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e non voglio dimenticare.

STO ASCOLTANDO

L’integrale delle opere per organo di Bach suonate da Simon Preston.

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ORA VORREI TANTO...

eh, cazzo, sì.

STO STUDIANDO...

Appunti per lezioni, libri adottati e collaterali, e-mail di allievi e di colleghi, regolamenti di condominio e estratti conto.

OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare
2) veder morire la goliardia
3) Essere beccati dall'autovelox due volte nella stessa sera!!!
4) i siti ottimizzati per explorer

MERAVIGLIE


1) insegnare
2) ...Trovare il semaforo verde alla Stanga
3) Svegliarsi con la convinzione che sia ora di alzarsi, guardare la sveglia ed accorgersi che invece mancano due ore...
4) la sicurezza che c'è qualcuno sempre disposto a ascoltarti e crederti.
5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela



(Thanks Sanja, anche se lo preferirei senza "d" eufonica)

Mi piace che il mio blog sia un porto franco,
riposo per il navigante stanco,
finestra da cliccare rilassati
e a volte, forse, un po’ disimpegnati;

se pure qualche giorno resta in bianco,
non sono io che della voglia manco:
viviamo infatti in tempi concitati,
non sempre si può stare collegati.

Ma in quello che ci scrivo, sono vero:
scrivo di getto, scrivo senza ingegno
sia ai nomi noti, sia agli sconosciuti;

se mi si lascerà, passando, un segno,
che il commento lasciato sia sincero,
amici e ospiti: siete i benvenuti.




Le mie rubriche:


Sono benvenuti suggerimenti, segnalazioni, insulti gratuiti.
E, se non fosse che le musichine di sottofondo dei blog mi danno l’orticaria, qui ci sarebbe questa.





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lunedì 18 agosto 2003 - ore 16:18


Tower Bridge
(categoria: " Pensieri ")




Domanda che ogni tanto mi torna in mente dall'ultimo mio viaggio a Londra: ma chi è stato quel fulminato di guerra che ha pensato di dipingere di azzurrino le rifiniture del Tower Bridge? Già tolleravo a malapena il rossobiancoblù di prima (immagino comunque che non fossero riusciti a concepire niente di meglio per festeggiare i 25 anni di regno di Elisabetta), ora sembra proprio fatto con il Lego!

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domenica 17 agosto 2003 - ore 18:39


Il bacio
(categoria: " Pensieri ")



"Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto
Un poco più da presso, un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo roseo messo tra le parole
't’amo'; un segreto detto sulla bocca, un istante
d’infinito che ha il fruscio di un’ape tra le piante,
una comunione che ha gusto di fiore,
un mezzo di potersi respirare un po’ il cuore
e assaporarsi l’anima a fior di labbra...
" (Edmond Rostand)

"Scusatemi, mentre bacio il cielo!" (Jimi Hendrix)

"Ognuno ha i suoi gusti, come disse Morris quando baciò la vacca." (Joyce)

Secondo voi, stanno parlando tutti della stessa cosa?

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venerdì 15 agosto 2003 - ore 18:23



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri ero venuto in studio in bicicletta. Mentre stavo tornando è ricominciata la pioggia e me ne sono presa una bella rata... mi sono sentito sollevato, felice, in pace con il mondo. Non avrei mai detto di essere infastidito dal caldo al punto da vivere questi temporali come un vero e proprio sollievo!

I'm singing in the rain,
just singing in the rain
What a glorious feeling
I'm happy again

I'm laughing at clouds
so dark up above
The sun's in my heart
and I'm ready for love

Let the stormy clouds chase
everyone from the place
Come on with the rain,
I've a smile on my face

I'll walk down the lane
with a happy refrain
Just singing,
singing in the rain


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giovedì 14 agosto 2003 - ore 17:31



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Acqua, pioggia, fresco, finalmente!

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mercoledì 13 agosto 2003 - ore 17:11



(categoria: " Pensieri ")


Ho appena finito di leggere "la doppia vita di M. Laurent", il secondo romanzo di Santo Piazzese. Costui è un biologo ricercatore all'università di Palermo che, a tempo perso, si diletta di scrittura (cosa che, per quello che può valere il mio giudizio, mi pare gli riesca neanche malaccio). Il libro è un giallo in cui Lorenzo la Marca, anche lui biologo universitario, si improvvisa per la seconda volta detective su un'"ammazzatina" nella quale si imbatte più o meno per caso.

Trattandosi di gialli scritti da siciliani, il pensiero va spontaneamente a Camilleri. Già uno ci pensa da solo al primo romanzo, poi provvede anche l'autore scrivendo di un improbabile dialogo telefonico fra il "suo" commissario Spotorno (amico del protagonista) e un "collega della costa sud, tale Montalbano". In ogni caso, basta dare un'occhiatina su Google per vedere che molti critici hanno definito Piazzese un "anti-Camilleri". È forse più triste constatare che le ragioni per le quali altri paragonano i due autori siano quelle più ovvie: Spotorno è un integrato sposato monogamo con prole, contrapposto all'apocalittico Montalbano, single impenitente; Piazzese scrive in italiano (anche se la contaminazione Camilleriana mi incanta decisamente nella quasi totalità delle pagine).

Io sono stato colpito da un'altra cosa. La concezione della realtà che trasuda dalle pagine di Camilleri è quella di un mondo in cui le anime pure, a patto di darsi abbastanza da fare, riescono a trovare la strada in situazioni improponibili e a risolvere casi spaventosamente intricati. I casi di Piazzese, invece, si risolvono quasi da soli; anzi, l'intervento del detective di turno ha spesso l'effetto di aumentare il livello di confusione e di introdurre delle variabili impazzite in situazioni che, nel bene o nel male, avrebbero trovato un loro equilibrio. Insomma, mi sembra quasi la contrapposizione tra il concetto della vita cattolico ("la merda capita, amen") e quello calvinista-luterano ("la merda non capiterà a me se mi impegno abbastanza" - confronta LINK).

Questa contrapposizione sta scorrazzando allegramente per la mia testa. Ha senso impegnarsi tanto per cercare di guidare gli eventi verso quello che crediamo meglio per noi e per le persone a cui vogliamo bene? Tutto sommato mi sembra di propendere sempre per il sì. D'altra parte, nonostante la legge di Murphy che recita "lasciate a sé stesse, le cose tendono a andare di male in peggio", forse a volte vale la pena di lasciarle andare, riservandosi di intervenire proprio se non se ne può fare a meno. In generale, ho l'impressione che in queste situazioni sia inutile cercare di dare una risposta categorica. Sembrerebbe sempre di essere sbrigativi, di aver dimenticato qualche pezzo per strada e di correre un rischio troppo grosso di sbagliare. Mah.

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lunedì 11 agosto 2003 - ore 15:42



(categoria: " Pensieri ")


Ti sono servite mille precisazioni, mille distinzioni, mille discorsi preparatori per riuscire a arrivare vicina (vicina, eh, mica a dire direttamente!) a qualcosa che avevo capito una buona mezz’ora prima che iniziassero i discorsi preparatori, le distinzioni e le precisazioni.

Tra le altre, hai buttato lì che forse ti sbagliavi. Ebbene sì, è proprio così. Hai sbagliato a saltare verso conclusioni che erano decisamente troppo distanti per poter essere raggiunte. Hai sbagliato a credere di avere visto qualcosa dentro di me quando, forse, non avevi guardato bene neanche dentro te stessa.

Ancora mi chiedo che cosa ti abbia messo in quello stato d’animo. Non posso saperlo, né sicuramente ce la farò mai se non me lo vorrai dire tu. Continua a ronzarmi in testa un pensiero: che a volte forse si scambiano le proprie paure per desideri e i propri desideri per paure. Ma chissà, forse questa volta sbaglio io. In ogni caso, se vorrai, mi trovi qui contento di parlarne, amica mia. Senza bisogno di precisazioni, di distinzioni e di discorsi preparatori.


Ticking away the moments that make up the dull day
You fritter and waste the hours in an off hand way
Kicking around on a piece of ground in your home town
Waiting for someone or something to show you the way

Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain
You are young and life is long and there is time to kill today
And then one day you find that ten years have got behind you
No one told you when to run, you missed the starting gun

And you run and run to catch up with the sun, but it’s sinking
And racing around to come up behind you again
The sun is the same in a relative way, but you’re older
Shorter of breath and one day closer to death

Every year is getting shorter, never seem to find the time
Plans that either come to naught or a half page of scribbled lines
Hanging on in a quiet desperation is the English way
The time is gone the song is over, thought i’d something more to say


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venerdì 8 agosto 2003 - ore 12:33



(categoria: " Pensieri ")


Quando crediamo di accettare un compromesso, lo facciamo sul serio? Lo viviamo come una modifica delle reciproche convinzioni per amore di convivenza e civiltà o solo come una temporanea rinuncia nell'attesa (o anche soltanto nella speranza) che le condizioni cambino e che il nostro primo proposito si possa realizzare senza modifiche? Il compromesso, insomma, esiste davvero o è soltanto un nome che diamo al nostro opportunismo? E perché sto scrivendo soltanto domande? Forse perché oggi le mie certezze vacillano? E se anche mi sembra che non sia così, potrebbe essere così lo stesso? Comunque, tornando al compromesso, avendo l'impressione che qualcuno stia accettandone uno soltanto come temporanea rinuncia, bisognerebbe farglielo notare oppure fare il tifo perchè effettivamente le condizioni cambino? E poi, avete notato che anche quest'ultima era una domanda?

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giovedì 7 agosto 2003 - ore 16:37


Immondizia
(categoria: " Riflessioni ")



Ogni tanto, soprattutto in occasione di avvenimenti che riguardano qualche discarica, i media tornano a suonare la carica sul problema dell'immondizia. Infallibilmente colgono l'occasione per ricordarci che ogni italiano produce seicento kilogrammi di immondizia l'anno. Anche se mi verrebbe sempre voglia di farlo, lascio perdere tutte le solite precisazioni sulla statistica e i relativi paradossi: ci hanno già pensato egregiamente Trilussa e Twain con le storie dei polli e della lunghezza del Mississippi.

Prendiamo allora il dato per buono e parliamo, piuttosto, di quel "produciamo". Io ho un altro concetto di produzione: "produrre", secondo me, significa impiegare del lavoro per trasformare delle materie prime, più o meno grezze, in un prodotto finito il cui valore è superiore a quello dei materiali di partenza. Chi "produce" qualcosa, lo fa in genere con lo scopo di guadagnarci qualcosa, vendendo questi prodotti finiti a un prezzo superiore a quello che ha pagato per le materie prime e i costi di produzione (e spesso anche superiore al loro vero e proprio valore, ma anche questa è un'altra storia). Nel caso delle immondizie che -- secondo questi criminali di guerra che si definiscono giornalisti e/o politici -- io "produco", invece, le cose non vanno così. Secondo il mio punto di vista, quello che succede alle mie immondizie (che, ricordiamolo, visto che nella mia famiglia siamo in quattro più un cane -- anche se non è chiaro in quale misura quest'ultimo possa contribuire al totale -- ammontano a circa due tonnellate e mezzo l'anno, circa sette kili il giorno) è più o meno questo:

1. gran parte delle mie immondizie (praticamente tutte, se si escludono i resti della pulitura delle verdure e gli avanzi del cibo) è materiale già lavorato -- cioè, già prodotto -- da altri. L'unica ragione per cui questi materiali sono in casa mia è che sono stati utilizzati (si badi bene, da qualcun altro, non da me!) come contenitori di prodotti che io ho acquistato: cibi, vestiti, carta igienica, birra, sigarette. La produzione di questi articoli, a sua volta, non è per me fonte di guadagno; anzi, sono io la fonte di guadagno per i rispettivi produttori;

2. i materiali di cui sopra sono oltretutto ricavati secondo meccanismi tutt'altro che banali: carta o cartone (derivati dalla macerazione del legno), plastiche o polimeri vari (derivati dalla chimica del petrolio), metalli, vetri o ceramiche (e neanche questi crescono spontanei in natura). È pertanto ovvio che chi li ha prodotti ci abbia guadagnato e che, visto che l'utente finale di questi prodotti (volente o nolente) sono io, anche questo guadagno provenga in ultima analisi dal mio portafoglio;

3. se potessi scegliere, probabilmente farei volentieri a meno di tutto questo (non riesco a considerare la vaschetta di polistirolo una parte essenziale del gorgonzola, né la copertura di cartone una parte integrante della confezione di uova) e probabilmente riuscirei anche a risparmiarci qualche centesimo qua e là. Non avendo scelta, invece, io e i miei familiari siamo costretti a acquistare questi materiali e portarli a casa, al terzo piano, senza ascensore (due tonnellate e mezzo l'anno, lo ricordo). Forse non è immediato capire se anche questo mi costi del denaro; sicuramente, però, portare due tonnellate l'anno a otto metri d'altezza richiede l'impiego di energia che in qualche modo devo reintegrare nel mio organismo. Per quanto poco possa essere, insomma, ho il sospetto che anche questa fase avvenga a mie spese;

4. non contento di essermelo portato a casa, devo poi riportarlo in strada, con altro dispendio di energie e quindi di denaro;

5. una volta arrivato in strada, non posso ancora dire di avere smesso di pagare. A questo punto, infatti, devo iniziare lo slalom speciale: si tratta di un tipo molto particolare di sport, dove non vinco nessuna medaglia se sono bravo ma dove se sbaglio a infilare una bandierina devo ancora pagare, questa volta delle multe. Devo infatti stare attento a mettere la carta tra la carta (ma guai se non tolgo la finestrella di plastica dalle buste e se per sbaglio mi ci cade dentro l'imballaggio di nylon delle pubblicità!), l'umido tra l'umido (e guai se per caso ci infilo dentro un cartone del latte!), il secco nel secco (e guai se per caso ci ho lasciato cadere un pomodoro marcio!), il vetro con il vetro (ma senza tappi, mi raccomando; anzi, bisognerebbe pure lavare per bene i vasetti e le bottiglie, prima, in modo da rendere tutto proprio pulito e puro). Anche questo, sospetto, ha una ricaduta in termini di energia e quindi, ancora una volta, di denaro;

6. infine, dopo aver sborsato soldi per fare produrre cose che non volevo, per comperarle, per portarle a casa e riportarle in strada con cautela, veniamo premiati dal comune che ci concede gentilmente di pagare la tassa sui rifiuti.

Sento raccontare dai miei genitori che quando erano giovani (si parla di non più di 50 anni fa, la guerra era già finita) andavano a fare la spesa per le rispettive madri. Quello che compravano non aveva una confezione, ma veniva avvolto in fogli di carta (assorbente, oleata, a volte addirittura pagine di vecchi giornali) che poi finivano nella stufa a legna, sulla quale si faceva cucina e che serviva per riscaldare parte dell'appartamento. In qualche modo, insomma, parte di questi materiali superflui diventava un guadagno, seppure piccolo, per la famiglia che li portava a casa. Ora la "cucina economica" è sempre meno diffusa nelle case (il nostro appartamento non ha nemmeno il foro per il camino di una stufa) e ho comunque il vago sospetto che se qualcuno ci vedesse tentare di bruciare gli involucri che siamo obbligati a comperare ai nostri giorni, nessuno ci toglierebbe un bel procedimento a carico per emissioni moleste.

Forse mi sbaglio ma credo che con un po' di buon senso, rivolgendosi a persone specializzate (non certo ambientalisti che proibiscono la costruzione di centrali idroelettriche per non disturbare le rane della valle, penso piuttosto a ingegneri, scienziati dei materiali o chimici) sarebbe possibile arginare notevolmente il problema. Si potrebbe, per esempio,

1. tornare all'uso di involucri riutilizzabili, non semplicemente riciclabili, come per esempio le bottiglie di vetro "a rendere";

2. la riduzione al minimo degli involucri che circondano i prodotti. Non serve una vaschetta per il formaggio, basta un foglio di carta per alimenti. Non serve coprire il contenitore delle uova con un foglio di cartone colorato e incollato: il contenitore stesso è già sufficiente e sovrabbondante;

3. la riduzione della diversificazione chimica dei materiali di cui questi involucri sono fatti: evitare di usare lattine di alluminio con il coperchio di plastica, l'etichetta di carta e le scritte in tre inchiostri diversi, il tutto in uno scatolone di cartone;

4. in ogni caso, usare materiali biodegradabili o facilmente pirolizzabili senza emissioni nocive (diossina, atrazina e simili), studiando anche la possibilità di eliminare questi materiali in casa senza doverli raccogliere in puzzolenti e nocive discariche.

Certo, anche questo ha i suoi problemi. Il vuoto a rendere è sparito negli anni 70; sapete perché? Non lo so neanche io, ma ho un sospetto: chi produce birra e la commercializza in bottiglie a rendere deve prendersi carico non solo della distribuzione del suo prodotto finito (dalla fabbrica ai centri di distribuzione) ma anche del trasporto dei vuoti dal centro di distribuzione alla fabbrica e al relativo lavaggio. Una cosa del genere, insomma, sarebbe una spesa per il produttore. Se il vuoto è a perdere, invece, la spesa per le aziende è più contenuta; poco importa che ogni cittadino butti via ogni settimana kili e kili di vetri di vari colori, prima di recuperare i quali è necessario l'impiego di macchinari, solventi e procedimenti complicatissimi. Ancora una volta, insomma, torniamo alla stessa conclusione: la ricerca di incrementare il profitto da parte di chi ha già un enorme profitto si ripercuote in una diminuzione del potere di acquisto da parte di chi ha un profitto molto minore e in un danno per l'ambiente, che pure dovrebbe appartenere a tutti.

Credo, insomma, che ci sia qualcosa di sbagliato. Non è tanto il fatto che mi sento obbligato a spendere il mio denaro per qualcosa che vorrei evitare; un po' ci sono abituato e un po' mi rendo conto che, se badassi a questo, dovrei probabilmente passare arrabbiato ogni minuto della mia esistenza da sveglio. Il problema sta più che altro nel fatto che qualcuno stia cercando (o si stia illudendo) di riuscire in un'impresa riservata fino a poco fa solo agli scarabei stercorari, agli avvoltoi e a qualche altro animale poco gradevole: quella di ricavare nutrimento dall'immondizia degli altri. Quando penso che tutto questo avviene a spese di un mondo che rischia di scoppiare ogni giorno di più, non riesco a capire come tutto questo possa essere chiamato progresso e civiltà.

SILOS
Elio e le Storie Tese

Sappiamo che il nostro organismo
secerne svariate sostanze,
ma il loro utilizzo ancora ci è ignoto
per la nostra scarsa nozione del cosmo,
per la nostra scarsa nozione del corpo,
a causa del fatto che misconosciamo
le varie funzioni cui esso è preposto e perché.

Diciam che la cacca fa schifo,
ma ciò non è un dato oggettivo:
siam condizionati in questo giudizio
dal mondo rotondo che gira, che gira,
che gira, che gira, che gira, che gira
e che mai si fermerà.

Son tante le cose segrete
dal nostro organismo secrete

Ci sono i capperi, il muco,
le cacche delle ciglia,
il catarro, il sudore,
lo sporco in mezzo alle dita dei piedi.

Il tartaro, il pus, il bianco della lingua,
la formaggia, il cerume,
il mestruo, la pipì e la pupù.

E allora cantiamo in coro,
cantiamo in coro, cantiamo in coro:

Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo;
Voglio un silos, sì lo voglio un silos,
sì lo voglio per l'umanità.

I dati di cui disponiamo
ci dicono che nel futuro
le fonti di cibo più scarse saranno
per l'uomo che vive nel mondo rotondo
che gira, che gira, che gira, che gira
e che mai si fermerà.

E allora ricorso farà
a ciò che egli secernerà,
e un silos d'amor riempirà.

Serbando i capperi, il muco,
le cacche delle ciglia,
il catarro, il sudore,
lo sporco in mezzo alle dita dei piedi.

Il tartaro, il pus, il bianco della lingua,
la formaggia, il cerume,
il mestruo, la pipì e la pupù.

E allora cantiamo in coro,
cantiamo in coro, cantiamo in coro:

Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo;
voglio un silos, sì lo voglio un silos,
sì lo voglio per l'umanità.

Voglio un silos, sì lo voglio un silos
per riporvi i frutti del mio corpo;
Voglio un silos, sì lo voglio un silos,
sì lo voglio per l'umanità.

Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.
Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.
Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.
Le sostanze dal corpo secrete
oggigiorno non sono più segrete.



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lunedì 4 agosto 2003 - ore 15:29



(categoria: " Pensieri ")


Una barzelletta veloce veloce, giusto per non lasciare orfano di aggiornamenti il mio povero blog che sto trascurando un po' troppo ultimamente:

Un uomo afflitto da una tosse convulsa è da diversi giorni in cura da un medico. Quando si presenta nello studio per una visita di controllo il dottore esordisce:

-- Comunque sento che oggi tossisce molto meglio!

-- E ci credo, dottore, -- risponde l'uomo, -- è tutta la notte che mi alleno!

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giovedì 24 luglio 2003 - ore 15:15


La sincerità
(categoria: " Riflessioni ")



Il corteggiamento è una genialata. È quella cosa per cui tu cerchi di tirare fuori il meglio di te -- spesso bluffando clamorosamente -- nascondendo in modo assolutamente goffo e maldestro i lati più spigolosi del tuo carattere, il tutto a esclusivo vantaggio di una persona che finge di prendere il tutto con indifferenza e spesso fa la stessa cosa. È quella cosa per cui due persone fingono di non volere qualcosa che in realtà vogliono, raccontando favole a sé stesse e alla controparte. L'una e l'altra persona sono sgamabilissime, ma entrambe fanno finta di non rendersene conto e di non accorgersi di quello che dall'altra parte si nasconde.

In fondo, però, si tratta semplicemente del sublimato corrosivo del modo in cui quasi tutti gestiscono i rapporti tra persone. Diplomazia e ipocrisia, così come sensibilità e falsità, fanno soltanto rima: confonderli (come tante persone a volte fanno) è uno dei più grossi crimini che si possano commettere contro il genere umano. Ammettere i propri torti, riconoscere i propri difetti, esporre le proprie debolezze sono cose difficili; credo però che siano anche cose che più di molte altre fanno davvero grande una persona. Sbagliare non vuol dire essere peggiori degli altri, avere difetti non vuol dire essere disprezzabili, essere vulnerabili non vuol dire essere falliti: anche se ci fossero persone il cui unico interesse nella vita quello di sopraffarci, questo non dovrebbe autorizzarci a pensare alla vita come a una lotta nella quale alla fine della giornata ci sono vincitori e vinti.

A guardare bene, gli odi più grandi che mi sono trovato a fronteggiare nascevano proprio dalla mia forte volontà di ribellarmi a questo gioco, di voler vivere la mia vita con sincerità e piena consapevolezza di tutti i lati del carattere, non solo mio ma anche delle persone con cui ho a che fare. Ci sono persone che non sopportano di ammettere che qualcuno possa capire delle verità che loro vogliono tenere nascoste anche a sé stesse: se questo accade, quel qualcuno è una persona a cui voler male. Io invece scopro di essere grato a decine di persone che, nel corso della mia vita, mi hanno coperto di critiche e insulti motivandoli in modo tanto incontrovertibile da lasciarmi come unica possibiltà quella di abbassare la testa e accettarli. A volte, queste critiche e questi insulti nascevano da difetti miei che io nemmeno sapevo di avere: verso quelle persone la mia gratitudine è ancora più grande, perché mi hanno permesso di conoscermi meglio e di maturare.

In questo modo sono diventato quello che sono. Quello che sono mi piace: per questo non ho paura a mostrarlo. Quello che vedete è quello che sono. Come le Alfa: senza filtro. In fondo, ognuno ha il pieno diritto di coltivare la sua infelicità come meglio crede: per questo, io ho deciso di cercare di togliere alla mia tutto il nutrimento che posso. È perfettamente legittimo che tutto questo non vi piaccia; se volete spiegarmi perché, siate i benvenuti. In ogni caso, senza rancore.

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