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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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ULTIMI 10 messaggi
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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


martedì 7 agosto 2007
ore 17:51
(categoria: "Vita Quotidiana")



Caso Mele, parla la prostituta
"Mi ha abbandonato, potevo morire"

"Mi ha lasciato lì, nuda, sdraiata sulla moquette. Potevo morire". A parlare è Francesca Zenobi, la ragazza protagonista della notte a a base di sesso e cocaina all’hotel Flora in via Veneto che ha messo nei guai il deputato Cosimo Mele. In un’intervista ad Oggi, la donna racconta la sua serata con l’onorevole come "un incubo": l’incontro con Mele, l’invito,i drink, la richiesta di far arrivare anche un’amica. Poi il malore, l’imbarazzo, la fuga da casa.

"Oggi, ovunque vai, trovi piste di cocaina. E se c’è, a volte la prendo. Serate così possono capitare - spiega - ma quel venerdì sera è stato un vero e proprio incubo". Francesca non entra nei particolari della vicenda giudiziaria, che vede indagato il parlamentare dell’Udc per cessione di stupefacenti. Ma, conferma, "La cocaina era lì, e basta. Ed era tanta. Era troppa".

"Io non sono una santa" dice la ragazza nell’intervista al settimanale. E spiega di avere alle spalle una vita difficile, "un passato di anoressia e depressione". E un presente fatto di ’frequentazioni di persone importanti e danarose". "Sono una - conclude - che ha reagito a una vita grama cercando di tirarsene fuori, e sognando un futuro ricco e felice. Volevo soldi, volevo successo, volevo una vita migliore".



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martedì 7 agosto 2007
ore 15:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nigeria, tragedia nel "reality show"
Concorrente muore durante una prova

LAGOS - Un concorrente di "Gulder Ultimate Search", un reality show che si basa su prove fisiche di resistenza, è morto durante i preparativi del programma nel lago di Shere Hills, in Nigeria. La trasmissione, che avrebbe dovuto cominciare giovedì prossimo, è stata sospesa per decisione della filiale nigeriana del colosso olandese della birra Heineken, che sponsorizza lo show.

Anthony Ogadje, 25 anni, aveva raggiunto, assieme ad altri nove concorrenti, il lago Shere Hills, nello Stato nigeriano di Plateau, ma mentre si preparava per affrontare una delle gare di sopravvivenza è deceduto. In un comunicato, Nigerian Breweries afferma che Ogadje è morto all’improvviso, sembra per annegamento. "Tutti i tentativi per rianimarlo - della équipe medica presente, dei bagnini e degli altri concorrenti - si sono rivelati vani", ha detto la filiale nigeriana, posseduta in maggioranza dalla Heineken.

"Ultimate Search" è molto popolare nel Paese africano in cui la maggior parte della popolazione vive in condizioni di povertà estrema. Lo show prevede l’eliminazione, a uno a uno, dei concorrenti più deboli. Il premio per il vincitore consiste in una somma di 5 milioni di naira (circa 30.000 euro), un fuoristrada e un bonus di 500.000 naira per l’acquisto di abiti. Il reality, andato in onda per la prima volta nel 2004, ha avuto indici d’ascolto molto alti.


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martedì 7 agosto 2007
ore 13:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sotto accusa i video educativi per bambini
"Possono ritardare lo sviluppo cognitivo"

NEL MIRINO ci sono i "Baby Einstein" o i "Baby Mozart", ma in generale anche i più banali "Teletubbies" o la "Casa di Topolino": video educativi e cartoni animati che promettono di stimolare lo sviluppo cognitivo dei più piccoli, ma che in realtà fanno poco o nulla. Anzi, sembrano addirittura dannosi. Lo sostiene una ricerca scientifica americana, appena pubblicata sul Journal of Pediatrics, che punta il dito contro l’abitudine di piazzare i più piccoli davanti alla tv, sgretolando così ogni alibi di tipo pedagogico per l’uso della televisione come babysitter. Invece di aiutare lo sviluppo del linguaggio nei bambini, l’esposizione eccessiva a dvd e videocassette "intelligenti" ritarda piuttosto l’acquisizione del linguaggio.

L’effetto è particolarmente evidente nei bambini dagli otto ai 16 mesi, dicono i ricercatori dell’Università di Washington e dell’Istituto di Ricerca del Seattle Children Hospital. Ogni ora al giorno passata a guardare dvd educativi si traduce in sei-otto parole in media imparate in meno rispetto agli altri bambini che passano lo stesso tempo con i genitori o altri adulti, interagendo con loro, ascoltando una storia o leggendo insieme un libro.

Sui bambini leggermente più grandi, dai 17 ai 24 mesi, i risultati non sono così netti, ma secondo Frederick Zimmerman, primo autore dello studio, non c’è motivo di rischiare: "La cosa più rilevante - commenta - è che non c’è alcuna prova definitiva che questi dvd e video abbiano un effetto positivo, mentre ci sono indicazioni di un loro effetto negativo".

La ricerca condotta dai medici americani fa parte di un più ampio progetto volto a studiare l’effetto dell’esposizione a questo tipo di intrattenimento durante i primi anni di vita dei bambini. Nei mesi scorsi, un’altra ricerca pubblicata dalla stessa équipe sosteneva, con cifre allarmanti, che a tre mesi il 40 per cento dei bambini guarda regolarmente la televisione o video e cartoni animati. Percentuale che sale al 90 per cento quando si arriva a due anni.

I risultati di quest’ultimo esperimento - in cui i ricercatori hanno intervistato telefonicamente oltre 1000 famiglie con bimbi sotto i due anni d’età - hanno stupito gli scienziati. "Riflettendoci bene, però, ha senso - spiega Andrew Meltzoff, condirettore dell’Istituto per l’apprendimento dell’Università di Washington, co-autore dello studio - Ci sono solo un certo numero di ore in cui i bambini sono attenti e vigili. Se queste vengono passate davanti alla televisione, invece che con i genitori, i piccoli non hanno la stessa, ricca esperienza linguistica, data anche dalle intonazioni e dal gergo usato da mamma e papà con il loro figlio".

Niente più scuse, quindi. Nulla è pari al tempo che un adulto passa con i più piccoli in qualità di maestro ed educatore. Modello insostituibile, meno che mai intercambiabile con una videocassetta o un dvd.


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martedì 7 agosto 2007
ore 09:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



La zarina sulle orme degli antenati: l’ultima Romanov turba la Russia
di LEONARDO COEN

MOSCA - Nulla è ufficiale. Ma tutto è ufficioso. La cinquantaquattrenne Granduchessa Maria Vladimirovna Romanova, pronipote di Alessandro II e capo della casa imperiale russa, ha cominciato ieri una visita di quattro giorni a Vladivostok, perché intende celebrare il ricordo di un’altra visita imperiale (o quasi) avvenuta 116 anni fa. l’ultima di un Romanov nella stessa città che per i russi è più di un simbolo: rappresenta infatti la loro potenza sul Pacifico e in una regione cruciale dell’Asia.

Vladivostok si affaccia sul Mar del Giappone. È capoluogo della regione di Primorje, al confine con la Cina. Lì, nella baia di Zolotoje Rog, si trova il comando della flotta del Pacifico. Lì c’è il capolinea della mitica Transiberiana. Negli ultimi anni, Vladivostok è diventata una delle vetrine più sfavillanti della nuova Russia. Che ci va a fare, dunque, la Granduchessa Maria Vladimirovna? Non risulta che il Cremlino l’abbia nominata ambasciatrice ad honorem per riscoprire gli itinerari storici - culturali della Grande vecchia Madre Russia.

Anzi, a Mosca sono in molti ad avere storto il naso per questa iniziativa. Tanto che l’ufficio stampa della regione di Primorje ha scelto un atteggiamento di britannico understatement, per evitare polemiche dannose a soli quattro mesi dalle elezioni parlamentari di dicembre. Così, si è preferito optare per una conferenza stampa finale, alle ore 11 del 9 agosto, non a caso giorno di san Romano. Ma l’invito è ben circostanziato, le prerogative nobiliari dell’ospite imperiale ci sono tutte: "Capo della Casa imperiale russa, Sua Altezza Imperiale Sovrana Granduchessa Maria Vladimirovna", e la sua visita viene definita "di conoscenza".

Forse, volevano scrivere di "riconoscenza". A cavallo tra il 1890 e il 1891, il principe Nicola Romanov, futuro Nicola II imperatore di tutte le Russie, si recò a Vladivostok, capoluogo della remotissima e turbolenta regione di Primorje, per tutta una serie di incombenze che il rango gli imponeva e che il governo d’allora riteneva opportune: la posa del ramo Ussuri della Grande Ferrovia Transiberiana; l’inaugurazione del terminal ferroviario e quella del monumento all’ammiraglio Nevelskj. Ma soprattutto fu inviato laggiù perché si apriva il primo bacino di carenaggio russo dell’Estremo Oriente. Indispensabile nelle strategie dell’ammiragliato zarista. La Russia fronteggiava l’emergente potenza del Sol Levante, di lì a poco sarebbe scoppiata la guerra col Giappone nel 1904.

A Tokyo bastò poco meno di un anno per sconfiggere l’arrogante Russia nel 1905: la drammatica battaglia dell’isola di Tsushima fu vissuta dai russi come la più grande vergogna e in un certo modo innescò la prima rivoluzione contro il regime zarista. Insomma, nel bene e nel male, Vladivostok è una città che ha tanta parte nella storia russa contemporanea.

Pure in quella della Granduchessa Maria Vladimirovna: il nonno Cirillo, fu gran protagonista della guerra russo-giapponese. E un altro antenato, il Granduca Costantino, è ricordato come "il padre di tutti i cadetti" dopo il suo eroico comportamento nella guerra navale russo-turca del 1870. Lei ha confessato di voler "cominciare a familiarizzare" con i "luoghi sacri e le bellezze" della città, e questo ha riempito di orgoglio i suoi abitanti. E le autorità. Come Serghei Darkin, governatore della città, un buon putiniano, o il clero ortodosso della diocesi locale: reciterà la preghiera del Ringraziamento nella cattedrale di san Nicola.

Tappe significative cerimonie al Museo Arsenyev, alla stazione ferroviaria appena rinnovata (come fece il principe Nicola...), all’Arco Trionfale dove la Granduchessa incontrerà delegazioni di militari, marinai, studenti del Politecnico locale, media, Cosacchi. E poi cene, escursioni: nella penisola di Kamchatka, a Magadan, alla casa del primo governatore militare di Primorje, rappresentante dello zar a Vladivostok. Porterà i fiori al Memoriale della Gloria della flotta del Pacifico. Pranzerà a bordo del Maresciallo Shaposhnikov, grande nave antisommergibile.

Sono questi, segni e segnali ben precisi: non si tratta di una visita qualsiasi. Ma di una sorta di consacrazione. Perché nove anni fa, quando si celebrarono i funerali dei poveri resti di Nicola II, della moglie Alessandra, di tre dei cinque figli e della servitù massacrata nel 1918, tra i Romanov c’era guerra aperta, per stabilire chi ne fosse il capo. La Granduchessa, appoggiata dal clero greco ortodosso, disertò le esequie. Non il rivale Nicola Romanov. Al Cremlino va meglio un’irriducibile aristocratica come la Granduchessa piuttosto che Nicola, pericolosamente autodefinitosi "principe democratico".


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lunedì 6 agosto 2007
ore 19:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Colombia, "Ingrid Betancourt è libera"
Ma non c’è nessuna conferma ufficiale

CARACAS - Ingrid Betancourt è in Venezuela ed è libera. Il presidente venezuelano Chavez la consegnerà alla signora Sarkozy. L’annuncio della liberazione dell’ex candidata presidenziale franco-colombiana, sequestrata dalle Farc in Colombia nel 2002, è stato dato a radio Caracol dalla giornalista venezuelana Patricia Poleo, da Miami, dove risiede. Scettica la sorella dell’ex candidata, che ha definito "inverosimile" la notizia. Cautela dell’ambasciata colombiana a Roma e dei servizi segreti di Bogotà: "Nessuna conferma".

Secondo la giornalista sarebbe stato lo stesso presidente Hugo Chavez Frias, "i cui rapporti di stretta collaborazione con le Farc sono di dominio pubblico", a svolgere un ruolo di negoziatore intermediario tra il governo di Parigi e i guerriglieri colombiani, ha sottolineato Patricia Poleo. Chavez consegnerà la Betancourt al governo francese, in occasione della imminente visita a Caracas della first lady Cecilia Sarkozy.

"L’ho saputo da fonti militari venezuelane", ha sostenuto la giornalista, precisando che con la Betancourt vi sono anche la sua segretaria Clara Rojas ed il figlio Emanuel che, ora, si troverebbero nei pressi di Elorza, al confine con la Colombia, in una fattoria di proprietà di un familiare di ’Mono Jojoy’, responsabile militare delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).

La Poleo ha anche affermato che, in cambio della loro liberazione, Chavez chiederebbe a Nicolas Sarkozy di consegnargli Carlos, il terrorista venezuelano recluso in Francia. La Poleo sottolinea inoltre che, con la liberazione della Betancourt, il neo governo Sarkozy avrà "un profondo debito di gratitudine" nei confronti del governo Chavez. Debito che, aggiunge, "potrebbe tradursi nel ripristino delle trattative per la vendita di armamenti, sospesa tra Venezuela e Francia durante la presidenza di Jacques Chirac".

Ma le rivelazioni di Patricia Poleo destano molte perplessità e dubbi alla luce dei suoi trascorsi, (la Poleo è un’accesa oppositrice di Chavez, e in patria è accusata di essere la mandante dell’omicidio, nel 2004, del procuratore della repubblica Danilo Anderson). Astrid Betancourt, sorella dell’ex candidata, ha definito "inverosimili" le notizie riferite da Poleo e ha detto che si tratta di informazioni di cui la famiglia non è a conoscenza. La madre della Betancourt, Yolanda Pulecio ha affermato: "Anche se mia figlia Astrid mi ha detto di non illudermi, io spero che possa essere vero. Se Ingrid venisse liberata, sicuramente si adopererà perchè possa accadere lo stesso agli altri 44 ostaggi delle Farc". E ha aggiunto: "Ho parlato con Patricia Poleo, mi ha assicurato di avere fonti molto solide".

L’addetto stampa dell’ambasciata colombiana a Roma, Nestor Pongutà, ha detto che sulle voci di una ipotetoca liberazione della candidata presidenziale colombiana Ingrid Betancourt "non abbiamo alcuna conferma". Ma "non si può escludere" completamente, ha concluso: "Non abbiamo nessuna informazione ufficiale". Gettano acqua sul fuoco anche i servizi segreti di Bogotà: ’’Inizialmente questa versione era stata segnalata come un’ipotesi lontana e ora viene considerata completamente priva di fondamento’’, ha afferma un responsabile.

Proprio ieri Chavez, nel corso del suo tradizionale programma domenicale ’Alò Presidente!’, si era detto disposto a dialogare con i comandanti delle Farc per cercare di dare una mano per quanto "possiamo sul cammino della pace" e mettere in atto un accordo umanitario che porti alla liberazione degli ostaggi. Il presidente venezuelano, rispondendo alla domanda di un radioascoltatore, aveva sottolineato: "Vorrei avere una conversazione politica con i comandanti guerriglieri della Colombia, ascoltarli".

Il 17 maggio un poliziotto colombiano, fuggito alle Farc, aveva riacceso la speranza sulla sorte di Betancourt. John Frank Pinchao aveva raccontato di aver condiviso il campo di prigionia con la politica franco-colombiana e aveva assicurato che Betancourt era ancora in vita.

Da oltre 40 anni la Colombia è impegnata in un conflitto interno che ha come protagonisti il governo e soprattutto la guerriglia delle Farc. Queste ultime tengono da anni in ostaggio decine di personalità colombiane, fra cui la ex candidata presidenziale Ingrid Betancourt, e tre ’contractor’ statunitensi, che vorrebbero scambiare con circa 500 guerriglieri in carcere, attraverso un accordo umanitario sul quale però le parti non si sono ancora messe d’accordo.


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venerdì 3 agosto 2007
ore 11:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nei disegni dei bimbi del Darfur le prove dell’orrore del genocidio







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venerdì 3 agosto 2007
ore 11:35
(categoria: "Vita Quotidiana")





Così il realismo dell’innocenza serve a inchiodare i carnefici
di ANTONIO CASSESE

Le testimonianze orali o scritte di bambini sono generalmente poco attendibili come prova contro o a favore di singoli imputati. Si sa che i bambini sono facilmente influenzabili e spesso tendono a non distinguere tra realtà e fantasia. Ricordo che all’Aja, al Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, ascoltammo la testimonianza di un giovanissimo adolescente bosniaco, ma solo perché ci confermasse che il bambino steso al suolo, che vedevamo nel filmato girato dalle truppe britanniche accorse subito dopo un massacro di musulmani, fosse proprio lui, sei anni prima.

"Sì - ci disse -, quel bambino sono io ferito, che faccio finta di essere morto, e quel corpo che vedete più avanti è di mio padre, ucciso all’inizio dell’attacco".

Ma in questo caso i 500 disegni raccolti in Darfur non verranno consegnati alla Corte Penale Internazionale come prova contro i due sudanesi accusati di crimini contro l’umanità. Verranno trasmessi come testimonianza efficacissima dei massacri nel Darfur ad opera delle milizie arabe (i Janjaweed) e delle truppe governative. Essi cioè potranno servire per illustrare visivamente e corroborare altre testimonianze circa il quadro generale in cui si collocano i crimini imputati ai due sudanesi. La loro fresca immediatezza, il loro realismo e il fatto che ce ne siano centinaia, e che tutti rappresentino gli stessi fatti (gli attacchi di miliziani ai villaggi, l’uso di elicotteri e aerei da parte del Governo, l’uccisione di donne e bambini), ne fanno un attendibile complemento nella ricostruzione giudiziaria di ciò che è avvenuto (e continua ad avvenire ancora ogni giorno).

Se guardate quei disegni, vi rendete subito conto che traducono fedelmente in immagini i resoconti delle atrocità che potete leggere in tanti rapporti sul Darfur, e soprattutto nel più approfondito ed autorevole, quello prodotto nel 2005 dalla Commissione internazionale di inchiesta istituita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La violenza si svolge sempre nello stesso modo. All’alba appare un aereo, un Antonov (serve per il trasporto di truppe, ma viene invece riempito di bombe); lancia una o due bombe, soprattutto per terrorizzare la popolazione (un pilota di questi aerei, interrogato da noi della Commissione di inchiesta, ci disse che sganciava le bombe sulla base di coordinate che gli fornivano i superiori, e poi si allontanava senza neanche sapere cosa avesse colpito). Tutti gli abitanti scappano, ma si trovano circondati dai Janjaweed a cavallo o su cammelli, armati di fucili e mitra, e appoggiati da "pick-up" governativi su cui sono installati mitragliatrici e mortai. I villaggi sono subito preda delle fiamme. I civili cercano di salvare le loro povere cose, fuggendo all’impazzata quanto più lontano possibile. I miliziani armati radunano le donne e le violentano. Finiscono di bruciare le case ancora intatte, saccheggiano, uccidono quanti più uomini possibile. Sono aiutati da truppe governative in tute mimetiche o verde oliva, truppe che però di solito restano fuori del villaggio, a sparare e uccidere da lontano. Intanto uno o due elicotteri mitragliano dall’alto chi fugge. Chi si salva, quando torna qualche ora dopo trova il villaggio devastato e inabitabile. Comincia così la processione dei profughi, che si trasferiscono negli enormi centri di raccolta, dove sopravvivono solo grazie alla generosità delle organizzazioni umanitarie internazionali.

Tutto ciò i disegni così realistici dei bambini, con i loro colori vivacissimi, lo illustrano assai bene. Sembra di vedere una traduzione in immagini del rapporto della Commissione di inchiesta sul Darfur. Un’ennesima prova di quel che avviene da quattro anni, e che il Governo sudanese si ostina con assurda pervicacia a negare. E che invece corrisponde esattamente a quel che tantissimi testimoni e vittime ci hanno detto, quando noi della Commissione Onu di inchiesta li abbiamo interrogati. Così come corrisponde a quel che ci hanno detto vari ex piloti di elicottero o di aereo, ora in carcere per essersi rifiutati di continuare ad
uccidere.

La violenza della guerra fa vedere ai bambini cose che dovrebbero conoscere solo da adulti: la morte, concreta in tutto il suo orrore; il sangue; il terrore di chi fugge. Quella violenza traumatizza non solo chi la vive, ma anche chi sta lontano. Serbo ancora quattro belle poesie sulla guerra in Bosnia mandatemi all’Aja, nel 1994, quando presiedevo il Tribunale per l’ex Jugoslavia, da un ragazzo di Sant’ Anastasìa, in provincia di Napoli. Una di esse diceva: "Quando un giorno/si scaverà/nella vecchia miniera/di Omarska/non ferro/troverete/ma/riccioli neri". Se noi adulti facciamo tanto poco per porre fine alla violenza, speriamo che almeno le sofferenze, l’angoscia e lo stupore dei fanciulli scuotano gli animi.


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venerdì 3 agosto 2007
ore 11:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



La distrazione dell’Occidente
Un richiamo disperato alla nostra indifferenza
di GABRIELE ROMAGNOLI

Ci voleva la mano di cinquecento bambini per dirci che la storia dell’orrore non ha tempo né luogo. È un pozzo universale dove cadono le vittime dei massacri, unite dalla stessa catena. Dai villaggi del Darfur a quelli della Bosnia, dagli accampamenti degli indiani d’America alle città sudamericane saccheggiate dai conquistadores, la stessa linea di sangue e un unico tratto di matita. Metti che i disegni consegnati come materiale probatorio dalla Corte internazionale di giustizia fossero finiti sulla scrivania di qualcuno chiamato a interpretarli senza conoscerne la provenienza, che cosa avrebbe potuto dedurne?

Che siamo davanti all’ennesimo capitolo troppe volte già affrontato e solo a parole superato. È accaduto qualcosa di terribile ("morte" "morti", scrivono in didascalia sotto i cadaveri). Le vittime abitavano in villaggi, in case semplici come la vita che conducevano. I massacratori venivano dalla città. Le prime si muovevano a piedi. I secondi avevano quanto meno cavalli, ma anche veicoli a motore, carri armati, elicotteri, addirittura aerei per quanto dagli allegri colori. Le une, se reagivano, lo facevano tirando frecce dagli archi. Gli altri disponevano di armi tecnologicamente avanzate. E, ah sì, inevitabilmente, gli aggressori avevano la pelle più chiara, gli aggrediti la pelle scura. Sono rispettate in pieno le condizioni di base del massacro modello.

Ma ci sono anche le modalità ulteriori. Un disegno mostra un edificio le cui porte sono sprangate (benché da ingenui lucchetti), probabilmente dopo averci rinchiuso dentro centinaia di persone e in attesa della spianata dei bulldozer, come accadeva durante il conflitto etnico in Ruanda. Un altro, l’elicottero che uccide dal cielo, come in Vietnam, dove era "piacevole l’odore del napalm al mattino". In un terzo il fiume trascina i cadaveri, come avveniva negli insediamenti dei pellerossa spazzati via dai soldati con la giubba. I massacratori si portano via le donne come bottino di guerra, torturano i bambini, decapitano i morti. Come in Bosnia. E altrove.

Questa dei bambini del Darfur è veramente una galleria universale. Lo specifico è dato soltanto dai tetti di paglia delle capanne, dalla pancia gonfia di donne e bambini denutriti, dalle scritte d’accompagnamento, che qualcuno ha tracciato in arabo, altri in francese. O forse c’è anche qualcosa di più e d’altro, ma noi non siamo in grado di accorgercene perché a quel che accadeva in Sudan abbiamo prestato un occhio disattento, appena distraendoci dall’Iraq o da Gaza (a essere ottimisti e a non dire da Corona e Ricucci), quando il grido di dolore veniva levato non tanto dagli orfani, quanto da Angelina Jolie (per i più coscienziosi, anche da Emma Bonino).

A ben pensarci, la sensazione di orrore più profonda che questi disegni comunicano è proprio la nostra capacità di riconoscervi qualcosa che abbiamo già visto altrove e con questo abbassare la nostra soglia d’attenzione e di ribrezzo. Gli analoghi disegni dei bambini americani dopo l’11 settembre ci stupivano perché ci riproponevano qualcosa di inedito e (forse, speriamo) irripetibile. E perché ci trasmettevano la loro forza di reazione (Superman ferma gli aerei prima che arrivino alle Torri) derivante dalla mancanza nel Dna di ogni precedente trauma da massacro.

Questi disegni ci raccontano qualcosa che conosciamo e che in fondo, cinicamente, pensiamo sia inevitabile debba ripetersi, in luoghi lontani dai nostri riflettori e dai nostri interessi economici. Sono una prova, non solo di quanto accaduto nel Darfur, ma anche della nostra indifferenza passata e futura.


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venerdì 3 agosto 2007
ore 11:11
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 2 agosto 2007
ore 18:46
(categoria: "Vita Quotidiana")




Mamma di 81 anni punisce il figlio 61enne
Niente più chiavi di casa né paghetta

CATANIA - Dopo l’ennesimo litigio sull’orario di rientro a casa, la madre esasperata non ce l’ha fatta più e ha tolto al figlio le chiavi di casa e la paghetta. Punizione "esemplare", per più di un motivo. Infatti la genitrice ha 81 anni e il "pargolo" riottoso 61. La donna, pensionata, vive da sempre con il figlio, che è disoccupato, celibe, e non ha nessuna intenzione di lasciare la casa di mammà.

E’ stata proprio lei, come riferisce l’edizione di Catania del quotidiano La Sicilia, a rivolgersi alla polizia di Caltagirone per cercare di "convincere quel testone" di suo figlio a "comportarsi bene con la sua mamma". Pronta la replica di lui: "Si comporta male, mi dà una paghetta settimanale insufficiente, non sa cucinare bene". Un agente del commissariato ha fatto da paciere e dopo avere raccolto gli sfoghi dei due li ha convinti a riprovare a vivere insieme in armonia.

"Mio figlio non mi rispetta - si è sfogata la donna con la polizia, dopo avere lasciato il figlio fuori di casa - non mi dice dove va la sera, e torna tardi a casa. Per punirlo sono stata costretta a togliergli le chiavi di casa e lasciarlo fuori, dopo che aveva fatto ancora una volta le ore piccole. Non è mai contento dei cibi che gli preparo e ha sempre un motivo per lamentarsi. Così non si può andare avanti...".

"La colpa non è mia - è stata la replica del figlio - è lei che si ostina a trattarmi male: mi dà una paghetta settimanale troppo modesta, e a me che sono disoccupato quei soldi non bastano. E, poi, cucina veramente male...".

L’intervento dell’agente di polizia ha smorzato i toni dello scontro e madre e figlio sono tornati a casa insieme, con tanto di chiavi e paghetta per lui.


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