter. Il manifesto ironizza sul giudice Salvini, oggi molto apprezzato a sinistra ma di cui allora Giovanna Pajetta scrive che «su Salvini circola una battuta: è occupato, sta firmando un mandato di cattura contro se stesso». E il mite Mario Capanna: «La mobilitazione antifascista di quegli anni è troppo importante per poter essere lasciata stravolgere da un’inchiesta giudiziaria».
Indimenticabile poi l’arringa dell’avvocato Pecorella, oggi legale e deputato di Berlusconi, che difendendo uno degli aggressori del bar Porto di Classe (il gruppo è lo stesso dell’omicidio Ramelli, che stavolta ha lasciato sul terreno un ragazzo destinato a restare paralizzato) sostiene: «Togliere spazio e agibilità ai fascisti non è un reato,ma una legittima applicazione di un principio costituzionale (...). Come si vede, dunque, anche assaltare un bar poteva avere un fine di alto valore morale e sociale». Telese racconta con uno stile molto personale, talora enfatico ma sempre efficace, sommando testimonianze raccolte di prima mano, cronache dell’epoca, atti giudiziari, volantini, slogan, canzoni, racconti dei protagonisti e dei loro parenti, amici, eredi. C’è Cossiga che sfugge a un’agguato dei Nar a Porta del Popolo, e rivela di aver coperto e forse salvato il capitano Sivori, l’agente che ad Acca Larentia spara sui missini in rivolta davanti ai cadaveri di due camerati e ne uccide un terzo, Stefano Recchioni (l’allora ministro dell’Interno dispone che sia mandato in vacanza per sottrarlo alla rappresaglia).
Ci sono i ragazzi neri diventati deputati di An, alcuni dei quali non hanno perso nulla dell’antica tracotanza (come l’onorevole neoborbonico Losurdo che racconta sghignazzando di quando dai tetti di Pavia sparò razzi sulla folla che ascoltava il comizio di Alekos Panagulis, avversario dei colonnelli greci). C’è Assunta Almirante, che entra in scena nei ricordi dei militanti sbigottiti «con una specie di tunica con le frange, una roba un po’ etnica, oggi si direbbe fricchettona».E c’è il marito Giorgio, di cui non si tacciono gli aspetti che possono apparire odiosi—a cominciare dalla spedizione contro l’università occupata nel 1968—ma che in molte pagine del libro giganteggia. Interrompe la campagna elettorale per vegliare Venturini ferito, poi porta a vivere per anni a casa sua il figlio Walter; paga sino alla morte — e all’insaputa di donna Assunta — un vitalizio alle famiglie Giralucci e Mazzola; invita a cena i genitori di Falvella (il padre morirà suicida); il più piccolo dei fratelli Mattei e la sorella di Mario Zicchieri raccontano di lui come di una persona di famiglia; e quando all’autogrill di Cantagallo (Bologna) i camerieri comunisti si rifiutano di servirlo, mentre il seguito strepita e minaccia — e qualcuno organizzerà una spedizione punitiva—Almirante si alza senza una parola e rasserena la moglie: «È normale, è la battaglia politica».
Alla sua ombra cresce un giovane Gianfranco Fini, già allora il più intelligente, anche se ai camerati appare più che altro pavido: così lo aggrediscono quando si oppone alla rappresaglia per la morte di Mantakas. In via Acca Larentia c’è anche lui, ma non in giaccone militare, in mimetica o in maglione come gli altri; con un impermeabile bianco (e viene colpito alla gamba da un candelotto lacrimogeno sparato dagli agenti). Ma quando appare la firma dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, Fini scrive sulla rivista Dissenso che «potrebbe essere una sigla inventata dal regime»; e nell’anniversario di Acca Larentia è lui, con Gasparri e Urso, a insistere per tenere comunque una manifestazione vietata, a prezzo della vita del giovane Alberto Giaquinto e contro la volontà di Fioravanti e Mambro (che racconta di aver condannato per questo Urso a morte, senza avere il coraggio di eseguire la sentenza. «Davvero? Ma se veniva a mangiare la pasta alla norma a casa mia!», sobbalza il viceministro quando Telese intervistandolo glielo racconta).
Poi ci sono loro, i «cuori neri». Raffigurati com’erano: talora criminali, talora innocenti; talora decisi a mimare la guerra civile dei padri, talora ansiosi di trovare un ponte con i coetanei di sinistra. Anche perché alcuni erano cresciuti nelle loro fila. In un elenco che forse qualcuno tenterà di smentire, Telese annovera Gianni De Michelis, i deputati diessini Massimo Brutti e Vincenzo Siniscalchi, Mario Moretti, Renato Curcio, il cantante Sergio Caputo. Enrico Montesano esordisce nel «varietà di destra» di Pingitore su raccomandazione del padre, portiere nel palazzo dove ha sede l’Msi. E Michele Placido racconta di aver fatto politica nella Giovane Italia: «Nessuno finora me l’avevamai chiesto; altrimenti avrei detto la verità».
Il libro di Luca Telese, «Cuori neri» (pagine 816, e 19), esce il prossimo 24 gennaio da Sperling & Kupfer
Aldo Cazzullo


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martedì 17 gennaio 2006
ore 14:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Portogallo,scandalo intercettazioni
Ascoltati per sbaglio vertici stato

Il clima preelettorale delle elezioni di domenica in Portogallo è stato avvelenato da uno scandalo: un giornale in portoghese pubblicato negli Usa ha rivelato che i telefono degli alti vertici dello stato, 60 persone tra cui l’attuale presidente Sampaio e due ex-premier, sono stati spiati per un anno e mezzo nell’ambito delle indagini sul caso di pedofilia all’orfanotrofio Casa Pia. La compagnia telefonica parla di errore.

Il quotidiano 24 Horas, giornale in lingua portoghese destinato agli emigrati che vivono sulla costa Est degli Stati Uniti, ha rivelato che la compagnia telefonica portoghese Portugal Telefon ha tenuto sotto controllo i telefoni privati, in tutto 80 mila conversazioni, del capo dello Stato, del capo del governo, del presidente del Parlamento, del presidente della Corte Costituzionale, del procuratore generale della Repubblica, di Mario Soares, ex-presidente ed ex-premier, di Antonio Guterres, ex-premier, e di numerosi alti funzionari dello Stato.

Gli ascolti servivano a far luce sull’inchiesta di pedofilia aperta nel 2003 in seguito alle denunce di Un centinaio di bambini o adolescenti di "Casa Pia", un orfanotrofio pubblico di Lisbona che ospita 1780 piccoli in difficoltà. Le indagini avevano individuato nove persone fra cui un politico socialista, ex-ministro, un ambasciatore, un famoso presentatore televisivo, un medico, accusate di lenocinio o di abusi sessuali contro minorenni. Ma mentre il processo non è ancora concluso, spuntano le telefonate registrate.

Ma era un errore
La Portugal Telecom ha parlato di un "errore" e di aver dovuto consegnare nel 2003 al giudice istruttore i dischetti con le chiamate dell’ex-ministro del Lavoro Paulo Pedroso, imputato nel caso. I dischetti avrebbero riportato per sbaglio oltre le chiamate realizzate da Pedroso anche quelle di altri 207 clienti le cui telefonate erano pagate dallo Stato.

In questo clima domenica si terranno le elezioni che vedono come favorito alla presidenza Anibal Cavaco Silva, conservatore, capo del governo dal 1985 al 1995. Mario Soares, dal canto suo, che oggi ha 81 anni, ha chiesto di porre fine "alle intercettazioni telefoniche che devono essere una eccezione e non una pratica di routine in Portogallo". Sulla vicenda delle intercettazioni il presidente Sampaio ha ordinato un’inchiesta.


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martedì 17 gennaio 2006
ore 14:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



Foggia, mamma lascia i figli in auto e tenta rapina in tabaccheria

FOGGIA - Ladra per disperazione. E’ la storia di una giovane mamma foggiana che questa mattina ha lasciato i figli di 2 e 6 anni in auto per sbrigare un servizio, come accade a tante madri nel corso di una mattinata piena d’impegni. Ma quando si allontana, ha invece in mente di compiere una rapina. E infatti la 23enne, incensurata, entra in una tabaccheria con il volto coperto da un passamontagna e armata di una pistola giocattolo chiede al proprietario tutto l’incasso. La rapina non va a buon segno, lei scappa e dopo poco viene fermata dalle forze dell’ordine.

Quando la ragazza ha scoperto che tutto il bottino della rapina ammontava a soli 50 euro si è scagliata contro il tabaccaio chiedendo altro denaro. Poi è scappata dopo l’intervento della moglie dell’esercente, che è riuscita a metterla in fuga con un morso. Nel frattempo sono arrivati anche gli agenti, che nella confusione hanno notato i due bambini che piangevano nell’automobile poco distante e in poco tempo sono riusciti a individuare la madre.

A chi la ha arrestata la giovane ha spiegato, in lacrime, di aver compiuto questo gesto disperato per procurarsi da mangiare per i figli, visto che sia lei che il marito sono disoccupati.


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martedì 17 gennaio 2006
ore 13:54
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 17 gennaio 2006
ore 12:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il Masaniello mediatico
di Ernesto Galli Della Loggia

Se qualcuno sperava in una campagna elettorale «normale», a questo punto, dopo la visita di Berlusconi alla Procura di Roma e quel che ne è seguito in tv (anche ieri), avrà capito che non tira proprio aria. Fino al suo ingresso negli uffici giudiziari della capitale, il premier sembrava intenzionato, infatti, ad arrivare all’appuntamento elettorale essenzialmente cercando di convincere gli italiani della bontà del suo operato di governante. Contro la disinformazione di una stampa considerata in gran parte ostile per partito preso, contro l’iniquità di un’opposizione dipinta come pronta a dire solo no, il Cavaliere sembrava volersi impegnare soprattutto in un’opera di autopromozione, presentando il suo come il migliore, il più fattivo governo che il Paese avesse mai avuto.
Deve aver capito però che l’operazione non stava riuscendo. Forse glielo ha fatto capire, durante una sua esibizione televisiva, la sarcastica osservazione di un giornalista del calibro di Vittorio Feltri, certo non sospettabile di antiberlusconismo preconcetto. «Presidente — ha più o meno esclamato Feltri —, la smetta di affliggere gli italiani con la lettura dei suoi fogli e foglietti, diagrammi e tabelle. Parli con più sincerità, per esempio riconoscendo anche gli obiettivi mancati, e ci dica che cosa vuol fare in futuro e come». Ammonimento tanto più fondato quanto per Berlusconi difficilissimo da seguire. Perché lui è fatto così, si sa: non gli riesce di non essere logorroico, di non dipingersi come il più buono e il più bravo in tutto, di concedere agli avversari un barlume di ragione. Le parole di Feltri (magari suffragate da qualche sondaggio) gli hanno fatto capire che con l’eloquio torrentizio infarcito di dati e di cifre non solo avrebbe difficilmente convinto gli incerti ma rischiava perfino di disamorare molti dei più convinti tra i suoi.
Ecco allora il cambiamento di strategia. Come se si fosse avverata la leggenda metropolitana che a fargli da consigliere sia arrivato Karl Rove, il mago dell’ultima campagna di Bush. Ma il re della tv commerciale e della pubblicità sa da solo quello che piace al «suo» pubblico. Sa che la sua quasi sola speranza di vittoria risiede in un’alta affluenza alle urne, nel convincere il popolo della destra, anche se non proprio entusiasta del quinquennio di governo, a recarsi comunque alle urne al gran completo. E per ottenere questo scopo c’è un solo mezzo: rendere incandescente la campagna elettorale, tramutarla in una battaglia all’ultimo sangue, spazzare via gli argomenti e dare spazio solo ai sentimenti: quanto più viscerali sono, tanto meglio è. Prima di ogni altro, come si capisce, al sentimento dell’appartenenza che si nutre di antagonismo rispetto all’avversario, e in questo caso dello scontro all’arma bianca con la sinistra.
È precisamente a questa logica che risponde la scelta berlusconiana di orchestrare la sceneggiata della denuncia senza denuncia, di usare spregiudicatamente la questione morale come una clava contro i Ds, in generale di chiamare a raccolta l’elettorato contro il pericolo rosso con toni quarantotteschi.
Pur di vincere, insomma, Berlusconi ha deciso di abbandonare ogni traccia di quella compostezza che nelle democrazie occidentali abitualmente distingue, pure in periodo elettorale, il modo d’essere del governo e di chi lo guida. Ha smesso l’abito del presidente del Consiglio per vestire i panni, che evidentemente sente a lui più congeniali, di un moderno Masaniello mediatico. Per lo stato di salute della democrazia italiana non è un bel segnale.


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martedì 17 gennaio 2006
ore 12:29
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 17 gennaio 2006
ore 10:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pacato ragionamento del ministro delle Riforme.
«Siamo sempre dalla parte della famiglia che per noi è composta solo da uomini e donne ed esiste per creare. E poi, per dirla alla Tremaglia, questi culattoni hanno nauseato».

Roberto Calderoli, Agi 14 gennaio


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