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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 12 gennaio 2006
ore 11:14
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tra sospetti e diversità
di MASSIMO GIANNINI

NEL nome di Enrico Berlinguer, che nel 1981 l’aveva sbattuta in faccia al Psi e alla Dc, il partito dei democratici di sinistra sembra scrollarsi di dosso la "questione morale". Lo scandalo Fiorani, l’"azzardo" di Unipol, il "collateralismo" offerto alle manovre del suo amministratore delegato: tutto questo è stato derubricato a "questione politica". La conclusione unitaria della direzione di ieri non era facile né scontata. La Quercia, nel momento forse più difficile di questi ultimi anni, è riuscita a non farsi bruciare sul rogo dell’etica, ma a riconoscere i suoi errori sul piano della politica. Non è stata un’operazione indolore, soprattutto per Fassino e D’Alema. I due "consoli", come li ha chiamati Fabio Mussi, avevano un lungo elenco di sbagli da farsi perdonare. E’ stato un grave sbaglio fidarsi troppo a lungo di Consorte, un manager che avrà pure fatto dell’Unipol il terzo gruppo assicurativo del Paese, ma al prezzo di irregolarità di ogni tipo.

È stato un grave sbaglio non vedere da subito che i suoi alleati, da Gnutti a Ricucci, non erano il "nuovo" che bussa all’asfittico salotto buono del capitalismo imprenditoriale, ma il "vecchio" che si ricicla nel tinello buio della finanza speculativa. E’ stato un grave errore non prendere le distanze per tempo dall’Opa su Bnl, trasformando un’operazione bancaria in una strategia politica. E’ stato un grave errore "fare il tifo", con l’antica e malintesa idea di certa sinistra di accreditarsi presso l’establishment, comprandone una quota o costruendone un pezzo.

Fassino e D’Alema hanno ammesso di aver sbagliato. Sono arrivati tardi. Se il passo compiuto ieri fosse stato fatto in estate, quando tutto era già sufficientemente chiaro, i Ds e l’intero centrosinistra si sarebbero risparmiati questa umiliazione. E oltre al danno, si sarebbero risparmiati la beffa di un Cavaliere che, da accusato, si trasforma in accusatore. A meno di tre mesi dal voto continua a lanciare minacce irresponsabili e messaggi destabilizzanti. Carica le parole come fossero bombe, con l’unico scopo di far saltare gli avversari, e senza rendersi conto di terremotare la democrazia. Invece di correre dal magistrato per denunciare quello che sa (se mai davvero sa qualche cosa) prima si precipita nel solito salotto di Bruno Vespa, a parlare di non meglio precisate "informazioni" in suo possesso, circa il presunto coinvolgimento dei leader del centrosinistra nell’affare Unipol-Bnl. Si erge a campione di moralità, proprio lui che da dieci anni sfugge ai processi per corruzione e che oggi guida una maggioranza coinvolta con cinque suoi autorevoli membri nello scandalo della Lodi e con un ministro sul quale da ieri pende una richiesta di autorizzazione a procedere per il crac della Parmalat.

Ma per Fassino e D’Alema è meglio tardi che mai. La "diarchia" ha tenuto. Su una linea di dignitosa autocritica, ma anche di legittima rivendicazione di un passato e di un presente di cui andare comunque orgogliosi. La Quercia è e resta un partito di uomini onesti. E se il documento della direzione è passato all’unanimità, questa è la prova più tangibile che di scheletri nell’armadio non ce ne sono per nessuno. Non ci sono conti segreti né tangenti occulte. Era importante riaffermarlo, e respingere l’ombra di un sospetto che aveva cominciato ad aleggiare, e che il centrodestra ha cominciato a cavalcare. In questo, ha giovato non poco la solidarietà degli alleati. Prodi e Rutelli hanno dimostrato un sincero spirito di coalizione, evitando di infierire, nel momento della sua massima debolezza, su un partito del quale lamentano talvolta la "pretesa egemonica". Si tratterà di vedere se e quanto durerà questo senso di comune appartenenza. Ci sono in vista due test decisivi: il programma (sul quale già si profilano conflitti difficilmente ricomponibili con Bertinotti e con i radicali) e il partito democratico (che se non si può costruire nel laboratorio delle nomenklature, non può nascere nemmeno sulle macerie dei partiti).
Ad ogni modo, se non ci sono mazzette non ci sono neanche complotti. E qui Fassino e D’Alema, in un contesto di ritrovata collegialità, dovranno sforzarsi di riempire di contenuti convincenti la loro exit strategy. E’ comprensibile l’indignazione per la fuga di notizie forse pilotate o per la pubblicazione di intercettazioni prive di autorizzazione della magistratura. E legittima la costituzione di parte civile rispetto alle indiscrezioni uscite sulla telefonata tra Fassino e Consorte. Ma la controffensiva sarebbe insufficiente, se si limitasse alla pur sacrosanta difesa del principio di legalità e delle tutele costituzionali previste per i parlamentari. C’è bisogno di uscire dalla sindrome dell’accerchiamento con la forza e la verità delle risposte politiche. Non con il vittimismo, e nemmeno con il formalismo.

La "diversità" è una pratica, non è una politica. Ed è stato un abbaglio, protratto per troppo tempo, averla interpretata come un "valore in sé", travisando il senso della lezione berlingueriana. La "diversità", se c’è, si realizza con i fatti, e non si teorizza con le parole. Per poter essere spesa sul mercato politico, deve essere riconosciuta dall’esterno, più che rivendicata dall’interno. Per questo, adesso che la ferita sembra essersi rimarginata tra i suoi dirigenti, per i Ds il vero problema sarà verificare quanto invece la lama affilata della "questione morale" abbia inciso sulla carne viva del suo elettorato. E qui la questione si fa più complessa. E anche più densa di incognite, visto che Berlusconi ha dimostrato di voler usare come una clava la sua riscoperta vena giustizialista, e visto che lo stillicidio delle intercettazioni telefoniche sembra destinato a durare almeno fino al voto del 9 aprile.

Detto tutto questo, resta il fatto che una "diversità" esiste, tra sinistra e destra. E proprio i fatti di questi ultimi giorni stanno lì a dimostrarlo. Solo in questa metà del campo può andare in scena lo psicodramma di un partito che, dal vertice alla base, si lacera e si tormenta per una pura questione di etica dei comportamenti, e non certo per una gestione illecita e per atti penalmente rilevanti. Solo in questa metà del campo si può assistere da una parte a un gruppo dirigente che si espone a un "processo", riconosce i suoi errori, cerca di porvi rimedio, e dall’altra a un diffuso malessere degli elettori che scrivono, faxano, manifestano la loro delusione o rappresentano il loro disagio dalle colonne dell’Unità. A destra tutto questo non succede e non potrebbe succedere. A destra, dopo cinque anni di atti moralmente inaccettabili e di leggi eticamente insostenibili (dai condoni ai decoder, dalle Cirami alle Schifani, dalle Gasparri alle Cirielli) nessun leader della maggioranza ha mai espresso un dubbio, nessun partito della Cdl ha mai palesato un mal di pancia, nessun militante ha riempito le pagine del Giornale, del Foglio o del Secolo d’Italia con lettere di denuncia o di protesta.

E un dato di fatto. Se a sinistra c’è a volte un surplus di suscettibilità civica, a destra c’è spesso un deficit di sensibilità democratica. Forse questo non basta per vincere le prossime elezioni, visto che i veleni di Bankopoli, tutt’altro che esauriti, rischiano di sottrarre al centrosinistra l’argomento popolare del "siamo migliori di loro", e per fornire al centrodestra l’arma populista del "siamo tutti uguali". Ma resta un patrimonio da valorizzare, contro la barbarie mediatica del Cavaliere, che può precipitare l’Italia in un incubo assai peggiore di quello vissuto ai tempi di Tangentopoli.


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giovedì 12 gennaio 2006
ore 09:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



Proprio in quel momento uno dei megaschermi proietta dati sulla «Siciglia» e Berlusconi non perde l’occasione per ironizzare sull’errore ortografico: «Deve essere stata una donna. Sono fissate con il punto G. Lo vedono dappertutto. Ma voi sapete dov’è il punto G? È nella G di shopping. È lo shopping che le fa godere».

Augusto Minzolini, La Stampa, 11 gennaio 2006


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mercoledì 11 gennaio 2006
ore 18:50
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 11 gennaio 2006
ore 18:46
(categoria: "Vita Quotidiana")



Anime Salve

Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che bello il mio tempo che bella compagnia
sono giorni di finestre adornate

canti di stagione
anime salve in terra e in mare
sono state giornate furibonde
senza atti d’amore

senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo
ore infinite come costellazioni e onde

spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e no basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro
i futuri incontri di belle amanti scellerate

saranno scontri
saranno cacce coi cani e coi cinghiali
saranno rincorse morsi e affanni per mille anni
mille anni al mondo mille ancora

che bell’inganno sei anima mia
e che grande il mio tempo che bella compagnia
mi sono spiato illudermi e fallire
abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo
ti saluto dai paesi di domani

che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia

e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia


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mercoledì 11 gennaio 2006
ore 13:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Ballata Del Michè

Quando hanno aperto la cella
era già tardi perché
con una corda al collo
freddo pendeva Miché

tutte le volte che un gallo
sento cantar penserò
a quella notte in prigione
quando Miché s’impiccò

stanotte Miché
s’è impiccato a un chiodo perché
non voleva restare vent’anni in prigione
lontano da te

nel buio Miché se n’è andato sapendo che a te
non poteva mai dire che aveva ammazzato
soltanto per te

io so che Miché
ha voluto morire perché
ti restasse il ricordo del bene profondo
che aveva per te

vent’anni gli avevano dato
la corte decise così
perché un giorno aveva ammazzato
chi voleva rubargli Marì

l’avevan perciò condannato
vent’anni in prigione a marcir
però adesso che lui s’è impiccato
la porta gli devono aprir

se pure Miché
non ti ha scritto spiegando perché
se n’è andato dal mondo tu sai che l’ha fatto
soltanto per te

domani alle tre
nella fossa comune sarà
senza il prete e la messa perché d’un suicida
non hanno pietà

domani Miché
nella terra bagnata sarà
e qualcuno una croce col nome la data
su lui pianterà
e qualcuno una croce col nome e la data
su lui pianterà.


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mercoledì 11 gennaio 2006
ore 12:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbraccia l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.


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mercoledì 11 gennaio 2006
ore 12:23
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Un cantautore all’università": si moltiplicano i corsi su De André
di SIMONE CERIOTTI

Sette anni fa, nel giorno della sua scomparsa, non era difficile immaginare che Fabrizio De André sarebbe entrato nelle università italiane, oggetto di approfondite ricerche letterarie come accade ai grandi autori contemporanei. L’incognita, semmai, erano i tempi necessari affinché il mondo accademico si accorgesse della valenza letteraria delle canzoni e, più in generale, della sua opera.

Invece, in un periodo relativamente breve, grazie anche alle numerose tesi di laurea a lui dedicate e alle iniziative della Fondazione guidata da Dori Ghezzi, gli atenei hanno avviato diverse attività di ricerca e analisi, la più nota delle quali è proposta dall’università di Siena. Si tratta del "Centro studi Fabrizio De André", un dipartimento nato alla fine del 2004, il cui scopo è l’archiviazione e la messa in rete di tutto il materiale prodotto dal cantautore genovese.

Ma non è tutto. Il mese prossimo, sempre nell’ateneo senese, prenderà il via un corso di Archivistica dedicato all’analisi delle interviste rilasciate da De André: gli studenti delle lauree specialistiche di tipo umanistico potranno conquistare tre crediti formativi esaminando le tematiche di questi testi, sotto il coordinamento di Stefano Moscadelli, docente ordinario di Archivistica: "Proporrò agli studenti la lettura delle carte con occhio archivistico, ma anche con lo spirito della critica letteraria e sociale. Si tratta di un lavoro interdisciplinare al quale prenderanno parte studenti di Lettere, Antropologia e Storia, quindi mi aspetto analisi approfondite e complete".

La ricerca sarà improntata sugli scritti dell’ultimo periodo di De André, quello da cui proviene la maggior parte del materiale in prosa: "Si tratta di interviste, certo, ma non sono pensieri improvvisati - continua Moscadelli - perché Fabrizio trattava le conversazioni come testi letterari, si faceva scrivere le domande e preparava con cura le risposte, sempre in forma scritta. Siamo in possesso di documenti che testimoniano, attraverso numerose stesure, i ripensamenti e le variazioni prima della versione definitiva. Canzoni e interviste sono accomunate dalla scrupolosità dell’autore, che non scriveva mai di getto, ma rielaborava più volte i concetti".

Com’è organizzato il Centro studi che cataloga e archivia tutto il materiale, inedito e non, relativo a Fabrizio De André? Lo spiega Gianni Guastella, docente a Siena e direttore dell’istituto: "Facciamo affidamento sulla buona volontà degli studenti che si propongono per fare stage o periodi di lavoro, mentre cinque persone lavorano qui a tempo pieno. La sistemazione dell’archivio è quasi completa, stiamo concludendo la digitalizzazione del materiale e presto metteremo tutto in rete, liberamente consultabile. Da lì inizierà un discorso di riflessione scientifica. Il nostro augurio è di contribuire a divulgare De André nelle università, con studi approfonditi, e nelle scuole, promuovendo incontri sui temi delle sue canzoni".

Nonostante l’appoggio e la collaborazione della Fondazione Fabrizio De André, non è facile raccogliere tutto il materiale in circolazione sul cantautore genovese: "De André - continua Guastella - non scriveva moltissimo. Una buona parte dei suoi elaborati proviene soprattutto dall’ultimo periodo o dal primissimo, grazie agli appunti raccolti dalla madre. Fabrizio aveva l’abitudine di scrivere note a margine dei libri che leggeva (a volte si trattava di prime stesure delle sue canzoni, come nel caso di Prinçesa, tratta dall’omonimo romanzo), solo che buona parte di questo materiale è andata dispersa, perché lui i suoi libri li regalava. Per questo chiediamo a chi possiede scritti inediti di farsi avanti: noi archiviamo, digitalizziamo e poi restituiamo tutto".

Sono passati sette anni dalla morte di Fabrizio De André e gli sono già state intitolate scuole e piazze, le sue vecchie canzoni ritrovano la vetta delle classifiche e la sua arte è oggetto di studi accademici. "Certamente De André - conclude Guastella - è il più ’letterato’ tra i nostri cantautori ed è l’unico che ha assorbito stili diversi affiancandoli alla sua tradizione ligure-genovese. Stranamente a questo non corrisponde un’adeguata bibliografia di carattere letterario, la maggior parte dei libri che parlano di lui si occupano solo del cantautore-cantante. Questo avviene anche perché nella percezione della gente il cantautore è una figura che non può essere ’consacrata’ dalla letteratura in senso stretto. Niente di più sbagliato. E proprio De André, nei prossimi anni, lo dimostrerà".


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mercoledì 11 gennaio 2006
ore 10:19
(categoria: "Vita Quotidiana")



Giallo sul video di Quattrocchi
La Boniver: "Ne ho visto un altro"

Non c’è pace sugli ultimi istanti di vita di Fabrizio Quattrocchi. Per più di un anno e mezzo, la segretezza delle immagini girate da uno dei boia della body guard ha protetto e fatto fiorire nel nostro Paese il falso che accreditava la presenza tra gli assassini di "un italiano" che non c’era. Ora, il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver affaccia con formula dubitativa l’ipotesi che le immagini trasmesse lunedì sera nel nostro Paese siano diverse da quelle che lei stessa ebbe modo di vedere in "forma privata" su un monitor nell’ufficio del direttore della televisione araba Al Jazeera nel maggio del 2004, durante una visita in Qatar.

Dice la Boniver: "Nella sequenza che vidi si sentiva solo la voce del povero Quattrocchi e non c’era nessuna voce in arabo. Ho una buona memoria fotografica. Ho visto il filmato due volte e non mi ricordo la presenza delle ombre. La sostanza è indubbiamente la stessa, ma non mi spiego il perché di questa differenza".

Ce n’è abbastanza per eccitare gli animi. Ma non per trovare una sola conferma all’ipotesi che esistano più video dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. Una qualificata fonte della Farnesina contraddice il ricordo del sottosegretario. Spiega: "E’ indubbio che le immagini che vennero presentate a suo tempo da Al Jazeera presentavano un contrasto di luce meno marcato che rendeva le ombre meno distinguibili e un sottofondo audio che non rendeva facilmente percepibili le voci in arabo. Ma l’angolo di inquadratura era esattamente lo stesso. Come la sequenza, del resto". Dunque, stessa ripresa di qualità diversa o, forse, stessa ripresa ritoccata nella qualità delle immagini e dell’audio dall’emittente televisiva araba per cancellare elementi in grado di rendere riconoscibili gli assassini presenti sulla scena. Che è poi quanto sostiene una qualificata fonte del Ros dei carabinieri. "Siamo certi che dell’esecuzione di Quattrocchi sia stato girato un unico video, poi stampato in più copie.

Stavano uccidendo un uomo nel deserto e certo gli assassini non hanno messo in piedi un set cinematografico con più macchine da presa. Tra l’altro, dato che tutti concordano sulla circostanza che l’angolo di ripresa delle immagini è lo stesso, non si capisce, visto il gioco delle ombre, dove sarebbe dovuto stare un secondo operatore. Dunque, la conclusione è piuttosto semplice. O la copia del video ricevuta da Al Jazeera era di qualità inferiore a quella recuperata dal Sismi. O era di identica qualità e nel riversarla in formato diverso ha perso incisività nel contrasto e nell’audio. Oppure, chi l’ha ricevuta in Qatar ne ha ritoccato a suo tempo ombre e voci che potessero fornire indicazioni sugli assassini. Ma questo non cambia la sostanza. Le immagini che abbiamo sono le stesse".

Qualora Al Jazeera avesse ritoccato le immagini della morte di Quattrocchi, non si tratterebbe di una prima volta. Dal video della liberazione delle due Simone venne tagliato il fotogramma che documentava la consegna simbolica di una pistola al commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli.


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martedì 10 gennaio 2006
ore 09:54
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il «manifesto»: ma noi non cambiamo opinione
«Era lì per difendere chi fa la guerra. Non è stato un eroe»

ROMA - Mariuccia Ciotta sul manifesto , che lei dirige, anche oggi scriverete che Fabrizio Quattrocchi era un mercenario? «Perché dovremmo cambiare? Mercenario è una parola molto precisa: un uomo che è pagato per difendere uomini che fanno la guerra. Lì, in Iraq, si spartivano anche gli affari in un periodo che non era affatto di pace».
Lei lo ha visto il video trasmesso dal Tg1 ?
«Sì. E mi sembra che il programma di Mimun abbia cercato un’enfasi eccessiva nel tornare sulle questioni della guerra in questo modo, con questa strumentalizzazione. Sa di propaganda. Non ci dice certo qualcosa in più o di diverso».
Non le hanno fatto effetto le immagini di quell’uomo, in ginocchio eppure così fiero...
«Chiaro che l’impressione è forte, l e immagini terribili. Tutto colp isce e commuove, è ovvio. E la pietà è inevitabile. La pietà umana per Fabrizio Quattrocchi e anche per sua sorella, che era lì in televisione. Ma...».
Ma?
«Ma noi continuiamo a ripetere, senza dubbio, che non è certo possibile dire che Fabrizio Quattrocchi sia stato un eroe».
Perché?
«Perché un eroe è chi sacrifica la propria vita per salvare gli altri. Non per andare a lavorare dentro una guerra, così ter ri bile come è stata quella in Iraq, anche mentre noi italiani eravamo là» .
Non cambia nulla neanche quella fra se che Fabrizio Quattrocchi dice con tanto coraggio davanti ai suoi aguzzini. Davanti agli uomini che stanno per sparargli quei due colpi di pistola fatali?
«Quella frase: "vi faccio vedere come muore un italiano" ? Alla fine cosa può cambiare per noi se l’ha detta o non l’ha detta?».
Così cinica?
«Non è cinismo. Non mi sento cinica. Provo pietà, molta. Ma se avessi potuto avere davanti Fabrizio Quattrocchi prima, gli averi consigliato di non partire mai per l’Iraq».


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martedì 10 gennaio 2006
ore 09:36
(categoria: "Vita Quotidiana")





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