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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 19 ottobre 2005
ore 11:34
(categoria: "Vita Quotidiana")



Budapest, un museo del regime
i marmi di Lenin e Marx ai giardinetti
di ALESSANDRA VITALI


IL primo impatto è desolante. Una collina sterrata, tutt’intorno tralicci, villette qua e là. Sotto, il viale Balatoni, strada di grande scorrimento, automobili e una fermata d’autobus. Altopiano di Tétény, periferia di Budapest, una ventina di minuti in macchina dagli antiquari della Falk Miksa e dagli oggetti d’epoca che il Bizomànyi Vàllalat batte ogni tanto all’asta. Qui ci sono pezzi d’antiquariato che resterebbero invenduti, perché appartengono a un passato che da queste parti nessuno vuole tenersi in casa. Allora si è pensato di dedicare loro uno spazio: lo Szobopark, il Parco delle statue del comunismo, via di mezzo incompleta e triste fra un giardinetto pubblico e una discarica per quei memento che punteggiavano a piazze e strade, abbattuti dalla furia iconoclasta seguìta alla fine del comunismo in Ungheria.

L’ingresso è, nelle intenzioni, sontuoso. Una gigantesca porta in stile neoclassico, nelle cui nicchie si stagliano Lenin, sguardo corrucciato e cappottone, e due giganteschi Marx e Engels tutti a spigoli di granito. Affinché il visitatore distratto abbia subito chiaro di che cosa parliamo quando parliamo di comunismo, su una lastra metallica sono incisi i versi di Egy mondat a zsarnokságról, "Una frase sulla dittatura", inequivocabile ode scritta nel 1956 da Illyés Gyula.

Ma il grande portale è una solitaria testimonianza del progetto originario, firmato dall’architetto Eleòd Akos, che prevedeva anche un muro di cinta, mai realizzato del tutto per mancanza di fondi, così come non sono state mai completate alcune strutture interne al parco, uno spazio aperto dove d’inverno soffia un vento raggelante e il sol dell’avvenire è davvero un’illusione.

A lanciare l’idea era stato, nel 1989, con un articolo sulla rivista Hitel, lo storico dell’arte Làszlò Szorényi, che aveva in mente un luogo dove raccogliere le statue di Lenin sparse per l’Ungheria. Il dibattito andò avanti fino alla fine del 1991, quando la commissione culturale dell’Assemblea di Budapest bandì un concorso per il progetto, vinto da Akos. Il museo fu aperto nel 1993.

All’interno dell’area, ottagonale, aiuole incolte collegate fra loro da passaggi simmetrici (se piove, fangosi), fanno da base ai monumenti, realismo socialista, matrice popolare e contenuto fortemente ideologico. Dopo il comitato d’accoglienza formato da Lenin, Marx e Engels, ecco il monumento "dell’amicizia ungherese-sovietica", falci, martelli e spighe di grano, gli eroi del movimento operaio - due enormi mani che sostengono una sfera di porfido rosso - e i combattenti ungheresi delle Brigate internazionali in Spagna.

E ancora, il monumento ai martiri, Ferenc Munnich e Jànos Asztalos, Tibor Szamuely e naturalmente Béla Kun, con i suoi uomini armati di baionetta ai quali, tendendo una mano, quello che viene considerato uno dei principali "leader del terrore" indica da che parte si va per la rivoluzione.

E’ in un piccolo chiosco che funge da bar, biglietteria e spaccio di souvenir che si fanno tangibili la critica al sistema e il passaggio dal comunismo al consumismo. Alla parete, un poster che ritrae Stalin, Lenin e Mao, la scritta "I tre terrori". C’è una vecchina che lentamente poggia su un tavolo scatole delle scarpe con dentro oggetti tanto kitsch quanto allettanti. Come la scatolina di latta, con etichetta rossa e volto di Lenin, e la scritta, in tutte le lingue ma sempre con caratteri ispirati al cirillico, "L’ultimo respiro del comunismo". Poi i francobolli Urss e i cd con gli inni dell’Armata rossa, t-shirt stampate e tessere fasulle degli agenti del Kgb, calamite col volto dei leader e modellini di Trabant.

Sulla guida ufficiale, le riflessioni (rese un po’ confuse dalla traduzione in italiano) dell’architetto Akos. Che spiega di non aver voluto realizzare "un parco contro-propagandistico con statue propagandistiche", per scongiurare il rischio di "seguire fedelmente la ricetta ereditata dalla dittatura, e il suo modo di pensare". Questo, precisa, "è un parco che parla della dittatura, e visto che se ne può parlare, parla della democrazia, l’unica a darci la possibilità di pensare liberamente della dittatura".


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martedì 18 ottobre 2005
ore 12:41
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 18 ottobre 2005
ore 12:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



I risultati di un inflessibile programma di governo. «Mafia e camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Dobbiamo imparare a conviverci. Ogni imprenditore risolva il problema come vuole»

Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture, 22 agosto 2001


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martedì 18 ottobre 2005
ore 09:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’occasione dei riformisti
di EZIO MAURO

Due terremoti in una settimana. Prima la legge elettorale che chiude con il maggioritario e riapre la stagione proporzionale, cambiando da sola tutto il paesaggio politico, con i partiti nuovi protagonisti al posto dei Poli e delle coalizioni, mentre il centrodestra si consegna tutto intero nelle mani di Berlusconi. Poi le primarie convocate nello scetticismo generale per incoronare un leader senza terra e con un disegno contestato dal suo stesso partito: che diventano a furor di popolo uno spettacolo politico senza precedenti, capace non solo di trasformare la qualità della leadership ma di modificare, per forza di cose, la fisionomia dell’intero centrosinistra, cambiando i suoi rapporti di forza, il suo percorso e persino il suo destino.

I due passaggi sono naturalmente legati tra loro. Da un lato, i cittadini di centrosinistra hanno votato anche per reagire alla forzatura berlusconiana sulle regole elettorali, e al percorso di guerra annunciato dal Cavaliere mettendo in fila proporzionale, devolution, legge salva-Previti, par condicio. Dall’altro lato, la scelta di Prodi di rivolgersi agli elettori ha immediatamente sgonfiato la finta ripresa berlusconiana, costruita tutta dentro il recinto protetto del Palazzo, all’interno di una maggioranza parlamentare che non esiste più nel Paese, in un teatrino di ex leader trasformati in gregari portaborracce, con rifornimento fisso a Palazzo Grazioli.

Molto semplicemente, un nuovo soggetto politico è entrato in campo, ed è il cittadino elettore di centrosinistra. Quattro milioni e trecentomila persone che hanno testimoniato l’esistenza di un’altra Italia, inconciliabile con la stagione berlusconiana, decisa a chiuderla al più presto. Per ottenere questo scopo, i cittadini hanno scelto la strada della democrazia diretta. Certo, convogliati dai partiti (in primo luogo dai ds), ma in realtà portati al gazebo dalla possibilità inedita di dare un indirizzo alla politica di centrosinistra dopo anni consumati dai leader tra veti e ostilità interne, senza la capacità di pensare in grande, disegnando dall’opposizione il profilo di una sinistra di governo europea.

In più, questo nuovo soggetto politico voleva testimoniare con ogni evidenza la sua scelta per Romano Prodi. Perché non dire la verità? La società politica vedeva in Prodi una sorta di leadership obbligata e residuale, un trascinamento senza alternative, senza entusiasmo e senza più Ulivo della vittoria ulivista del 1996. I cittadini elettori - quattro milioni di italiani - vedono invece nell’ex presidente della Commissione Europea il vero antagonista storico di Silvio Berlusconi, l’uomo che lo ha già battuto e che può batterlo, e soprattutto il leader che ha un progetto politico unitario capace di superare divisioni e resistenze interne, quel progetto che si chiama Ulivo.
Tutto questo spiega il terremoto delle primarie. Un terremoto intelligente, perché ha dato senza equivoci a Prodi quel mandato, quella forza e quella rappresentanza che non trovava nei partiti. Ma in più, ha fissato i rapporti interni al di sopra di ogni ambiguità e di ogni strumentalizzazione, perché nessuno potrà più dire che il 15 per cento di Bertinotti condiziona il 75 per cento di Prodi. Infine, e soprattutto, con Prodi ha premiato e ha rilanciato una linea politica che molto semplicemente ha vinto le primarie, e dunque da oggi si imporrà al tavolo delle segreterie e - finalmente - del programma. È la linea che punta ad unire le due culture riformiste disponibili ad una responsabilità di governo europea, occidentale, moderna.

In questo senso (ed è uno dei risultati a mio parere più importanti) il voto delle primarie strozza in culla ogni ipotesi esplicita e ogni tentazione nascosta di incubare un’esperienza centrista da far nascere alle prime difficoltà del prossimo governo: magari a metà legislatura, e possibilmente con il concorso eterologo di quel pezzo di imprenditoria (con i suoi cantautori) che scommette sulla debolezza della politica nell’illusione terzista di far saltare il banco, trasformando d’incanto un network in establishment. No, sarà per un’altra volta. La politica, per fortuna, può ancora fare la sua parte anche in Italia, non siamo un Paese da commissariare. Semmai da cambiare, e in fretta, come testimoniano i quattro milioni delle primarie.

Ci sono dunque tutte le occasioni perché la sinistra riprenda la strada che porta al governo del Paese, compiendo intanto - e finalmente, visto il ritardo - il proprio destino. I due obiettivi sono intrecciati, e sono oggi possibili. Solo una prova straordinaria di incapacità, dunque di inadeguatezza e di insensibilità da parte dei gruppi dirigenti può disperdere questa doppia occasione. Lo strumento non deve essere inventato perché esiste, ed è l’Ulivo, inteso come lo ha sempre inteso Prodi, e cioè come il luogo politico dove (attraverso passaggi successivi come la lista unitaria, il gruppo parlamentare unico) può nascere il partito del riformismo italiano, o il partito democratico. Il luogo d’incontro della cultura politica socialista e di quella cattolico-democratica in una forza moderna e risolta, d’impianto europeo, che chiuda con le eredità del Novecento e con i contenitori provvisori, artificiali e vegetali in cui si trova oggi costretta una sinistra intraducibile in Europa, perché senza nome.

In fondo, le primarie oltre a Prodi hanno premiato proprio le due forze che stanno alla base dell’Ulivo, i ds e la Margherita. Tocca ai loro dirigenti raccogliere la spinta e la sfida dei quattro milioni, subito. Per i ds, c’è da un lato la tentazione di approfittare del maledetto proporzionale per regolare i conti con la Margherita e poi negoziare da primo partito, e dall’altro lato c’è la consapevolezza di dover trovare un approdo conclusivo ad un trapasso identitario decennale, che ha bisogno di una rottura definitiva con il peccato originale comunista. Per la Margherita c’è la resistenza di chi deve ammettere il fallimento del progetto di un partito-ovunque, con le mani libere ma protetto dal recinto del maggioritario, che consentiva persino di sfidare Prodi, come è avvenuto pochi mesi fa: oggi quel recinto è saltato e le primarie hanno riattivato la calamita prodiana, interna-esterna al partito, che richiama alla missione delle origini, quella di una forza nata per sciogliersi, perché voleva cambiare la sinistra.

Sono resistenze ed egoismi che gli elettori non capirebbero e che non sono nell’interesse del Paese. Alla sinistra serve unità, certezza nel comando, chiarezza di linea, identità risolta, per poter finalmente selezionare un programma che parli all’intero Paese. Bisogna che i leader siano all’altezza del risultato delle primarie, non resistano al terremoto che è invece un’occasione straordinaria. Bobbio l’aveva detto: discutono del loro destino, e non capiscono che dipende dalla loro natura. Cambino la loro natura, cambieranno il loro destino. Tutto ciò, per una volta e dopo le primarie, è a portata di mano.


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lunedì 17 ottobre 2005
ore 18:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tutto il sesso dell’uomo in sei settimane e un giorno


Se si potessero riunire tutti gli orgasmi che una persona in media ha nella sua vita si otterrebbe un "attimo" di piacere lungo sedici ore. Ben poca cosa rispetto ai nove mesi (che poi è anche il tempo di una gravidanza) passati a stirare e lavare.

Sono alcuni dei numeri che emergono da una ricerca condotta dalla rivista tedesca "Geo Sapere", anticipata oggi dal quotidiano popolare Bild Zeitung.

Partendo da una vita media calcolata statisticamente in 78 anni, la rivista ha stabilito che uomini e donne in Germania passano in media due settimane in preghiera, sei mesi in fila nel traffico, cinque anni a mangiare e bere, 24 anni e nove mesi a dormire.

Per quanto riguarda il sesso, sempre secondo esperti di "Geo Wissen", nell’arco di una vita a ciascuno spettano in media, oltre alle 16 ore di orgasmo, anche un "bonus" di sei settimane da dedicare ai preliminari erotici.


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lunedì 17 ottobre 2005
ore 18:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



GM, 25 mila licenziamenti e conti in rosso per 1,6 miliardi

Ora è ufficiale: il colosso Usa dell’auto General Motors annuncia il taglio di almeno 25 mila posti di lavoro all’interno di una massiccia riorganizzazione. E’ questo il primo risultato dei conti pesantemente in rosso per General Motors. Il colosso automobilistico di Detroit ha infatti riportato nel terzo trimestre una perdita di 1,6 miliardi di dollari, o 2,89 dollari per azione contro un utile netto di 315 milioni di dollari, o 56 cents per azione dello stesso periodo dell’anno precedente. Al netto di alcune voci straordinarie Gm ha riportato una perdita pari a 1,92 cents per azione contro la stima media degli analisti, sempre sulle stese basi, di 81 cents per azione.

Nel terzo trimestre, inoltre, la quota di mercato segna ancora una contrazione, portandosi dal 15,4% al 14,6%.

Nei primi nove mesi del 2005, General Motors ha segnato vendite superiori a 7 milioni di veicoli nel mondo (+3,7% rispetto allo stesso periodo del 2004) incrementando le posizioni in tre macroaree su quattro. Tuttavia, a livello globale, la market share si è contratta passando dal 14,5% al 14,4%.

"I marchi come Chevrolet, Hummer, Saab e Cadillac continuano a crescere in tutto il mondo e vogliamo puntare su questi brand per sostenere le nostre attività, continuando ad aggiornare i prodotti", spiega il presidente e ad Rick Wagoner. La Chevrolet ha venduto finora quasi 3,4 milioni di vetture e truck, che vale quasi un rapporto "di 1 auto ogni 14 vendute nel mondo, mentre i volumi di Cadillac, Hummer e Saab continuano ad aumentare".
E’ ancora una volta il mercato nordamericano a segnare evidenti rallentamenti: nel terzo trimestre, infatti, la quota scende al 25,6% contro il 28,5% del 2004.

Sulla base dei primi 9 mesi, la quota di mercato nel Nord America scende al 26,1%, a fronte del 27% dello stesso periodo 2004.

Per Gm si tratta del quarto trimestre consecutivo in perdita che rappresenta la più lunga striscia negativa in 13 anni. In crescita invece i ricavi che segnano un rialzo del 5% a 47,2 miliardi di dollari da 44,9 miliardi del terzo trimestre 2004, mentre le stime degli analisti erano di 35,14 miliardi di dollari.

Il gruppo ha sofferto in particolare l’aumento dei prezzi delle materia prime e dei costi sanitari. Proprio oggi la casa di Detroit ha siglato un accordo con il sindacato per ridurre le spese sanitarie che dovrebbe comportare risparmi nell’ordine di 1 miliardo di dollari all’anno, e annunciato il taglio di 25mila posti di lavoro. La crescente pressione sul gruppo che ha visto nei primi sei mesi dell’anno totalizzare perdite pari a 1,4 miliardi di dollari, aveva spinto il numero uno di Gm, Richard Wagoner a recuperare liquidità tramite la cessione di una quota pari al 60% della consociata finanziaria Gmac.

Per risanare i conti l’azienda, Gm pensa di risparmiare 1 miliardo di dollari sui costi dei materiali per il prossimo anno e di effettuare tagli su costi fissi, come stabilimenti e forza lavoro, per circa 5 miliardi di dollari alla fine del prossimo anno.
General Motors sta infine valutando l’esposizione verso Delphi dopo che l’azienda leader nella componentistica auto è finita nei giorni scorsi in amministrazione controllata secondo le norme che regolano la bancarotta previste dal Chapter 11.


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lunedì 17 ottobre 2005
ore 18:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



SCIPPO IN CIMITERO, BLOCCATI DA PARTECIPANTI A FUNERALE

Hanno tentato il colpo all’interno del cimitero, ma sono stati bloccati dai partecipanti a un funerale. E’ quanto e’ accaduto, quest’oggi, a due scippatori che avevano derubato una donna dentro il cimitero di Frosinone. Una scena mai vista quella che si e’ parata dinanzi gli occhi degli agenti della questura, allertati da una chiamata al 113. Un gruppo di persone inferocite, brandendo tra le mani scope e pale da giardino, tenevano ’prigioniero’ uno dei due scippatori. L’altro, che in un primo momento e’ riuscito a fuggire, e’ stato bloccato dai poliziotti della squadra mobile e della sezione ’volanti’, dopo un breve inseguimento. I due, pluripregiudicati, avevano adocchiato la borsa di un’anziana vedova, intenta a sistemare la tomba del marito. In pochi istanti, i due ladri si sono avvicinati e l’hanno derubata. Le sue grida di paura e di disperazione hanno richiamato, pero’, l’attenzione di una decina di persone, intente a partecipare a un funerale che si svolgeva poco distante. L’inconsueta caccia al ladro si e’ cosi’ consumata tra i vicoli e le lapidi del camposanto. Lo scippatore ’catturato’ dai cittadini, quando ha visto arrivare la polizia ha tirato un sospiro di sollievo.


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lunedì 17 ottobre 2005
ore 18:04
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lunedì 17 ottobre 2005
ore 17:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Mafia, don Ciotti lancia l’allarme
"A rischio la confisca dei beni dei boss"

"Il disegno di legge sulla confisca dei beni ai boss mafiosi, che oggi sarà discussa alla Camera dei deputati, è una trappola in nome di un malinteso garantismo". Lo sostiene don Luigi Ciotti, secondo il quale "con questo testo nessun provvedimento di confisca sarà mai definitivo".

Sulla questione l’associazione Libera, di cui don Ciotti è presidente, e decine di familiari delle vittime delle mafie hanno lanciato oggi un appello con il quale chiedono "un serio e approfondito ripensamento, in sede di dibattito parlamentare", del disegno di legge delega sulla confisca dei beni ai boss.

Libera e i familiari delle vittime chiedono di intervenire soprattutto per quanto riguarda la possibilità di revisione dei provvedimenti definitivi di confisca, e per questo auspicano che "deputati e senatori di tutte le forze politiche sappiano trovare la giusta misura, il corretto equilibrio tra la tutela dei diritti di chi subisce i provvedimenti di confisca dei beni e la necessità di sottrarre alle organizzazioni mafiose gli immensi patrimoni che accumulano ogni anno, nell’illegalità e nel sangue".

Qualche esempio per chiarire di che cosa si sta parlando. La legge che permette la confisca dei beni confiscati ai mafiosi per un "riutilizzo sociale" nacque nel 1996 e Libera fu uno dei promotori. Vennero raccolte un milione di firme per cambiare la vecchia norma e introdurre i nuovi meccanismi. Fu una rivoluzione: in soli sei anni oltre mille beni immobili per un valore di oltre 150 milioni di euro vennero confiscati e riutilizzati a fini sociali.

Tra questi, i più noti sono la villa di Totò Riina a Corleone che oggi è una scuola, i terreni del latitante Bernardo Provenzano nei quali si producono olio e prodotti agricoli gestiti da cooperative sociali, le terre dei boss Vitale di Partinico o quelle sparse in tutta il palermitano tra Corleone, Monreale, Piana degli Albanesi, San Giuseppe Iato. Da semplici rendite per le famiglie mafiose, centinaia di ettari di terra sono diventati opportunità di lavoro. Alla fine del 2003, grazie alla legge 109 vennero confiscati quasi 5.000 beni immobili e poco meno di 150 aziende.

Ora, secondo Libera, questa legge è in pericolo perché, spiega l’appello, "rischia di essere approvato dal Parlamento un disegno di legge che tra i molti aspetti discutibili prevede la possibilità di revisione, senza limiti di tempo e su richiesta di chiunque sia titolare di un interesse giuridicamente riconosciuto, dei provvedimenti definitivi di confisca".

"Se dovesse essere approvato - sostiene l’associazione presieduta da Don Ciotti - tutti i beni confiscati finirebbero in un limbo di assoluta incertezza. Esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario oggi".

L’appello raccoglie le adesioni, tra gli altri, di don Luigi Ciotti, Rita Borsellino, Giovanni Impastato, Claudia Loi, Daniela Marcone, Viviana Matrangola, Debora Cartisano, Margherita Asta, Maddalena Rostagno, Monica Rostagno e Elisabetta Roveri.


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lunedì 17 ottobre 2005
ore 17:20
(categoria: "Vita Quotidiana")





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