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mercoledì 27 aprile 2005 - ore 18:48


il diario di erica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Rovistando nella mia cantina polverosa ho trovato per caso un diario incredibilmente antico, appartenuto ad una donna di nome Erica. E’ ricco di poesie e di descrizioni degli incontenibili slanci d’amore della proprietaria.
Doveva essere una donna passionale e romantica. Ma la lettura delle sue ultime pagine mi ha sconvolta. Non ho idea se i fatti descritti fossero veri o inventati. Ad ogni modo, riporterò qui sotto quello che ho letto nelle ultime pagine ingiallite, sperando di sentirmi un po’ meglio dopo aver condiviso questo terribile segreto con voi.

"6 giugno 1650.
Mio caro diario,
mi appresto a scrivere qualcosa di orrendo. L’amore... l’amore! Mi ha portata alla morte!
Tra le tue pagine ho parlato molto spesso di Emanuele, l’uomo che amo e che non mi ha mai degnata di uno sguardo. Ebbene, poco tempo fa ho deciso che era arrivato il momento di darsi da fare, mi ero stufata di quest’amore non corrisposto, di struggermi per lui senza ottenere risposte. E allora mi rivolsi alla mia migliore amica Elena. Le parlai dei miei tormenti e le chiesi se conoscesse qualche mago potente che fosse in grado di aiutarmi con un filtro d’amore. Lei rispose che no, non conosceva maghi, ma conosceva un rimedio per il mio problema.
Mi confessò di far parte di una setta satanica e che spesso ella si riuniva con gli altri membri per compiere i riti. Disse che facendo parte della setta ogni tuo desiderio veniva realizzato, però in seguito avresti dovuto partecipare ai riti e ubbidire a tutto quello che il Maestro ti ordinava.
All’inizio ne fui spaventata, poi pensai che volevo Emanuele a tutto i costi.
Elena mi disse che non poteva rivelarmi nulla dei riti, ma che prima di decidere dovevo pensarci bene perché era un grosso impegno e, dopo aver fatto la mia scelta, non avrei potuto cambiare idea. Ma io non avevo voglia di perdere altro tempo, avrei fatto qualunque cosa pur di ottenere il suo amore, ahimè!
Così pochi giorni dopo, cioè ieri, Elena mi condusse nel luogo in cui sarebbe avvenuta la Messa Nera: un castello circondato dalla campagna, molto isolato. Il rito si sarebbe compiuto nel salone. Andammo nello scantinato dove una vecchia ci ordinò di spogliarci. Feci come mi era stato detto e dopo essermi sfilata gli ultimi abiti, lasciando scoperte le mie curve morbide, lanciai ad Elena un’occhiata titubante.
- Te l’avevo detto. - disse lei.
Mi sentii un po’ più sollevata quando la vecchia mi infilò la tunica nera con le sue mani ossute. Mi venne calato il cappuccio sul viso e mi sentii mancare l’aria, seppure nella stoffa ci fossero due buchi che mi consentivano di vedere.
Andammo nel salone. Un centinaio di persone, ognuna celata dalla rispettiva tunica nera, in piedi, disposte a cerchio. Al nostro arrivo alcuni si scansarono per farci spazio. Diventammo parte del circolo e potei vedere cosa c’era all’interno: un tavolo rettangolare, coperto da un panno di velluto nero e circondato da candele. Nessuno fiatava, non un rumore. Si udiva solo il crepitare delle fiammelle.
Entrò un uomo con una tunica rossa accompagnato da due chierichetti. Tutti si inginocchiarono. Mi inginocchiai anch’io.
- E’ il Maestro – mi sussurrò Elena.
I bambini tenevano tra le piccole mani due incensieri d’argento. Si inginocchiarono accanto al tavolo, uno per lato. Fecero oscillare gli incensieri e la sala fu invasa da un profumo di chiesa. Intonarono con le loro voci infantili una lode a Satana:
- Benedetto sia Satana, benedetto sia Lucifero, benedetti siano tutti i demoni dell’Averno. –
E tutti cantarono in risposta:
- Che ci concederanno la loro benedizione spirituale in tutti i luoghi infernali. –
Il Maestro si mise di fronte al tavolo.
- Che sia fatto entrare l’agnello sacrificale! – tuonò.
E all’improvviso il silenzio fu infranto da urla. Urla di una donna.
Nella sala entrarono due figure scure. Tenevano saldamente un corpo nudo, armonioso, dal candore d’alabastro. La donna si dimenava e strillava, implorava pietà. Non riuscii a vederla in viso, perché era coperto dai suoi capelli che ondeggiavano con furia ai suoi movimenti. Le figure incappucciate la stesero sul panno nero che la fece sembrare ancora più splendente. La legarono in modo che le gambe pendessero davanti al Maestro, una da un lato e l’altra dall’altro.
Non riuscii a credere ai miei occhi.
- Cosa le fanno? – bisbigliai.
- Vedrai. – rispose la mia amica.
Entrarono altri due chierici. Bisbigliarono qualcosa all’orecchio della donna, le cui urla si smorzarono lentamente. Depositarono sul ventre tremante un piattino con le ostie e sul rigonfiamento dei seni un calice d’argento. La donna ora piangeva in silenzio.
Il Maestro cominciò a pronunciare oscene litanie con la sua voce monotona, sepolcrale. I chierici fecero oscillare gli incensieri, facendone uscire spirali di fumo che col bagliore tremulo delle candele creavano un’atmosfera irreale.
Entrò un quinto chierico. Porse solennemente al Maestro un pugnale.
- Oh Satana, - tuonò il Maestro – ti offriamo questo prezioso sacrificio, chiedendoti in cambio la realizzazione dei nostri desideri.-
La donna riprese a urlare. Attraverso i buchi del cappuccio mi parve di vedere uno scintillio negli occhi del Maestro. Egli prese tra i polpastrelli delle dita un capezzolo della donna. Lo strinse.
Quali urla strazianti! Quale terrore si impadronì della povera donna quando il Maestro avvicinò il pugnale al suo seno!
Praticò due tagli a croce su quella pelle così rosea, così tenera! Dal capezzolo sgorgò immediatamente del sangue. Il Maestro prese il calice e lo poggiò al seno rigato di rosso, cercando di non farne perdere neanche una goccia. Strizzò il capezzolo e ne fece partire un nuovo fiotto di sangue.
Il calice fu riempito per metà.
Allora lasciò il seno. Poggiò il calice sul tavolo, tra le gambe della vittima.
Le urla si attutirono un poco, finchè la povera donna non capì quello che il Maestro aveva intenzione di fare. Il pesante tavolo sembrò oscillare. La donna si scuoteva tutta, tirava le corde con così tanta forza da farsi sanguinare le caviglie. Era una fatica vana.
Il Maestro le carezzò i genitali.
Le prese le piccole labbra, le tirò un poco. Avvicinò lentamente il pugnale. E tagliò.
Quali urla squarciarono la gola della vittima!
Posò i due brandelli di carne dentro il piattino con le ostie. Prese rapidamente il calice e lo pose tra le gambe frementi. Raccolse una sufficiente quantità di liquido per riempirlo. Si leccò le dita insanguinate per non sprecarne neanche un pò.
La donna perse i sensi.
I chierici cantarono e il Maestro innalzò il piattino, pronunciando la Consacrazione. La gente dalle tuniche nere chinò la testa in segno di rispetto.
- ... lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.”-
Poi innalzò il calice.
- Dopo la cena allo stesso modo, prese il vino. Lo diede ai suoi discepoli e disse “Prendete e bevetene tutti, questo è il mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. –
E quello che vidi in seguito mi contrasse lo stomaco. Il Maestro prese i brandelli di carne sanguinolenti e... li mangiò! E poi bevve un sorso di sangue.
Ebbi tanta voglia di vomitare. Oh, povera me! Non sapevo ancora cosa mi aspettava!
I chierichetti presero il calice e il piattino e passarono dalla gente con le tuniche nere. Ognuno prendeva un’ostia, la immergeva nel calice e... la mangiava!
- Oddio oddio io non ce la faccio – mormorai – che schifo no io non la mangio non la mangio ommioddio... –
- Smettila! Avresti dovuto pensarci prima! – mi rimproverò Elena.
Così quando fu il mio turno, presi con mano tremante l’ostia e la intinsi nel sangue... Sollevai un pò il cappuccio. E la misi in bocca. Un sapore dolciastro. Terribilmente dolce. Deglutii senza masticare.
Sentii le lacrime sgorgarmi dagli occhi. Per fortuna avevo il cappuccio.
Dopo la comunione, con una mossa precisa, il Maestro tagliò la gola della donna, per assicurarsi che fosse morta. Poi si sfilò la tunica (ma non il cappuccio), rivelando una potente erezione.
- Oddio oddio cosa sta facendo oddio non ce la faccio... –
- La vuoi smettere? –
Lo fece. Penetrò quel corpo pallido e si mosse, spingendo con le mani avanti e indietro le gambe inerti. Osservai la scena con occhi sbarrati. Un cadavere! Stava violentando un cadavere!
Ma non arrivò all’orgasmo. Si ritrasse, ansante, il membro tumefatto e sanguinolento.
I chierichetti si mossero a passi svelti verso il cerchio di persone... verso di me!! Mi presero le mani.
- Procederemo al rito per iniziare al satanismo la nuova arrivata.- sentenziò un bambino.
- Cosa? Cosa volete farmi? – Ero già isterica.
I chierici mi tolsero il cappuccio e la tunica. Il cerchio di occhi, dalle fessure di stoffa, mi guardava languidamente. Cercai di coprirmi le parti intime con le mani, ma i bambini non mi lasciavano.
Alcuni stavano già provvedendo a sgomberare il tavolo dal cadavere.
I bambini mi tiravano verso il Maestro, verso il tavolo coperto dal panno nero.
- No! – strillai.
Il Maestro puntò l’indice contro di me.
- E’ stata una tua scelta e ora devi rispettarla o morirai! – disse, impaziente.
Guardai il suo pene coperto di sangue. No, non potevo! Non potevo lasciarmi contaminare da quel mostro! E se fossi rimasta incinta? Avrei portato in grembo un figlio di Satana!
Con uno strattone mi liberai dalla stretta dei bambini e corsi fuori dal cerchio. Mi precipitai verso la porta. Era chiusa! Mi voltai. Il maestro e i chierici erano rimasti vicino al tavolo, composti. La gente in tunica nera stava correndo a prendermi.
- Fermatevi! – disse il Maestro – Se vuole venir meno alla sua scelta, che faccia pure. Verrà punita da Satana con la morte. –
Un chierichetto mi portò la mia tunica e, con una piccola chiave d’argento, aprì la porta.
- Ricomponiamoci, fratelli! Ricomponiamoci! Sfogheremo i nostri desideri carnali con un’altra donna del cerchio. Con qualcuna che non desidera la morte. -
Mi infilai la tunica frettolosamente e mi sentii un po’ più al sicuro. Vidi Elena che si apprestava a spogliarsi. Venne condotta sul tavolo dai chierici.
- Blasfemi! – urlai – Sacrificare così povere fanciulle innocenti! Torturarle in questo modo! Ridicolizzare il Signore! Ma non avete un briciolo di umanità?-
Mi stavano ignorando del tutto. I bambini stavano legando Elena e tutti guardavano languidamente le rotondità del suo corpo.
- Mi avete sentito?? – strillai.
I bambini presero a cantare e a far oscillare gli incensieri. Il Maestro allargò le gambe di Elena e vi affondò dentro. Cominciò a muoversi.
- Svelerò tutto al tribunale dell’Inquisizione e vi farò bruciare tutti al rogo!! –
Il Maestro si fermò e mi guardò.
- Sei proprio stupida, - disse – pensi che se tu potessi farci questo ti avremmo lasciata andare? -
Nonostante il cappuccio, capii che sorrideva.
- Tu sarai la prima a morire, - riprese a muoversi – e chiunque verrà a sapere i segreti dei nostri rituali, morirà con te. E ora vattene, lasciami godere della mia lussuria. –
Uscii dal salone spaventata e perplessa. La vecchia dalle mani ossute mi venne incontro. Mi diede uno schiaffo e mi strappò via la tunica di dosso. Lasciò cadere a terra i miei vestiti e, prima che avessi il tempo di ribattere, se ne andò.
Questo è quanto avvenne la scorsa notte, mio caro diario. Ho tanta paura! Se penso al motivo sciocco che mi ha spinta a subire tutto questo... oh! L’amore!
Cosa me ne importa dell’amore adesso che sto per morire! In questo poco tempo che mi rimane ho voluto scrivere quello che mi è successo. Ho bisogno di dirlo a qualcuno, di sfogarmi, ma non voglio condannare nessuno alla morte.
Ahhh! Sento dei crampi allo stomaco! Sta per arrivare la mia ora! La punizione di Satana!
Spero solo che nessuno leggerà mai queste pagine.

Erica"

Non sono una persona superstiziosa e non credo nelle maledizioni, quindi penso siano tutte sciocchezze. La punizione di Satana! Che cavolata. Figuriamoci. E poi, io sono ancora viva e vegeta. E’ stata però una lettura interessante, non credete? Potrebbe essere la descrizione di una vera Messa Nera ed è raro leggere descrizioni così fedeli a...

Oddio... oddio... sento dei crampi allo stomaco...

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lunedì 25 aprile 2005 - ore 17:09


un po' di sole
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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lunedì 25 aprile 2005 - ore 11:34


appetiti diversi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Adriano afferrò il block notes dal cruscotto polveroso. Lo aprì e gli diede una rapida scorta, quindi, pensoso, strappò il foglio, se lo ficcò nella tasca del giubbotto e smontò dal furgoncino. Tirò fuori la cassetta degli attrezzi dal vano posteriore del Kangoo, diede l'ultimo tiro alla sigaretta che teneva stretta fra le labbra e poi gettò il mozzicone a terra.
In quel momento si piegò in due e tossì con violenza una dozzina di volte, una tosse secca e stridula, simile a un guaito. Sentì i polmoni che gli si spaccavano in mille pezzi e vide stelle giganti danzargli negli occhi. Tirò fuori il fazzoletto bisunto e se lo schiacciò sulla bocca. Quella tosse insistente e improvvisa lo preoccupava. Forse era la volta buona che si decideva di farsi vedere dal medico.
Quando si fu ripreso andò alla porta dell'abitazione e suonò il campanello. Presto un'ombra fluì dietro i vetri smerigliati. Adriano fece un passo indietro, afferrò la cassetta degli attrezzi e aspettò che qualcuno gli aprisse.
Nadia, in accappatoio, apparì all'uscio e lo squadrò. - E' l'elettricista immagino ?-
- Qui per servirla, signora - disse Adriano proponendole un sorprendente sorriso alla nicotina. In realtà la sua mente gridava quell'unica frase nota a tutti i maschi etero italiani alla vista di un corrispettivo soggetto femminile degno di nome: perdio, che figa ! Era semplicemente impossibile resistere a tanta bontà della natura espressa in un sol corpo. I suoi occhi erano inchiodati su quelle labbra carnose e sporgenti - labbra da pompini, in specifico, nel suo immaginario di segaiolo. E poi c'era il fatto che era in accappatoio - sotto era nuda. Perdio, dov'era finito il senso del pudore ! strillava la sua dignità di maschio mentre sentiva qualcosa muoversi là sotto. E poi dicono che le violentano...
- Abbiamo un problema con un elettrodomestico - disse Nadia conducendolo all'interno dell'abitazione. - Quando lo colleghiamo salta il salvavita. E' strano, prima non aveva niente... mio marito dice che consuma troppo. Sa, lui se ne intende un pò e... -
- Forse è a massa - la corresse Adriano, mentre fissava con un groppo al cuore le gambe di Nadia che sforbiciavano per un buon metro da quell'inutile indumento di spugna che si portava addosso. Il profumo che emanava era una magica scia di peccato. Mio marito, aveva detto. Sospirò. Come poteva avere un marito una creatura del genere ?
Ecco lei che si voltava e lo spiava da sopra una spalla. Gli occhi languidi e le labbra tremule. Vieni, dicevano, non vedi che fame che ho. Ho bisogno di sentir...
- Scusi, come ha detto ? A massa ? -
Adriano scosse la testa e scacciò quel pensiero. Era da troppo che non andava con una donna. Era... era... dov'era rimasto ? Si sentì divampare in volto quando scoprì che lei lo fissava con le sopracciglia aggrottate. Forse aveva scoperto l'interesse poco professionale che nutriva nei riguardi del suo corpo. Ma certo, sibilò una voce dentro di lui, quelle sanno sempre quando un uomo è interessato.
- A massa - disse infine. - Vuol dire che c'è una dispersione a terra. Il salvavita lo sente e stacca la corrente. E'... è una sorta di protezione, sa ? Ci dice quando c'è qualcosa che non funziona -
- Ah ! Ma sarà caro ? -
- Dipende. Bisogna prima vedere il dann... urka, se è grosso !-
Nadia sorrise.
Il freezer era una scatola rettangolare bianca, di due metri e mezzo per settanta, forse novanta centimetri di lato. Occupava quasi tutta una parete come un'insolita cassapanca elettrica. Il maniglione per l'apertura dello sportello era semplicemente sproporzionato e curvava verso il basso, come una bocca in una perenne espressione di disgusto. Era muto, con le spie spente. Il cavo di alimentazione era attorcigliato sul pavimento e la spina staccata.
- Deve costare un capitale un simile aggeggio - disse Adriano posando la cassetta degli attrezzi sul pavimento. - E' un modello da ristorante, credo. Non è nuovo, ma sembra in buono stato. -
- Infatti - puntualizzò Nadia. - Un tempo avevamo una trattoria non lontano da qui. Abbiamo venduto dopo la morte di papà. Però questo ce lo siamo tenuti. Mi dispiacerebbe se non si potesse riparare. E'... è un ricordo di famiglia. -
Adriano annuì e cominciò a tirare fuori i soliti attrezzi del suo mestiere. Chinato, da quell'angolazione, poteva vedere bene il panorama che Nadia gli offriva. Alzò lo sguardo e incontrò i suoi occhi. Erano grandi e luminosi, umili in un certo senso. Dio, perché non riesco a toglierle gli occhi di dosso ? Non lo sapeva. Quello che sapeva di certo era che avrebbe dato qualsiasi cosa per toccarla.
E lei lo sapeva.
- Posso lasciarla al suo lavoro allora ?
No, non era vero, non gli aveva detto così.
Dimmi di no, ti prego. Toccami, toccami adesso e ti prometto l'universo. Qui, in basso, ho caldo. Senti il mio calor...
Adriano si alzò in piedi un pò spaventato. Cos'era quella voce che sentiva nella testa? Era forse la somma definitiva delle improbabili scenette hard-core che passava ogni sera sul videoregistratore a deturpare la realtà ? Era forse una punizione divina ? Sentiva dentro di sè una strana eccitazione mista alla paura, l'eccitazione fallace della prima scopata. Erano anni che non scopava e l'analisi del suo complesso era semplice: aveva bisogno di chiavare, fottere; aveva bisogno di godere, cazzo. Di godere con lei.
- C'è qualcosa che non va ?- Nadia sembrava allarmata.
Lei sapeva.
In quel momento Adriano prese a tossire forte. Ogni colpo gli generava brividi lungo la spina dorsale, gli frantumava i polmoni. Sentiva che dentro non andava affatto bene. Si sentiva rotto. C'era qualcosa che non andava in lui. C'era...
C'era lei che gli accarezzava il braccio irsuto.
- Mi vuoi, vero ? - gli sussurrò nell'orecchio. Le sue labbra carnose lì a pochi centimetri da lui. Il suo profumo che lo incantava in un'esaltazione al cubo.
- Oh, signora... - disse Adriano. Le parole gli morirono sulle labbra mentre le mani di lei gli accarezzavano il cavallo dei jeans, sensibile e rigonfio. Il fazzoletto gli sfuggì di mano mentre si aggrappava al bordo del freezer per non cadere. Sentiva il pene decollare come un razzo. L'imbarazzo che provava non era niente in confronto al desiderio che esplodeva. - oh, signora, ma perché...- Tirò su col naso.
Lei lo zittì. Le sue mani trovarono la zip della patta e l'abbassarono con decisione.
- Così... - deglutì, rise, degluì ancora - così mi fa morire. -
- Anche tu mi fai morire. Vuoi toccarle ? - disse lei massaggiandosi una mammella voluminosa.
Adriano si passò la lingua sulle labbra tremule. - S... sì - Gli tastò le carni solide, mentre lei gli abbassava i calzoni e liberava il membro dalla sua prigione di cotone.
Adriano fece scivolare le sue mani sui glutei di lei e gliele strinse. Lei rise e lo spinse delicatamente verso il freezer.
Lo sportello dietro di lui si aprì troppo lentamente per essere notato.
- Così, da bravo...-
La schiena di Adriano si fermò contro il mobile dell'elettrodomestico.
Nadia lo baciò sulla guancia ruvida di barba poi si inginocchiò di fronte a lui.
Adriano spinse indietro la testa e chiuse gli occhi pregustando le sue labbra e la sua lingua.
Così non vide che lo sportello del freezer si chiudeva sopra di lui.

Michele fissava sua sorella Nadia. Aveva ancora indosso i calzoncini sportivi e la maglietta intrisi di sudore. Per tutto quel tempo era rimasto in camera da letto a fare dell'esercizio fisico. Il suo corpo era un continuo alternarsi di valli e colline, perfetto e scultoreo; era il sogno tramutatosi in realtà per i clienti che potevano toccarlo, la semplice espressione del suo incurabile narcisismo per lui.
- Vedo che ti sei data da fare, sorellina. -
Scostò le tende e guardò fuori. Vide il furgoncino di Adriano parcheggiato sulla strada. - Un elettricista questa volta. Uhm, stai cadendo in picchiata in fatto di gusto. Papà come l'ha trovato, elettrizzante ? -
- Michele... guarda, non cominciare. Non è giornata- Tagliò corto lei. Non sopportava suo fratello. La sua arroganza era pari alla sua bellezza. Nadia chinò la testa di lato e si accese una Marlboro. Aspirò rapidamente il fumo e lo tenne dentro. Le mani le tremavano vistosamente. Non si sarebbe mai abituata a quella cosa, pensava. Il processo di assorbimento era stato più pietoso del previsto e aveva dovuto tirare al massimo lo stereo per coprire le urla.
Suo fratello non aveva pietà. Continuava a torturarla: - E adesso cosa facciamo con quel - coso - parcheggiato di fronte a casa nostra, eh ? -
- Sbrigati e vallo a spostare. -
- Sbrigati e vallo a spostare - la canzonò Michele nella sua migliore inflessione da omosessuale. Le posò una mano sulla spalla. - Questa volta ti arrangi, sorellina, ca-pi-to ? Ho finito di rimediare alle tue stronzare. Stop. Croce sul cuore. Parola di lupetto, come cazzo la vuoi chiamare. Ci vai tu adesso a spostare quel cazzo di aggeggio... e vedi di non destare sospetti questa volta, lo sai che odio avere quei dannati carabinieri fra le palle. -
Le soffiò nell'orecchio.
- Sei il solito verme schifoso! Toglimi quella merda di mano di dosso. -
Michele le fece scivolare la mano sul gluteo e glielo strinse. Lei si girò di scatto e lo colpì con una sberla.
- Brutta stronza, mi hai rovinato la faccia ! - strillò Michele massaggiandosi la guancia colpita. La sue pelle era delicatissima e la curava ogni giorno. - Spero che ti venga un'ernia alla prugna, piccola strega sifilitica. Guarda che casino hai combinato ! Guarda che cosa hai fatto alla mia pelle. -
- Va a fartela curare dai tuoi amichetti, fratellino. Adesso muovi quelle chiappette dorate e va a togliere di mezzo quel furgone. -
Michele fece per avventarsi su di lei ma si bloccò. Nell'altra stanza proveniva un rumore che entrambi conoscevano bene. Si scambiarono un'occhiata perplessa.
- E' papà - confermò Michele.
- Che cazzo vuole ancora, ha avuto il suo pasto, no ?-
- Si vede che non gli piace, sorellina. -
- Va a vedere che vuole ancora -
- Vacci tu. -
Il rumore crebbe d'intensità e entrambi uscirono dalla stanza. Il freezer stava battendo la porta violentemente, producendo immondi odori ogni volta che si apriva e si richiudeva.
- Perché fa così ?-
- E che cazzo ne so ! - strillò Michele.
- Che c'è pà, non ti va la bistecca ? -
In quel momento la porta si aprì e il freezer lanciò nell'aria il suo contenuto, schizzando le pareti di liquido ambrato e facendo atterrare il corpo semi digerito di Adriano a pochi metri da loro. Entrambi scattarono all'indietro.
- Dio, che schifo ! - esclamò Michele distogliendo lo sguardo. L'odore era immane.
Il corpo inerte era completamente latteo, quasi trasparente. Dall'interno si potevano distinguere con assoluta chiarezza il blocco delle viscere, ormai svuotate dei loro succhi e rinsecchite come palloncini sgonfi. La faccia era stata prosciugata fino al teschio. I denti esposti in un ghigno feroce.
La porta del freezer sbatteva all'impazzata.
- Adesso che facciamo. Perché non lo vuole ?-
Michele si avvicinò al corpo, con una mano premuta sulla bocca e sul naso. Lo rivoltò con un colpo della punta della scarpa. Alcuni pezzi si smembrarono all'istante e alcune bolle esplosero pus ambrato. I tessuti della schiena si sfaldarono ed emerse la colonna vertebrale come un misterioso serpente alieno.
- Bel colpo sorellina. Guarda, ha il cancro. - Disse Michele indicandogli i polmoni tumefatti di Adriano. - Guarda com'è esteso. Ma come faceva a stare in piedi quest'uomo ?-
- Dalla porta è entrato con le sue gambe. - disse Nadia.
- Hai fatto arrabbiare papà. L'hai quasi avvelenato con la tua bravata, lo sai sorellina ?-
Nadia rimase zitta.
- Adesso dobbiamo pulire tutto quanto e in fretta anche. -
La porta che sbatteva preoccupava Michele. A volte poteva perfino camminare. Lui l'aveva visto una sola volta e gli era bastato.
- Guarda come ha fame, poverino. -
- Potremmo invitare quella coppia stasera. -
- Quei maledetti scambisti. Dio, se sono noiosi. -
Hai qualcosa di meglio fra le mani ?-
Michele scosse lentamente la testa anche se odiava fare il marito.
- E che facciamo se non gli piacciono. Lei è piena di nei. Disgustosa. -
- Ma lui è bello grasso. Vedrai che gli piacerà - Disse Nadia.
- Vero, papà, che ti piacerà ? -
La porta del freezer si bloccò di colpo e poi si richiuse lentamente, come la bocca di un alligatore. Dall'interno provenne un forte rumore liquido.
Poi fratello e sorella si misero al lavoro.


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domenica 24 aprile 2005 - ore 21:06


neve fantasma
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Aveva desiderato che lei glielo succhiasse con quelle labbra morbide cui mancava solo il respiro per sembrare la tana di una donna immensa come il viscido fegato di un pesce. E pensare che lui nel caos della mente fradicia aveva amato di lei proprio questa possibilità di lasciarsi andare alla morte. L'aveva spogliata, osservata, finto che non desiderasse da lei altro dal trovare un pizzico di pace.
L'aveva presa fingendo di amarla, l'aveva aperta con le dita, desiderando di squarciarla ma trattenendo le dita dall'aprire una ferita verde tra le sue cosce. Aveva leccato i suoi capezzoli evitando le coppe dove sapeva essere maggiore il piacere, aveva tremato nel vedere il suo respiro farsi corto, aveva guardato il cielo pregando Dio che scendesse e lo portasse via con l'uragano, aveva pregato Dio che lo uccidesse.
E poi era stato un lampo, tutto di una brevità idiota, quasi limpida per il messaggio contenuto. E si era trovato un secondo dopo la morte, dopo una manciata di spinte, tra le braccia di lei, come tra le spire di un nemico.
-Mi ami?- gli aveva chiesto lei.
Lui si era preso la testa fra le mani e aveva respirato sulla chiglia, e lasciato uscire quelle parole come se liberandosene non gli sarebbero più appartenute, fosse stato il mare a pronunciarle, le aveva detto -Mi fai schifo-
Lei allora alzatasi si era portata una mano tra le cosce sul pube, poi se l'era portata alla bocca e aveva detto -E' il tuo sperma- e l’aveva leccato.
Si era voltata e se n'era andata camminando un po' sciancata, avanti e dietro e per quel molo, in quell’amore eterno.

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domenica 24 aprile 2005 - ore 13:11


....
(categoria: " Vita Quotidiana ")


questa sera c'è una festa!!!ehm...perchè no?

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domenica 24 aprile 2005 - ore 13:01


Benvenuto a me!
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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