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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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giovedì 20 ottobre 2005
ore 10:36 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Luttazzi e Travaglio assolti: "Berlusconi non fu diffamato" Il premier condannato a pagare 100 mila euro di spese legali di ALESSANDRA LONGO
Condannato. Silvio Berlusconi aveva chiesto un risarcimento di 20 miliardi del vecchio conio, come direbbe Bonolis, a quel diavolo di Marco Travaglio, colpevole, in associazione a delinquere con l’attualmente desaparecido Rai Daniele Luttazzi, di averlo offeso, anzi di aver "letteralmente devastato - si legge nella querela - la sua immagine di politico e di imprenditore".
Ma il giudice ha deciso diversamente e ha condannato il capo del governo a pagare le spese legali nell’ordine di centomila euro. Ne dà notizia lo stesso Travaglio, molto sollevato all’idea di non dover versare a rate, per il resto dei suoi giorni, la cifra richiesta dagli avvocati del Cavaliere. E ora i fatti, come si dice in gergo d’aula.
Era il 14 marzo del 2001, un mercoledì sera. Su Raidue andava in onda Satyricon, direttore di rete Carlo Freccero, produttore Bibi Ballandi (anche loro denunciati in sede civile). Luttazzi chiama Travaglio a parlare del suo libro, "L’odore dei soldi", scritto a quattro mani con Elio Veltri. Storia non autorizzata sulle origini delle fortune economiche di Berlusconi, sui segreti meccanismi finanziari che portarono alla nascita della Fininvest, sullo strano arrivo, ad Arcore, dello stalliere mafioso Vittorio Mangano. Minuti televisivi senza filtro.
Luttazzi chiede, Travaglio risponde, con documenti e atti che ha usato per scrivere. Da dove ha preso Berlusconi i miliardi per cominciare? Perché ha ospitato un boss, poi condannato a due ergastoli, a casa sua? Perché la Rai ha sempre scansato l’ultima intervista di Paolo Borsellino, acquisita da chi indaga sulle stragi di Capaci, via D’Amelio e degli Uffizi? Intervista nella quale, spiega Travaglio, il magistrato parla dell’interesse della procura di Palermo per Berlusconi, Dell’Utri e Mangano?
"Ignobile attacco al capo dell’opposizione, libercolo diffamatorio": Berlusconi s’infuria, querela, fa querelare. Partono dieci cause che sarebbero in realtà cinque raddoppiate, una per la trasmissione e una per il libro, moltiplicate appunto per cinque. La Fininvest di Aldo Bonomo chiede cinque miliardi, Mediaset di Confalonieri si aggrega. Querelano anche Giulio Tremonti, citato perché la sua legge avrebbe garantito 243 miliardi di sgravi a Mediaset, e Forza Italia, partito offeso del leader offeso. In tutto le richieste di risarcimento ammontano a 150 miliardi di vecchie lire.
Pochi giorni fa, in sordina, la decisione del giudice, a breve la motivazione della sentenza. Travaglio, che ha appena finito di risarcire Previti per una causa persa ("Un problema di avvocato"), si dice "contento, molto contento": "Nel mio libro non dicevo niente di nuovo, mi sono limitato a riordinare documenti. Non abbiamo danneggiato nessuno perché non abbiamo mentito. Le querele sono partite solo per spaventarci. Io ho scritto acqua fresca rispetto a quel che si legge nella sentenza Dell’Utri dell’anno scorso.
Berlusconi è stato condannato in sede civile, dovrà pagare le spese legali. E’ un passaggio importante. Con questa, ho vinto tre cause su dieci. Me ne rimangono altre sette...". Travaglio sta preparando un altro libro. Si chiama "Inciucio". Avverte: "Questa volta s’incazzerà anche la sinistra".
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 19:20 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 19:17 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 18:56 (categoria:
"Vita Quotidiana")
A Roma gli studenti chiedono le dimissioni di tutti i rettori di MARIO REGGIO
Il decreto Moratti sullo stato giuridico dei docenti universitari approda alla Commissione Cultura della Camera e gli atenei si mobilitano. Oggi assemblea congiunta dei Senati accademici e dei Consigli di amministrazione delle 77 università italiane. Scontato lesito: da tutti gli atenei è giunta la conferma della netta bocciatura del decreto già espressa dalla Conferenza dei Rettori, insieme alla richiesta di ritiro del testo dalla Commissione e rinvio del dibattito in aula, previsto per il 25 ottobre. Un voto commentato dal presidente della conferenza dei rettori, Piero Tosi: "Ancora una volta lUniversità si mostra unita nel chiedere con forza a Governo e Parlamento di ascoltare la sua voce e di affrontare in modo nuovo e organico, a partire dalla definizione dello stato giuridico dei docenti, le esigenze fondamentali del sistema universitario per il rilancio del Paese".
Il caso Sapienza. A Roma, nellateneo più grande dItalia, le cose sono andate in modo meno tranquillo. Alla Conferenza dateneo hanno partecipato, oltre ai docenti anche gli studenti, che a gran voce hanno urlato "dimissioni, dimissioni". Gli studenti hanno chiesto le dimissioni del rettore, assieme a quelle dei Presidi di facoltà, per protestare contro il decreto Moratti. "Le dimissioni di un singolo rettore non portano a nulla - ha replicato il rettore Guarini - ma mi impegno a riportare la vostra richiesta allassemblea della Crui, che si svolgerà prima dellannunciato voto a Montecitorio. Ed io quando prendo un impegno lo mantengo". Poi un invito allunità: "Questo è il momento di essere compatti e di agire su tutti i fronti possibili per ottenere che sia questo decreto venga modificato, assieme alla legge finanziaria 2006". Gruppi di studenti si affollano attorno al tavolo dove siedono il rettore e i rappresentanti dei docenti. LAula Magna non riesce più a contenere tutti. Centinaia di studenti si riuniscono sulla scalinata del Rettorato, vengono montati gli altoparlanti nel largo dove campeggia la statua della Minerva. Il dibattito si fa teso, viene spesso interrotto dagli slogan contro la Moratti. Ma anche i docenti non vengono risparmiati: "Vi abbiamo chiesto più di una volta di bloccare la didattica, ai presidi di dimettersi in segno di protesta, - urla una studentessa di Lettere - di occupare con noi le facoltà. Invece voi continuate a dire che il decreto va modificato, e sapete molto bene che delle vostre proteste alla Moratti non gliene frega niente. Vero, siamo tutti sulla stessa barca, ma a remare siamo solo noi". Riprende la parola il rettore Guarini: "Non rientra nei miei poteri sospendere la didattica. Non mi si può chiedere di commettere atti illegali". Ma ha assicurato che parteciperà alla manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma il 25 ottobre se il decreto arriverà al voto in aula.
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 18:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Oh ! Marta io ti ricordo così il tuo sorriso e i tuoi capelli fermi come il lago Lugano addio cantavi mentre la mano mi tenevi "Canta con me" Tu mi dicevi ed io cantavo di un posto che non avevo visto mai
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 17:44 (categoria:
"Vita Quotidiana")
CURZI: PRETESTI FORMALI PER NEGARE DIRITTI A SANTORO "Speciosi e tartufeschi pretesti".
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 17:05 (categoria:
"Vita Quotidiana")
SCHEDA Santoro, tre anni di polemiche dalla Bulgaria a Celentano
POLEMICHE, provvedimenti disciplinari, ricorsi, udienze e ordinanze prima della sentenza del Tribunale del Lavoro che obbliga la Rai al reintegro di Michele Santoro, al ripristino del programma e al pagamento di una penale. In tutto, una vicenda lunga oltre tre anni. Queste le tappe principali.
18 aprile 2002. Silvio Berlusconi, nel corso di una visita in Bulgaria: "Santoro, Biagi e Luttazzi hanno fatto un uso della tv pubblica, pagata con i soldi di tutti, criminoso: credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga".
24 maggio 2002. Dopo un braccio di ferro con il direttore generale Rai, Agostino Saccà, che boccia lidea di una doppia conduzione Santoro-Costanzo per una puntata di "Sciuscià - Edizione Straordinaria", il giornalista ospita comunque Costanzo, che nel corso del programma dice che a Mediaset cè più libertà che in Rai. I vertici aziendali accusano Santoro di non aver impedito che Costanzo pronunciasse parole lesive per Viale Mazzini. La direzione generale apre unistruttoria interna.
16 luglio 2002. Va in onda Sciuscià dedicato alla crisi idrica in Sicilia. Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, protesta con la Rai e annuncia che adirà le vie legali contro Santoro.
5 agosto 2002. Saccà invia una lettera di richiamo a Santoro, accusato di "uso personale e privato del mezzo televisivo", "violazione dei doveri di diligenza e fedeltà", dei "criteri di pluralismo, imparzialità, correttezza ed obiettività". Santoro ha cinque giorni di tempo per inviare le sue "controdeduzioni" a Viale Mazzini. Lo fa nei tempi previsti: "Non riteniamo di aver commesso alcuna scorrettezza né di aver fatto niente di male. Le contestazioni mosse sono completamente infondate e abbiamo chiesto ragguagli in più al dg perché molte cose della sua lettera sono talmente generiche che non consentono di difenderci".
23 agosto 2002. Il presidente Rai, Antonio Baldassarre, dice che il caso Santoro troverà una soluzione "nei primi giorni di settembre".
30 agosto 2002. Il cda Rai si spacca su Santoro. Al voto due mozioni: quella approvata dalla maggioranza impegna il dg a trovare nuovi progetti con il giornalista. La seconda, proposta dal consigliere Carmine Donzelli e bocciata con tre voti contrari, prevede invece che Sciuscià torni in onda nel palinesto autunnale di RaiDue.
4 settembre 2002. In unintervista a Repubblica Saccà afferma: "La verità è che Santoro insiste per riproporre Sciuscià, ma nessun direttore di nessuna rete vuole il suo programma. Potrebbe fare altro". E aggiunge: "Se dovesse restare fermo per una stagione, la libertà in Rai non riceverà alcun colpo".
18 settembre 2002. Il direttore di RaiTre, Paolo Ruffini, si dice disponibile ad accogliere Santoro sulla sua Rete. Ne nasce una discussione tutta economica: Ruffini, a fronte del trasloco di Santoro, chiede un aumento del budget della rete, e Saccà che, impegnato nei tagli, prende tempo.
1 ottobre 2002. Saccà annuncia unaltra lettera disciplinare nei confronti del giornalista: "Malgrado Santoro si sia comportato in maniera riprovevole, lui sta già lavorando. Ieri sera è andato in onda Donne che lui non ha voluto firmare adducendo una motivazione capziosa. Forse perché non vuol far vedere che sta lavorando. E per questo verrà richiamato". Ed aggiunge che il giornalista "era licenziabile". "Non lo abbiamo fatto per rispetto di una parte del Parlamento", conclude.
15 ottobre 2002. Santoro sospeso per quattro giorni dal lavoro e dalla retribuzione. Il provvedimento si riferisce ai richiami rivolti al giornalista per le due puntate di Sciuscià del 24 maggio e del 16 luglio. Santoro replica: provvedimento "tardivo e dunque in contrasto con le norme vigenti che parlano di tempestività", e annuncia ricorso.
2 novembre 2002. La Rai conferma che "sono in corso due tentativi obbligatori di conciliazione presso lUfficio provinciale del lavoro di Roma". Il primo "concerne una presunta discriminazione politica verso Santoro e riguarda non solo la Rai ma anche personalmente il presidente Baldassare e i consiglieri Staderini e Albertoni, chiamati a rispondere in proprio per risarcimento di danni e coinvolge anche il presidente del Consiglio Berlusconi come ispiratore e mandante della presunta discriminazione". "Il secondo è mirato ad impugnare la sanzione disciplinare adottata dalla Rai contro il conduttore".
6 novembre 2002. Il presidente Rai, Baldassarre, spiega che la trattativa sui contratti con la Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro "è di pertienza del direttore generale Agostino Saccà".
14 novembre 2002. Il cda Rai approva una delibera nella quale invita il dg "a verificare al più presto la possibilità di inserimento nei palinsesti della prossima stagione di programmi di approfondimento giornalistico condotti da Biagi e Santoro". Donzelli vincola allapprovazione della delibera la sua partecipazione futura ai lavori del cda. Albertoni vota contro.
15 novembre 2002. Saccà annuncia che si "metterà a lavorare" su Biagi e Santoro. Rinviato il primo tentativo di conciliazione fra Santoro e la Rai per lassenza dei legali del cda e di Berlusconi. Santoro chiede di "ripristinare le attività" del suo gruppo di lavoro "prima di discutere di qualunque cosa". E annuncia di aver presentato un provvedimento durgenza al Tribunale di Roma per ricominciare a lavorare in Rai con i giornalisti di Sciuscià.
22 novembre 2002. Saccà ribadisce: il problema del ritorno in video di Santoro riguarda il fatto che "non sempre è pluralista" e che rivendica la sua parzialità.
9 dicembre 2002. Prima sentenza: il Tribunale del Lavoro di Roma stabilisce che la Rai deve adibire Santoro "alla realizzazione e alla conduzione di programmi di approfondimento dellinformazione di attualità". Santoro annuncia che porterà i fan dei suoi programmi in piazza. La Rai : "Il giudice non ha imposto alla Rai che Santoro deve rifare il programma e ha anche respinto le altre richieste principali avanzate da Santoro". Il direttore di RaiTre ribadisce di essere pronto a mandarlo in onda anche da subito, con un programma mensile.
21 febbraio 2003. La sezione lavoro del Tribunale di Roma respinge il reclamo della Rai contro il provvedimento con cui il giudice aveva disposto il reintegro di Santoro nellazienda. Il collegio ha ritenuto che il giornalista sia stato illegittimamente privato delle sue mansioni e che la Rai sia tenuta ad impiegarlo in programmi di approfondimento.
3 giugno 2003. Prima sentenza del Tribunale del Lavoro: "La Rai deve affidare a Santoro la realizzazione e la conduzione di un programma di approfondimento giornalistico sullinformazione di attualita" in prima o seconda serata. Il dg Rai, Flavio Cattaneo, replica: "Appare singolare il fatto che lordinanza entri in questioni prettamente editoriali con vincoli e indicazioni che contrastano con i principi della libertà di impresa e con lo statuto legislativo del servizio pubblico". Anche il cda, con il voto contrario del presidente Lucia Annunziata, contesta la sentenza.
24 giugno 2003. Il cda Rai chiede a Santoro di fare tre proposte di programmi che rispondano e rispettino le direttive della commissione di Vigilanza e le leggi in materia. Due giorni dopo, Santoro porta le sue proposte: "Sostituire su RaiUno Bruno Vespa per tutto il periodo estivo con un contenitore simile a Porta a porta; proseguire lattività ad ottobre per il resto della stagione televisiva con una serie di reportage di durata 50 minuti in seconda serata sulla prima o sulla seconda rete". Oppure "riprendere su RaiDue, in prima serata, la programmazione settimanale di Circus; o realizzare un programma che si alterni a Ballarò. Il consigliere Rai, Marcello Veneziani, commenta: "Sono richieste di chi non vuol tornare".
17 luglio 2003. Nuova vittoria in tribunale per Santoro: "La Rai deve affidargli la realizzazione e conduzione" del programma Circus, in prima serata su RaiDue, secondo quanto afferma lordinanza emessa dal giudice. Lazienda presenta un nuovo ricorso".
24 luglio 2003. Il Tribunale di Roma revoca lordinanza del giudice. I legali di Santoro sostengono che la decisione non intacca il provvedimento che ha ordinato alla Rai di adibire il giornalista alle mansioni previste dal suo contratto.
26 gennaio 2005. Il giudice della sezione lavoro del Tribunale civile di Roma dispone che Santoro deve essere reintegrato nella sua attività di realizzatore e conduttore di programmi tv di approfondimento dellinformazione di attualità di prima serata, di programmi di reportage di seconda serata. La Rai viene condannata anche al pagamento di una penale di oltre un milione 400 mila euro. Lazienda annuncia che farà ricorso.
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 17:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Santoro si dimette e va da Celentano No della Rai: "E ancora parlamentare"
Michele Santoro ha presentato la sua lettera di dimissioni da europarlamentare, e domani sera sarà ospite della prima puntata di Rockpolitik, lo show di di Adriano Celentano su RaiUno. Lo ha annunciato lo stesso giornalista in una conferenza stampa. Ma i legali di viale Mazzini dicono no: fino a quando le dimissioni non saranno accettate e formalizzate dal Parlamento europeo, Santoro - spiega in una nota il responsabile degli affari legali Rai, Rubens Esposito - rimane un soggetto politico.
Il giornalista ha spiegato che il suo sì a Celentano è "indipendente" dalla sua vicenda di parlamentare europeo: "Non ritengo che possano essere applicabili alla mia situazione le indicazioni della Commissione di Vigilanza sulla presenza di politici negli show", ha osservato. Il giornalista si riferisce al "documento di indirizzo" redatto nel 2003 dalla commissione di Vigilanza, allora presieduta dallattuale presidente Rai, Claudio Petruccioli, che riguarda fra laltro la partecipazione dei politici ai programmi di intrattenimento.
Secondo il documento, "la presenza di esponenti politici nei programmi di intrattenimento, quando è frequente e abituale, alimenta la sensazione che il carattere pubblico del servizio consista nella simbiosi con la politica. Va quindi normalmente evitata, e deve comunque trovare motivazione nella particolare competenza e responsabilità degli invitati su argomenti trattati nel programma stesso".
"Quanto alla mia presunta incompatibilità - ha commentato Santoro - mi sembra che in Rai ci sia ormai un comportamento orientato al fair play: per esempio, la questione della compatibilità del direttore generale è stata sottoposta allattenzione del Consiglio di Stato, ma nel frattempo il direttore generale continua a svolgere le sue funzioni".
Alle dimissioni da Strasburgo, Santoro pensava da tempo: "Ogni volta che veniva fuori il mio nome legato a questioni televisive, si tirava in ballo la mia carica di deputato europeo" ma in questo modo "si rinviava a data da destinarsi la realizzazione della mia volontà: tornare a fare il mio lavoro, come hanno stabilito le sentenze della magistratura".
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 16:04 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 12:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Bagdad tra odio e rimpianti per il raìs umiliato dai giudici BERNARDO VALLI
CÈ CHI lo vorrebbe impiccato, fucilato, insomma cancellato dalla faccia della terra. Perché fin che respira, sia pure nel fondo di una prigione, fisicamente isolato dal mondo, costituisce un pericolo. È il sentimento di non pochi iracheni. I quali non pensano a un fantasma capace di esercitare la sua influenza attraverso le mura di un carcere, ma al sessantottenne Saddam Hussein in carne ed ossa, che oggi comparirà davanti a un tribunale di cinque giudici, dei quali non è stata rivelata lidentità nel timore vengano presi di mira, con le loro famiglie, da guerriglieri e terroristi che considerano laccusato ancora il loro raìs. E sperano di rivederlo un giorno al potere. Se Saddam si dissolvesse nel nulla anche il miraggio cui guarda linsurrezione armata, svanirebbe.
È quel che immaginano molti iracheni affamati di pace. Insieme allillusione di un possibile ritorno del raìs sanguinario si spegnerebbe la violenza. Nelle leggende muore il mostro e finiscono i suoi malefici. Qui, scomparso Saddam, dovrebbe finire la guerra civile e ritornare la pace. Tutto questo assomiglia a un sogno. La realtà è unaltra.
Saddam è un incubo e un simbolo. Guerriglia e terrorismo hanno radici concrete, indipendenti da lui. Eppure il processo di stamane ha come obiettivo anche di influenzare i fantasiosi pensieri di non pochi iracheni. In un certo senso ha a che fare con lesorcismo. Durerà, sembra, poche ore. Il tempo di leggere i capi daccusa.
Quelli riguardanti uno dei primi grandi misfatti, in ordine cronologico, di Saddam (il massacro nel villaggio sciita di Dujail nel 1982, con 143 morti). Un semplice assaggio, nellattesa di giudicare una serie di altri crimini, assai più gravi, per i quali saranno necessari almeno dodici processi, da istruire con quintali di documenti. Sarà insomma un preludio, con un rinvio a dicembre per dar tempo ai difensori di conoscere gli atti processuali.
Ludienza isolata, trasmessa in diretta alla televisione, in un momento politico e militare cruciale, ha un obiettivo preciso: mostrare lex raìs prigioniero, inoffensivo, sottoposto a giudizio, come un criminale comune. Un raìs sconfitto, messo davanti alle sue colpe. Dissacrato ma in vita, come non capita mai da queste parti, dove i raìs esautorati finiscono subito sotto terra. Un raìs umiliato.
E questo proprio mentre il Paese aspetta il risultato del referendum che farà formalmente dellIraq "uno stato federale democratico". E come dire che la storia volta pagina. Si fa giustizia delluomo che incarna il terribile passato e comincia una nuova epoca. Il messaggio è chiaro: il destino di Saddam Hussein anticipa, annuncia quello dellinsurrezione armata che si richiama a lui. Per questo il governo ha stretto i tempi, ha convinto i supervisori americani riluttanti (che assicurano la custodia dellimputato) ad anticiparli.
Giustizia va fatta. Non cè dubbio. Una giustizia internazionale sarebbe stato più opportuna. Ma gli stessi americani non riconoscono il Tribunale penale internazionale dellOnu. Quindi sarà la giustizia dei vincitori. Linsurrezione armata, espressione dei vinti che non accettano la sconfitta, considera il processo alla stregua di unoffensiva, nel quadro della guerra civile.
Così come attende il risultato del referendum (ritardato perché il conteggio dei voti si rivela più difficile del previsto) come un inevitabile sopruso. Perciò in questi giorni gli attentati terroristici e gli agguati della guerriglia si moltiplicano. Quando pronuncio il suo nome gli sguardi si accendono. Pensavo appartenesse al passato. Non dico dimenticato, ma fuorigioco. E con un solo futuro: la pena di morte. Invece Saddam continua ad essere il centro di tante passioni. Cè chi lo vuole seppellire.
Sono in tanti. Le associazioni umanitarie gli attribuiscono trecentomila vittime: sciiti decimati, curdi gasati, oppositori seviziati e assassinati (anche di suo pugno). Ma non cè soltanto chi invoca giustizia o vendetta. Oltre alla guerriglia sunnita, per la quale lex raìs resta un punto di riferimento, Saddam serve a molti, nelle tribolazione quotidiane, come un termine di paragone. Quando chiedo come vanno le cose a un iracheno, un autista, un impiegato in un ufficio viaggi, un interprete, un cameriere, un giornalista, la risposta è spesso: "Si stava meglio ai tempi di Saddam". Replico che allora non cera libertà: né di parola, né di stampa, né di obiettare a una qualsiasi decisione del regime. Era la morte. La risposta non cambia. La si può riassumere così: "Adesso non cè spesso la libertà di campare".
E quasi una sentenza. Ed è severa per chi occupa il paese militarmente da due anni e mezzo e per chi cerca di governarlo. La stragrande maggioranza non ha nostalgia del passato, né rimpiange la persona di Saddam. Senzaltro non lo rimpiangono gli sciiti e i curdi, che ne furono le principali vittime. E in quanto ai sunniti, se sono in molti ad esaltarlo è anzitutto perché ai suoi tempi loro erano la classe dominante, nellamministrazione, nellesercito e nel partito onnipotente. Un italiano ricorda facilmente lo slogan qualunquista dellepoca post-fascista, secondo il quale "si stava meglio quando si stava peggio". Qui però la situazione è diversa. E più pesante.
Bagdad offre uno spettacolo desolante. Mi dice un intellettuale, un cristiano caldeo: "Ai tempi di Saddam chi ubbidiva non rischiava la vita, adesso la vita è precaria per tutti". E un giudizio sbrigativo, dettato dalla collera di chi uscendo di casa rischia ogni giorno di essere rapito da delinquenti comuni, da chi è alla vana ricerca di un lavoro, da chi non trova a volte nei negozi i generi alimentari di prima necessità previsti dalle carte annonarie (istituite ai tempi di Saddam, quando lIraq era sottoposto alle sanzioni decretate dallOnu).
Come straniero usufruisco di molti vantaggi ma sono esposto a non pochi inconvenienti. Le mie condizioni danno unidea approssimativa, ed edulcorata, di come vive la gente. La libertà di movimento è ridotta al minimo. Non pochi colleghi stranieri sono scortati da guardie armate. E il solo modo per evitare di essere sequestrati da un semplice delinquente munito di pistola, che poi ti rivende a una banda di criminali o a un gruppo politico. Non è una novità ma sotto questaspetto linsicurezza è aumentata.
Negli alberghi ci sono spie che informano i sequestratori sui tuoi spostamenti. Poiché detesto essere protetto da gente armata devo adottare innumerevoli precauzioni. Non restare a lungo in un posto. Non uscire alla stessa ora. Se non è proprio necessario evitare di inoltrarsi in città. Gli amici iracheni che mi aiutano nel lavoro sono esposti a molteplici rischi. Uno di loro è stato minacciato. Gli è stato detto: "Sappiamo che lavori con gli americani. Stai attento alla pelle". Se lè cavata provando che collaborava con giornalisti "non americani". Lautista di Repubblica è stato ferito da un colpo di pistola sparato da malviventi che volevano probabilmente rubargli la macchina. Oltre questi rischi, la vita in albergo (fuori dalla zona verde blindata, dove si trovano i ministeri iracheni e lambasciata americana) è complicata dalle frequenti interruzioni della corrente elettrica e dellacqua. Anche gli iracheni (medici, avvocati, chiunque appaia in grado di pagare un riscatto) rischiano di essere rapiti.
E tutti gli abitanti di Bagdad possono essere sorpresi dallesplosione di unautobomba o capitare nel mezzo di uno scontro a fuoco. La città è in una condizione di semiabbandono. Ci si imbatte in montagne di immondizie. In alcuni quartieri rendono ancora più difficile il traffico già complicato dai muri di cemento armato eretti a protezione degli edifici pubblici. Lapparizione di pattuglie blindate americane fa salire ladrenalina, perché sono al tempo stesso un obiettivo dei terroristi e una fonte di grande pericolo. I marines hanno il grilletto facile. Quando gli iracheni dicono che "le cose vanno peggio di quando cera Saddam" si riferiscono a questa situazione.
Dopo trenta mesi di occupazione non cè sicurezza, non cè lavoro, continua a scarseggiare lacqua e a mancare lelettricità. Non poche famiglie dedicano una cospicua parte del reddito per mantenere un generatore autonomo di corrente indispensabile nel paese in cui, durante la lunga estate, il termometro supera facilmente i 40 gradi. La "marcia verso la democrazia" tracciata da Bush è irta di ostacoli. Ma soprattutto lastricata di incertezza.
Far giustizia di Saddam è un dovere sacrosanto. Ma lex raìs viene esibito come un trofeo di guerra proprio in un momento in cui non cè motivo alcuno per trionfare. Formalmente le istituzioni democratiche vengono via via promosse, ma al tempo stesso linsurrezione armata si rafforza. E lo scontento nel Paese cresce, a sostenerlo sono i rapporti dei servizi di informazione americani. I quali sono concordi nel prevedere una maggiore intensità di attentati e azioni di guerriglia. I tempi si allungano.
Invece di delinearsi, la prospettiva di ridurre progressivamente la presenza americana sembra allontanarsi. Il Pentagono dice che le forze militari irachene compiono progressi, ma non sono in grado di contenere linsurrezione da sole. Lo saranno forse nel 2007, se riusciranno a impegnare, a mettere sul terreno, almeno 325 mila uomini. Mesi orsono si pensava che con un effettivo di 270 mila ce lavrebbero fatta nel 2006. Il tutto è aumentato del 20 per cento e allungato di un anno. Saddam alla sbarra è per gli uni lattesa punizione di un despota e di un nemico, per gli altri un nuovo capitolo della guerra civile. Una giustizia semplice, lineare, sarebbe preferibile.
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