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MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...


"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte soltanto." Edgar Allan Poe

"Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..."
Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

"Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita." W. Kandinsky

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove." F. Pessoa da Poesie inedite




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mercoledì 17 maggio 2006 - ore 09:07


Cosa sta per diventare il mondo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Riassuntino: questo è un libro a puntate, un saggio sull’arrivo dei barbari. Esce ogni tanto su questo giornale, in mezzo a tutto il resto del mondo. Se qualcuno ne perde una puntata, e questo gli spiace, può sempre recuperarsela in rete. Per adesso sono ancora alla prima pagina, cioè quella in cui si mettono le epigrafi. Ne ho già staccate due. Adesso si tratta di vedere la terza. La terza la devo a Walter Benjamin. E qui, una parentesi si impone.

Walter Benjamin, lo dico per quelli che non lo conoscono, era tedesco (per cui, perfavore, non si pronuncia Bengiamin, come se fosse vissuto in Connecticut). Nato a Berlino nel 1892, morto 48 anni dopo, suicida. Di lui si potrebbe dire che è stato il più grande critico letterario della storia della critica letteraria. Ma sarebbe riduttivo. In realtà era uno che studiava il mondo. Il modo di pensare del mondo. Per farlo, usava spesso i libri che leggeva, perché gli sembravano una porta d’accesso privilegiata alla mente del mondo. Ma in realtà sapeva usare, altrettanto bene, qualsiasi altra cosa: che fosse la magia della fotografia, o le pubblicità dei reggiseni, o la topografia di Parigi, o quel che la gente mangiava.

Scriveva molto, in maniera quasi ossessiva, ma non gli riuscì praticamente mai di confezionare un bel libro, completo e compiuto: quello che ha lasciato dietro di sé è un’enorme massa di appunti, saggi, aforismi, recensioni, articoli, e indici di libri mai scritti. Di che far diventare pazzo un editore. Visse intristito dalla constatazione che da nessuna parte avevano un posto sicuro e uno stipendio per lui: università, giornali, editori, fondazioni gli facevano molti complimenti ma mai risucivano a trovare il sistema di lavorarci insieme. Così si rassegnò a vivere in perenne indigenza economica. Lui diceva che ciò gli aveva quanto meno riservato un privilegio sottile: svegliarsi quando cavolo gli pareva, ogni mattina. Ma va detto che, per lo più, non la prese affatto bene. Ancora una cosa: era ebreo e marxista. Se eri ebreo e marxista, la Germania nazista non era propriamente il posto migliore dove invecchiare serenamente.

Nel contesto di questo libro, c’è una cosa, di lui, che suona come la più importante. Non è facile da spiegare, quindi sedetevi, e se non potete sedervi, interrompete, e ripartite quando potete usare tutti i neuroni. Ecco: lui non cercava mai di capire cos’era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano: dei momenti in cui il mondo riposava su se stesso non gliene fregava niente. Da Baudelaire alle pubblicità, qualsiasi cosa su cui si chinava diventava la profezia di un mondo a venire, e l’annuncio di una nuova civiltà.

Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l’oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos’era, ma intuire in cosa, quell’oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile. Lo faceva godere studiare l’esatto punto in cui una civiltà trova il punto d’appoggio per ruotare su se stessa e diventare paesaggio nuovo e inimmaginabile. Lo faceva morire descrivere quel movimento titanico che per i più era invisibile, e per lui, invece, così evidente. Fotografava il divenire, e anche per questo le sue foto vennero, per così dire, sempre un po’ mosse, e quindi inusabili da istituzioni che davano uno stipendio, e obbiettivamente ostiche per chi le guardava. Era il genio assoluto di un’arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia, e adesso sarebbe più proprio definire come: l’arte di decifrare le mutazioni un attimo prima che avvengano.

Uno così, poteva non figurare tra le epigrafi di questo libro? No.

E allora ecco la terza epigrafe. (Qui potete anche alzarvi e rilassarvi). Ho spesso pensato a come sarebbe stato utile, pazzescamente utile, uno come lui, dopo la guerra, quando tutto è saltato, e abbiamo iniziato a diventare quello che siamo adesso. E’ atroce il fatto che lui non abbia potuto conoscere la televisione, Elvis, l’Unione Sovietica, il registratore, il fast food, JFK, Hiroshima, il forno a microonde, l’aborto legalizzato, John Patrick McEnroe, le giacche di Armani, Spiderman, Papa Giovanni, e un sacco di altre cose. Ci pensate cosa avrebbe potuto farne, di un materiale del genere? Capace che ci spiegava tutto (sempre in modo un po’ mosso, questo è vero) con anni di anticipo. Lui era uno che nel 1963, per dire, avrebbe potuto profetizzare, senza neanche troppo sforzo, il reality show. Ma non andò così. Benjamin si fece fuori in un buco di cittadina al confine tra Francia e Spagna. Era il settembre del 1940. Si era convinto, alla fine, a scappare dal delirio bellico nazista, e quel che aveva in mente era di arrivare in Portogallo e poi, sebbene controvoglia, andarsene in America. Ebbe una grana coi visti. Lo fermarono lì, al confine, tenendolo un po’ sulla corda. Lui, di notte, pensò che non era cosa per lui. E la fece finita con una pastiglia di cianuro. Il giorno dopo arrivò il suo visto, col timbro e tutto. Si sarebbe salvato. Finale shakespeariano.

Ogni tanto (e ci ricasco) mio figlio mi chiede: ma tra uno forte e uno intelligente, chi vince? E’ una buona domanda. Tra Rita Levi Montalcini e John Cena, chi vince? Di solito rispondo Rita Levi Montalcini, perché è la risposta politicamente corretta e io sono, come risulta dai settimanali, un buonista veltroniano. Ma ci tengo a sottolineare che quella volta no. In quella faccenda di Benjamin vinse il più forte. Lui era il più intelligente che ci fosse. E perse. Non c’è santo.

Non mi son dimenticato l’epigrafe, ci sto arrivando. Quando penso a cosa ci siamo persi con la morte di Benjamin, lo penso perché so che a lui, pur essendo un erudito bestiale, non avrebbe fatto schifo occuparsi di Spiderman, o di McDonalds. Voglio dire che lui è stato uno dei primi a pensare che il DNA di una civiltà si costruisce non soltanto nelle curve più alte del suo sentire, ma anche, se non soprattutto, nelle sue sbandate apparentemente più insignificanti. Di fronte alla cultura non era un bigotto: era un laico integrale. In ciò rappresenta, senza alcun dubbio, un modello: in quel suo essere capace di dedurre il nervo del mondo da Baudelaire così come da un manuale di giardinaggio (lo fece davvero) c’è una scelta di campo che suona come una lezione definitiva. Per me è sintetizzata in un’immagine, quasi un frame, un’occhiata come un lampo, che mi è accaduto di vivere, a tradimento, in una libreria a San Francisco. Anzi, a dirla tutta, era proprio la libreria di Ferlinghetti, la mitica City Lights.

Stavo lì a sfogliare libri, per il puro piacere di sfogliare, e a un certo punto casco sull’edizione inglese degli scritti di Benjamin. E’ una cosa immensa, in realtà, e lì ce n’erano giusto due volumi, a caso. Apro e sfoglio. Gli inglesi (come peraltro gli italiani) son venuti fuori dal gran casino delle sue carte decidendo di pubblicarne una selezione in ordine cronologico.

L’anno che avevo io in mano era il 1931. Sono andato a cercarmi l’indice, perché la sequenza dei titoli dei suoi scritti è già, di per sé, una lezione.

Critica della nuova oggettività
Hofmannsthal e Aleco Dossena
Karl Kraus
La critica come disciplina fondamentale della storia letteraria
Lettere tedesche
Critica teologica
Tolgo la mia biblioteca dalle casse
Franz Kafka
Piccola storia della fotografia
Paul Valery
Leggevo e godevo abbastanza. La lista della spesa di un genio. Poi c’era scritto:
Il terremoto di Lisbona.
Il carattere distruttivo.
Riflessioni sulla radio.

Vedi, la radio, stavo pensando, quando sono arrivato al titolo dopo. E il titolo dopo era un titolo che forse aspettavo da anni, che probabilmente avevo sognato di trovare per anni, negli indici benjaminiani, senza mai trovarlo, in verità, ma anche senza perdere del tutto la speranza. E adesso, eccolo lì. Il titolo dopo diceva:
Mickey Mouse.

Non so, io ormai mi commuovo anche a vedere Narnja, ma insomma, lì, nella libreria di Ferlinghetti, mi sono commosso. Topolino. C’è un frammento di Benjamin intitolato: Topolino. Voglio dire, quell’uomo aveva tradotto Proust, aveva capito di Baudelaire più di quanto ne avessero mai capito prima, aveva scritto un libro fondamentale sul dramma barocco tedesco (quasi quasi, solo lui sapeva cos’era), passava il tempo a rivoltare Goethe come un calzino, recitava a memoria Marx, adorava Erodoto, regalava le sue idee ad Adorno, e al momento buono pensò che per capire il mondo - per capire il mondo, non per essere un erudito inutile - sarebbe stato opportuno capire chi? Topolino.

Eccola qui, allora, la terza epigrafe.
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
Così, pulita pulita come mi apparve quel giorno a San Francisco.
"Mickey Mouse" (W. Benjamin)
Valga da impegno. Sarà, questo, un libro a cui non farà schifo niente.
(E adesso, se non morite dalla voglia di sapere cosa scrisse Benjamin su Topolino, allora siete proprio alla frutta. Con un certo piacere, posso dire che, se non mi sbaglio, quella pagina, nell’edizione italiana, non c’è. Quindi se la volete leggere dovete aspettare la prossima puntata. La metterò lì, come bonus track. Eh, eh.)

(3-continua)

(A. Baricco - 17 maggio 2006 - www.repubblica.it)


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martedì 16 maggio 2006 - ore 15:28


urgenze
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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martedì 16 maggio 2006 - ore 15:06


Movin’
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A look of death that turns you on
I’m too destructive to be the one

Chorus
That’s were I’m going to
Some place that’s far from you
I’m movin’ on

I’m to frustrated to kill your glare
I can’t dismiss, you can’t compare

Bridge
And when I find my place
I’ll make this stupid feeling last forever
When I find my way
Nothing left in this sick world will matter

I wanna kill to fit your rules
I can’t resign until you’re through

Alternate. Chorus
That’s were I’m running to
Some place where dreams can’t rule
I’m movin’ on

Skin


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martedì 16 maggio 2006 - ore 09:21


Thom Yorke, ’The eraser’
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La Xl Recordings ha confermato la notizia che Rockol ha dato in anteprima lo scorso 13 maggio (vedi News). “The Eraser”, il primo disco solista di Thom Yorke, sarà pubblicato dalla casa discografica statunitense attraverso il circuito Beggars Group il prossimo 10 luglio. Confermata anche la tracklist anticipata dalla rivista online Pitchforck. Il disco conterrà nove brani inediti: tra questi ci sarà anche “Cymbak rush”, canzone eseguita dai Radiohead nelle date dell’attuale tour europeo. Di seguito la scaletta ufficiale:

“The eraser”
“Analyse”
“The clock”
“Black swan”
“Skip divided”
“Atoms for peace”
“And it rained all night”
“Harrowdown hill”
“Cymbal rush”



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lunedì 15 maggio 2006 - ore 09:11


risveglio tragico...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


non basta che è lunedì...
non basta che c’è traffico...
no!
Devono anche mettermi... a tradimento... il nuovo singolo del Tizianuccio Ferro!!!
SCAN DA LO SO!!!
stavo per sentirmi male

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lunedì 15 maggio 2006 - ore 09:07


La seconda epigrafe viene da lontano
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Andò proprio così. E quando sarò arrivato alla trentesima puntata di questo libro mi riuscirà più facile spiegarvi come sia importante questo aneddoto. Sarà fra mesi, immagino, ma allora non avrete difficoltà a capire questa frase: era anche una questione di come andavano vestiti. Promesso.

Comunque. Non era questo che volevo dire. Ero alla seconda epigrafe. Dunque, apparve la Nona di Beethoven ed è curioso capire coma la presero. La gente, i critici, tutti. Era esattamente uno di quei momenti in cui alcuni umani si scoprono le branchie dietro alle orecchie e iniziano timidamente a pensare che loro starebbero molto meglio in acqua. Erano sulla soglia di una mutazione micidiale (l’abbiamo poi chiamata: romanticismo. Non ne siamo ancora usciti adesso). Quindi è molto importante andare a vedere cosa dissero e pensarono in quel momento. E allora ecco cosa scrisse un critico londinese, l’anno dopo, quando potè finalmente leggere e sentire la Nona. Ci tengo a dire che non era un fesso, e scriveva per una rivista autorevole che si chiamava The Quarterly Musical Magazine and Review. E questo fu ciò che scrisse, e che io metto qui, come seconda epigrafe:

"Eleganza, purezza e misura, che erano i principi della nostra arte, si sono gradualmente arresi al nuovo stile, frivolo e affettato, che questi tempi, dal talento superficiale, hanno adottato. Cervelli che, per educazione e abitudine, non riescono a pensare a qualcosa d’altro che i vestiti, la moda, il gossip, la lettura di romanzi e la dissipazione morale, fanno fatica a provare i piaceri, più elaborati e meno febbrili, della scienza e dell’arte. Beethoven scrive per quei cervelli, e in questo pare che abbia un certo successo, se devo credere agli elogi che, da ogni parte, sento fiorire per questo suo ultimo lavoro".
Voilà.

Quel che mi fa sorridere è che la Nona, ai giorni nostri, è esattamente uno dei baluardi più alti e rocciosi di quella cittadella che sta per essere assaltata dai barbari. Quella musica è diventata bandiera, inno, fortificazione suprema. È la nostra civiltà. Beh, ho una notizia da dare. C’è stato un tempo in cui la Nona era la bandiera dei barbari! Lei e i lettori di romanzi: tutti barbari! Quando li vedevano arrivare all’orizzonte, correvano a nascondere le figlie e i gioielli! Sono colpi. (Così, per inciso: come si è arrivati a pensare che quelli che NON leggono romanzi sono i barbari?)

A proposito di Nona, sentite questa. Perché i cd sono grandi così e contengono quella certa quantità di minuti di musica? In fondo, quando li hanno inventati potevano farli un po’ più grandi, o un po’ più piccoli, perché proprio quella misura lì? Risposta: alla Philips, nel 1982, quando si trattò di decidere, pensarono questa: ci deve stare dentro l’intera Nona Sinfonia di Beethoven. Ai tempi ci voleva un supporto di 12 cm per fare una cosa del genere. Così nacque il cd. Ancora adesso un disco di Madonna, per dire, si allinea alla durata di quella Sinfonia.

Curioso, no? Ma è vero? Non lo so. L’ho letto su una rivista francese che si intitola L’echo des savanes, e una pagina su tre ci trovi donne nude e fumetti. Quando sei in treno, in mezzo ala gente, leggerla è tutta una fatica, soprattutto se sei cresciuto da cattolico. Nel suo campo è comunque una rivista autorevole, per quanto mi sfugga, in effetti, quale sia il suo campo. In ogni caso il punto che mi interessa è: l’aneddoto della Philips, anche se non è vero, dice una cosa perfettamente vera, cioè il carattere totemico assoluto della Nona. E lo dice con una sintesi che è non ho mai trovato in decine di libri senza donne nude. Questo mi piace, e c’entra con questo libro. Cos’è questa nuova forma di verità, probabilmente immaginaria ma così esatta da rendere inutile qualsiasi verifica? E perché proprio là, in mezzo a tette e culi? È una cosa a cui intendo dedicare il quarto capitolo di questo libro. Mi resta da capire bene di cosa parleranno i primi tre.

Tranquilli. Faccio finta. Un piano ce l’ho. Ad esempio so che andrò a scrivere l’ultimo capitolo del libro sulla Grande Muraglia cinese.
Va be’. Passiamo alla terza epigrafe.
(2- continua)

ibarbari@repubblica.it (13 maggio 2006)

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venerdì 12 maggio 2006 - ore 16:41


...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


...Won’t you help to sing
These songs of freedom? -
’Cause all I ever have:
Redemption songs;
Redemption songs.

Emancipate yourselves from mental slavery;
None but ourselves can free our minds...


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venerdì 12 maggio 2006 - ore 11:54


Tic Tac
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Tic tac
Tic tac

Run up those stairs
Cause somone’s waiting
You’d better run up those stairs
Somebody’s waiting
You’re so tired after you’ve worked
But you know you can miss things
It’s so powerful and it will take
Troubles out of your head
It’s so powerful and it will take
Troubles out of your head
You’re rushing

This is the best lover
Music is the best lover
It’s the best lover, the best lover

You’re thinking in a strange way
You’re so afraid of problems
You’re thinking in a strange way
You’re so afraid of problems
You’re afraid of problems
You’re so scared about the ground
And what’s so scared about the ground

Tic tac
Tic tac

You run up those stairs
Somebody’s waiting
You’d better run up those stairs
Somebody’s waiting
You’re so tired after you’ve worked
But you know you can miss things
You’re so tired after you’ve worked
But you know you can miss things

Elisa


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venerdì 12 maggio 2006 - ore 09:59


Arriva il Piaggio tre ruote Mp3, è una rivoluzione
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Piega come una moto, frena in spazi record ed è più sicuro. Non ha il cavalletto
perché si tiene in piedi da solo. Sarà in vendita a giugno: prezzi da 5000 euro


"Tre è un numero perfetto" cantavano i Queen. Il discorso vale anche per le moto? Alla Piaggio pensano di si e per questo si apprestano a lanciare l’MP3 a tre ruote, "uno scooter che rivoluzionerà il settore - spiegano - esattamente come fece la Vespa nel 1946: il mondo non fu più lo stesso. Sessanta anni dopo una nuova rivoluzione è alle porte". Solita esagerazione propagandistica? Difficile dargli torto: l’MP3 ha una carica innovativa dirompente. "E’ la sintesi della capacità innovativa del Gruppo Piaggio - spiega Colaninno, soprattutto in termini di idee nuove e design".

L’idea è quella di aumentare la sicurezza, la tenuta di strada e la stabilità raggiungendo prestazioni impossibili per qualsiasi altro due ruote. Detto in parole povere l’MP3 dovrebbe evitare di sbattere per terra pilota e passeggeri in situazioni di emergenza (la norma nelle città) ossia in presenza di buche, fondo scivoloso e rotaie.

Per fare tutto ciò questo stranissimo Piaggio ha un complicatissimo avantreno con due ruote affiancate, indipendenti e basculanti. Dietro una sola, classica, ruota con la trasmissione. Così L’MP3 piega come una moto normale ma rimane piantato per terra senza compromettere la maneggevolezza. Non basta: visto che c’erano i tecnici di Pontedera si sono fatto venire in mente un’altra idea geniale: con un pulsante si blocca il sistema elettro-idraulico della sospensione anteriore. Così l’MP3 rimane in piedi da solo e per parcheggiarlo non serve più il cavalletto.

Basterebbe questo per giustificare l’euforia di Colaninno e soci ma, se possibile, non è ancora tutto: le due ruote davanti e i tre dischi (da 240mm con pinze a doppio pistoncino da 30 mm) offrono spazi di frenata sono straordinari senza paragoni nel mondo degli scooter: la Piaggio dichiara un meno 20% rispetto alla migliore concorrenza.

Ovviamente per un progetto così complicato non si poteva semplicemente attaccare una ruota a un X9, ma si è dovuto riprogettare tutto ex novo. A partire dal telaio nato dalle tecnologie CAD e della FEM (Finite Element Method) analysis computerizzata, proprio come avviene per le auto.

Nel dettaglio al telaio è ancorata, una sospensione a quadrilatero il cui meccanismo di rollio è composto da quattro bracci fusi in alluminio, articolati su altrettante cerniere solidali al cannotto centrale, e da due cannotti laterali collegati ai suddetti bracci mediante perni e cuscinetti a sfere. All’interno dei cannotti laterali ruotano il tubo sterzo destro e quello sinistro, in un classico schema monobraccio. Le tre ruote poi sono da 12" con pneumatici da 120/70 all’anteriore e 130/70 al posteriore (ossia molto grossi)
Con tutto questa super tecnologia il design passa in secondo piano, d’altra parte l’intesto di un frontale così largo su un normale scooter regala all’MP3 uno strano effetto "Minotauro", e neanche il designer più abile del mondo riuscirebbe a mascherare la cosa. Ma tant’è. In compenso l’ingombro della carreggiata anteriore è di 420 mm. Caratteristica che rende PIAGGIO MP3 omologabile come un tradizionale motociclo a due ruote e facile da usare in città nel traffico più intenso.

Disponibile con motori 250 e 125, 4 tempi, 4 valvole, raffreddato a liquido da 22 e 15 Cv, gli MP3consumano in media 25 km/ e hanno tutti un bel serbatoio da 12 litri. Ricca, e non poteva essere altrimenti, la dotazione di accessori, che vanno dal parabrezza maxi che non si appanna con la pioggia alle gomme invernali. Passando per il navigatore TOM TOM Rider, Bluetooth, con schermo LCD 3,5". Ma clamorosamente, non per un lettore MP3...

(www.repubblica.it)






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giovedì 11 maggio 2006 - ore 09:39


comunicazione di servizio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


sto pensando alla nuova veste di questo blog...
il colore dei miei capelli è un’eterno work in progress...
ho mille mila cose in procinto di...

mi sovviene la definizione "non finito michelangiolesco"...
rimasuglio dei miei studi artistici...

mah...

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