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eravamo in piedi nel salotto buono di tua madre e sudavamo come turchi in quella terribile estate.
il sudore fu sulla tua guancia, poi fu sulle tue labbra.
deve essere stato un sogno.. tua madre non mi fece entrare

ABBIGLIAMENTO del GIORNO



ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata

[bimba se sapessi che monotonia tutte quelle balle sulla fantasia]




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lunedì 16 giugno 2008 - ore 19:34


FORSE C’ERA DELL’ALTRO, MA C’ERI ANCHE TU
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Se non ci fossi...riusciresti ad immaginarmi?
Questo è un po’ egoista, un po’ fantasioso, un po’ cattolico.
(che alla fine opterò per attirare la tua attenzione con un cartello enorme.)
(cercansi la maestra Daniela.)
(ma non chiedermi di essere educata, di lavarmi le mani o le tabelline.)
non le so, le tabelline. E nemmeno Pitagora. Purtroppo sono poco fisionomista e anche quando gli anni non ci stavano più sulle mani...io l’ipotenusa non l’ho mai riconosciuta.
Mi piaceva di più far arrabbiare le prof di italiano per come non rispettavo la punteggiatura.
Tirare in ballo Pasolini e Tondelli alla maturità. Che tanto poi tutto si paga.
Addormentarmi sul vocabolario di greco. Tradurre Sofocle sbucciando mandarini.
Sprecare inchiostro per trascrivere i malumori migliori di Isabella sui bordi delle pagine.
Bandire Montale e compagnia, per farmi cullare tutte le notti da Silvia Brè, anche quando la cantava Giulio Casale.
È stato tremendo quello che sono stata. È stato tremendo ciò che è accaduto.
La scoperta dei fumetti di Davide e la musica dei Tre Allegri Ragazzi Morti.
Ci sono frasi scritte solo per consolare.
“ed hai pianto per un film, e hai chiuso da poco con chi non ti ha capita e forse non ti capirà mai..”
Se non ci fossi..riusciresti ad immaginarmi?
Per questo mi racconto a te che mi conosci così poco. Ma è poco davvero?

Dio solo sa se questa città ha alberi.
Eppure soffoco sotto la gigantesca scritta Coop.



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domenica 15 giugno 2008 - ore 18:18


YOU SOUND SO ANGRY, JUST CALM DOWN, YOU FOUND ME
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Rabbia ingiustificata che mi suona dentro con gli Strokes.
La sonata di Beethoven viene dopo Reptilia.
Trovo sia assimilabile alla violenza, la dipendenza dagli altri.
Per me, poi, che odio ritardi, imprevisti, complicazioni.
Sarà che stare da soli rende irascibili.
Rende responsabili solo verso se stessi.
(Ho chiuso il gas, vero?)
Sarà che di Saint-Exupery ti fanno leggere, dalle elementari, solo le parti più dannatamente ruffiane.
Sarà... ma arrivata a ventidue anni, te ne freghi se il piccolo principe ha trovato traffico, se è stanco, se è stato al pranzo coi parenti (la pecora, intendiamoci...d’altronde vive in un pianeta così piccolo), tanto che da brava volpe, passate le quattro e cinque, ti viene da chiamarlo e dirgli che è meglio non vedersi più.
(e chissenefrega dei capelli oro come il grano..che l’essenziale c’è e si vede, dalle piccole cose).
Non sarei la prima fata Turchina a fare l’autostop.
Verso la centrale.
Non sarei la prima fata Turchina a vedere bene anche con gli occhi.
Che il cuore è andato in aceto per come Geppetto mi scartavetra i piani.



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sabato 14 giugno 2008 - ore 19:30


FARò L’AVVOCATO, NON IL DISPERATO...MA IN UN’ALTRA VITA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sarà tutta questa pioggia.
Sarà per chi mi appella con aggettivi da casalinga.
(Scialba?)
Sarà che non ci sono alternative autorevoli.
Saranno le domande di Daisychain.
Ebbene sì, sono in attesa.
(Premaman di risposte, riviste su come far nascere il risentimento, scontrini di farmacia circa strumenti di precisione per testare i miei livelli di acidità.)
Oggi mi alzo e mi chiedo come lo chiamerò.
Quella cosa che sta sul fondo della pancia.
Quella nausea da mezza stagione.
I crampi da incubi notturni.
La schiena piegata da troppo rumore. Per nulla.
E ieri sera i Punkreas.
(Senza di loro per qualcuno non era estate.)
...
Sento che necessito dell’aiuto da casa.
Sento che dovrei comprare una vocale.
O una monografia su Gatto Pancieri.
O un crepuscolo all’ikea.
O una gabbia per i sogni migliori.
Prima che li faccia volare via un decreto legge.
O che me li tolgano con la volontaria giurisdizione.



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giovedì 12 giugno 2008 - ore 21:35


DA QUANDO NON MI HAI PIù CERCATO, MI SEMBRA MOLTO PIù DIFFICILE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri notte sola, in quella casa che sono abituata a vivere di giorno.
Il triciclo di Giulia in un angolo.
Il ticchettare del lavandino in cucina.
Passi svelti dei vicini, sopra.
Era una clandestinità quasi buona.
Vinicio cantava piano e sopra al tavolo c’erano le immagini dell’ultima ecografia. Vita che cresce senza contorno.
(Giulia che bussa ogni tanto alla tua pancia per capire se anche lì c’è qualcuno. Un ta-to).
E allora non sai più cosa sia necessario, per la felicità.
Da quanto tempo non lo sai?
Finirò ad innamorarmi di tuo marito. O del padre per i miei figli.
Che non ho.
Finirò a non sapere più cosa voglio.
Ad ascoltare gli Zero Assoluto.
A disperarmi per giorni partoriti con dolore.
L’assurda condanna di non sapersi bastare.



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mercoledì 11 giugno 2008 - ore 14:05


ARRIVAVA VIA INTERNET LA SERA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Tarli nel cervello.
Una debolezza cattiva, amara.
Le parole a dieta.
Qualcuno si è preso la briga di scrivere alle due di notte.
Un messaggio nemmeno troppo breve. Frasi senza troppa esitazione. E continuo a risponderti che mi manca non averti sentito suonare vicino a Notredame.
Continui a citarmi per quanto ti piace quello che ho scritto. Piegare il silenzio. Con un suono.
A volte temo sia una maledizione.
A volte è l’unico modo per sopravvivere.
Chiudere lucciole in barattoli di vetro solo per Companera.



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martedì 10 giugno 2008 - ore 19:58


GIRA SU TE STESSA E PERDI I SENTIMENTI
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mail rassicuranti da professori gentili.
Sbuccio mele. Polsi indolenziti.
Mi fa male, quando qualcosa fa male e non dovrebbe.
Ferite ricucite. Ferite lacerate. Ferite che giuri se ne andranno. Ferite che rimangono sempre.
E questi giorni strani. Giorni che sembrano aver perso la voce, il telefono che non squilla, una casa vuota a cui fatichi a rivolgere la parola, le ore piene di partiture e numeri scritti in piccolo, gli esami che si avvicinano ed i libri che non si aprono da soli.
Spesso mi ritrovo a pensare come potrebbe essere diverso.
Penso alle parole del pittore, che sobrio diceva di stare ferma e guardarlo negli occhi.
(I miei occhi... che è stato Boda a quindici anni a dire ad Agave che avrebbe dovuto vederli, che le avrebbero tolto il fiato, mentre a me finiranno solo per farmi togliere punti dalla patente.)
Penso a quando sbronzo nel bel mezzo di un boulevard, si chiedesse cosa fossi.
Io che do a tutto un nome, ma che sfuggo ad una definizione quando mi trovo nella posizione di complemento oggetto.
Io che amo la grammatica e ne sono debitrice per quell’ordine mentale strano. Ogni cosa al suo posto. Prima l’articolo e poi la parola.
Io che quell’ordine lo sto perdendo.
Sto bene se non -tornassi- mai. E invece torni sempre.
E invece torna tutto quel male che ciclicamente mi illudo di riuscire ad inghiottire una buona volta per sempre.
Quel male che tutti dicevano mi avresti fatto.
Anche la donna del telefono, quella notte che ti ho chiamato e non eri solo, ma non stavi nemmeno con me.
E Tenco a ribadire che è stato solo perchè non avevo niente da fare, se mi sono innamorata di te.



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lunedì 9 giugno 2008 - ore 23:42


NON SI MUORE TUTTE LE MATTINE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Le femmine vengono prese dalla tristezza, una tristezza primordiale, ogni mese, tutti i mesi, quando falliscono la riproduzione. La vita gliel’ha messa in corpo, e la devono portare a frutto, altrimenti piangono, senza sapere perchè."
Non so perchè a rileggerti a pagina sette, mi torna in mente Muccino.
Sarà la tristezza per quella riproduzione purtroppo andata in porto.
Sarà per la Mezzogiorno incinta ed Accorsi in quello stralcio di film pseudo mieloso, pseudo irreale- appena rivisto.
(Attori ridotti a simulare attacchi di panico continuo ed iperventilazione, al posto di recitare.)
Che come in tutte le cose mi dico...smetto.
E poi finisci a bruciarti le sere a rileggere Anne Sexton tutto d’un fiato o ad accarezzare le vene parlandoti d’amore e di metadone.
Egli docet.
Un po’ ho invidia di quello che mi succede intorno.
Anche ieri sera, quando mi hai scritto che c’è una persona nuova nella tua vita e la Senna ed il Piovego, ed il mar Mediterraneo intero, mi sono andati tutto d’un tratto di traverso.
Ieri sera che hai scritto "siamo amici, no?".
Che ogni volta mi perdo in qualche frammento spazio-temporale mal digerito. La prima volta che mi hai guardato negli occhi. La seconda che mi hai chiamato con una C di meno. La terza che mi hai stretto per dirmi addio.
Quante volte ci siamo detti addio?
Continuerò a dirti addio, e lo sai, per molto tempo.
Fra le braccia di un altro.
In un tram di notte.
A piegare una kefiah.
Nello scegliere un profumo.
Quando gli anni non li conterò sulla mano.
Al prossimo “intendelo mas tarde o envie un sms que el destinatario recibirà en cuanto estè disponible” o come diceva la solita voce.
(Ma quante lingue sa, la donna del telefono?).
In tutti quelli che verranno e che amerò solo se saranno diversi da te.
Senza la tua crudeltà. Senza i tuoi primi piani. Senza Parigi, Bertolucci, Marlon Brando o Alain Delon.
(E allora piango. Che a controllare sul calendario è solo l’inizio dell’ovulazione.
Il mio profilo slavato da Jodie, quando di notte non è più solo bianco e nero).



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domenica 8 giugno 2008 - ore 11:54


PENNYROYAL TEA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Tu a Firenze o ad un matrimonio.
Io ed il mio appuntamento fissato con un post it sull’agenda.
(Al bar della stazione, mi aspetta. Perchè i bar piccolo borghesi pare siano chiusi la domenica. O solo nei film a colori.)
Atmosfere poco noir. Più malavita baustelliana, mentre brucio la mattina a mischiare il Gradus ad Parnassum con la voce di Bianconi, a cercare posti in macchina per l’ennesimo concerto a Vascon.
Che l’avevo promesso, che avrei smesso. Ma la poesia romantica dei suoi occhiali spessi, il restare esterrefatti e confusi pendendo dalle labbra di Rachele...
Che non so nemmeno perchè ci devo andare a parlare con questo, fissato a rapirmi, convinto che possa avere un futuro in America, quando io delle speranze, delle aspettative non so più che farmene.
Non si campa di pensieri ed intelligenza. Non si vive di parole.
Si sta come le farfalle che vivono solo un giorno, e già alle cinque del pomeriggio non vedono l’ora di morire.
Io non so nemmeno cosa venirti a dire. Non so nemmeno se sarà semplice riconoscerti seduto al tavolino di quel bar, dopo tutti questi anni.
All’epoca mi avevi stranito parlandomi di Zanzotto.
Plausibile, da chi ha più di dieci anni in più di me.
Plausibile per una liceale sognare di essere portata via da banchi e campanelle e lip gloss e libretti per le assenze, dal primo professore che insegna italiano in America.
Ma ora no.
Ora sono le cinque del pomeriggio.



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sabato 7 giugno 2008 - ore 17:37


MIRENDOCONTOMOLTOINFRETTACHECISONOCOSEPERCUINONSERVELALICENZAMEDIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Gli Offlaga ad avvelenarmi.
E qui che continua a piovere come in una canzone degli Smiths, suggeriscono dalla platea.
Ho dimenticato l’emicranea ed un Moment sul piattino di una tazza di caffè.
Bach oggi che ti massacra più del solito.
Andiamo a vedere le luci della centrale elettrica?
Io li capisco gli incubi dei pesci rossi.
Come la cameriera ieri sera. Quella che si aspettava di visionare i tuoi esami del sangue, emocromo e glicemia per accordarti una seconda bustina di zucchero. Che siamo scoppiati a ridere quando gliel’hai chiesta e non ha saputo trattenere un infastidito "Un’altra?".
Come back settembre.
Te lo ricordi? Fra un po’ ci toccherà andare a comprare le candeline, i cappellini, gli stuzzicadenti con le bandierine e la Fanta.
Per festeggiare.
Non noi, ma questo anno di pioggia, del bene che ci siamo fatti, di dissapore, il pane ai semi di papavero a Stoccolma, il vino sui colli, Ginevra cattiva, i treni che mi portavano a te, le fatine lanciate dai finestrini, i divani rossi,quello strano modo di sederci a gambe incrociate e capirci.
Il tuo modo nuovo di vivermi, ieri. Che tanto alla festa studentesca in piscina, non ti ci porto. Non abbiamo più l’età, ma non siamo nemmeno di Ferrara, capisci?
E allora te lo chiedo di nuovo.
Andiamo a vedere le luci della centrale elettrica?
Una notte. Quando ogni cosa sarà illuminata. E porteremo anche la cameriera di ieri sera, per brindare senza coloranti e zuccheri aggiunti a questi giorni che non ci fanno troppo bene.
Ma neanche. Male.
Come cioccolato iacp.




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giovedì 5 giugno 2008 - ore 21:53


ASPETTA. MI.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Una volta era la manna.
Oggi Dio cambia strategia e manda bambini dal cielo.
(Un paracadute legato al cordone ombelicale.)
Lui ha chiamato prima.
Aspetto un bambino, mi ha detto.
Gli ho chiesto dove...fuori da scuola?
No, aspetto il bambino che lei aspetta, mi dice.
Lei chi?
(Quella che non sapevi se lasciare? Quella che non immagina dove avrebbe potuto trovarti certe sere, un anno fa.)
(Non da me.
A me riempivi solo la segreteria telefonica del tuo senso di smarrimento ed orrore. Perchè non la volevi ferire, dicevi; una accetta nascosta a casa dell’altra.)
Quella, comunque.
Quindi aspettate un bambino, ho detto.
Ed ero talmente incredula, talmente allibita che ho deciso di aspettarne uno anch’io, come fanno le altre.
Come ho visto fare alle puttane bianche e cinquantenni a Saint Denis mentre rifiutavano di contrattare il loro prezzo con l’impiegato in pausa pranzo.
Come insegna Beckett... Godot spesso è la nostra femminilità ferita, da gambe aperte per troppo poco amore, da un utero che riempiamo dimenticandoci di blister argentati (e con l’aiuto del Cielo), se da sole non vi sappiamo bastare.



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