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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 24 gennaio 2007
ore 11:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sardegna, tre minorenni violentano una bambina

SASSARI - Tre ragazzini, fra gli 11 ed i 13 anni, sono stati accusati di avere violentato ripetutamente ed in più circostanze, anche in gruppo, una bambina di 9 anni. I fatti, accertati dai carabinieri di Tempio Pausania in Sardegna, sarebbero avvenuti nel nord dell’isola. I tre minorenni sono stati fermati perchè ritenuti i presunti responsabili di violenza sessuale di gruppo aggravata. In seguito agli accertamenti è emerso, infatti, che avrebbero violentato in più circostanze, anche assieme fra loro, la bambina. Attualmente sono stati portati in alcune comunità per ragazzi.



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mercoledì 24 gennaio 2007
ore 11:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



E’ morto lo scrittore polacco Kapuscinski
Giornalista giramondo, aveva 75 anni

ROMA - Lo scrittore e giornalista polacco Ryszard Kapuscinski è morto oggi a Varsavia per le complicazioni seguite a un intervento operatorio che aveva subito sabato. Kapuscinski era diventato famoso in tutto il mondo per i suoi reportage di guerra da paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa, e per i suoi libri sulla caduta di Haile Selassie e Mohammad Reza Phlevi. Aveva 75 anni.

Kapuscinski era nato a Pinsk, in Polonia orientale - oggi Bielorussia - il 4 marzo 1932. Subito dopo la laurea all’università di Varsavia aveva iniziato a lavorare come corrispondente estero dell’agenzia di stampa polacca Pap, per cui ha lavorato fino al 1981. Nel 2003 è stato candidato al Nobel per la letteratura.
Le sue testimonianze di quarantasette anni di viaggi in oltre cento paesi del mondo, dall’Asia all’Africa, dall’America Latina all’ex impero sovietico, sono raccolte in una ventina di libri tradotti in oltre trenta lingue.

Cittadino del mondo e portavoce delle minoranze, Kapuscinski ha ottenuto molti premi e riconoscimenti a livello internazionale, tra cui il premio dell’Associazione internazionale giornalistica nel 1976, a Helsinki; il premio Viareggio-Repaci nel 2000; il premio Grinzane Cavour a Torino nel 2003 e, nello stesso anno, il prestigioso premio Principe de Asturias.

I suoi libri più celebri sono ormai dei piccoli classici per chi vuole capire la contemporaneità. "Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate" (1983), definito da Newsweek tra i migliori dieci libri del 1983; "Imperium" (1994), un reportage sull’impero sovietico e il suo dissolvimento; "Lapidarium. In viaggio tra i frammenti della storia" (1997) intarsio di meditazioni ispirate dai viaggi, dalle letture, dalle riflessioni, dall’esperienza, da pezzi di diario di eventi storici; "Ebano" (1998), un reportage nel quale vengono raccontati quarant’anni di esperienza come inviato nei paesi africani; "Shah-in-shah" (2001), resoconto della sua permanenza in Iran negli ultimi anni della monarchia di Reza Palevi; "La prima guerra del football e altre guerre di poveri" (2002), le impressioni di un osservatore attento della società e della politica di paesi lontani, come il Ghana, il Congo, il Sudafrica, l’Algeria, l’Honduras e il Salvador. In "Autoritratto di un reporter" (2006) Kapuscinsky parla di sé e dell’etica del suo lavoro. "In viaggio con Erodoto" (2005) ripercorre le vicende personali, dall’infanzia povera ai viaggi in Cina e India avendo sempre come punto di riferimento Erodoto, il primo reporter della storia.


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martedì 23 gennaio 2007
ore 17:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Paul Bocuse si converte al fast food
di Francesco Tortora

PARIGI - Gli amanti della «Haute Cuisine» francese storceranno il naso e lo accuseranno di aver tradito la centenaria tradizione culinaria transalpina. Ma sembra che l’ottantenne Paul Bocuse, il più grande chef francese contemporaneo non cambierà idea: «L’imperatore della cucina francese» aprirà nei prossimi dodici mesi un ristorante-fast food nei pressi di Lione dove i piatti principali non saranno quelli dell’antica gastronomia gallica, ma assomiglieranno a quelli presenti nei moderni fast-food.

CHEF - Bocuse dopo aver difeso per decenni la gastronomia francese, ha lasciato interdetti i più famosi intenditori culinari e ha deciso che il suo prossimo esperimento sarà portato avanti nei pressi della sua città natale, Lione. «Non è stanco di proporre paradossi» afferma Le Figaro, il quotidiano francese che ha diffuso la notizia. Secondo il prestigioso giornale transalpino la decisione sarebbe stata presa poco prima del «Bocuse d’Or», una famosa competizione internazionale di cucina, che prende il nome proprio dall’imperatore della cucina francese e che si tiene proprio a Lione.

TRE STELLE MICHELIN - Lo chef che da anni ha conquistato le tre stelle Michelin è figlio d’arte: i suoi antenati avevano un ristorante nella cittadina di Collonges, alle porte di Lione dal 1765: nel suo nuovo locale, oltre ai sandwich al prosciutto saranno offerte zuppe di legumi, piatti caldi e dessert che costeranno tra i 6 e i 12 euro. Bocuse sottolinea che anche in questo «fast-food» saranno privilegiati gli ingredienti migliori e i francesi potranno notare la differenza che c’è tra i cibi offerti dal McDonald e quelli forniti da un abile chef.

CIBI - Il pane sarà cucinato in una panetteria dietro al fast food e i panini saranno ripieni di carne di manzo della Borgogna, di spezzatino d’agnello con insalata e di carne di vitello con salsa bianca. «Sarà un self-service» dice Jean Fleury, direttore delle brasserie del gruppo di Bocuse a Lione. «Il nostro motto sarà: qualità, semplicità, efficienza».

COSTI - Un pranzo in una delle brasserie di proprietà del famoso chef come «L’Auberge du Pont de Collonges» ha tuttavia prezzi molto diversi e costa minimo 150 euro. Però adesso, lo chef che è stato votato dai francesi il più grande cuoco del XX secolo ha ritenuto giusto deliziare anche i palati meno facoltosi: «Oggi le persone vogliono mangiare velocemente e senza rischi per la propria salute» continua il direttore Fleury. «Lo scopo del nuovo locale è proprio questo: offrire un buon sandwich con burro e prosciutto e un gradevole caffe a prezzi modesti». Il nuovo locale dovrebbe costerà due milioni di euro. Lo stesso direttore Fleury, nonostante il prestigio internazionale di Bocuse, ammette che si tratta di un grosso rischio: «Nel mondo dei fast food l’immagine di Bocuse potrebbe essere molto positiva, ma allo stesso tempo potrebbe anche diventare dannosa». Ma lo chef è un amante del rischio: dopo aver aperto quattro brasserie a Lione, quest’anno è in procinto di aprire altri quattro locali in Giappone, uno dei quali nel «National Art Centre» di Tokio


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martedì 23 gennaio 2007
ore 12:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scuola, nel 2008 meno cattedre ma ci saranno 28mila alunni in più
di SALVO INTRAVAIA

Più alunni e meno classi. E’ la prospettiva, per il prossimo anno scolastico, che emerge dai primi incontri tra sindacati e tecnici del ministero della Pubblica istruzione. I dati riservati sono stati consegnati ai rappresentanti di categoria lo scorso 16 gennaio: 28 mila alunni in più a fronte di 14 mila cattedre in meno.
Si tratta delle previsioni sulla cosiddetta popolazione scolastica per il 2007/2008 e dei relativi tagli che devono essere realizzati, con qualche mal di pancia, in applicazione della Finanziaria. I dati previsionali (organico di diritto) che il ministero elabora a gennaio per avviare l’anno scolastico successivo dovranno essere verificati dalle iscrizioni che si chiuderanno fra pochi giorni (il prossimo 27 gennaio), ma in generale non si registrano grossi scostamenti.

Il prossimo primo settembre, saranno le regioni del Centro-nord a soffrire maggiormente i tagli imposti da via XX settembre. Infatti da Roma in su le previsioni parlano di popolazione scolastica in crescita ma le classi diminuiranno lo stesso. Al Sud, invece, come avviene da alcuni anni a questa parte, ci saranno meno alunni: la patata bollente passerà nelle mani dei dirigenti degli uffici scolastici regionali: saranno loro a dovere mettere in pratica i tagli regione per regione.

La previsione. Lo Snals parla di ’situazione da lacrime e sangue’. Imputato numero uno è l’ormai famoso, almeno fra gli addetti ai lavori, innalzamento di 0,4 del rapporto alunni-classi contenuto nel documento di bilancio per il 2007.
Il taglio più consistente sarà effettuato sulla scuola superiore e sulla scuola primaria (l’ex elementare): proprio dove l’incremento degli alunni sarà più consistente. Secondo le previsioni elaborate dai tecnici di viale Trastevere la scuola elementare vedrà aumentare i bambini di circa 25 mila unità ma ad accoglierli ci saranno oltre 5 mila insegnanti in meno. Stessa cosa per la scuola superiore dove, a fronte di 14 mila studenti in più, si conteranno 6 mila cattedre in meno. Quasi 3 mila i posti raggranellati alla media dove si dovrebbero contare 11 mila ragazzini in meno.

La deroga. Per ottenere un taglio di 14 mila cattedre il ministero dovrebbe manovrare diverse leve. Una delle possibilità che dovrebbe consentire i maggiori risparmi di posti e classi dovrebbe essere un decreto di prossima emanazione che da la possibilità ai direttori scolastici regionali di derogare dai parametri per la formazione delle classi. A titolo di esempio, la norma vigente prevede per le prime classi un numero massimo di 25 alunni che scende a 20 per le classi con un portatore di handicap grave. Le classi successive alla prima possono ospitare al massimo 28 alunni, elevabili a 30 alunni in particolari condizioni. Per centrare gli obiettivi ci sarà l’aurorizzazione ad aumentare di una o due alunni per classe i limiti previsti dalla normativa attuale. Si potranno, in buona sostanza, formare prime classi con 27 alunni anche in presenza di disabili (non gravi) e classi successive alla prima anche con 32 alunni: prospettiva che farà drizzare i capelli anche agli insegnanti più pazienti.

La crescita del Nord. L’incremento della popolazione scolastica dovrebbe essere solo nelle regioni del Centro Nord. Nelle 10 regioni italiane in questione la stima ministeriale prevede per l’anno prossimo un incremento di 61 mila alunni, mentre le regioni nel mezzogiorno ne perderanno 33 mila. Un bilancio che conferma una Italia a due velocità anche nella scuola. Sono almeno due le cause alla base di questo divario che contribuisce a depauperare regioni come Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. L’esodo delle giovani coppie verso le regioni del Nord in cerca di lavoro stabile e la maggiore presenza di immigrati che, dovendo scegliere dove stabilizzarsi, preferiscono ancora una volta le aree settentrionali del paese.


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martedì 23 gennaio 2007
ore 11:30
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Ecologia, business del futuro": svolta verde dei big industriali
di FEDERICO RAMPINI

DAVOS - Anche sulle Alpi svizzere la stagione sciistica è stata rovinata dalla mancanza di neve. Questo inverno anomalo, che alcuni esperti indicano come una possibile manifestazione del surriscaldamento climatico, sembra una cornice fatta su misura per ospitare la svolta del World Economic Forum.

Quest’anno l’appuntamento fra i Vip della globalizzazione ha infatti un protagonista inedito: il "capitalismo verde". Il vertice di Davos ha spesso la capacità di segnalare nuove tendenze: negli anni Novanta fu dominato da Internet, dal 2000 in poi rivolse l’attenzione all’ascesa di Cina e India. Da domani i 2.500 esponenti dell’establishment internazionale discuteranno di effetto serra, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile. A promuovere le nuove priorità a Davos non sono solo scienziati e ambientalisti ma il Gotha del capitalismo mondiale.

Con una sterzata significativa, alcune tra le più potenti multinazionali del mondo hanno deciso di cavalcare l’emergenza-inquinamento, scommettono che le tecnologie verdi saranno un business trainante del XXI secolo. La rapidità della loro conversione spiazza molti governi, rende ancora più visibile il ritardo dei politici, a cominciare dall’Amministrazione Bush.

Alla vigilia del Forum di Davos un’iniziativa clamorosa è nata proprio negli Stati Uniti. Dieci colossi del capitalismo americano si sono alleati con le più note associazioni ambientaliste per dare vita alla US Climate Action Partnership, una nuova lobby che preme perché Washington aderisca al Trattato di Kyoto e imponga drastici obiettivi di riduzione delle emissioni carboniche.

A mobilitarsi non sono i soliti noti dell’industria "liberal" californiana - dove peraltro il governatore Arnold Schwarzenegger ha già varato delle regole più stringenti di Kyoto. A scendere in campo è l’industria antica, tradizionalmente conservatrice e vicina ai repubblicani. Nel "capitalismo verde" si sono arruolati Alcoa (il massimo produttore mondiale di alluminio), General Electric (colosso delle centrali elettriche e dei turboreattori), i due produttori di energia Pacific Gas & Electricity e Duke Energy, la banca d’affari Lehman Brothers. A Bush hanno lanciato un diktat: vogliono che vari dei limiti obbligatori alle emissioni carboniche, con l’obiettivo di ridurle del 30% entro 15 anni. Il chief executive della Duke Energy sostiene che "gli Stati Uniti devono diventare il motore trainante di un rilancio e di un miglioramento di Kyoto".

L’iniziativa dei dieci big del capitalismo Usa riflette un cambiamento di umore nell’establishment industriale, che ha il suo parallelo su questa sponda dell’Atlantico. Un sondaggio compiuto alla vigilia di Davos fra i top manager delle maggiori imprese europee (Ups Europe Business Monitor) rivela che per il 45% degli amministratori delegati l’ambiente è diventato la preoccupazione numero uno, ha il sopravvento sulla crescita economica. Il 60% ritiene che l’Europa dovrebbe affidare il suo futuro energetico a fonti rinnovabili come il sole, il vento, l’idrogeno.

La "conversione verde" dell’establishment capitalistico globale ha molte cause. Pesano la pressione delle opinioni pubbliche, dei consumatori e dei movimenti ambientalisti, oltre che la mole schiacciante di studi scientifici sui costi futuri del surriscaldamento climatico. Ma la molla finale che ha accelerato il cambiamento è quella a cui i chief executive sono più sensibili: il profitto. Si è imposta ormai la convinzione che le tecnologie verdi saranno un grande business del futuro, e i primi a capirlo saranno i più veloci a catturare opportunità e profitti.

La frusta della competizione ha funzionato, le imprese all’avanguardia nel business eco-compatibile hanno messo in difficoltà gli avversari. Il caso più lampante è la Toyota, la prima casa automobilistica ad avere sviluppato l’auto ibrida (motore misto a combustione ed energia elettrica che dimezza i consumi e quindi le emissioni). A lungo le case americane ed europee non ci hanno creduto, hanno snobbato l’auto ibrida come un prodotto senza mercato, al massimo una curiosità di nicchia.

Quest’anno la Toyota venderà 250.000 modelli di Prius ibrida. Da quando quel modello è stato introdotto il valore di Borsa della Toyota è cresciuto del 47%. Non solo grazie alla tecnologica ibrida, ma a una gamma complessiva dai consumi più bassi delle concorrenti, la Toyota quest’anno farà lo storico sorpasso sulla General Motors diventando la più grossa casa automobilistica mondiale. Dietro la Toyota si allunga la lista delle multinazionali che fanno dell’ambiente una priorità strategica.

Nokia, Ericsson, Motorola, Dell, sono all’avanguardia nel ritirare gratuitamente dai consumatori computer, telefonini e altri prodotti elettronici usati per riciclarli minimizzando le scorie tossiche nell’ambiente. La Philips e la Matsushita puntano su nuove lampadine e apparecchi elettrici che abbattono i consumi. La Shell investe nelle energie eolica e solare. Il più grande gruppo mondiale della distribuzione, la catena di ipermercati americani Wal-Mart - forse per riparare un’immagine macchiata dalle sue battaglie contro i sindacati - privilegia sistematicamente la vendita di prodotti non inquinanti e riciclabili.

Un altro gruppo della grande distribuzione, Marks&Spencer, fa marcia indietro rispetto al dogma della delocalizzazione: anziché comprare tutto made in China cerca di approvvigionarsi da produttori vicini ai suoi punti di vendita, per minimizzare l’inquinamento creato dal trasporto delle merci. La multinazionale anglo-olandese Unilever, numero uno mondiale dell’agroalimentare, investe nel Terzo mondo per diffondere l’agricoltura biologica e le coltivazioni che riducono i danni alla biosfera. Un numero crescente di imprese pubblica nei propri bilanci societari annuali un "rapporto di sostenibilità ambientale", che misura l’effetto della loro attività sulle emissioni carboniche e il clima del pianeta.

Il gruppo editoriale americano Time ha ricostruito passo per passo - dall’abbattimento degli alberi per la cellulosa fino all’edicola - l’impatto ambientale di ogni copia di giornale venduta. Questi sforzi non nascono solo da un capitalismo "illuminato" ma dalla consapevolezza che è meglio giocare d’anticipo, in vista di leggi e normative che diventeranno più severe. In America un ruolo lo hanno avuto Stati come la California e il Massachusetts che hanno imposto limiti all’inquinamento molto più severi di quelli graditi a Bush. E le soluzioni avanzate dal nuovo "capitalismo verde" sono ancora largamente insufficienti.

La crescita di Cina e India continua a essere alimentata da consumi energetici altamente inquinanti: le centrali termoelettriche a carbone costruite ex novo in Cina nel solo anno 2006 equivalgono all’intera produzione energetica dell’Italia. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia nel 2030 i carburanti fossili responsabili dell’effetto serra continueranno a fornire l’81% di tutta l’energia mondiale. Come unire gli sforzi del mondo intero per risolvere l’impatto energetico di "Cindia"?

Su questo terreno a Davos si attende l’intervento del cancelliere tedesco Angela Merkel. Dopo i risultati modesti e gli imbrogli del sistema di "commercio delle emissioni carboniche" applicato finora in Europa, la palla è nel campo dei governi. Alcuni chief executive del capitalismo globale stanno indicando la strada alle classi dirigenti politiche. E’ finita l’epoca in cui l’ambientalismo si auto-limitava presentandosi come un’ideologia pauperista, nemica dello sviluppo, e perciò inevitabilmente minoritaria.


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martedì 23 gennaio 2007
ore 10:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Usa, docenti e studenti alla guerra del plagio Un software per scoprire chi copia. Ma adesso i ragazzi lo usano contro i professori
di Massimo Gaggi

NEW YORK — Tempi duri, in America, per la «generazione copia e incolla». Quando arrivano nelle università, gli studenti vengono catechizzati, in primo luogo, sulle tecniche da seguire per redigere un lavoro accademico «corretto». E se vengono sorpresi a copiare saggi e tesi, le sanzioni, un tempo assai blande, sono ormai pesanti: sospensioni, nei casi più gravi espulsioni e, a volte, perfino la revoca della laurea. Il plagio in campo artistico o l’appropriazione indebita parziale o totale di testi altrui nelle accademie sono fenomeni vecchi come il mondo. Che per molto tempo non hanno fatto scandalo: Shakespeare ha tratto la trama di diversi lavori teatrali dalle opere dei suoi contemporanei, senza vedere intaccata per questo la sua fama. Anche le biblioteche universitarie sono state popolate per secoli di alacri ricopiatori di prose altrui. «Se copi un autore commetti un plagio, ma se ne copi molti fai una ricerca» è un vecchio adagio che rende bene il clima di tolleranza per un fenomeno a lungo considerato quasi fisiologico. Una tolleranza ancora diffusa in molti Paesi, dalle università italiane a quelle cinesi, ma non più in quelli anglosassoni dove — tanto nell’arte quanto nelle accademie — il 2006 è stato l’anno della lotta senza quartiere al plagio. Con una variegata coda di eccessi e situazioni grottesche.

PLAGI CELEBRI — Dan Brown è stato processato, ma è sopravvissuto all’accusa di aver copiato da un altro autore la trama del Codice da Vinci, mentre Kaavya Viswanathan, studentessa di Harvard e autrice di un romanzo di grande successo ( How Opal Metha Got Kissed, Got Wild and Got a Life) è stata messa alla berlina da tutta la stampa — fino all’umiliazione suprema del ritiro dell’opera dalle librerie deciso dall’editore — dopo che l’Harvard Crimson, il giornale del campus, aveva scoperto interi brani del libro copiati da una novella di Megan McCafferty. Mel Gibson è stato accusato da un registra messicano di aver copiato da un suo film del 1991 alcune scene della sua ultima opera, Apocalypto. Anche Bob Dylan è finito nel tritacarne per alcuni versi delle ballate del suo ultimo album ( Modern Times) quasi uguali a quelli di Henry Timrod, un poeta dell’800. Anche lo scrittore Ian McEwan si è preso, in Inghilterra, i suoi schizzi di fango, ma nel suo caso le accuse si sono rivelate pretestuose: spalleggiato da autori come John Updike, Thomas Pynchon e Martin Amis, è stato ben presto riabilitato. È andata peggio a William Swanson, amministratore delegato della Raytheon (elettronica militare): il suo libro nel quale spiega ai manager come diventare dei veri leader, ha venduto molto, ma quando si è scoperto che alcune delle sue 32 regole erano copiate da un manuale scritto da un ingegnere nel 1944, la Raytheon lo ha multato e gli ha ridotto lo stipendio. Tanta severità si spiega, almeno in parte, col culto della civiltà contemporanea per l’originalità, come spiega il giurista Richard Posner (giudice di corte d’Appello, docente della Chicago University e acuto osservatore della società americana) nel suo Piccolo libro dei Plagi pubblicato la settimana scorsa negli Usa. Posner nota che nei secoli scorsi non ci si scandalizzava per i plagi e nemmeno per fenomeni di segno opposto, come l’abitudine di Rembrandt di firmare come sue opere dipinte dai suoi assistenti: oggi finirebbe in galera per truffa.

COPIONI NELL’ERA DI INTERNET — Nelle università, però, il mutamento di clima ha a che fare soprattutto con l’avvento dell’era di Internet. Negli ultimi dieci anni i docenti hanno combattuto una battaglia impari: come individuare i lavori accademici degli studenti tratti da un web che offre milioni e milioni di pagine su mille argomenti? Le cose si sono ulteriormente complicate col diffondersi dei paper mill, vere fabbriche di tesine. In Gran Bretagna questo mercato vale 3-400 milioni di euro. Il sito più attivo, «Ukessays.com», ha 3500 specialisti che collaborano all’assemblaggio dei testi. In America vanno per la maggiore «Sparknotes.com» e «123helpme.com». Un fenomeno giudicato allarmante dagli atenei non solo per la sua diffusione (oltre un terzo degli studenti ammette spontaneamente di aver presentato almeno una volta un testo copiato come un lavoro originale), ma anche per il «salto di qualità» portato da Internet: un tempo per appropriarsi di un testo bisognava fare una ricerca in biblioteca e poi, nel copiarlo, bisognava per forza leggerlo. Oggi con Internet si fa tutto alla velocità della luce: basta un click, la lettura è un optional.

IL SOFTWARE ANTI COPIA E INCOLLA — Per un po’ le università hanno cercato di fare leva sulla moral suasion: iniziative come il «Center for Academic Integrity» della Duke University si stanno moltiplicando. Ma la vera svolta è arrivata un anno fa con l’introduzione sul mercato di software specifici anti «copia e incolla». È il caso di «Turnitin», il sistema più diffuso, basato su un algoritmo che confronta il testo presentato dallo studente con decine di milioni di tesine, articoli di giornale e testi accademici. Il servizio ha un costo (80 centesimi di dollaro per ogni studente iscritto) ma funziona bene. In molti istituti è stata una strage: ammonizioni a raffica e, come detto, anche qualche espulsione. All’Ohio University sono state addirittura revocate alcune delle 40 lauree in ingegneria basate su tesi rivelatesi totalmente copiate. In molte università, com’era prevedibile, gli studenti sono in rivolta: considerano l’uso di questi software una misura poliziesca, accusano i professori di partire da una presunzione di colpevolezza e sostengono che «Turnitin» viola i diritti di proprietà intellettuale degli studenti (i lavori analizzati finiscono automaticamente nel «database» della società). Alcuni degli atenei più blasonati hanno fin qui evitato di usare questi sistemi d’indagine, affermando di confidare nel senso di responsabilità degli studenti. Altri, come l’università del Kansas, hanno deciso di non rinnovare l’abbonamento a Turnitin, dopo il primo anno di sperimentazione. Ma si tratta di casi isolati: gli atenei che usano la tecnologica per combattere il «copia e incolla» tecnologico sono ormai centinaia. E non sempre gli studenti si ribellano. A differenza dell’Italia, dove il titolo di studio ha valore legale «a prescindere», negli Usa è il prestigio e la credibilità dell’insegnamento di un ateneo a dare valore alla laurea. Chi spende decine di migliaia di dollari per studiare nelle migliori università ha tutto l’interesse a evitare un’inflazione di laureati «scopiazzatori».

LA RIVOLTA DEGLI STUDENTI — Il rigore, però, a volte diventa rigidità e i richiami all’etica producono spesso la reazione risentita di studenti che non ci stanno ad essere gli unici accusati. Così, alla fine, sono finiti sotto accusa anche docenti e rettori. Gli studenti più intraprendenti hanno, infatti, cominciato a utilizzare il software antiplagio anche per analizzare i lavori accademici dei loro professori e i discorsi pubblici dei capi degli atenei. Ricerche che hanno fatto arrossire vari mostri sacri del mondo accademico. La vittima più illustre: il professore emerito di Stanford ed ex ministro degli Esteri, George Shultz. Invitato a tenere la Kissinger Lecture alla Biblioteca del Congresso Usa, Schultz ha pronunciato un discorso che si è rivelato in buona parte tratto da un articolo comparso sulla rivista dell’università di Yale. Peccato veniale, visto che l’autore è un collaboratore di Schultz, ma la regola di Stanford (mai usare lavori altrui senza citare la fonte) è ferrea: Schultz si è dovuto scusare.


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lunedì 22 gennaio 2007
ore 18:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



A più di 16 secoli dall’abolizione forzosa del paganesimo in Grecia, oltre 200 persone - tra cui diversi bambini - si sono radunate ieri ad Atene, davanti al tempio di Zeus, ai piedi della collina dell’Acropoli su cui si erge il Partenone. E per un’ora e mezza hanno innalzato inni e preghiere al padre degli dei dell’Olimpo





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lunedì 22 gennaio 2007
ore 13:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Le acque saliranno di sei metri. Così l’Italia con l’innalzamento dei mari"
di LUIGI BIGNAMI

MILANO - C’è una grande fetta d’Italia che rischia di sprofondare sotto il livello del mare se quanto affermano ricercatori americani dovesse realmente verificarsi. Oltre 4.500 chilometri quadrati di penisola, tra i più belli, potrebbero scomparire per sempre. La causa è ancora una volta il riscaldamento globale, il quale, come sottolinea il prossimo rapporto dell’ONU sul clima anticipato ieri da Repubblica, sembra inarrestabile.

Nel giro di un secolo o poco più tutte le aree ghiacciate dell’artico (quelle vicino al Polo Nord) potrebbero sciogliersi. Gli ultimi rilevamenti eseguiti dai satelliti della Nasa, infatti, dimostrano che lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia sta accelerando ad una velocità del tutto inaspettata. Secondo i ricercatori, se l’intera coltre di ghiaccio dovesse sciogliersi completamente il livello globale dei mari si innalzerebbe di 6 metri. Spiega Jianli Chen dell’Università del Texas (Usa): "Dai dati satellitari risulta che l’intera massa di ghiaccio che ricopre la Groenlandia si sta sciogliendo ad un tasso di circa 239 chilometri cubici all’anno, tre volte superiore a quanto ci saremmo aspettati".

Partendo da questi dati Jeremy Weiss dell’Università dell’Arizona, in collaborazione con il Servizio Geologico Americano, ha redatto varie carte interattive del pianeta in cui si possono osservare le aree che - con l’innalzamento dei mari - andrebbero via via scomparendo. Fino a considerare l’ipotesi peggiore, quella appunto dello scioglimento totale dei ghiacci groenlandesi.

L’Italia, in tal caso, ne verrebbe fortemente interessata. A rischio vi sarebbero le coste dell’alto Adriatico da Venezia fino a Grado e verso sud fin quasi a Rimini, mentre verso l’interno l’acqua potrebbe prendersi le terre fino a Ferrara. In Toscana sarebbero in pericolo le coste vicino Livorno e verso nord quelle di Tombolo fino all’Arno, l’acqua arriverebbe fino alla periferia di Pisa. Nel Lazio, Latina verrebbe sommersa e verso sud il mare ruberebbe gran parte delle coste prospicienti il Golfo di Gaeta.

Sul versante opposto, la Puglia vedrebbe inabissarsi Manfredonia e le coste che si snodano verso Barletta, mentre la Sardegna potrebbe dire addio alle coste del Golfo di Oristano, a parte della penisola del Sinis e allo Stagno di Cagliari.

Ovviamente l’entità del rischio è maggiore laddove esistono già problemi di subsidenza e di erosione o instabilità dei litorali. Problemi che riguardano soprattutto l’alto Adriatico e l’Alto Tirreno. Spiega Fabrizio Antonioli dell’Enea, che ha realizzato uno studio sul fenomeno: "L’innalzamento del mare nel nostro Paese non è causato solo dal riscaldamento globale, ma anche dall’abbassamento dei suoli, fenomeno evidente soprattutto al Nord e legato a complessi fenomeni geologici". Considerando tali fattori Venezia risulta la città a maggior rischio. Negli ultimi 100 anni è sprofondata di 23 centimetri, ma fino ad oggi l’azione dello scioglimento dei ghiacci dei pianeta è stata molto contenuta.

L’aumento del livello del Mediterraneo porta anche ad un altro problema: l’infliltrazione salina nelle falde acquifere che rischia di compromettere le risorse idriche soprattutto in Puglia e Sicilia. A rischio non è solo la disponibilità di acqua potabile, ma anche l’irrigazione: utilizzando acqua salata per irrigare i campi si favorisce la desertificazione.

Il lavoro dell’Università dell’Arizona ha messo in luce molte altre aree del pianeta che potrebbero scomparire con una risalita di 6 metri del livello marino. In Europa, Olanda e Germania vedrebbero il mare entrare nel loro territorio per decine di chilometri. La Florida sarebbe costretta ad evacuare milioni di persone perché ne scomparirebbe quasi un terzo.

Scomparirebbero le aree asiatiche dalle foci del Gange e dell’Indo e molte aree della Nuova Guinea, per non parlare delle numerosissime isole coralline degli oceani. Ma per queste non è necessario attendere che il mare si alzi di 6 metri: per molte, infatti, la fine si avrebbe anche con un innalzamento di soli 50 centimetri.


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lunedì 22 gennaio 2007
ore 13:00
(categoria: "Vita Quotidiana")



Certi capivano il jazz
l’argenteria spariva…
ladri di stelle e di jazz
così eravamo noi, così eravamo noi

Pochi capivano il jazz
troppe cravatte sbagliate…
ragazzi-scimmia del jazz
così eravamo noi, così eravamo noi

Sotto le stelle del jazz,
ma quanta notte è passata…
Marisa, svegliami, abbracciami
è stato un sogno fortissimo…

Le donne odiavano il jazz
“non si capisce il motivo”
du-dad-du-dad

Sotto le stelle del jazz
un uomo-scimmia cammina,
o forse balla, chissà
du-dad-du-dad

Duemila enigmi nel jazz
ah, non si capisce il motivo…
nel tempo fatto di attimi
e settimane enigmistiche…

Sotto la luna del jazz…


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lunedì 22 gennaio 2007
ore 11:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Una società ferma dove incombe il mito di Faust
di ILVO DIAMANTI

PER accorgersi di quanto siamo invecchiati bisogna uscire dal nostro Paese. Non è necessario cambiare continente. Basta recarsi ad Est, nei Paesi della nuova Europa. E guardarsi intorno. Una folla di bimbi. E di giovani "veri". Allora ci sentiamo vecchi. Altrimenti, chiusi nel nostro mondo, i criteri per misurare il tempo biografico tendono a sfumare. Si perdono. Così, si invecchia senza ammetterlo.

Mentre, parallelamente, si "istituzionalizza" la giovinezza, come una condizione permanente. "Per sempre giovani". Il mito faustiano incombe. Assai più che una conquista, evoca una minaccia. Peggio: una condanna. Lo suggerisce l’Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, presentato oggi su Repubblica. A un primo sguardo, infatti, colpisce che il 35% degli italiani, con più di 15 anni, si definiscano "adolescenti" (5) oppure "giovani" (30). Mentre nella stessa popolazione coloro che hanno meno di trent’anni non superano il 20%. Peraltro, solo il 15 % si riconosce "anziano". Anche se il 23% della popolazione ha più di 65 anni.

D’altronde, da noi, quasi nessuno "ammette" la vecchiaia. Che, secondo il giudizio degli italiani, come mostra un’indagine condotta pochi anni fa (settembre 2003, Demos-Eurisko), comincerebbe solo dopo gli 80 anni. In coincidenza con l’aspettativa di vita. In altri termini, in Italia, si "diventa" vecchi solo dopo la morte.

Gli italiani. La gioventù, secondo loro, finisce dopo i 35 anni. Però, più invecchiano e più si sentono (e si dicono) giovani. La giovinezza, infatti, per coloro che hanno più di 45 anni, finisce a 40 anni. D’altra parte, non si percepiscono più le fratture chiare di un tempo, quando i cicli di vita erano separati nettamente da riti di passaggio condivisi. Il matrimonio, il lavoro, l’autonomia residenziale. Perlopiù, coincidevano.

Perché occorreva avere un lavoro, per potersi permettere una famiglia e una casa. Crescere, superare la soglia della giovinezza: costava sacrifici e conflitti. Perché significava "liberarsi", guadagnarsi l’autonomia; anzitutto dai più anziani. I padri, i nonni.

Per contrasto con il presente, rammentiamo una ricerca condotta nel 1954 in Veneto (in P. Allum e I. Diamanti, 50/80, vent’anni, Ed. Lavoro, 1986). Oltre 1000 questionari rivolti ai giovani dalle associazioni del mondo cattolico. Poche domande, semplici, seguite da alcune righe, a cui gli intervistati potevano reagire liberamente. Oggetto: i comportamenti, le attese, le opinioni dei giovani. Un disoccupato di 21 anni di Gambellara (non lontano da Vicenza), nella sezione dedicata alla famiglia, risponde quanto segue.

D: Come ti trovi in famiglia? R: Male. D: Come ti trovi con tuo padre. R: Bene. D: Con i fratelli? R: Bene (la madre e le sorelle non erano considerate; contavano ancora poco e non minacciavano l’"integrazione" sociale). D: Problemi? R: Io e la mia famiglia, desideriamo immensamente dividerci e stabilirci con la nostra famiglia per conto nostro ma non possiamo, perché il nonno ci costringe a vivere tutti insieme, per via della campagna. D: Come pensi di migliorare i problemi familiari? R: Aspetto che muoia il nonno.

Sono passati oltre cinquant’anni, da allora. Oggi, i nonni possono vivere tranquilli; come i genitori; perché i figli non hanno intenzione di andarsene da casa anzitempo. Solo l’12% degli italiani, infatti, pensa che il passaggio alla vita adulta avvenga quando si va a vivere "in una casa diversa da quella dei genitori". Mentre per il 20% coincide con il "matrimonio o con la convivenza stabile". Per diventare adulti contano di più il lavoro stabile (26) e, soprattutto, la nascita di un figlio (31). D’altronde, tanto il lavoro stabile quanto la nascita di un figlio appaiono, entrambi, eventi rari.

Sembra quasi che la società si sia predisposta a un destino di precarietà lunga e indefinita. Che non riguarda più un passaggio specifico della vita. La gioventù come fase di apprendimento, durante la quale è normale "provare". Sospesa fra anticipazione del futuro e ancoraggio al presente. E’ difficile immaginarla ancora così, visto che l’instabilità è divenuta regola. Mancano riferimenti di valore. Autorità dotate di autorità. Il lavoro, le relazioni, gli affetti. Sono instabili un po’ per tutti.

Se l’incertezza è la prerogativa della gioventù, insomma, oggi siamo tutti giovani. D’altra parte le mode, gli stili di vita, mimano la giovinezza eterna. L’abbigliamento giovane, la musica giovane. E poi i trapianti tricologici, i trattamenti estetici, il fitness a ogni costo e a ogni età, il botulino per tutti, il lifting e la liposuzione. Per combattere l’età, fermare il tempo (Berlusconi docet).

Così, non dobbiamo sorprenderci troppo se l’87% degli italiani condivide l’affermazione che nel nostro Paese "i giovani dovrebbero avere più spazio nelle posizioni di responsabilità". Gli italiani invocano maggiore spazio per i giovani perché si sentono tutti giovani.

D’altronde, lo specchio offerto dalle figure più rappresentative, in Italia, riflette l’immagine di un Paese in cui il tempo si è fermato. Per assurgere alla carica di Presidente della Repubblica occorre avere almeno 80 anni; dieci di meno per guidare il governo oppure l’opposizione. E i "delfini", le "eterne promesse" che premono, per rimpiazzare Prodi e Berlusconi, hanno l’età di Blair. Oggi, che è a fine corsa. Lo stesso vale per i posti di maggior potere: nell’editoria, nella finanza, nelle organizzazioni economiche.

All’Università. Dove, mediamente, i ricercatori hanno più di quarant’anni e i professori ordinari circa sessanta. Questa è l’immagine riflessa dallo specchio "pubblico". E suscita la sensazione, insopprimibile, di un Paese dove si diventa adulti sempre più tardi. Ma non si invecchia. Perché non c’è ricambio. Circolazione sociale. Perché sono invecchiati tutti. Tutti quelli che contano, che fanno opinione. Quelli che decidono.

Paradossalmente, ma non troppo, in questa società, protesa all’eterna giovinezza, si assiste alla progressiva eclissi dei "giovani" veri, anagraficamente (fra 15 e 24 anni). Osservati, dagli adulti, con un misto di apprensione e malcelato fastidio. Ritenuti, rispetto al passato, più incerti, infelici. Più soli. Ma anche più viziati. Le parole maggiormente usate per definirli (catalogate e analizzate da Natascia Porcellato, di Demos), dalle persone intervistate in questo sondaggio, evocano una generazione "spensierata" e "irresponsabile". Probabilmente: spensierata perché irresponsabile. Visto che larga parte degli italiani pensa che i figli non riusciranno a mantenere la posizione sociale raggiunta dai genitori. I più convinti, al proposito, sono proprio i genitori.

La nostra società, in altri termini, soffre di una sindrome da eterno presente. Guarda con nostalgia il passato e con paura il futuro. Per cui sta ferma. Impiantata nell’immediato, che dilata all’infinito. Gli adulti, gli anziani: scacciano dal proprio orizzonte i "giovani più giovani", perché ne hanno paura. In quanto rammentano loro quanto siano (siamo) divenuti vecchi. I giovani più giovani. Costretti ai margini. Precari. Ma, al tempo stesso, protetti. In libertà vigilata. Perché viaggiano spesso, studiano lontano da casa. Ma poi ritornano. Controllati, a ogni passo, complici i telefonini. Ostaggi di un presente senza certezze. Salvo il fatto che non ci sono certezze, per loro. E non possono neppure augurarsi - come quel contadino ventunenne di Vicenza, cinquant’anni fa- la morte del nonno, per liberarsi. Perché i nonni, per fortuna, vivono sempre più a lungo. Sempre più soli. E non tengono prigioniero nessuno. Perché loro, i giovani, sono coccolati come ninnoli. Protetti e controllati. Si libereranno quando avranno raggiunto l’età dei loro genitori. Quando saranno troppo vecchi per accettare di essere invecchiati.


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