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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 1 dicembre 2005
ore 09:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Film, partite e tg sul cellulare digitale
La nuova scommessa del telefonino-tv
di ALDO FONTANAROSA

Il 2006 sarà l’anno di una macchina nuova, ambiziosa e suggestiva, sempre che funzioni. E’ un cellulare, certo. Nel senso che telefona e manda messaggini. E’ anche un video-cellulare: chi parla, volendo (e pagando), potrà vedersi sullo schermo. Ma è soprattutto un televisore portatile. Capace di ricevere quei canali tv, quelle trasmissioni che siano irradiate con la tecnica del digitale terrestre.

Dov’è la novità? Già oggi chi ha un telefonino Umts (di "3", Tim o Vodafone) oppure un telefonino Umts-Edge (di Wind) vede i suoi spezzoni di televisione, con gol, notiziari o singoli programmi. Ma l’esperienza può procurare una discreta sofferenza.

Questi cellulari Umts - appena usciti, ma in un certo senso già vecchi - hanno spesso schermi minuscoli. La qualità delle immagini è variabile. Le trasmissioni, poi, sono disponibili - diciamo così - a turno. Supponiamo che tante persone pretendano di scaricare nello stesso momento il gol di Trezeguet, Totti o Adriano: soltanto una parte fra loro potrà vederlo, in quel momento di quella domenica. Gli altri possono attendere.

Il cugino coreano. La macchina nuova - questo telefonino-tv in arrivo nel 2006, basato sulla tecnologia Dvbh - promette un salto di qualità. Gli schermi sono più grandi, come dimostra il primo apparecchio già in commercio nel mondo (questo Samsung coreano applica una tecnologia simile, il Dmb). La qualità delle immagini è paragonabile a quella, decorosa, che sperimentiamo in casa con una normale cassetta Vhs. Il segnale televisivo, infine, arriva senza problemi sui telefonini-tv accesi, siano essi uno o centomila, senza bisogno di "turnazioni" per la visione delle trasmissioni.

Problemi di pila. Tutto questo funzionerà? A febbraio, ha detto la sua un grosso papavero della Nokia, il signor Jukka Henriksson, che lavora nel Laboratorio per la Ricerca Avanzata. L’esperto ricercatore finlandese ha ammesso, parlando ad Helsinki, che Nokia ha sudato 15 anni per risolvere tre grossi problemi: le interferenze al segnale tv; lo stile del telefonino-tv (che può assumere forme mostruose come dimostrano alcuni prototipi); infine la durata della pila.

Il valzer degli accordi. Ora tutti i problemi sarebbero risolti. In particolare, il telefonino-tv è stato istruito perché cerchi il segnale televisivo solo a intervalli di tempo (è la tecnica del "time slincing"). Per questo la sua pila sarebbe in grado di offrire prestazioni accettabili. Sulla perfetta funzionalità della macchina hanno scommesso tutte le più grandi società italiane, della televisione come dei telefonini, ora protagoniste di un valzer di accordi strabiliante. Hanno iniziato Telecom e Mediaset. Il gruppo di Tronchetti Proverà potrà proporre sui telefonini-tv della Tim l’intera programmazione del gruppo Berlusconi.

Tronchetti, peraltro, si servirà di ripetitori di Mediaset per portare i programmi fino ai telefonini-tv della Tim (curioso che siano stati scartati i ripetitori della 7, che è l’emittente del gruppo Telecom). Mediaset, poi, ha venduto le partite della serie A e della Champions alla "3"; e ha ormai pronto un accordo con Vodafone. La società inglese, però, è convinta che i programmi vadano ridotti nei tempi e pretende da Mediaset "pillole" di intrattenimento e sport. Cose brevi, insomma.

Il gruppo Berlusconi ha guadagnato, così, un ruolo centrale nella offerta di contenuti alle varie società telefoniche. Ma punta anche a rafforzarsi alla voce frequenze. Per questo ha messo gli occhi sui 446 impianti di "Sport Italia", con l’obiettivo di creare una rete di ripetitori dedicata solo a veicolare i programmi per i telefonini-tv.

La questione cinese. Nel valzer di accordi, merita una citazione anche "3" (prima società attiva nei videofonini Umts), che ha comprato tutti i ripetitori dell’emittente Canale 7 ed ora corteggia Rete Capri (la trattativa è impantanata e "3" punta adesso a rilevare alcune agonizzanti stazioni locali). Tutto tranquillo? Di Canale 7, "3" ha comprato, oltre ai ripetitori, anche la licenza per trasmettere. L’Autorità per le Comunicazioni, arbitro del settore, dovrà valutare se un soggetto come "3", controllato da una azionista cinese, abbia diritto a rivelare una licenza in Italia.

Il problema, forse, sarà posto anche dai concorrenti di "3". I legali di "3" sono tranquilli perché l’azionista cinese ha sede, in realtà, nell’evoluta Hong Kong. Lì, ad Hong Kong, un imprenditore italiano può prendere una licenza tv. Proprio per questo, in un regime di reciprocità, anche un cinese di Hong Kong avrebbe un analoga possibilità in Italia.

Quanto mi costi? Per vedere una partita o anche solo le azioni dei gol, un concerto o magari un singolo videoclip, bisognerà pagare. Le società dei telefonini-tv lavorano a tre ipotesi. Primo: ti abboni al servizio, ci garantisci una somma fissa ogni mese, e noi in cambio ti facciamo vedere tutti gli eventi tv della nostra offerta. Secondo: ti abboni per un giorno e guardi solo per quel giorno. Terzo: non ti abboni e paghi soltanto la singola trasmissione che vuoi guardare (ad esempio la partita Milan-Juve).

Il lucchetto. Ma il successo della tecnologia è anche legato al prezzo di questo telefonino-tv. La macchina, in sé, potrebbe costare molto. Anche 6 o 700 euro. Roba da sceicchi. Ma c’è una strada che può spingere molto in basso il suo prezzo, ed è il "lucchetto". Compri il telefonino-tv di un operatore e ti impegni a restare con questo stesso operatore per un periodo di tempo anche lungo. Ai clienti che scelgono l’offerta "Relax" o "Relax 9", già oggi la Tim offre a prezzi stracciati un cellulare del tipo Umts, a patto che essi restino con la Tim per almeno due anni. Anche "3" vende i suoi cellulari a prezzi d’occasione. Ma questi apparecchi, in molti casi, funzionano solo con quella specifica Sim allegata alla confezione, una Sim di "3".


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 18:38
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.

Alessandro Sebastiano Morandi


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 15:26
(categoria: "Vita Quotidiana")



Bacio mortale, letale il burro di arachidi

QUEBEC - Una ragazza di 15 anni, allergica alle noccioline, è morta pochi giorni dopo aver baciato il suo ragazzo, che aveva appena mangiato un sandwich al burro di arachidi. L’episodio è avvenuto in Canada a Saguenay, una città a duecento chilometri da Quebec. I medici hanno somministrato dell’adrenalina alla ragazza, Christina Desforges, ma non è bastato.

La diffusione dell’intolleranza alle noccioline è aumentata negli ultimi decenni. Il motivo non è ancora stato del tutto chiarito. Uno studio ha mostrato che creme o lozioni alle arachidi per bambini possono essere all’origine di allergie in età adulta. L’intolleranza alle noccioline riguarda l’1-1,5% della popolazione, osserva Rhoda Kagan, del Montreal Children’s Hospital. Negli Stati Uniti sono un milione e mezzo le persone per le quali una minuscola quantità di arachide può essere letale. Le allergie da noccioline provocano da 50 a 100 morti ogni anno. Il caso della Desforges è «molto raro e preoccupante» commenta la Kagan. «Alcune persone hanno una soglia molto bassa» ha aggiunto, ricordando casi di reazioni allegiche a piccole porzioni di granella di noccioline. «Le reazioni variano da persona a persona, e sono spesso imprevedibili» ha chiosato l’esperta.


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 15:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il primo trapianto di faccia eseguito in Francia

AMIENS - Il primo trapianto di faccia al mondo è stato eseguito in Francia, ad Amiens. Una donna di 36 anni che ha avuto il viso completamente sfigurato dai morsi di un cane è stata operata oggi. La notizia è stata confermata dal chirurgo italiano Marco Lanzetta, che collabora da anni con i chirurghi francesi.

La notizia è stata riportata dal quotidiano britannico Evening Standard. L’intervento è stato effettuato nei giorni scorsi ad Amiens da una equipe di chirurghi con la collaborazione del professor Jean-Michel Dubernard, primario dell’ospedale Edouard-Herriot di Lione - centro all’avanguardia mondiale nel campo dei trapianti. Cinque anni fa Dubernard effettuò il primo trapianto di mani riuscito.


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 14:11
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 30 novembre 2005
ore 13:47
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 30 novembre 2005
ore 13:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



Una Repubblica fondata sul silenzio
di Maurizio Chierici

È imbarazzante prendere lezioni di trasparenza dal Brasile, è un problema che si aggiunge ai problemi: il presidente Lula ha annullato il segreto di Stato sugli anni del regime militare. Fra qualche settimana, dall’altra parte del mare, tutti sapranno tutto di tutti. Non solo delitti, rapimenti, torture, anche le informazioni nascoste su chi appoggiava o faceva affari coi notabili in divisa. Giri di banche, capitali che apparivano e sparivano, operazioni segrete, concessioni Tv. L’impero Marinho - Rede Globo- comincia a preoccuparsi. Parliamo del Brasile, non della Danimarca. È il Paese che raccontiamo con calcio, bossa nova e carnevale. Forse è il momento di ripensare ai nostri silenzi, altrimenti calcio e carnevale siamo noi. Noi, Paese delle ombre. Più o meno 500 miliardi di euro ombra nascosti da mani ombra in affettuose banche straniere.

Analisi 2001 appena corretta dal lasciapassare berlusconiano che permette il rientro di capitali furtivi. Senza chiedere: ma dove vi siete nascosti? Qualche euro di multa, nessuna domanda. Ma i capitali non si fidano. Rientrano col contagocce, soldi dei palazzinari che fanno impazzire il mercato di chi cerca casa. Ecco la risposta italiana alla chiarezza brasiliana.

Non basta per David Lane dell’Economist. Al Cavaliere ha dedicato un libro inutilmente querelato: «L’ombra del potere», appunto. Antologia dei conti ombra degli amici del Cavaliere che i magistrati inseguono con la pazienza di chi deve aprire una galassia di scatole cinesi, eppure non si arrende, e il Cavaliere va sulle furie. In questi giorni qualche Tg dovrebbe fare il ripasso. Numeri che scorrono come epigrafi sulle facce degli scioperanti la cui paga non basta alla fine del mese. Ma le ombre non fanno girare soltanto capitali. Gli orribili protagonisti del terrorismo maneggiano strumenti più devastanti del portare fuori il malloppo ed obbligare all’emigrazione, o all’amarezza della protesta, milioni di tasche vuote. Per fortuna a Palazzo Chigi c’è il Presidente Sceriffo. Il suo nome spaventa i fuorilegge da quando ha catturato 200 ricercati da ogni le polizia del mondo ma con la riservatezza di chi custodisce i segreti di stato, non fa sapere dove li ha messi sotto chiave. Forse nel sacrario sotterraneo della villa di Arcore, opera monumentale di Pietro Cascella, scultore che ha ammobiliato l’eternità del primo ministro. Se sono lì, fa bene a tacere.

Ultimi misteri della settimana, gli altri restano sepolti nel silenzio prediletto dalle famiglie mediterranee: non detti di stato, nascosti nei sussurri dell’alta burocrazia politica. Parla per non dire; tranquillizza per nascondere, indaga per non cercare.. Soprattutto fa capire che è meglio non sapere. Perché - perché, davvero - il ministro Castelli si arruola come gregario fra le ombre Usa per fermare l’inchiesta sull’iman rapito a casa nostra e portato come un pacco ad Aviano dove comincia il girotondo degli aerei senza nome che lo trascinano nel lager prestato dall’ Egitto agli americani così bravi nel fare domande con mano robusta ? Perché si impedisce al pm Spataro di ascoltare gli strani diplomatici di Washington scesi in Italia per organizzare il rapimento e poi svanire, chissà con quale nome, sottraendo un signore sospettato di terrorismo ad intercettazioni, pedinamenti, confronti che da mesi impegnavano la magistratura milanese?

Temevano facesse sapere qualcosa di compromettente? Il «no» supponente di Castelli somiglia al «no» del lontano ministro degli esteri Martino (padre) nei primi anni del dopoguerra. Consigliava di nascondere negli armadi dell’ospedale militare Celio, documenti con nomi e imprese di nazisti responsabili dei massacri. Dalla piazza Loreto degli ostaggi incolpevoli appesi dieci mesi prima allo stesso gancio di Mussolini, a Sant’Anna di Stazzema e a una catena di delitti ordinati da ufficiali ignoti ma che era facile smascherare aprendo carte a portata di mano. Solo adesso, per caso, sappiamo nomi e gradi quando ormai morte e vecchiaia annacquano le responsabilità. Cinquant’anni fa Martino (padre) si preoccupava di non infangare il buon nome della Germania nel momento in cui stava per aderire alla Nato: sacrifica alle convenienze internazionali la giustizia invocata dai sopravissuti. Era un signore affabile. È bene che il suo sorriso venga ricordato alla storia anche per questo silenzio. Nuovi misteri continuano le tradizioni di famiglia: Antonio Martino (figlio) ministro della difesa, non se l’è sentita di andare in Parlamento a spiegare cosa sapeva e quale tipo di indagini aveva ordinato sul fosforo bianco di Falluja.

Forse preoccupato che la curiosità si allargasse ad altre curiosità magari alle granate e ai proiettili al fosforo comprati per armare i nostri ragazzi a Nassirya e in Afghanistan. Povero ministro, gliene serviva il doppio: maledetti bilanci tagliati.

Spiegano i depliant dei mercanti di cannoni che il fosforo bianco è un prodotto consigliato. Le schegge infuocate dei proiettili diventano sanguisughe sulla pelle del nemico. Impossibile staccarle. Bruciano per un tempo interminabile. Il deplianti non parla mai di morte ma garantisce che il nemico, e chi gli sta attorno, vengono implacabilmente messi fuori uso.

Polveri proibite da convenzioni internazionali e dall’ antiterrorismo Usa dopo l’11 settembre. Ma un ministro della difesa non può dar retta alle voci dell’opposizione mentre è impegnato a salvare la patria.
Segreti in coda alla catena interminabile dei segreti protetti da segreti di stato. Elenco che non rassicura... Altro esempio: se a poco a poco lo scavo di familiari e giornalisti - come Andrea Purgatori - hanno ricostruito le tessere nascoste del mosaico, nessuna autorità fa sapere quale bandiera sventolava l’aereo che ha sparato il missile contro il volo passeggeri abbattuto a Ustica. Da venticinque anni le bocche ufficiali continuano a non dire verità che conosco bene, verità raccolte da radar i cui tracciati sono svaniti e da operatori militari che hanno stranamente scelto il suicidio mentre le alte uniformi giuravano il falso in Tv e davanti alle commissioni d’inchiesta, seppellendo nella fatalità i passeggeri morti e il fallimento della povera Itavia, compagnia alla cui incuria si è attribuita la tragedia.

Nei paesi normali il soldato che tradisce viene degradato sul campo, ma quando generali e colonnelli italiani imbrogliano per coprire il censo di colpevoli speciali, non succede niente. Nessuno li degrada. Non tornano soldati semplici: vanno in pensioni con l’assegno rotondo di chi ha compiuto fino in fondo il proprio dovere. Riaffiora la strategia del lasciare invecchiare i crimini sperando che la gente cominci a dimenticare. Cinquant’anni dopo i nazisti, ne godiamo anche noi.

Che malinconia sfogliare il passato nella speranza di trovare risposte trasparenti. Tanto per dire: Giovanni Ventura è scappato in Bolivia col passaporto regalato dai servizi segreti malgrado l’accusa d’essere uno degli autori della strage di piazza Fontana.

Perché? Per quale ragione i militari che indagavano sulla strage di Bologna hanno deviato le indagini e nessuno li ha degradati? Come mai proprio adesso, Carlos, terrorista doc in prigione a Parigi, rompe anni di mutismo e si rimette a parlare fingendo discordia, ma in realtà dando fiato, alla diversione macroscopica della commissione Mitrokhin nella quale il presidente azzurro Paolo Guzzanti riversa le abitudini di cronista ricordato per imbrogli imbarazzanti? Sullo scandalo dei segreti di stato non solo difesi, ma allungati all’infinito per permettere ai colpevoli di chiudere gli occhi nel letto dei giusti, dovremmo prendere esempio da paesi insospettati. Lula e il Brasile sono la sorpresa, ma la civiltà anglosassone ne riserva altre.

Prima di lasciare la poltrona a Bush, Clinton ha liberato dal segreto le carte che raccontano la regia di Washington nel colpo di stato di Pinochet. Subito in galera, Manuel Contreras, comandante della Dina, polizia senza pietà del presidente-generale. Ma l’insidia delle verità rivelate aprono tracce imbarazzanti. I conti all’estero del dittatore immacolato, ma anche la mano sinistra di Kinssinger, segretario di stato e premio Nobel della Pace, direttamente coinvolto nei massacri che hanno accompagnato «la difesa della libertà dal comunismo di Allende». mondo occidentale e cristiano riconoscenti. Il giudice spagnolo Garzon ha provato a convocare Kissinger raggiungendolo al Maxim di Parigi, ma Kissinger se ne è andato sotto protezione diplomatica.

Prima di lui voleva parlargli Juan Guzman, giudice cileno la cui convocazione non ha ricevuto risposta né dal Dipartimento di Stato, né dall’ambasciata Usa a Santiago. È andato in pensione scrivendo un libro presentato l’altro ieri a Madrid: «Alla fine del mondo, memoria del magistrato che ha processato Pinochet». Kissinger? Un dubbio al quale le memorie rispondono. «Andrebbe processato assieme a Pinochet». Tra l’America di Bush e l’America di Clinton, l’Italia di Berlusconi non ha dubbi: il silenzio aiuta a nascondere le magagne. Allora perché non prendere esempio dalla Svizzera nei giorni in cui la finanziaria non sa dove trovare i soldi? Fino al 1995 gli emigranti italiani erano sorvegliati speciali nella patria di Guglielmo Tell. Alla fine sono diventati «brava gente» e nell’arile del ’96 Leonardo Zanier, uno dei 300 mila italiani spiati, sospettati, tenuti d’occhio con attenzione esasperata, riceve una lettera che lo sbalordisce. Coordinatore dell’Ecap, ente che aiutava i nostri emigranti ad integrarsi imparando il tedesco e che adesso si prende cura di turchi e magrebini, leader delle Colonie Libere e poeta friulano, Zanier viene infornato che per 30 anni ogni suo passo era finito nei verbali della polizia. Telefonate, due bocconi all’osteria, chi ha visto, con chi ha litigato, libri comprati e vita sentimentalei nero su bianco nei rapporti delle forze di sicurezza. Dieci anni fa a Berna si sono convinti che erano spese inutili, carta da bruciare. Perché bruciarla?

Gli svizzeri sanno fare i conti: «Gentile signor Zanier, se le interessa, possiamo venderle i verbali dei nostri pedinamenti». Un pacco di 400 pagine e Zanier compra e sfoglia con nostalgia. «Ma guarda un po’ dov’ero alle 19 e 35 di giovedì 5 marzo ’71. A Zurigo, cafeteria del Sant Gottardo, con la ragazza che doveva diventare mia moglie».

Quasi una collezione di vecchie emozioni che sgonfiavano la rabbia del sapersi spiato intenerendo ricordi i congelati dalla polizia. Prezzo caro, ma l’osservato speciale lo ha pagato volentieri perché la fine di un segreto di stato è sempre una festa per tutti. Anche il governo del Berlusconi squattrinato da grandi opere e tornaconti personali potrebbe far cassa così. Ma dar aria ai segreti - dalla P2 alle amicizie siciliane - può diventare imbarazzante. Meglio tacere e che Lula si arrangi.


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 13:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Cei: "La Chiesa non tacerà sui temi della vita e della famiglia"

ROMA - I vescovi italiani "in totale adesione" con quanto detto dal cardinal Camillo Ruini, ribadiscono che "l’impegno aperto e concreto a favore della persona umana, con i valori inerenti la sua dignità individuale e sociale, e in particolare la vita e la famiglia, non rappresenta una violazione della laicità della nostra Repubblica, ma piuttosto un contributo, offerto alla libertà di ciascuno, per il suo bene autentico". Nel comunicato finale dei lavori dell’Assemblea generale della Cei, che si è svolta ad Assisi dal 14 al 18 novembre, si sottolinea infatti la necessità per la Chiesa di intervenire nel dibattito riguardo alla vita e alla famiglia.

"Una Chiesa che tacesse su questi temi, per salvaguardare i propri pur legittimi interessi istituzionali - si legge nel testo - non farebbe invero molto onore né a se stessa né all’Italia".

In merito alle polemiche sulla presunta ingerenza della Chiesa in questioni politiche e al tema della laicità "i vescovi italiani - rileva il documento finale - in piena sintonia con il messaggio inviato da Benedetto XVI al presidente della Camera dei deputati in occasione del terzo anniversario della visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano hanno ribadito la necessità di una laicità positiva che abbia come riferimento i diritti fondamentali dell’uomo, compreso quello della libertà religiosa".


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 11:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



La sindrome della val di Susa
di Paolo Franchi

La cronaca (purtroppo) si è affrettata a dare ragione a Dario Di Vico che, a proposito dei problemi irrisolti dell’Unione, sul Corriere di ieri segnalava come «i cittadini della Val di Susa, governati da amministrazioni di centrosinistra, insorgano contro la Tav infischiandosene dei leader piemontesi dell’Ulivo». Sit in, cortei, tafferugli con la polizia davanti a un cantiere di Venaus. Il leader della protesta valligiana, Antonio Ferentino, colto da malore. Vittorio Agnoletto, accorso a dar man forte, ferito lievemente a un ginocchio. Scioperi spontanei. Il blocco della strada statale da parte della polizia che impedisce a molti di andare al lavoro e a scuola, con conseguenti polemiche sulla «militarizzazione » della vallata.
E via elencando, in attesa di nuove tensioni. Si tratterà pure di un caso classico della diffusissima sindrome di Nimby, leggiadro acronimo che sta per not in my backyard, non nel mio cortile: fate pure le vostre grandi opere, o le vostre discariche, ma da un’altra parte. Resta il fatto, però, che nella civile Val di Susa la Torino- Lione ad alta velocità sembra non volerla proprio nessuno. E che a guidare una contestazione così dura non sono degli estremisti, ma dei sindaci di centrosinistra: gente solitamente pacata, legalitaria, poco incline a «turbare l’ordine pubblico».
È quanto basta per mettere in rilievo che non si tratta solo, né soprattutto, di una questione di polizia, e anche per apprezzare l’iniziativa di tutti quelli che, in queste ore, stanno parlando della necessità di una «tregua » in una contesa che riguarda in primo luogo il centrosinistra. Bisognerebbe capire meglio, però, di quale tregua si tratta. Perché c’è una differenza sostanziale tra la mediazione auspicata dal presidente (diessino) della Regione Piemonte Mercedes Bresso e dal sindaco (diessino) di Torino, Sergio Chiamparino, secondo i quali si deve dialogare su come realizzare l’opera, ma non rimettere in discussione la decisione di realizzarla, le tregue invocate da Rifondazione comunista e dai Verdi, che vorrebbero sospendere tutto, e quella suggerita dalla Cgil.
Secondo la quale il giudizio andrebbe affidato a un’autorevole «commissione di esperti indipendenti». C’entra, e non poco, la Val di Susa, anche con il «metodo Giavazzi», e cioè con la richiesta (davvero non malevola) a Romano Prodi e all’Unione di indicare con chiarezza i principali provvedimenti che intendono subito adottare in caso di vittoria, piuttosto che indulgere a magniloquenti programmi in cui, come sempre, rischia di esserci tutto e il contrario di tutto. I leader riformisti dell’Ulivo si sono tutti pronunciati in favore della Tav? Benissimo: se davvero considerano la questione cruciale, confrontino a muso duro questa posizione con quelle dei partner, la difendano, si battano per raggiungere un’intesa vincolante per tutti, sapendo che dalla sua credibilità dipenderà parecchio anche la credibilità dell’Unione come forza di governo.
Prima ancora, però, vadano, come avrebbero fatto i loro padri, compresi quelli che riformisti non si professavano, tra gli elettori unionisti della Valle: per spiegare, per convincere, per dare battaglia politica. Certo, se lo facessero incontrerebbero fischi e contestazioni, con viva soddisfazione degli avversari. Ma la politica non è fatta solo di meeting, di cene conviviali, di convegni e di interviste. Un riformismo senza popolo che si accontentasse di esprimere un punto di vista ragionevole e poi non si battesse prima di tutto tra la sua gente per affermarlo partirebbe sconfitto persino in caso di vittoria elettorale.


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mercoledì 30 novembre 2005
ore 11:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



Modica, la strage dimenticata: non erano latitanti, erano morti

Sono passati più di dieci giorni eppure continuano ad arrivare. A volte si nascondono tra gli scogli, a volte si sdraiano sulla battigia. I più audaci si spingono fino al mare su cui s’affaccia Piazza Mediterraneo, il salotto all’aperto dell’estate modicana. Qualcuno, dotato di un certo senso dell’ironia, ha deciso addirittura di farsi trovare davanti a uno stabilimento balneare dal nome evocativo: "Le Iene".

A oggi sono venticinque, ma solo i primi nove hanno avuto l’onore dei titoli di testa e delle copertine. Gli altri sedici hanno ottenuto al massimo qualche articolo nelle cronache provinciali e regionali siciliane. Strano. Non era una gara di corsa: l’ordine d’arrivo non avrebbe dovuto avere alcuna importanza. Ancora più strano se si considera che i primi nove arrivati non hanno fatto niente di più degli ultimi sedici. E, d’altra parte, i nove e i sedici, cioè i venticinque tutti assieme, non hanno fatto nulla di più di tanti altri prima di loro: dai dieci ai ventimila, se si comincia a contare dalla metà degli anni Novanta.

Sono tutti morti. Allo stesso modo - annegati nel Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere le coste dell’Europa - nello stesso giorno, lo scorso 18 novembre, quasi certamente negli stessi istanti.

E’ la parte nota della storia, quella che è andata in prima pagina. Mare forza sei-sette, un barcone arenato sulla spiaggia di Sempieri, a Pozzallo, 177 persone (qualificate come "clandestini" sulla base di una convenzione linguistica che ignora la Convenzione di Ginevra del 1951, e cioè l’eventualità che potesse trattarsi di rifugiati politici) affamate e intirizzite. Tra loro sette minorenni e tre donne. Tutti gli altri, uomini per la quasi totalità giovani. E poi i soliti fantasmi, gli annegati.

Quanti? Addirittura ottanta, secondo la primissima stima, determinante nel risvegliare la sensibilità statistica del mondo dell’informazione: si sarebbe trattato di una vera e spaventosa ecatombe. Poi, nei più prudenti calcoli successivi, una ventina. Quindi, nemmeno uno. Si diffuse, infatti, l’ipotesi che i passeggeri mancanti fossero riusciti a raggiungere la spiaggia per poi disperdersi nelle campagne del ragusano, prima di raggiungere qualche stazione ferroviaria siciliana, quindi la penisola italiana, l’Europa, l’Occidente.

La storia nota finisce qua. Con quel dubbio sul numero dei morti, con l’ammessa eventualità che i dispersi fossero effettivamente tali. Cioè non morti, come dopo un qualunque tsunami, ma vivi e vegeti. Nuovamente "clandestini". Più che dispersi, insomma, latitanti. Non era così.

I fantasmi, come nella più classica delle storie dell’orrore, hanno cominciato a manifestarsi appena le luci si sono spente. Prima cinque tutti assieme, poi tre, quindi uno e poi altri tre. L’ultimo tre giorni fa, sulle spiagge di Santa Maria del Focallo, tra Ispica e Pozzallo, proprio davanti al Lungomare Kennedy.

Così, sommando i primi nove ai sedici ritardatari, il naufragio di Sempieri ha raggiunto la zona alta della classifica delle tragedie del Mediterraneo (e non è nemmeno escluso che guadagni qualche altro posto, con l’aiuto del vento). Ma è successo tutto troppo tardi, soprattutto senza alcun riguardo per i principi della "notiziabilità".

Sarebbe finita qua se non si fosse verificato un fatto sorprendente. Eversivo, forse. Il sindaco di Modica, come i suoi concittadini inorridito dallo stillicidio di cadaveri, ha deciso di intitolare una strada alle vittime anonime della tragedia del 18 novembre 2005. Poi, un gruppo di modicani ha affisso sui muri un manifesto in cui si chiede "perdono per tutte le vittime sprofondate nel nostro colpevole mare d’indifferenza". Come se non bastasse, per domani, i sindacati hanno deciso di convocare una cerimonia funebre laica, una specie di corteo di suffragio, al quale - è facile prevederlo - prenderanno parte italiani e immigrati. Un corteo meticcio, come direbbe il nostro presidente del Senato, che sostituirà con delle povere fiaccole i riflettori della tv.


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fumetti della gleba

(da Arte e Cultura / Cartoni & Fumetti )

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