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sabato 17 dicembre 2005 - ore 13:34


....stonato
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Casco e ricasco
Sempre nello stesso punto
Con lo stesso ardore
Mi alzo in piedi e osservo
Sempre dinanzi a me con le stesse speranze
Mi assopisco in un sonno profondo
Sulle frequenze di vibrazioni debolissime
Per addentrarmi in fantasie sconosciute
Assemblate da inconsce sensazioni di malessere
Materializzo mondi perduti
Incontro e discuto con volti sconosciuti
Parlo, piango, sorrido, urlo
Sogno e viaggio
Per terre sempre lontane
Su monti e deserti infuocati
Tra stanze e castelli
Colmi di meraviglie e orrori
Attraverso porte che celano visioni pazzesche
E sorpasso cancelli che serrano i giardini più belli
Passeggio per distesi prati
E corro ansimante per labirinti rocciosi
Accendo fuochi e mi tuffo in oceani
Riaffioro dalle acque…
Per respirare
Per udire
La meraviglia del silenzio
Prima del risveglio.


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martedì 13 dicembre 2005 - ore 20:23


cortigiana
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sin da quando era stata deposta nella rozza culla di legno, Isabella sapeva che nella vita avrebbe avuto solo due opportunità se voleva evitare uno squallido matrimonio di interessi con qualche anziano gentiluomo a caccia di una bellezza anche senza dote: prendere il velo e rinchiudersi in un convento, sacrificando la sua giovinezza e la sua gioia di vivere o diventare cortigiana.
E a dire il vero la scelta tra diventare suora o prostituta di lusso divenne palese allo sbocciare della sua bellezza. A sedici anni Isabella era una adolescente alta e sensuale che non sarebbe mai stata adatta entro le fredde mura di un convento.
Forse era per la cascata di fiamma dei suoi capelli che le scendevano come un manto di seta fino alla vita e che catturavano tutti i riflessi d’oro, di bronzo e di rame tra i suoi riccioli fiammeggianti; forse per la sua carnagione lattea e trasparente come alabastro o i suoi lineamenti comuni ma che trasfiguravano quando venivano illuminati da un sorriso.
Ma la cosa che più si notava in lei erano i grandi occhi verdi e luminosi come smeraldi che brillavano di vita propria.
I suoi colori, retaggio di qualche popolo conquistatore venuto dal Nord e la sua intelligenza perspicace attraevano gli uomini di ogni età, e la madre preoccupata per la sorte dell’ingenua fanciulla, decise che era giunto il momento di disegnare il futuro di Isabella. Quindi, senza svelare alla ragazza la sua scelta prese contatto con un gentiluomo della Corte dei Medici per mostrargli Isabella. Questa, ignara della sua sorte si lasciò pettinare con un’elaborata acconciatura di perle e fili di seta e abbigliare con una scintillante veste di seta turchese ricamata a gigli dorati e con un mantello di tessuto d’oro e si diresse verso l’abitazione di Ser Guido della Valle, il nobile che la desiderava.
Le intenzioni del nobiluomo divennero subito evidenti e quando l’ingenua ragazza capì in che trappola era finita e qual’era il suo destino si ribellò a Ser Guido che reagì schiaffeggiandola per ridurla al silenzio.
Isabella capì di doversi sottomettere eppure durante l’amplesso subito e gli altri che avvennero in seguito, non si concesse mai completamente. Ser Guido voleva anche domare il suo spirito ma c’era qualcosa negli occhi profondi di quella ragazza che lo turbava.
Secoli di soprusi e violenze subite dai suoi antenati avevano lasciato ferite profonde nell’animo di Isabella e a volte si scatenavano nel buio della stanza di Messer Guido quando questi era troppo occupato a godere del suo corpo per notarlo.
O forse… forse perché sentiva che c’era qualcosa di demoniaco in lei ed evitava di guardarla direttamente negli abissi marini di quegli occhi verdi e misteriosi.
Dal canto suo Isabella, che aveva sempre avuto un carattere allegro e espansivo era diventata sempre più taciturna e scostante tranne nei momenti in cui era sola nella sua stanza quando la si udiva cantare con voce dolce e melodiosa.
I servi e le sguattere si lasciavano incantare da quel canto argentino ma non quando si trovavano direttamente in sua compagnia. Isabella esercitava anche su di loro quella specie di soggezione (o era meglio chiamarla paura?) con i suoi modi regali ed i suoi occhi misteriosi. Eppure la sua bellezza continuava a stregare Ser Guido che non si stancava mai di lei.
Non si rendeva conto di aver trasformato l’allegra e dolce ragazzina che aveva comprato due anni prima in questa donna fredda ed elegantemente abbigliata che cenava con lui senza quasi parlare. La luce delle candele si rifletteva sui suoi capelli rossi come un manto di seta cremisi, sulla sua carnagione levigata e sulle sue vesti di seta adornate d’oro e di perle.
Finchè una sera in cui Ser Guido aveva invitato degli ospiti a un banchetto, Isabella reagì.
Già durante qualche notte precedente, irritato per la freddezza ormai palese di Isabella, Ser Guido l’aveva colpita.
Isabella era scivolata dal letto e ser Guido aveva torreggiato sopra di lei pronto a colpirla di nuovo.
Ma era rimasto con la mano immobile a mezz’aria, gli occhi sbarrati. Lei, seduta sul tappeto, i lunghi capelli come fili di rame intorno al volto, l’aveva guardato e per un lungo istante i suoi occhi erano diventati enormi con le pupille ristrette al minimo come quelle dei gatti. Lo aveva osservato per un lungo istante poi, regale e altera, si era alzata, bellissima nella sua scultorea nudità opalescente simile a una dea pagana e se ne era andata.
Ser Guido era rimasto impietrito, poi si era accasciato fra le coltri scarlatte del suo letto e aveva fissato a lungo il baldacchino.
Doveva liberarsi di Isabella, nonostante l’attrazione che lo legava fortemente alla sua bellissima amante. Doveva farlo perché ormai era chiaro che qualche strano incantesimo era stato gettato su di lui da quella magnifica e diabolica creatura. Ma non poteva gettarla semplicemente in mezzo a una strada; temeva troppo che la ragazza potesse in qualche modo vendicarsi e così decise di cederla a un altro gentiluomo. Fece spedire inviti a molti nobili della corte per un banchetto nel suo palazzo e ordinò a Isabella di rendersi più affascinante possibile. Quando la giovane cortigiana si presentò nella sala principale del palazzo, tutti gli invitati rimasero a bocca aperta.
Isabella indossava una veste di velluto nero ricamata d’argento e una sopravveste senza maniche di tessuto d’argento. I capelli di fuoco erano sciolti sulle spalle e intrecciati di perle e fili d’argento. I suoi occhi regali scrutarono la folla, quei suoi occhi verdi simili ad abissi marini e la folla la osservò stupefatta dalla sua bellezza, simile a un’antica sacerdotessa…
Poi… Poi iniziò il banchetto!
Nessuno sfuggì alla furia devastante di Isabella. Nessuno sfuggì alla sua ferocia, alla sua vendetta, al suo primordiale appetito di sangue.
E nessuno la vide allontanarsi, con il viso sporco di sangue, i capelli e le vesti in disordine, dirigersi lentamente con passo felpato lungo la strada acciotolata che conduceva fuori dalla città addormentata.
Il sangue colava ancora dalle sue belle labbra incurvate in un pallido sorriso sardonico, le vesti le fluttuavano intorno al corpo e gli occhi dardeggiavano simili a un fuoco verde nel volto disteso.
Nessuno sapeva cosa avrebbe potuto semplicemente placare la furia omicida di Isabella.
Quello che tutte le donne sognano e che a lei il destino aveva negato.
Il Vero Amore.

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martedì 13 dicembre 2005 - ore 20:13


effusioni
(categoria: " Vita Quotidiana ")


“Cos’è questo posto? Dove mi hai portata? Si direbbe un’atmosfera... gotica.”
“Sì, infatti. E’ un vecchio cimitero sconsacrato.”
Melissa soffoca un urlo e si stringe a me.
“Ma sei pazzo?”
“Non c’è da aver paura” dico serafico, “i cimiteri sono i luoghi più sicuri del mondo, fidati.”
Tutto calcolato. Vecchia strategia per farsi le smorfiose senza troppa fatica: condurle di notte al vecchio camposanto abbandonato. Per la strizza ti s’incollano come cozze e ti lasciano fare. E’ matematico.
Un lampo improvviso irrompe nel cielo nero come la pece.
“Oh mio Dio! Verrà il diluvio?”
“Più tardi. Per ora c’è tempo, fidati.”
Le sbottono la camicetta. Il suo piccolo cuore batte forte, buon segno.
Un uccellaccio vola basso sulle nostre teste.
“Cacchio! Che roba è?”
“Solo un corvo.”
La sospingo a terra, la mia mano scivola dentro il reggiseno e comincio a lavorarla.
“Che fai, scemo?”
“L’amore neutralizza le cariche negative, sai? E questo posto è ancora pieno di negatività...”
Lei non protesta. Via la gonna, giù le mutandine. Mentre la bacio appassionatamente, vedo sbucare una mano scheletrica dal terreno. La ricaccio sotto con un piede, a me i morti viventi mi fanno una sega!
Le succhio i capezzoli e comincia ad emergere un cranio, ma io me ne frego. Melissa non s’accorge di nulla, geme con voluttà sotto il mio assalto.
Ecco che prendo a stantuffare come un treno, poi lei urla di piacere. Ma quale piacere, è un grido di terrore: s’è accorta d’essere osservata da orde di cadaveri appena risorti dalle tombe...
Mi sveglio di soprassalto. Dio, che razza d’incubo! Melissa però me la sono fatta per davvero: guarda come dorme nuda, l’angioletto. Ma dove siamo? Si direbbe un’atmosfera gotica. Ecco un corvo, delle croci e terra nuda dalla quale spuntano una, dieci, mille mani scheletrite...

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sabato 10 dicembre 2005 - ore 20:42


divina commedia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Inferno
Le fiamme hanno avvolto ogni cosa, il calore è diventato insopportabile ma non posso fermarmi. Corro con la pistola in pugno verso la porta di metallo mentre Virgilio mi copre le spalle sparando all’impazzata.
Riesco a sentire i loro passi strascicati, sono affamati e ormai ci hanno quasi raggiunto.
Armeggio con la serratura automatica, inserisco la combinazione di simboli: nove cerchi e tre stelle.



Purgatorio
Finalmente siamo fuori dal laboratorio. Richiudo la pesante porta alle mie spalle e mi avvio verso le scale. Virgilio ha finito i proiettili, adesso abbiamo solo un arma per difenderci.
Sette piani ci separano dalla salvezza: Beatrice con l’elicottero ci aspetta sul tetto del palazzo.
Il cuore comincia a martellarmi nel petto e a rimbombarmi nelle orecchie.
Uno zombi mi salta addosso appena giro l’angolo del sesto piano. Gli sparo in testa e continuo a salire.
Sento un grido dietro di me: Virgilio è stato attaccato da un altro zombi. Sparo senza risparmiare i colpi.
Virgilio è stato morso, ormai è spacciato. Guardo la pistola: ancora un colpo. Premo il grilletto.
Ricomincio a correre e finalmente vedo la porta che conduce al terrazzo. Devo inserire un nuovo codice: sette cerchi e tre stelle.



Paradiso
Sento il rumore del motore dell’elicottero. Beatrice è all’interno della cabina. Si accorge di me e comincia a gridare:
-Attento Dante!
Mi giro di scatto: uno zombi mi afferra per il collo e mi scaraventa a terra. Non posso morire proprio adesso, ad un passo dalla salvezza. Non è giusto!
Riesco a girarmi e ad assestare un calcio nel petto dello zombi. Mi rimetto in piedi e corro verso Beatrice.
Mi tuffo nella cabina e due secondi dopo l’elicottero si alza in volo.
Non ho la forza di parlare. Mi accascio sul sedile e guardo le stelle.

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martedì 6 dicembre 2005 - ore 18:08


flame
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Al rogo devasta e inghiotte l’edificio dall’interno, provocando il crollo di tutto ciò che tocca.
Scendo dalla macchina e mi avvicino fin dove me lo consentono i vigili del fuoco, abbastanza da sentire l’enorme calore vibrare nell’aria; rapita, osservo la deliziosa opera di distruzione, l’edificio che viene stuprato dalle fiamme, desiderando di essere consumata anche io così, di venir ridotta a un mucchietto di cenere e pietrisco.
Consumata dal fuoco. Da un uomo. Da un desiderio tanto forte da sventrarmi, bruciarmi, divorarmi.
-Calore- sussurro, e quello che pronuncio è al tempo stesso una preghiera e una supplica.

L’altro giorno, a cena con un’amica, comincio a parlarle del calore, delle sensazioni che mi fa provare, dell’uomo che me l’ha messo addosso; ma lei, scuotendo la testa mi dice:
-Non so di che parli, non ho mai provato quel genere di sensazioni, sei sicura di sentirti bene?...-
Sono ancora esterefatta dalle sue parole; è come se mi avesse confidato di essere daltonica, di non poter vedere le ricche sfumature del cremisi, del viola o dell’indaco, o i colori dell’ambra e della giada, ma solo una monotona serie di sfumature del grigio.

Il calore... come è possibile vivere senza provare questa incredibile sensazione di entrare in contatto con qualche cosa di vivo e di elettrizzante, o di essersi incautamente iniettati una droga in parte allucinogena, in parte velenosa.
La mente divaga. Il corpo langue, ma non cade perché viene sostenuto dalla lussuria che comincia a scorrere nelle vene e a dare tono ai muscoli, scatenando le sinapsi in una frenesia simile a una raffica di orgasmi, mentre il fuoco si espande dal ventre e scende verso le cosce, che iniziano a schiudersi come le valve di un mollusco, nell’atto del respirare.

E’ molto tempo che il mio corpo non brucia più, sento che il mio cuore sta iniziando a congelarsi, mi sto rinsecchendo, sono arida e fredda, piena di dolori; inutile guardare gli uomini che mi passano accanto: sono dozzine, centinaia, di ogni forma e stazza, più o meno belli, ma so già che i loro sessi non saprebbero risvegliare in me altro che frustrazione e sofferenza.

Il mio desiderio è per ciò che ho provato in passato, quel calore impetuoso che distrugge, consuma l’anima e scioglie il cuore fino a renderlo liquido e farlo scorrere in onde scarlatte e bollenti verso il basso, a concentrarsi nel mio sesso, il mio cuore di femmina.

Ultimamente sogno il fuoco che prende le sembianze di un uomo; si cala su di me fiammeggiante e impetuso, ruggendo e serrandomi tra le braccia per baciarmi: poi mi sveglio e mi ritrovo sola nel mio letto.
Sento, dall’altra stanza in fondo al corridoio, il rumore delle tue dita che battono incessanti sulla tastiera; l’austero e celebre artista sta scrivendo, sta creando il suo ultimo capolavoro.

Dio mio, come siamo arrivati a questo punto? Come siamo potuti diventare così freddi, noi che ardevamo? Il calore io l’ho scoperto con te, fummo presi da un furioso desiderio appena ci vedemmo, tanto da restare inceneriti dall’improvvisa vampata, che ci fece abbandonare il lavoro e gli amici, per ritirarci dal mondo esterno e chiuderci in un universo di nostra creazione.
Fu allora che tu ti allontanasti da me, dicendo che lo scrivere era incompatibile con questa passione che ti toglieva lucidità, che il sesso estremo che io volevo da te ci trasportava in zone d’ombra di pericolo fisico e psichico, che era un nemico della tua arte.
Così io cominciai a seguire le autobotti dei vigili del fuoco e a desiderare le carezze delle fiamme.

Stanotte ti vengo a trovare nella stanza-studio, sei sempre lì, davanti al tuo Apple, anche se è notte tarda:
-Oggi è successa una cosa stranissima- racconto, guardandoti negli occhi - ho rimorchiato un uomo, in un bar, siamo andati in un motel, abbiamo scopato, e non riuscivo neanche a ricordarmi il suo nome; non gli ho neppure chiesto di usare il profilattico, volevo avere dentro ancora il suo seme quando fossi tornata da te-
Tu mi guardi, assente e poi:
-Se pensi di eccitarmi o ingelosirmi o farmi incazzare con la tua promiscuità ti sbagli, mi dai solo il voltastomaco-

Mi appoggio allo stipite, strofinandoci contro un fianco in modo da far risalire la gonna del mio vestito di pelle nera, che è già corta: ti accorgi che non ho gli slip e il tuo sguardo si fa cupo, lo so che vorresti allungare una mano, ne sono sicura; invece chini di nuovo la testa sul computer e dici:
-Basta me ne vado, è finita davvero, esci da questa stanza-
Io mi avvicino rapida alla scrivania, ti vengo accanto e poso una mano avida sul tuo sesso eccitato: ne sento il calore attraverso i pantaloni, e quel calore si trasmette a me, mentre onde rosse di desiderio mi passano davanti agli occhi.
Ma tu scosti la mano, con impazienza, e ripeti:- vattene-.
-D’accordo, me ne vado, ma mi desiderererai tanto da non riuscire più a scrivere, questa notte. M’immaginerai tra le braccia di quello sconosciuto e mi vorrai a tal punto da volermi uccidere...-
Rimango stupita da quello che ho detto, ho pronunciato un incantesimo, una fattura, a cui tu non dai ascolto e continui:
- Domani, me ne andrò domani, dopo aver dormito qualche ora...-

Una volta il nostro amore bruciava con feroce intensità, come può un uomo preferire una nuova musa, una nuova amante a una cosa tanto grande?
Come fai ad essere così freddo, glaciale, intollerabile?
Allora, verso la mattina, mentre tu russi, hai bevuto per avere il coraggio di lasciarmi, ritorno nella tua stanza , cospargo di benzina i manoscritti, i libri e i giornali che giacciono sparpagliati in giro, poi indietreggio di un passo, accendo un fiammifero e lo getto a terra.
Subito le fiamme si ergono maestose dal pavimento, tu ti svegli, balzi in piedi urlando e mi vedi per un istante, prima che io ti chiuda la porta in faccia.
Avverto i tuoi colpi e il calore che mi sta investendo, le tue grida, forse il mio nome; allora mi ritraggo e spalanco la porta: all’interno della fornace c’è un uomo fatto di fiamme turbinanti, una trottola incendiata e impazzita; osservo il terribile spettacolo, il ballo agonizzante e mi rendo conto che dentro di me sento ancora il ghiaccio.
Capisco che in questo mondo nulla potrà più scaldarmi.
Tranne le fiamme.
Non riesco a sopportare il freddo un istante di più.
Mi lancio oltre la soglia della stanza e mi getto tra le braccia dell’uomo fatto di fuoco.
Lo voglio sentire dentro di me.
Ora.

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mercoledì 30 novembre 2005 - ore 23:14


ABRAMACABRIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Questa è la ballata
della morte che è tornata
è l’ombra al suo passaggio
e sei pronto a un nuovo viaggio
non sarà paradiso
non sarà inferno
sarà solo vuoto
e in eterno
sei solo tu e il tuo inconscio
ed è per questo che non vi sarà
ritorno.

I bambini strinsero il cerchio e in un urlo lo sciolsero correndo intorno al pozzo della piazza scura, una sferzata di vento fece echeggiare il cigolio di uno stipite, la vecchia campana lanciò un rintoccò che si distese nel piccolo paese in quella notte fredda.
I bambini correvano urlando e imitando i versi dei rapaci. Alzavano le manine alla luce del lampione creando ombre sinuose e ritorte alle loro spalle. Un nuovo rintocco. Il cerchio si ricompose e cominciò a muoversi e ondeggiare.

la morte, la morte
la morte che arriva
la morte feroce, la morte cattiva
arriva d’improvviso nella tua vita
e d’incanto sei fuori partita.

Un urlo si levò dal corpicino di uno dei più piccoli, la suggestione del buio e della cantilena... il piccolo si portò le mani alle orecchie piangendo. Gli altri lo guardavano in silenzio, il girotondo fermo. Il piccolo scosso da fremiti fece per scappare lasciando di sè solo lacrimoni caldi su guance rosse dal freddo.

No, non puoi scappare,
di te la morte si vuole occupare

cominciarono a intonare i bambini, in una litania cantata sempre più ad alta voce, come un tuono lontano.
Il bambino terrorizzato restava fermo e si copriva la testa gridando di smetterla. Gli altri tendevano le mani al cielo e urlavano quella filastrocca. Il bimbo spalancò la bocca per invocare nuovo aiuto.

Non c’è aiuto per chi ha scelto di scappare
Perché adesso la morte lo può trovare!

Ripresero gli altri. Il bimbo lasciò le braccia cadere lungo il corpo, sollevò gli occhi al cielo, le lacrime si tinsero di rosso, il sangue gli rigò le guance ora d’un pallido terribile. Fu scosso da un fremito e senza un lamento si accasciò al suolo.
Gli altri lo guardarono, poi si riunirono in cerchio e nella notte ricominciarono a cantare.

Questa è la ballata
della morte che è tornata...

"Bambini basta giocare!" li richiamò il prete affacciandosi dalla canonica.
I bambini ubbidirono e in fila perfetta seguirono il primo fino al dormitorio. La luce del lampione si spense su tre corpicini lasciati alle ombre della notte buia.

Nel dormitorio i bimbi si infilarono nei loro lettini e prima di spegner la luce chiesero al prete di raccontar loro la favola, la loro favola, quella che li accompagnava nei sogni, lontano dalla paura del buio e degli incubi. Il prete si sedette sotto il lume e cominciò a raccontare a quelle faccette curiose e affascinate che si stringevano nelle coperte.

C’è una filastrocca che si canta di notte...

I bambini sorrisero, la loro favola li avrebbe salvati, tenuti lontano dal male e dalla morte che silenziosa si annida nel buio. Quella favola era un sicuro caldo letto in cui aspettar la luce del giorno...

Questa è la ballata
della morte che è tornata

mormorarono sulle parole del prete.

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lunedì 28 novembre 2005 - ore 21:14


ispirami
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Voleva una storia speciale. Voleva uscire fuori dal visibile e dal sensibile, dopo aver sprecato troppi versi e note per fotografare il presente che ogni giorno aveva di fronte. Le gioie troppo brevi, le tristezze volatili, i momenti di vuoto e neutralità della vita ormai lo stavano annoiando, e temeva che avrebbero dato lo stesso senso di noia anche a chi avrebbe ascoltato i suoi pezzi... Del resto, se il suo gruppo era così apprezzato da chi ascoltava musica con criterio e intelligenza, era perché lui non si limitava a suonare una chitarra e cantare: lui comunicava veramente ciò che sentiva... Ci riusciva. Ogni canzone era un quadro espressionista; il testo e la musica era come se si colpissero con violenza, illuminandosi a vicenda.
Ma stavolta no... Per settimane, dopo vari sforzi inutili, era caduto in una depressione senza fondo: aveva detto ai ragazzi che per un po’, se erano d’accordo, non avrebbero fatto prove; che voleva stare da solo, per concentrarsi e comporre. In realtà, l’unica cosa che aveva fatto era immobilizzarsi nel corpo e nella mente... Fino a prendere quella decisione.
La storia era semplice e inquietante, giusta per ciò che desiderava: dei resti umani quasi secolari ritrovati in una vecchia casa in demolizione nel suo quartiere, e i racconti, forse fin troppo arricchiti ma comunque con seri riscontri nelle cronache, del delitto che quei resti testimoniavano. L’abitazione era già vuota quando una ragazza era stata murata viva in una stanzetta del piano terra, forse per vendetta, forse per passione, nessuno lo sapeva... Quella casa aveva i muri sottilissimi e un’acustica sorda e rimbombante, e dava su una strada già all’epoca piuttosto trafficata: solo gridando, la ragazza avrebbe avuto buone possibilità di essere udita, e quindi salvata; ma, a quanto si raccontava, il terrore l’aveva resa completamente muta... E così era morta di inedia, a pochi metri dalla frenetica vita della città.
Un fatto triste e insieme colmo di feroce ironia, come tutte le piccole tragedie del mondo... E lui decise di farlo suo.
Sapeva di avere un altro dono oltre alla sua capacità artistica: "sentiva" le cose... Per lui le sensazioni forti che gli altri provavano o avevano provato molto tempo prima restavano come impresse nell’aria, e diventavano sue.
Gli sarebbe piaciuto prendersi le emozioni di quel luogo: la rabbia, l’odio o l’amore più disperati del carnefice; la paura e l’atroce sofferenza, la flebile speranza e poi la folle disperazione della vittima... Gli sarebbe piaciuto mettere quelle percezioni esplosive nella sua testa, farle vivere dentro di sé, perché lo ispirassero: ne avrebbe tratto una canzone agghiacciante, ma bellissima.
Tuttavia fra ciò che gli sarebbe piaciuto e quello che successe restò un deludente baratro: entrando di soppiatto in quell’ambiente in rovina non sentì assolutamente nulla... Nessuna adrenalina, neanche la normale sensazione di disagio che una persona normale avrebbe provato penetrando in un luogo tutto sommato "maledetto"; nessun grido nella sua testa... Nessun brivido, né di piacere, né di sgradevole nervosismo.
E un esame più approfondito dell’edificio non fece che confermare, se non peggiorare, questa sua impressione; nella sua mente c’era né più né meno ciò che c’era nelle stanze in cui stava girando: muffa e abbandono. Solo per un attimo, mentre se ne andava sconsolato, ebbe la netta sensazione di qualcosa dietro di sé, che lo indusse a voltarsi rapidamente, ma non vide nulla.
Aveva perso tutto ciò che da un destino generoso gli era stato regalato... Solo questo poteva pensare quella sera, mentre beveva roba forte sul divano di casa sua, e tracciava sulla carta girigogoli che non volevano saperne di diventare frasi coerenti.
C’era gente che contava su di lui: sulla sua vena creativa, sulla sua capacità di incantare, sulla sua dote di capire da uno sguardo i sentimenti più intimi e profondi di chi gli stava davanti... E lui aveva perso tutto.
Lanciò rabbiosamente il bicchiere pieno contro il muro, e il vetro scoppiò con un rumore che quasi lo spaventò; poi, come se si fosse rotto qualcosa anche in lui, scoppiò in un pianto rotto e irritato.
Fu solo un attimo: riacquisto subito la lucidità per notare il disastro che aveva combinato... Si alzò dal divano e si diresse cucina per trovare uno strofinaccio, maledicendo la malattia in cui si stava trasformando ogni sua riflessione.
Al suo ritorno i suoi occhi caddero sul suo taccuino, abbandonato in disordine sul tavolino di vetro: c’era in effetti scritta una frase di senso compiuto, ma non ricordava di averla scritta... Fra i suoi scarabocchi, con le stesso inchiostro ma con una grafia completamente diversa, c’era scritto "Dammi voce"...
Si sedette incuriosito, notando quello strano appunto... Provò a tornare indietro con la memoria, a quando qualcuno dei suoi amici era stato a casa sua l’ultima volta: uno di loro doveva aver usato il taccuino senza avvertirlo. Una piccola maleducazione, ma perfettamente spiegabile e normale; il battito del suo cuore, che si era accelerato per un secondo, si acquietò subito. Si ritrovò tutto a un tratto a pensare che fra l’altro quella breve frase sarebbe stato un discreto titolo per una canzone...
E non aveva ancora finito quel pensiero quando sobbalzò, lanciando via il taccuino e lasciandosi scappare un grido... Sulla carta quadrettata era apparsa piano piano dal nulla, come impressa a fuoco da qualcosa di invisibile, di nuovo quella frase: "Dammi voce".
Sentì l’impulso di allontanarsi di corsa, ma subito un altro, irrazionale stimolo ebbe il sopravvento sul primo... Senza neanche rendersi conto di ciò che faceva, si allungò a prendere la chitarra e cominciò a suonare freneticamente. Le sue dita correvano di nuovo, e così la testa. Non ebbe neanche il tempo di rendersi conto che aveva composto una delle sue più belle melodie, che fu sommerso e letteralmente invaso di idee, spunti e frasi, che andarono a formare rapidamente un testo cupo e dolcissimo.
Scritto tutto, si allontanò in direzione della sua camera, afferrò il suo registratore portatile e registrò con la stessa fretta indiavolata con cui aveva gettato i primi abbozzi. Alla fine, ma solo allora, i suoi sensi e i suoi pensieri smisero di dibattersi e si quietarono: un sorriso gli ingrandì il volto, anche se stava ancora tremando.
Quella sera, nel suo salotto, era successa una cosa impossibile... Ma lui era tornato quello di prima, e in certo senso c’era una parte di lui che solo a questo era interessata. "Sono tornato", mormorò felice, mentre il sonno e la stanchezza avevano la meglio su di lui, che ancora tremante si era abbandonato sul divano.
La prima cosa che fece la mattina dopo fu di fare una copia del nastro con la registrazione e di inviarne una copia, con l’ordine di consegnarlo in giornata, a Roberto, l’altro chitarrista del suo gruppo... Era una canzone veramente ottima, ma c’era ancora tanto da lavorare, e voleva che tutti i componenti del gruppo partecipassero: doveva essere a tutti i costi il loro capolavoro, e poteva esserlo quando e come volevano.
Passò una giornata tranquilla, con solo vaghe reminiscenze dell’incidente della sera prima, che ormai attribuiva a un colpo di sonno e a un sogno brevissimo... Un sogno così impressionante da far scattare in lui una molla di ispirazione che credeva ormai morta, ma niente di più. Alla sera, puntualmente, giunse la telefonata: la voce di Roberto non sembrava poi così entusiasta, e lui ebbe il timore di essersi abbandonato troppo presto ai festeggiamenti.
"No, la canzone va bene..." fece Roberto "Anzi, è ottima, una delle migliori, credo... Però avrei preferito che la cantassi tu. La voce che hai scelto è particolare, certo, ma si sente che non è abituata a cantare... Non é adatta né alla tonalità né al tipo di canzone..." Fece una pausa, e poi riprese "E poi, scusami... Ma quando decidi di fare una collaborazione credo che dovresti avvertire anche noi. E’ una questione di correttezza, anche se gran parte del materiale lo scrivi tu".
Fino a quel momento lui era stato troppo inebetito dallo stupore per replicare, ma alla fine si scosse: Roberto non era il tipo da scherzare in modo così idiota; e poi sulle canzoni non scherzava mai.
"Senti, io veramente non so cosa dirti..." disse "Ma ti giuro che quel pezzo l’ho cantato io mentre lo registravo. Devo aver fatto casino con il registratore e la voce ne è uscita distorta... Non so. Ora la riascolto e ti faccio sapere".
"Va bene... Fammi sapere".
Mentre riattaccava lui si rese conto che effettivamente non aveva mai riascoltato il nastro: anche la copia l’aveva fatta a volume azzerato. Pensò di rimediare mentre si rilassava ancora cinque minuti sul divano...
Ma non appena la registrazione partì balzò a sedere... Il cuore rifece sentire il battito nevrotico della sera prima, come se ripetesse anche lui quell’allucinante "Dammi voce" a una velocità sempre più spasmodica. Cercò un appiglio che non c’era, ma cadde miseramente a sedere per terra, sudato e stretto da una convulsione di tremiti.
La chitarra registrata era la sua, ne riconosceva lo stile... Ma sopra di essa la voce dolce e debole di una giovane donna stava cantando, in maniera roca e cantilenante, la melodia.

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venerdì 25 novembre 2005 - ore 20:52


amnesia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La vista tornava lentamente assieme al sapore ferroso del sangue, la luce della luna entrava dalla finestra scardinata e illuminava quella che doveva essere una camera da letto.
Si era portato una mano alla nuca, dolorante e bagnata di sangue.
La testa gli pulsava al ritmo del cuore, trasmettendo il dolore in onde brucianti.
Quando il mondo smise di girare si guardò attorno, esaminando lo sporco e il caos che lo circondavano.

Il pavimento è macchiato di sangue, ma non può essere il mio, non ne ho perso così tanto.
Non mi ricordo niente, ho solo la sensazione di non essere entrato solo qui dentro... accidenti che male.

Barcollò fino all’ingresso dove si intravedevano altre stanze. Entrare nella prima non fu un problema con la porta divelta dai cardini.

Quanto sangue, mio Dio! Ci sono tre cadaveri, e i pezzi...

Trattenne un conato mentre raccoglieva la gamba di un tavolo da terra. Con un’arma in mano si sentì più sicuro.

Devo trovare l’uscita, in fretta.

Seconda stanza.
Un calcio e la porta cedette di schianto.
Anche qui lo spettacolo si ripeteva, un macabro mosaico di resti umani.
Sollevò lo sguardo e la luce lunare fece il resto.
Una creatura alta due metri, massiccia, con il muso di un lupo lo fissava ghignante.
Le gambe scattarono a dispetto del terrore mentre l’adrenalina scorreva a fiumi. Sulla soglia lo aspettava la macchia viscida di sangue.

Nooo!

Dopo la botta solo pochi secondi di black out, poi si rialzò senza più traccia di paura o dolore.

Ora ricordo.

Entrò nell’ultima stanza, quella dove c’era lei.
Un corpo di donna ancora integro, stringeva tra le mani una statuetta di Diana.

Quella puttana mi ha colpito con una statua d’argento!

Riflessa nello specchio vide l’immagine, la sua immagine, che lo fissava imitando un sorriso umano.

Adesso sarà meglio pulire...

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venerdì 25 novembre 2005 - ore 20:46


....finalmente mi han dato un trasferimento definitivo ...si spera!!!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


..non ce la facevo piu a sentirmi ospite!!!

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martedì 22 novembre 2005 - ore 21:02


il grande sepolcro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Amavo sedermi a gambe incrociate di fronte a barattoli di vetro, all’interno c’erano piccoli animali che si dimenavano, arrancavano, e arrivavano ansimanti al traguardo della morte. Quello, era il mio passatempo preferito da ragazzino, aveva la precedenza su videogame, fumetti porno, e masturbazioni varie.
Avevo appena undici anni, gravi problemi di inserimento e un stramaledetta attitudine a inserire chiunque in qualsiasi cosa.



Questa tendenza alla costipazione altrui, mi segue anche adesso che sono un membro adulto della società civile. Per quanto mi sia sforzato di reprimerla, è l’unica cosa che non riesco a tenere dentro.



Ed ecco che mi ritrovo da solo la sera, davanti alla tv. Al posto dei popcorn, appoggiato al pube tengo un barattolo, dentro qualche creatura che sta morendo asfissiata e mi tiene tanta compagnia, con il suo inutile dimenarsi, con il suo convulso ticchettio prodotto dalle ali che sbattono contro vetro. Poi quando se ne va, percepisco come un flebile suono, sembra un saluto d’addio. Il sabato sera è trasgressivo. Mi vedo un porno. Metto in un sacchetto di naylon all’uccello, do un giro di nastro adesivo. Ci chiudo anche uno sciame di mosche, una farfalla, oppure una libellula quando mi sento struggente e sentimentale. Con le lucciole faccio spettacoli pirotecnici, spengo la luce mi godo questa fantasmagoria del cazzo. Raggiungo vette di piacere ancora inesplorate dall’umanità. Sera dopo sera, barattolo dopo barattolo, sacchetto dopo sacchetto. Va avanti così.



C’è un programma in tv che mi piace. Lo chiamano Reality. Un gruppo di persone dentro una casa. Milioni di persone fuori che si fanno gli affari loro. L’idea mi pare geniale ma incompleta. Decido di perfezionarla. Decido di fare per conto mio un Reality che è come finire vivi in una tomba. Lo chiamo ’Il Grande Sepolcro’.
Per la scelta partecipanti punto sul target dei Giovani. Delle belle facce Giovani, sorridenti. Giovani di bella presenza, dinamici, eccentrici, trendy: la bella gente insomma.



Prendo un camper in prestito senza chiederne il permesso. Lo parcheggio nelle vicinanze dei soliti ritrovi per Giovani: discoteche, pub, giardinetti. Appiccico ai lati del camper delle grosse etichette con il nome di qualche fantomatico programma televisivo. Lo attrezzo con una telecamera e faccio finta di riprendere le loro interviste. Dico che stanno partecipando alla selezione per un nuovo Reality. Quando trovo le persone giuste, chiudo baracca e burattini e filo via.



Le selezioni durano circa un paio di giorni. Entrano nel Grande Sepolcro:



Boris, ventitré anni. Boris fa l’animatore turistico. Boris frequenta tutti locali di tendenza. Capisco subito di che tipo. Boris è Gay. In ogni Reality ce n’è almeno uno. Quindi il caro Boris ci finisce a pieno titolo.
Sarah. Ventott’enne dalle chiappe sode come la Nike di Samotracia. Scolpite a colpi di cazzo e fitness che insegna in una palestra. La sera quando non si fa pigiare dal suo ragazzo, studia per prendere il diploma di ragioneria. Adoro le ragazze che si fanno il culo.
Vittorio ha trent’anni. Faccia da babbeo, inutile e apatico. Un vero mollusco seccato al sole.
Hita, mulatta, bellissima, esotica. Deambulazione cadenzata e sensuale come un bradipo in hotpants. Una ragazzina di appena trentotto anni. E’ un angelo planato da Bogotà perché rimasto senza carburante. Ama ballare, la dieta macrobiotica, montare a cavallo di bipedi e quadrupedi. E’ disposta a fare qualsiasi cosa pur di entrare in televisione. Lo dice chiaramente. Me lo vuole prendere in bocca solo perché la riprendo con la telecamera. Io le dico che fa già parte del cast. Esagero, le dico che vincerà.
La selezione di Magda e Tommaso fa eccezione a quella di tutti gli altri. Mi ero fermato ad una piazzola di sosta per pisciare, quando vedo un’automobile ferma, i vetri appannati, con ombre cinesi all’interno, quando i fanali delle macchine che vengono in senso opposto e la illuminano. Dopo essermi scrollato, mi avvicino, apro lo sportello. Nell’abitacolo faccio conoscenza con Magda e Tommaso che giocano a scopa, Magda ha in mano la carta vincente, e Tommaso ne è felice. Temono che io sia un poliziotto. "No tranquilli," dico "non voglio farvi un verbale per atti osceni in luogo pubblico, anche se sinceramente lo meritate. Sto solo facendo delle selezioni per un nuovo Reality. Vi piacciono i Reality?" Mi confermano di sì con un cenno della testa, gli occhi corrono dalla fiocina che per puro caso mi ritrovo in mano, alla patta dei miei pantaloni rimasta aperta.



Il Grande Sepolcro è lo scantinato di casa mia. Un club per muffe del pleistocene, topi tanto lunghi che potrebbero avere anche otto zampe, scarafaggi così grossi da sembrare delle cabriolet. Ho passato un giorno intero a svuotarlo dalle migliaia di barattoli e contenitori vari. Quindici metri quadrati di vuoto squallore. Ci piazzo dentro quattro telecamere a circuito chiuso, un megafono, quattro microfoni, due fari da contraerea, che sparano dall’alto un fascio di fotoni da terzo grado cosmico e non lasciano scampo alla retina. Tutto è collegato alla sala regia allestita nel soggiorno. Depongo i partecipanti al gioco delicatamente come se fossero paste sfoglie sulla superficie di terra battuta. Sono tutti sotto l’effetto di Tavor. Un doveroso minuto di raccoglimento sulle tombe dei miei genitori e del mio fratellino sepolti sotto i miei piedi, poi di nuovo al lavoro. Chiudo le prese d’aria. Tappo tutti i buchi. Smonto la scala. Muro l’entrata.



Giorno I
Il primo a svegliarsi è Vittorio. Ha perso completamente la bussola. Non ha più coscienza di sè. Dopo di lui esce dal dolce sonno Sarah, sbatte le palpebre, i suoi delicati occhi grigi sono investiti da uno sciame fotonico, si porta la mani al viso. Poi si resuscitano tutti gli altri come un equipaggio in un volo interstellare, deboli, disorientati e storditi, eccetto Magda che rimane in ibernazione, forse le ho dato una dose troppo potente di sonnifero. Tommaso è su Magda, la scuote, la strapazza, la schiaffeggia, lo fermano, se non l’ha ammazzata l’overdose di Tavor ci pensa lui a farlo. Mi sembra di capire che non respiri più. Tommaso è sconvolto. Tutti sono sconvolti, ma Tommaso lo è di più. Io sono incazzato. Quella troia da morta mi rimescolerebbe tutti gli equilibri del gioco.
Dopo qualche ora tiro un sospiro di sollievo. Magda sembra si stia riprendendo, è tra le braccia di Tommaso che l’accarezza come una bambola di pezza. Magda sembra proprio a pezzi. Non riesce a stare in piedi come se le avessero disossato gli arti inferiori.
Vittorio fa avanti e dietro, destra e sinistra, contando la distanza tra una parete e l’altra, ma si dimentica ogni volta le misure e ricomincia, è un geometra impazzito. Hita piange, Boris strilla.



Giorno II
I morsi della fame e della sete sono insopportabili. Io ho fatto colazione solo due ore fa e già sento le pareti dello stomaco appiccicate, come se avessi qualcuno che mi aspira dal buco del culo. Sono due giorni che non mangiano né bevono lì sotto. Sullo schermo del mio monitor trasmettono un documentario di una muta di lupi che gira rasente le pareti dello scantinato. Nonostante avessi sigillato ogni più piccolo buco, chissà come un topolino smarrito ha alle calcagna sei giganti con pessime intenzioni. Boris nella foga lo calpesta. Quando alza il piede il topo è diventato un chewingum al ragù. C’è chi spinge Boris con una tale forza da proiettarlo contro la parete come se fosse fatto di polistirolo. C’è chi si avventa sul pasto sugoso. C’è chi lecca i piedi a Boris svenuto, con il sangue che gli esce dalla testa. Infine, non faccio nomi, c’è perfino chi lecca il sangue dalla testa Boris.



Giorno III
Sono un vero maleducato, non mi sono ancora presentato.
"Benvenuti nel grande sepolcro!" Annuncio.
La mia voce esplode metallica, deve rimbombare in quello spazio angusto come un rutto del dio tonante in una lattina di coca. Boris porta le mani alle orecchie, il frastuono è devastante.
Mi metto a ridere. Vittorio farfuglia qualcosa. Hita parla in spagnolo e capisco solo: "H...d..puta" Il mio spagnolo è arrugginito, ma la parola ’puta’ la conosco bene. Devo aver regolato male microfoni e megafono, c’è un’eco infernale lì dentro. Un rimbalzare di decibel stonati, un effetto Larseen di un millepiedi unghiato e incapace, che fa free climbing su una parete di lavagna.
"Per favore parliamo uno per volta. Hita, chi è che ti ha sputato?"
Mi chiedono chi sono io, mi chiedono dove si trovano, mi chiedono che fine faranno. I soliti interrogativi che si rivolgono a Dio. Io faccio come lui: non do nessuna risposta.



Giorno IV
Il ritmo si sta afflosciando un po’. Sarà che l’ossigeno comincia a scarseggiare. Butto là uno spunto di discussione politica:
"Che ne pensate dell’avanzata della sinistra europea che strumenti dovrebbe usare il centrodestra per riprendere terreno nelle coscienze politiche dei cittadini che tipo di impostazione politica avete vi piacciono i cannelloni ai funghi porcini e il manzo alla Bourguignon con contorno di patate novelle?" Non mi risponde nessuno. C’è una rissa, le donne intervengono. Sono tritolo gettato sul barbeque di una tranquilla cenetta in famiglia.
Vittorio rimane steso sul pavimento. Occhio sinistro aperto, occhio destro semichiuso, gamba sinistra verso est, gamba destra a sud ovest. In questo Reality le eliminazioni sono totali e spontanee. Vittorio è il primo ad essere eliminato. E’ rimasto nella stessa posizione per ore, vegliato dai suoi compagni, insidiati da cupe visioni di roastbeef, di bistecche all’osso. Nel silenzio, lo schioccare di lingue che deglutiscono eccessi di salivazione.
Del caro Vittorio ci rimangono solo dei pantaloni sbrindellati. Boris cerca di mangiarsi il cesto di capelli, ma sono troppo lunghi e stopposi e rimane strozzato. Non fa nemmeno in tempo a morire che già gli assaggiano i teneri polpacci.



Giorno V
L’aria è talmente rarefatta e viziata.
Nessuno a pensato a risparmiare fiato, solo a mangiarsi e mangiarsi e ancora mangiarsi.
Frank e Sarah parlano debolmente, si baciano, quando si staccano hanno le bocche insanguinate, si sono strappati le lingue a vicenda, si lasciano trascinare dalla corrente dello Stige, in effluvi rossi e caldi. Sarah striscia verso quei bocconcini, comincia a bere sangue dalle loro bocche, cerca di sniffare qualche molecola d’aria depositata nei loro apparati respiratori, inutile, muore anche lei. Non posso fare a meno di notare il suo bel culo che ha un fremito convulso, sembra che la morte abbia approfittato per darle un ultimo colpetto. Rimane solo Hita, in finale.
Hita allarga le gambe, indica qualcosa lì in mezzo, dice che mi amerà per sempre se la libero. L’idea di poter essere amati da Hita finché morte non la separi, mi fa sentire eccitato e tenero, mi sento un ragazzino al primo bacio con la compagna di classe, ho le coliche intestinali, i testicoli mi si arricciano come capelli bruciati.
Scendo al piano terra, sfondo l’entrata dello scantinato a colpi di piccone, quando cade il muro m’investe un pesante ghibli d’oltretomba, calo una scala, corro da Hita trafelato, il cuore mi sfonda la cassa toracica, vorrebbe raggiungerla prima di me, arriviamo insieme. Hita è rimasta appoggiata con la schiena alla parete, i capelli neri e scomposti rigano la fronte come colate d’inchiostro, il volto girato verso l’entrata, il mento reclinato sulla spalla sinistra. Deve aver sentito il rumore delle picconate, deve aver pregustato la tenerezza di tutto il nostro amore ancora nel nascere. La mano destra la tiene piegata, stanca, ad angolo retto, il dito indice punta ancora la terra promessa fra le sue gambe. Dalle labbra screpolate e semichiuse precipitano delle parole, un flebile suono, sembra un saluto di addio.



Non c’è un reality più reality del Grande Sepolcro. Esattamente come la vita. Ci ammazziamo l’uno con l’altro. Nessuno vince, tutti muoiono, nell’attesa che qualcuno lassù ci liberi dalla trappola in cui ci hanno risvegliato. Ma il passare del tempo ci convince che lassù godono solo a vederci crepare. L’unico sollievo da questo incubo è l’amore, ma quando lo chiamiamo a noi, il tempo ormai è scaduto.



Le selezioni per la seconda dizione sono già cominciate.

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