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1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

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1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Tutto quello che i quotidiani non hanno il coraggio di scrivere. E ci sarà pure un perchè se non lo fanno...
http://ecceyomo.ilcannocchiale.it/







- NOOO!!! Non bene! Ferma! Non bene! Che cosa fai? Hai dato fuoco al cibo, alle palme, al rhum?
- Sì! Ho bruciato il rhum!
- Perchè hai bruciato il rhum?!??
- Primo perchè è un’ignobile bevanda che muta anche il più rispettabile degli uomini in un perfetto furfante. Secondo, quel segnale raggiunge almeno cento piedi e l’intera marina britannica è in giro a cercarmi. Tu non credi che ci sia una remota possibilità di essere visti?
- Ma perchè hai bruciato il rhum?!??

Tu li hai giocati tutti
senza avere in mano i re,
pieno e cavalli o niente:
tutto il resto che cos’è?
Ti sei giocato donne
che impazzivano per te,
eppure un giorno hai pianto in un caffè

Una bottiglia, una bottiglia, il mio regno per una bottiglia!
(Riccardo III, forse)

Liberté, Égalité, Beaujolais!
(Maximilien Robespierre, forse)

Cogito ergo rum
(Cartesio, forse)

E’ del poeta il fin la bottiglia
(Giovanbattista Marino, forse)

-Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?
-Non so di che parli, non lo sento.
-Cosa sta passando per la tua mente?
-Che non credo a niente.
(Roberto Vecchioni)

Prendete pure la mia donna, ma non toccatemi il rum
(Charles Bukowski, forse)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.
(Charles Baudelaire, sicuramente)

I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri. E in più pretendono anche di mettere in comune il rum.
(Winston Churchill, forse)

Ed io con la bottiglia in mano
le risposi:
"Nessuna donna può fermare
quelli fatti come noi, my darling"
volto il cavallo e addio per sempre nel tramonto
non pensarmi più.
(Roberto Vecchioni, più o meno)


Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio
(Brancaleone, sicuramente)


....................COMMEDIA RELIGIOSA..........................
PRETACCIO (citando Luca 2,12)
- Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.
POETA DEI LUPANARI (mormorando tra sè si rivolge a Dio)
- Tutto qui? Mille volte meglio, allora, una gnocca in autoreggenti pronta a fare del mio letto giaciglio e fuoco...
PRETACCIO (che ha sentito, con voce nervosa)
- Blasfemo saltimbanco, ho udito le tue eresie! Pentiti, bestemmiatore, pentiti!
POETA DEI LUPANARI (sorridendo di luciferino sorriso)
- Pater, voluntas sua, voluptas mea...


mercoledì 7 febbraio 2007 - ore 23:27


Apocrifo di un Vangelo, dettato all’alba tra bottiglie di rum dall’angelo V.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ritrovai i miei amici occasionali e per festeggiare l’occasione decidemmo di stappare due bottiglie di Cristal. Almeno per iniziare, poi saremmo passati a bevande più sostanziose. Io adoravo gli inizi scenografici e le entrate trionfali: quella sarebbe stata la nostra oeverture e il Cristal la musica liquida che avrebbe deliziato i nostri palati. Per gli apparati uditivi, non c’era nulla da fare, almeno per me: la house proprio non mi piace. Avrei atteso il momento revival, con tutte quelle canzoncine idiote (la Carrà, Heter Parisi, Pupo, sciogli le trecce e i cavalli ballano e via cantando) che fanno davvero dubitare delle teorie di Darwin: ma siamo proprio sicuri che la specie più forte, astuta ed intelligente sia quella che predomina e trasmette i suoi geni?
D’altra parte il revival, se è un mistero secondo l’evoluzione della specie, ha un suo perché nella filosofia della storia: a costo di ripetermi, vi dico che la storia ha corsi e ricorsi, imbocca via dell’insurrezione (contigua, lei spera, a corso del popolo) e poi arriva in piazza della vittoria, rifluendo poi, senza accorgersene, lungo i viali del tramonto. E poi ricomincia, riparte: un revival, appunto, un eterno ritorno dell’eguale, Nietzsche e Vico contro Hegel o Fukuyama che giocano a dadi il gioco dell’oca, con le sue caselle avanti e indietro, ma senza nessuna paperetta o letterina ad allietare le loro notti.

Notai che intorno a noi s’era accalcata una fauna femminile sexy e tanto variopinta quanti erano i trucchi e i fondotinta che mascheravano i loro volti, ma che non riuscivano a mascherare le loro intenzioni: cercare di spennare i polli, che avevano appena sciabolato due bottiglie di Cristal, seguendo la facile equazione di madame Bagaglino. Dove c’è Cristal ci sono i soldi e poi la casa dove seguire (dopo apposito tragitto in Cayenne) lo sciabolatore, sperando di incastrarlo e di poter vampirizzare un po’ del capitale che lui ha, probabilmente, sciabolato ad altrui genti. Lo so che scritta così è un’equazione un po’ lunga da risolvere, ma d’altra parte non è di primo grado, come non erano di primo pelo le vampire che ci circondavano: è un’equazione difficile, di grado impossibile. Infatti, era impossibile che mi spennassero: primo perché ero astuto come una faina incrociata con una volpe, secondo perché non ero dotato di piume né di ali. Piuttosto avrei dovuto fare attenzione ai miei due amici angeli, un po’ ingenui e arrapati e per giunta dotati di ali con piume.
Avrei dovuto… un tempo futuro nel passato, un casino di tempi verbali, com’era un casino quella serata sovraffollata. Forse avrei fatto meglio a cambiare rotta e rivolgermi a un tavolo verde. Un casinò, un altro casino, ma con l’ultima accentata che gli dona quell’aria così chic, così francese da erre moscia, che ti illudi, al solo nominarlo, che sarebbe diverso. Con lui, con quella vocale accentata, che per Rimbaud è di colore blu, puoi tentare la fortuna e vincerla. Poi più prosaicamente ricordi che ci sono città che ucciderebbero per avere un casinò sui loro territori e allora capisci che non è tutto oro quello che luccica. Soprattutto se luccica nel caveau degli altri.
Mi allontanai di qualche metro per fumare un cigarillo in santa pace e con me venne Belzemù, fratello del ben più famoso Belzebù, demone che nell’iconografia medioevale veniva rappresentato come un essere metà uomo e metà emù. Un bell’emù, però: elegante, slanciato sulle sue zampe dinoccolate; quasi altero, come fosse il più aristocratico tra gli animali della savana.
<< A cosa pensi? >> pensò di chiedermi Belzemù.
<< Penso a me stesso pensante, ma non è che io stia pensando un granchè, quindi non riesco a pensarmi bene… >> dissi o forse sarebbe meglio dire che sparai dalla bocca parole a casaccio.
<< Seriamente, dai… che poi, sai com’è fatto Dio, tu dici queste cose e lui si incazza. Sai com’è permalosetto quello… >>
<< E’ che ho come la sensazione che qualcosa tra un po’ andrà storto… >>
Avevo divinato. Indovinai che stava per accadere qualcosa, ma non ci presi sulla direzione da cui stava arrivando lo schiaffo, che, bello, largo e potente, mi prese invece in pieno la guancia sinistra. Ora si dice che Giugiù in questi casi abbia consigliato di porgere l’altra guancia: ma in realtà lui non è così scemo da farsi pestare dal primo che passa. Pochi conoscono, infatti, la storia segreta in cui furono pronunciate quelle parole. Era un pomeriggio d’estate e Simon Pietro continuava a porre domande assillandolo e chiedendo consigli su come comportarsi per essere dei bravi cristiani.
Immaginate la scena. Siamo sul Mar Morto, all’epoca località vacanziera a la page come il Mar Rosso oggi; fa caldo, Gesù sta digerendo il fritto misto del pranzo e aspetta che passino un paio d’ore per andare a fare le immersioni - va bene che camminava sull’acqua, ma certi miracoli, come quello di non affogare con un fritto misto in pancia non riuscivano neppure a lui.
E’ sotto il sole che legge Diabolik e si cuoce baciato dai raggi che il buon Dio, suo padre, ha concesso a quelle terre. Simon Pietro si avvicina e lo inizia ad assalire con valanghe di dubbi, domande e questioni di lana caprina su morale e Morales, un calciatore del Betlemme che stava per essere ceduto al Nazareth, comportamenti probi e comportamenti malvagi, formaggi di malga e sul perché i Re Magi erano tre.
<< Simon Pietro >> sbotta Giugiù, che era figlio di Dio, ma in quanto a pazienza ne aveva meno che il santo discepolo di Dio, Giobbe << mi chiedi come fare per essere un buon cristiano? Innanzitutto, non rompendo i coglioni al Messia che se ne sta spaparanzato al sole. Vuoi che mi abbronzi o che resti bianco come un cadavere, passando così nell’iconografia come un malato alla Andy Warhol? >>
<< Come chi? >>
<< Niente, lascia stare. Un’artista che nascerà tra duemila anni più o meno. Ottimo artista, rivoluzionerà le arti visive, ma di una carnagione imbarazzante. Certo, qualche lampada in più non gli farebbe male… Comunque, dicevamo: primum vivere la tua vita senza stressare troppo il prossimo, poi… a proposito di prossimo, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. E dimmi, Pietro, ti piacerebbe che uno ti rompesse l’anima con mille domande mentre sei in spiaggia?>>
<< No, Signore. Perdonami >> disse Pietro, che era un po’ duro di testa e perchiò continuò << Io voglio solo essere il migliore dei tuoi discepoli. Dammi qualche altro consiglio, insegnami dall’alto della tua saggezza e perfezione… >>
<< Va bene >> disse Gesù rassegnato << Allora: a una domanda rispondi sempre con un’altra domanda. Non dire mai la verità, a meno che non te la richiedano insistentemente. E anche in quel caso, dilla solo a frammenti e spicchi. Infine, se devi regalare dei fiori, regalali di plastica: sono per sempre. >>
Fece una pausa e mollò a Simo Pietro uno schiaffone che al ricordo ancora…
<< Dimenticavo, Pietro: porgi sempre l’altra guancia, quando uno ti dà uno schiaffo. >>
E dicendo così gli tirò un sinistro che stese il già barcollante Pietro, mentre di poco lontano un cronista impiccione vergò sulla sua pergamena la frase che sarebbe passata dritta dritta nei Vangeli e poi di bocca in bocca, a ricordare e tramandare una morale falsa, oltre che assurda e insensata.
Voi soli, miei lettori, sapete come andarono in realtà le cose.

(capitolo in attesa. Del Messia e di Godot, fuggiti perché esasperati dalle domande di Simon Pietro)


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domenica 4 febbraio 2007 - ore 18:30


Andy Warhol aveva ragione.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Prendemmo la tangenziale in direzione di là, poi svoltammo a sinistra e proseguimmo per circa qualche chilometro nel buio e nella notte, nostra santa protettrice, nostra amante e amica, nostra madonna e signora.
<< Ma sai dove stai andando oppure vai alla cazzo? >> mi imprecò da dietro un angelo di fatto, ma non di nome, in quanto si chiamava Eliogabalo. Come l’imperatore romano o il romanzo super di Arbasino.
<< Conosco la meta, ma non la direzione. D’altra parte la strada nella vita ognuno deve trovarsela da sé e poi non stiamo andando forse al Rome Club? In qualche modo ci arriviamo… >>
Era vero ed è anche vero che tutte le strade portano a Roma, quindi prima o poi ci saremmo arrivati. << Più prima che poi >> soggiunsi, con fare sicuro.
Sarà stata la mia innata abilità a orientarmi, sarà stata la voce che suggeriva dal TomTom, sarà stata un’incredibile botta di culo, sta di fatto che neppure riuscii a terminare la frase che un enorme neon rosso violentò il nero della notte, lampeggiando la scritta: ROME CLUB.
Il Rome Club era una discoteca molto chic ricavata da un antico complesso termale di architettura romanica e origini romane, in cui, durante il Romanticismo si diedero la morte due amanti che avendo frainteso l’Ortis credevano fosse buona cosa emularlo. Passò anche il romanticismo e iniziarono così le lamentele delle donne: “ah, che fine hanno fatto gli uomini romantici?” Ve lo dico io, alcuni morirono d’amore altri di morte naturale altri di sifilide (va bene il romanticismo, ma anche il corpo vuole essere bruciato di passione) , altri divennero decadentisti e poi decaduto il decadentismo marxisti, fascisti, futuristi, reazionari ed esistenzialisti. Le mode intellettuali come modelli sulle passerelle di Milano passavano, passarano anche gli anni, i vini invecchiavano e alcuni si trasformarono in aceto, altri in polvere di bottiglia dal momento che qualcuno aveva ben pensato di far fruttare il frutto della vite per rallegrare la propria vita rattristata, non si sa se dal Romanticismo o dal Decadentismo. O forse era un reduce di Salò che non accettava che avessero vinto i partigiani. Io, nel mio, non parteggiavo per nessuno, ma da dove siamo partiti per questo excursus? Ah sì, dal Rome Club.
Veramente ci saremmo arrivati, se non avete perso il filo: spero di no, perché voi non siete Teseo e io non ci tengo a fare l’Arianna della situazione. Magari mi farei la Marianna, amica di una mia ex e mio sensuale incubo erotico in qualche mattina in cui il sonno non se ne vuole andare.
Al Rome Club comunque suonavano i migliori deejay situation house ed era frequentato da tutto il bel mondo (anche Jean Paul, si mormora, lo frequentò nella sua estatica giovinezza) e da tutto il jet set nazionale. E del jet set, qualcuno viveva in costante effetto jet lag, con un’aria completamente stralunata a segnare il viso. Forse esageravano con il vodka lemon e la cocaina e si trovavano così a credere di essere a Tokyo. Forse invece erano solo pose da star: d’altra parte, solo alle stelle e agli astronauti è concesso di vedere l’altra faccia della luna.
Tanto per fare nomi, c’era Tommy Vee quando non era in tournee per l’Europa, i calciatori dell’Inter che facevano gli sboroni per uno scudetto vinto un po’ a culo, c’era Melissa Satta che era fidanzata di Cristian Vieri, ex calciatore professionista, ma sempre più uomo di tutti gli altri; c’era Giorgio Mastrota quando era ancora qualcuna e c’era, infine, Mauro Anastasia, che non era nessuno, se non per il suo egocentrismo smisurato e infinito. Come l’universo. Infatti, lui sosteneva di aver visto il lato oscuro della luna, senza essere astronauta né stella della tv.

Entrammo e ci guardammo attorno: faceva un caldo infernale, ma lo spettacolo era paradisiaco. Marmi di Carrara e snob in carriera accompagnati da donne bellissime ed eleganti, forse puttanoni, forse innamorate dei soldi. Fontane d’acqua e Federica Fontana che ti sfilava davanti, ondeggiando con un martini vodka in mano, strizzata in un minivestito che sembrava più un fazzoletto per asciugarsi il viso dal sudore provocato dal suo ondeggiamento che un abito; c’erano bellezze naturali e altezze che si sa sono mezze bellezze e poi bellezze rifatte, bellezze che ti vorresti fare più di una volta e tacchi a spillo che spingevano a pensieri impuri anche il più asessuato degli angeli, miei compagni.
Questo, almeno, era come il locale appariva agli occhi dei miei quattro camerati: i due demoni e i due cherubini. I miei occhi, invece, cercarono subito il bagno: me la stavo facendo addosso.
Corsi e ricorsi, come gli avvenimenti storici, come gli eventi del mondo, sperando di farcela in tempo, facendomi largo tra le persone veramente importanti e i comuni mortali, provinciali nei gesti e nell’abbigliamento, certamente, ma né più né meno dei V.I.P. che emulano e che sognano e rincorrono. Spinsi a terra Manuela Arcuri, sospinsi da parte Mal dei Primitives (i pezzi da museo sono delicati), palpai il culo ad Alessia Merz e atterrai con un dritto Barzani, calciatore di serie A, nonché marito della suddetta Merz, spupazzai Pupo a parole promettendo un poker per potergli proporre rivincita, saltai per il locale e localizzai anche, nella discoteca, Fiona May, ex campionessa di salto in lungo ora ballerina televisiva, finchè arrivai all’agognato bagno. Come scrisse Guido Cavalcanti a Dante: Dante, i’ vorrei che tu e Lapo ed io/ ché mantenervi in amicizia è per me gran disio/ che li turni al cesso decidessimo con più puntiglio / dacchè ne la notte fuori non guato che ‘n bariglio / e sinceramente mi sono rotto un po’ li coglioni / o di mal prender la mira o di farla ne i pantaloni.
E’ legge di natura e natura di lite anche tra letterati trovare il cesso occupato: io usai meno riguardo (non avevo il tempo di scrivere un sonetto) e sventrai con un calcio la porta. Sorpresa!, ci trovai Lapo (Elkann) sul pavimento che strisciava la sua carta di credito su un grumetto di cocaina per meglio tagliarla e rifinirla.
<< Scusa, Lapo, ma devo davvero pisciare! >> mi scusai << E tagliala bene, che se no fai merda come l’ultima volta. >>
<< Fai pure, non preoccuparti… >>

Mi liberai del liquido in eccesso che mi portavo appresso e dopo essermi lavato le mani ne diedi una al mio amico Lapo: tagliai impastai e mescolai, rigirai, non aggiunsi pepe né sale, ma disposi la sostanza in una riga sottile e lunga. Presi una sua banconota da 200 euro, la girai in rotolo a guisa di cannuccia e gliela porsi.
Quando fu il mio turno arrotolai meglio la banconota e tirai la mia riga otturando con le dita la narice destra. Ringraziandolo e salutandolo mi diede appuntamento a dopo; io uscii mettendomi in tasca la sua banconota.
Ne ha tante, pensai. E so che anche cosa alcuni di voi possono pensare: vergogna! La cocaina.
Ci vedo benissimo, grazie. So cos’è… Non devo giustificarmi, ma qualche spiegazione voglio darvela. C’è chi tira per vincere le sue insicurezze, chi perché così fanno i suoi amici, chi perché tra lavoro e divertimento dovrebbe scegliere, ma non vuole scegliere e cerca un modo per rimanere in piedi, chi, infine, perché crede ancora che siano solo i V.I.P. a tirare e allora cerca di assumerne i comportamenti in un meccanismo piscologico di proiezione d’identità sociale. Io no: io tiro solo perché mi piace il sapore acre e amaro che ti lascia in gola. Per il resto ha anche lei i suoi difetti: a letto soprattutto, infatti rischi di venire dopo due giorni o mai. Vabbè, forse alcune di voi lettrici adesso la stanno rivalutando. E voi, uomini, avete trovato un rimedio all’eiaculazione precoce. Vi risparmia pure la figura di merda davanti al medico e al farmacista.

(capitolo chiuso. Anche se la serata è solo all’inizio. O forse è solo andato in bagno. Anche lui ha i suoi bisogni fisiologici. Credo. Oddio, non è che stia tirando, là in bagno? )


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giovedì 1 febbraio 2007 - ore 16:22



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Rispetto al precedente e a tutti gli altri, questo capitolo ha qualcosa in più.
Ha raggiunto la maggiore età nella biografia di me stesso – biografia per altro non autorizzata, in quanto soffro di sindrome schizofrenica; o forse ho letto troppo Rimbaud quando diceva che “io è un altro”.
Quindi dobbiamo assurgere alla maggiore età con maggiore serietà e porci (con ali o senza, non importa, anche se Lidia Ravera preferirebbe con) una domanda fondamentale.
CHE CAZZO HANNO I FRANCESI PIU’ DI NOI PER TIRARSELA TANTO?

Risposta:
nulla.

Hanno Laetitia Casta, il Cristal e tanta puzza sotto il naso.
A prescindere dal fatto che se hai la puzza sotto il naso secondo me è tutta colpa dei formaggi che fai invecchiare troppo o dei calzini che non lavi mai, i Campioni del Mondo siamo noi e donne stupende - belle della Bellezza del mondo il primo giorno della creazione - ci sono anche qua. Inoltre, il Franciacorta non ha nulla da invidiare allo Champagne (che poi rischi sempre di confonderlo con i funghi). Infine, loro non hanno il bidet. Ecco, l’unica cosa per cui li invidio è che ebbero Napoleone e Baudelaire, ma ebbero è passato remoto, è un salto all’indietro di due secoli, una salto nel mondo dei più, un salto mortale e si sa quanto possa essere pericoloso e inutile. Una volta fatto, che fai? Sei costretto a tornare a guardare avanti.
Dimostrato (spero ampiamente e definitivamente) che la maggiore età non significa nulla se non, forse, maggior stupidità, possiamo proseguire con l’epica vita e picaresca di M.A, sottoscritto scrittore.


The Day-after. Contratto: D-day. Chiunque di voi, siete tutti comunisti sotto sotto, si trovasse a firmare un contratto diffiderebbe se a sottoporvelo fosse una società americana.
Eppure il giorno dopo arriva sempre: il giorno dopo la vittoria a un mondiale, il giorno dopo la vincita al Superenalotto, il giorno dopo che il/a vostro/a uomo/donna vi ha lasciate/i (spero che la maggior parte di voi legga istintivamente solo la prima parte: preferisco le donne agli uomini. Soprattutto se in autoreggenti e decoltè tacco a spillo.). Il giorno dopo non è mai come il giorno prima: peggio o meglio, diverso, ma mai come quello. Mai, come scrisse Mao ne Il libretto rosso.
Bisognava quindi dare una svolta e giungere almeno una volta nella vita a una conclusione: era necessario tirare le somme, insomma. Aveva ragione Erika la rossa. Troppo tempo avevo dedicato al tempo perduto, per troppo tempo avevo cercato nelle altre donne lei, Benedetta M.
Sia gloria a Dio nell’alto dei cieli ora e per sempre, però, quel momento non era ora né tanto meno sempre, quindi me la presi con chi era più vicino e più lontano al contempo (d’altra parte Dio è ovunQue). solo in quel giorno, in quel momento, mi resi conto che colei che un giorno rubò il mo cuore stava per rubare anche la mia vita. Presente e futura.
Recisi, allora, recisi il legame che ancora ci teneva uniti, cancellai dalla sabbia del mio cuore il suo nome, invocai santi del paradiso e demoni dell’inferno affinchè giungessero in mio aiuto. C’è chi giunse in auto, chi in bicicletta: io, nel dubbio, mi gettai tra le braccia dei primi che arrivarono. Due angeli e due diavoli. Forse servivano i supplementari e i rigori, ma non avevo tempo, non volevo scegliere: li tenni tutti e quattro e con loro cercai il primo bar sulla nostra via lastricata di cattive intenzioni e poveri cristi. Volevo dimenticare quella sigla dietro cui si velava il mio passato, che mi impediva di guardare il futuro negli occhi e sfidarlo a svelare le carte, nella speranza di incontrare quei larghi occhi chiari e nel terrore di unirci nel sacro vincolo dell’amore.
D’altra parte cosa c’è di più tragico che separare due amanti? Solo lasciare che si uniscano e affrontino assieme la vita di coppia. E poi con le coppie non vai molto lontano, meglio un full d’assi o, più di tutto, una scala reale. E una reggia a Versailles.
<< B.M. >> sospirai. << Fosse stata M.B. sarebbe stata pià facile: in fondo i giocattoli non li compro da anni. >>

(scegli o troia o sposa. Io non scelsi. Neppure il capitolo, che capitombolò per le scale della Storia, gridando e imprecando)


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lunedì 29 gennaio 2007 - ore 16:09


Il giorno che precede una nuova notte
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Questo è il capitolo 16+1.
Non ho mai capito perché porti sfiga, ma dato che, come diceva Eduardo solo gli ignoranti sono superstiziosi, ma non esserlo porta male e soprattutto considerato che dal titolo si evince innegabilmente che è un capitolo diurno, io lo apro e lo chiudo in qualche riga.
In questo giorno non accadde nulla di memorabile. Nihil novi sub sole, come recita l’Ecclesiaste. Forse è per questo che vivo di notte.
Buona giornata.

(capitolo un po’ povero e sfortunato. Attendendo tempi migliori…)


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domenica 28 gennaio 2007 - ore 17:49


La notte che viene prima di un altro giorno
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi guardò.
<< Guarda che anche il buon Allende ha fatto le sue cazzate. >> commentai sorridendo << Scherzi a parte, davvero toccante, bello; e poi il ribaltamento finale, il gioco di specchi e rimandi tra l’undici settembre negli Stati Uniti e quello di trent’anni prima in Cile. Davvero entusiasmante, complimenti! A proposito, che ora è? Checco non sarebbe già dovuto arriva… >>
Neppure riuscii a concludere la frase che la porta del locale si spalancò e con passo incerto da ubriaco trionfante, caraccollando come un Varenne fatto di nitrati tra nitriti e scatti sul traguardo, entrò Checco. Lupus in fabula e dato che la favola che gli piaceva più di tutte era quella di Cappuccetto Rosso, si presentò con una ragazza di rosso vestita, coi capelli ramati. In coordinato, come a una sfilata di Prada o Valentino.

<< Ciao ragazzi! >> farfugliò tra barba e labbra, cadendo come la statua di un vecchio re dopo il trionfo dell’esercito nemico o come un Varenne pronto per la pensione, TFR escluso.
Checco era andato letteralmente disteso e sognava i sogni dei giusti e degli ubriachi, condendo la fantasia col fischio pesante che viene dall’Est – assieme, per altro, a un’insalata altrettanto pesante, ma buona.
<< E’ tutta questione della maionese, comunque… >> mi disse la ragazza in rosso, ammiccandomi sorridente.
“ Dell’altro rum >> pensai o dissi io. << Anche sta qua legge nel pensiero come Gigiù “ dissi o pensai. Perdonate, ma la memoria m’inganna e non ricordo bene cosa dissi e cosa pensai: d’altra parte questa è la vita. Un presente che fugge secondo dopo secondo, un passato che reinventiamo secondo la nostra fantasia e passione, un futuro in cui non vorremmo essere secondi a nessuno, ma che non sarà mai così roseo come ce lo immaginiamo. E non ditemi, voi disillusi e cinici provati dalle ferite dell’esistenza, che non sperate, perché la speme è proprio l’ultima dea e fugge via solo dai sepolcri, come diceva Ugo Foscolo. O anche come diceva Dante: lasciate ogni speranza o voi che entrate. E appunto dove lo diceva? Sulla soglia della città di Dite. Ditemi allora quello che volete: io credo nella letteratura più che nella realtà quindi così è. E se non vi pare, ciccia.
Comunque tornando a noi, anzi a me e alla rossa veggente, quindi a noi, in definitiva, feci un po’ di casino tra pensiero e parola. Sempre meno di quante ne fece Saussure tra langue e parole, ma questo discorso ci porterebbe lontano e poi io di semiotica non ci ho mai capito un cazzo.
La rossa mi versò del rum (per se prese una birra. Bionda, come la Peroni, Claudia Peroni, quella della Formula Uno, intendo) e si sedette accanto a me. Io la guardai, lei mi guardò, poi io abbassai lo sguardo e intravidi il pizzo delle autoreggenti, che un malizioso movimento aveva fatto fuggire dai confini pudichi che la gonna segnava. Il tempo cominciò a scorrere lento, come un fiume che si prepara a perdersi nel mare, quando mi accorsi che anche lei stava scendendo con gli occhi lungo il mio corpo fino a fermare l’attenzione sul basso bacino. Fu uno sguardo fugace, ma intenso, subito risalì e fissandomi dritto negli occhi, avvicinando le sue labbra alle mie, fino a quasi sfiorarle, mi sussurrò con voce suadante, con voce da gatta:
<< Hai la patta aperta… >>
Sorrise e sorrise ancora fino a che non si mangiò due consonanti e una vocale, finchè non si rise di una fragorosa risata, per la mia risposta:
<< Touchè, comunque non temere, è difficile che un uccello stanco abbandoni il suo nido… >>

Eravamo 1-1 palla al centro, però io partivo con la penalizzazione per certe telefonate estive in cui, ubriaco, avevo sbagliato numero e mi aveva risposto Moggi, oltre che per il fatto che lei, Erika la rossa, era una creatura divina in senso letterale, Ermes (o Mercurio, se preferite) in gonnella che doveva recapitarmi un messaggio da Gigiù.
<< Allora, a che punto sei del tuo cammino? >> butto lì. Finsi di non cogliere.
<< Sono qui, non mi vedi? >>
<< Della tua ricerca. Non è che cerchi solo il tempo perduto? >> Mi baciò su una guancia macchiandomi di rosso fuoco, come il nick di uno spritzino, rosso sangue, come quello che mi si scuoteva nelle vene lottando all’arma bianca col rum. Rosso, come il sol dell’avvenire, anche se non ho mai capito perché: a me pare che sia più rosso il sole al tramonto. Forse dovevano pensarci prima, che magari ha portato anche un po’ sfiga alla Rivoluzione…
Comunque, Erica la rossa aveva colto nel segno, aveva colpito al cuore il problema e io speravo l’avesse ucciso per sempre. Così pensai, ma mi sbagliavo, lei l’aveva ferito, toccava a me il colpo finale. D’altra parte il problema, il tempo perduto che mi affannavo a rincorrere correndo su una scala mobile al contrario, un po’ come i sindacalisti contro Craxi negli anni Ottanta, era mio e solo io avrei potuto trovare la soluzione.
Per quella sera però ne avevo avuto abbastanza: a risolvere problemi c’è sempre tempo e licenziai dunque alcuni pensieri assunti a tempo determinato. Solo quelli, però, dal momento che fui costretto a tenermi quelli che ormai avevano un posto fisso nel mio cervello: pensieri gravi, pensieri grevi, pensieri pesanti come pietre sul greto di un fiume, pensieri pensati notti di qualche millennio fa, che però non mi abbandonavano più. Mi caricai Checco su una spalla e, salutato Giorgio, mi diressi verso una nuova alba. C’è chi adora l’alba, c’è chi vive ad Alba e chi è stato esiliato sull’isola d’Elba; chi è Albino di nome e chi albino di fatto. Io con l’alba ho rapporti contraddittori: la odio e l’amo insieme. Odi et amo, come coso lì, quello latino: è purezza e sogno, innocenza e rinascita. Ma mi ricorda sempre, con quel suo sorriso dorato, che gli uomini normali all’alba al massimo si svegliano: di certo non vanno a dormire.
Per vostra fortuna, però, io sono eccezionale, eccezionale con una tale regolarità e meticolosità che sono diventato regola d’eccezione io stesso.
Siete tutti invitati sulla giostra della mia vita. Accetto tutti, eccetto gli astemi, ovivamente.

(capitolo tramontato. Alle prime luci dell’alba)


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giovedì 25 gennaio 2007 - ore 16:22


Il giorno che non verrà. (in memoria...)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Nell’attesa e sperando che non fosse un’attesa di quelle infinite, tipo fermata dell’autobus o en attendant Godot, Giorgio, il proprietario del locale, mi porse un foglio.
<< Che è? >> domandai più dubbioso e scettico di Hume.
<< Una cosa che ti volevo far leggere, un mio racconto brevissimo. Dato che tu sei - o almeno ti spacci - per uno scrittore… >> mi disse lui, versandomi un rum. << E’ di Panama >> aggiunse.
<< Che strano, avevo capito che l’avessi scritto tu… >> pifferai dalle labbra mentre mi accendevo una sigaretta.
<< No, non il racconto. Il rum, dicevo >>
<< Doppiamente strano. A Panama credevo facessero solo cappelli, canali e colpi di stato… >>
Dopo tacque e nel silenzio ipnotico di una notte d’inverno (senza se e senza viaggiatori strani) lessi.

Un aereo sorvolava la città. Il cielo era un cancro sporcato d’azzurro: non c’erano nuvole, non c’era dio. L’aereo ronzava come una mosca sopra le teste di migliaia e migliaia di persone: nessuno sapeva dove fosse diretto, in pochi conoscevano la tragedia che si sarebbe compiuta. Ricordo che lo vidi mentre si avvicinava al palazzo, all’obiettivo da colpire e da distruggere
perchè trionfasse la loro idea, la loro follia.
Erano uomini, carne e ossa e sangue, uomini come noi che avevano scelto un’ideologia che li aveva poi imprigionati, non permettendo loro di vivere l’ombra, cancellando su quei volti ogni tormento e ogni dubbio. Stavano attaccando un governo democraticamente eletto, un paese libero, stavano tentando di distruggere il sogno di milioni di persone, uomini e donne
felici perchè liberi, perchè potevano continuare ancora a sperare in un futuro migliore, perchè potevano criticare, ridere e scherzare e parlare di politica senza essere minacciati, senza timore di ritrovarsi un giorno in una fossa o in un carcere solo per aver espresso un’opinione.
Ricordo il colpo, le fiamme alte che raggiungevano il cielo a rincorrere un dio che aveva abbandonato il mondo; ricordo il fumo che bruciava le palpebre, le urla, i visi impauriti di chi mi stava attorno e dei passanti giù in strada. E poi le lacrime di ognuno di noi e una voce sola che parlava per tutti: << perchè? perchè? >>.
Ancora oggi, nonostante le stagioni siano passate e i mesi siano scivolati sopra ad altri mesi, quella domanda resta nella mia mente e sulle mie labbra: stanca e logorata, però non demorde e tenacemente ripete ancora quelle sillabe, attendendo, invano, ancora una risposta.
Ricordo ogni istante di quel giorno, gli attimi che sembravano ora frenetici come un fiume che spacca gli argini, ora immobili, come se galleggiassero in una placenta al di là della storia.

Il presidente parlava alla radio: la voce era spezzata, sanguinava e slabbrava a inseguire vocali e consonanti, scandendo frasi brevi e incerte, com’erano incerte quelle ore. Cercava di portare speranza alla nazione, cercava aiuto, comprensione, solidarietà e conforto. Era la voce di un uomo che teme di morire, che teme per la propria vita e per quella del popolo che lo ha eletto. Era la voce di uno dei potenti della terra.

Mio padre mi chiamò al giornale. Piangeva, diceva che non capiva e io stavo muto perchè non riuscivo a dire nulla. Avevo in bocca il sapore della tristezza, come un limone aspro, non ancora maturo. Neppure io comprendevo quell’odio, quella ferocia bestiale, quella cattiveria che s’accaniva contro di noi. Eppure, pensavo, eravamo uomini anche noi: anche noi, come loro, avevamo un padre, una madre, delle speranze e dei sogni. Anche noi avevamo nel cuore cicatrici e dolori, disperazioni private e carcasse di sogni che la vita ci aveva divorato.
Stetti in silenzio, poi chiesi dello zio. Rispose con voce d’automa e quello che mi fece rabbrividire fu l’abisso che s’apriva con le sue parole: parole ch’erano minerali, fredde e gelide, prive di commozione. Ogni traccia d’umanità s’era dispersa; rimaneva solo un grido di rassegnazione chiuso in un pugno.

Ricordo; l’ultima cosa cosa che ricordo è un immagine vaga, una figura di donna, forse, o di uomo. Alta, esile e magra, cadeva giù a precipizio e la velocità aumentava col passare dei secondi. Si faceva sempre più lontana e distante, sempre più assente.
Era un uomo, o una donna, sedeva vicino a me. Ne incrociai gli occhi, poco prima che si perdesse nel vuoto di quel cielo di settembre. Mi sorrise d’un sorriso tenero e doloroso e non pronunciò fiato.
Poi fui io a volare nella ruggine di quel cielo al tramonto.
Non ricordo d’aver incontrato angeli o di aver visto dio, non sentii paura nè pensai alla vita che stavo per lasciare.
Ricordo solo l’ultimo istante. Come descrivere ciò che provai? Era un sentimento pieno, estremo, come una felicità impazzita di luce che racchiude in sè ogni cosa, un respiro che nasce dal ventre e si confonde con l’infinito. Ecco cosa fu: libertà.
Nessuno mi spinse, mi gettai da solo. Un altro aereo continuava a rombare vicino a noi e lo vedevo allontanarsi e cadevo, cadevo libero e folle.

Era settembre, un settembre come questo o forse più bello. Era un giorno di
fine estate, l’undici settembre di trent’anni fa.
Sopra la cordigliera delle Ande.



"(...) Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà
invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la
fellonia, la codardia e il tradimento."

Salvador Allende;
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.

(capitolo finito. Giù per la Cordigliera delle Ande o nell’Oceano Pacifico)


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lunedì 22 gennaio 2007 - ore 16:11


Bionda era e bella.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Era già arrivato il pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna. Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.
E mi dimenticai di Francesca. Per sempre.

Per sempre è un diamante, un ricordo o una condanna all’ergastolo. La condanna a morte no, non è per sempre, anzi quella è la pena più breve che ci sia: questione di un attimo e zac penzoli come un salame stagionato. Certo, moralmente può non essere il massimo, ma alla fine quante persone, quante esperienze passate, quanti sogni futuri, quanti presenti sono diventati assenze, condanne a morte simboliche e figurate, ma non per questo prive di dolore e sofferenza?
Quindi forse non dimenticai Francesca per sempre, semplicemente condannai quel sogno vissuto, quel ricordo di un futuro a morte e lo abbandonai in fondo a un cassetto, lo incassai nella stiva di una nave che salpava per le Americhe, la più grande nave di tutti i tempi, pronta a cozzare contro un iceberg.
Elaborai il lutto, fino in fondo, fino alla fine del mondo. Tutto il lutto, come un putto in un quadro rinascimentale che beve dalla coppa di Bacco, usque ad fundum, vuotando il bicchiere e divertendomi poi a guardare il mondo da quel fondo: immagini bellissime, caleidoscopio di colori e valori, scale a chiocciola per raggiungere i valori decaduti e scale mobili per lottare contro l’inflazione; una visione storta, come il cammino di un ubriaco, surreale come un quadro di Dalì, singolare come un numero grammaticale. In casi estremi e alla soglia del coma etilico, anche la visione di un visone con al collo una pelliccia di una vecchia cicciona.
L’universo in una goccia, insomma; e comunque sempre meglio che essere una goccia persa nel mare dell’universo.
Così guatando e guardando passavano i minuti che crescendo diventavano ore e le ore non pregavano pro nobis ma solo pro vino, perché in vino veritas e in homo vanitas. Io, che ero uomo e pure spesso ubriaco, ero in effetti veramente vanitoso. Credevo anche, nel delirio tremante dell’ebbro putto di vino (Dioniso il caprino), che il mondo girasse intorno a me, che lo stesso Tempo fosse piegato ai miei voleri, come gli orologi molli di Dalì: gira la lancetta e fai la tua puntata, un po’ come un giro di roulette al Casinò di Montecarlo, con il vantaggio che non perdevi fiches e soldi scommessi, ma solo tempo. Tempo perso, insomma.
Perdendo tempo, persi anche la cognizione dello spazio, il cui concetto come insegnano Einstein e la teoria della relatività, è ben collegato a quello di tempo: in un colpo solo, quindi, persi due piccioni con una fava. Anzi, tre, perché, nel frattempo, se n’era andata anche la barista capelli-di-fata occhi-di-mare e bocca-di-fuoco (almeno così speravo e poi cromaticamente giallo verde e rosso stanno bene assieme).
Rimanemmo solo io e il proprietario, nonché mio amico nonché ex attore di film hard che si vantava di aver scoperto il talento di Eva Henger, prima che quest’ultima si metesse col gabibbo. Sic transit gloria mundi.
Io e lui sembravamo il gatto e la volpe senza Pinocchio, Qui e Quo senza Qua, i tre re magi senza Baldassare fermato alla frontiera per via della mirra (adesso finalmente avete capito cos’è!), Aldo e Giovanni senza Giacomo. Ci sentivamo anche un po’ i Sette a Tebe senza gli altri quattro, ma cercare altri quattro amici per prolungare la serata di altre ventiquattro ore sarebbe stato troppo un casino, così decidemmo di chiamarne solo uno, ben sapendo che avrebbe portato con sé una tribù che neppure l’esercito americano pronto ad invadere l’Iraq era così numeroso.

(capitolo in attesa. Dell’arrivo degli amici, ovviamente. E di un’altra bottiglia di rum, perché il rum è come gli amici: non è mai di troppo)


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mercoledì 17 gennaio 2007 - ore 21:53


In pareo: così è. Se vi pare.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il capitolo precedente forse vive ancora in qualche universo parallelo, non so se secondo la teoria di Hugh Everett III o se semplicemente abbia sbagliato strada anche lui.
Questo, invece, è un capitolo invernale ed è precisamente il 12+1. Non che io sia scaramantico (ho un gatto nero), semplicemente lo dovevo al mio amico Gesù. La sua ultima cena non è stata una gran serata e perseverare sarebbe stato diabolico. Inconcepibile per lui: così abbiamo voluto evitare che Giuda e il traditore si sedessero alla nostra tavola, sperando che non riuscissero a imbucarsi lo stesso, entrando dalla porta di servizio o di sottecchi. E sperando, soprattutto, di non vedere nel nostro volto il riflesso del vero traditore. Proprio per questo avevamo eliminato anche gli specchi.
Già, lo specchio. Il tradimento di sé stessi rivelato dalla lama di vetro che penetra dove nessun altro può osare. Ramon aveva provato a liberarmi dal mio doppio, dalla mia ombra, ma l’ombra non si cattura, ti segue ovunque, di giorno e di notte. Anche con la pioggia. Anche nell’Isola che non c’è.
E l’ombra è la prima a tradirti, la tua peggior consigliera, il grillo parlante rovesciato che ti spinge a essere cicala, a rinviare, ad aspettare che sia troppo tardi. Come arrivare l’ultimo dell’anno dopo che hanno lanciato già tutti i fuochi e i petardi. Tardi.
L’ombra ti spinge a tradire gli altri: quanti amici, quanti amori avevo tradito, quante volte con la scusa della noia avevo lasciato i libri nello zaino e le versioni di latino e greco da copiare la mattina dopo a scuola. Tradire la traduzione, che è sempre meno pesante che tradire la tradizione. E soprattutto meno pericoloso, se gli altri ci tengono alla loro tradizione: ti tagliano le mani se getti via il loro burka rassicurante indicandogli una nuova vita, un futuro diverso, il mare minaccioso, ma affascinante di un altrove che forse esiste solo nei tuoi sogni.
Io avevo tradito molto e tradotto poco. E di tradizionale avevo davvero poco.
Ma avevo la noia, la precarietà, l’assenza dell’assenzio, la malinconia: forse anche qualcosa di tradizionale, almeno come poeta maledetto.
E tra l’altro, coincidenza o destino, caso o necessità, la porta del bar si aprì: entrò lei, bella e alta, maestà di grazia e di portamento. Oscillava maliziosamente sui tacchi a spillo e sembrò per un attimo che il tempo si fosse sospeso: la sospensione del tempo era d’altronde una delle cose che conoscevo meglio. Dai tempi delle superiori, quando il preside stanco dei miei scherzi mi sospendeva con regolarità meticolosa, alle domeniche allo stadio con le partite sospese per nebbia o nubifragio; dai carichi sospesi del porto di Livorno, durante la pausa pranzo dei portuali ai Carichi Sospesi di Padova, grazioso locale da cui l’ultima volta fui cacciato per aver appeso uno alla porta. Evidentemente avevo sbagliato verbo e il senso della frase lì non era molto di casa.
Quando il tempo riprese a scorrere tumultuoso e incurante di tutto fuorchè di se stesso, lei continuò a camminare a passo leggero e mi stupì quando riuscì a piantarsi davanti a me con la forza e la fermezza di una statua di marmo.
<< Ti puoi spostare, gentilmente >> disse ferma, appunto, ma ilare, angelo di spensieratezza e di leggerezza.
<< Certo. Scusami. >>
Le intralciavo la strada, mentre già disegnavo e immaginavo altre strade e altri percorsi da inventare con la lingua sulla sua pelle. Ridisceso nella bassa cucina della realtà, compresi subito: era la nuova barista e voleva andare dietro il banco. La vita d’altra parte è molto spesso un banco dei pegni, dove per ogni grammo di felicità devi pagare chili di interessi di sofferenza e malinconia, sperando di non andare in bancarotta, ma è soprattutto un banco di prova, una sfida continua, terribile e incessante. Gli esami non finiscono mai e gli esami si fanno ognuno sul proprio banco: io, di mio, avevo scelto come banco quello di un bar. Non aiuta a vivere meglio, ma almeno a dimenticare a che ora dovrai consegnare il compito.

Era già arrivato il primo pomeriggio e i miei amici salutandomi questa volta sparirono davvero, dietro la porta che prima si era aperta nella luce di quella nuova donna.
Bionda era e bella e di gentile aspetto, avrebbe detto Dante se l’avesse conosciuta. E allora addio Beatrice e Federico di Svevia e con lei si sarebbe tuffato nel girone quinto, chiedendo un po’ di posto a Paolo e un po’ a Francesca.
Francesca.
Per un attimo il tempo tornò a fermarsi, mentre il mio cuore accelerava cercando di non tamponarlo, ma anzi tentando di sorpassarlo per perdersi nell’eternità. Francesca: per un attimo credetti che quello fosse il nome di quei larghi occhi chiari che cercavo, che quello fosse il nome della salvezza. Ancòra però, ancòra una volta l’àncora della mia nave si slegò dai fondali e così riprese il tempo, riprese a correre e il mondo a muoversi intorno a me. Un altro inganno, un’altra illusione? O forse, preveggenza e previsione? Chissà, l’avrebbe detto, in fondo, solo il tempo.
Nel frattempo, decisi che a essere ingannato dove essere proprio lui, un po’ per sfida un po’ per fare giardino. Chiesi così ad Andrea, il titolare, da quanto ci fosse quella nuova barista.
Una settimana, rispose.
Non era vero che Dio il settimo giorno si riposò. Questa l’hanno inventata gli scansafatiche per avere una scusa per dormire senza essere disturbati. Dio, il settimo giorno, inventò la Bellezza e lei, bionda e bella. Almeno così credetti per un momento, per un istante.

(fine del capitolo perchè l’autore si deve riposare. con bottiglie di rum però)

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sabato 6 gennaio 2007 - ore 15:46


Sei personaggi e l’autore
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Avevo perso la patente, ma non pativo più di tanto. Ne avrei fatto senza: dovevo cercare quei larghi occhi chiari, dovevo raggiungere quel paese di balocchi rari e non mi avrebbe di certo fermato la polizia.
Mi fermai però al bar: non era ancora giunta ancora l’ora della verità, ma quella dell’aperitivo sì. Era scoccata da un pezzo. Come una freccia schizzai allora fuori di casa e raggiunsi gli amici al Guglielmo Tell, un locale in onore dell’eroe svizzero che osò sfidare l’autorità imperiale. Per restare in tema, presi una vodka alla mela. Verde, come i prati della Svizzera. Come la speranza o come il vomito di un ubriaco dopo una notte passata di locale in locale, sbalzato da locale a locale, scagliato come una pallina in un flipper impazzito. O come una freccia. Vedete, tutto torna. A volte.
In quel momento a me tornavano alla mente solo ricordi: di quando avevo lavorato alla casa discografica e avevo conosciuto Cinzia, una stagista tutta trucco e tutto inganno. Autoreggenti e tacchi a spillo: le prime per sedurti e intrappolarti nella loro rete di fibra, i secondi per bucarti il cuore come un palloncino, senza neppure un poliziotto a farti prima la prova. In fondo non ce ne sarebbe stato bisogno: al solo vederla ti ubriacavi di lei, del suo corpo, delle sue gambe.
La prima volta che la vidi non è che mi impressionai poi molto: ero ubriaco già di troppi Negroni per ubriacarmi anche di lei. Lei invece mi notò o, meglio, si annotò il mio numero di telefono chiedendolo a J-Ax degli Articolo 31. D’altra parte era il suo lavoro quello di prendere appunti: nessuno può dire che non si impegnasse e non ci mettesse la buona volontà. E la buona volontà, come diceva Gesù, non c’è dio che te la possa dare.
Il Giugiù diceva anche che degli uomini di buona volontà sarà il regno dei cieli. Sarà. Io, nel frattempo, mi accontentavo di un paradiso terrestre, di visitarlo con lei e di cogliere assieme il frutto del piacere. Non la mela, però: sarebbe stato un peccato perdere tutto quel bendidio per un frutto acerbo. Anche se, a essere sincero, perdere tutto a causa di una mela sarebbe un evento davvero inusuale, un peccato originale. Meglio comunque, un liquore alla mela.
La storia con Cinzia andò avanti per qualche settimana, tra alti e bassi, come un ottovolante impazzito, come un tedesco ubriaco in vacanza a Riccione. Otto al volante. La storia finì quando la cronaca si fece Storia e qualche anatomopatologo decise che era giunto il momento di vivisezionare il cadavere del nostro amore. Appena me ne accorsi decidi di impedirgli lo scempio: sottrassi il cadavere e lo bruciai. Fiamme di una passione che si stava spegnendo, che si era già spenta e allora a quel punto è meglio prendere il corpo dell’amore passato e cremarlo. Cenere eri e cenere ritornerai: amore e uomo, essere umano e banano, il paradiso terrestre non può essere eterno, ne va del buon nome di millenni di scolastica e teologia. Nonché della Genesi.

Sommerso da questi ricordi decisi di farmi salvare da un bicchiere di Galliano: non per altro, ma ero vestito da John e credevo ci stesse bene berci sopra il liquore giallo. E poi la fata verde era volata via, l’assenzio assente ingiustificato e abbinare liquore e pantaloni una giustificazione abbastanza solida per tacitare la coscienza e bere prima di pranzo.
Spararono a salve, spararono un salve, spararono a vista, si spararono una pista in settimana bianca, spararono cazzate e spararono a quei cazzoni dei cacciatori. Spararono per primi, perché chi spara per primo muore per ultimo, se ha buona mira.
Erano arrivati i miei amici, non erano affatto spariti.
<< Al cuore, Ramon, al cuore. >> sparai o meglio fafugliai, tartagliai, biascicai parole uubriache che cadevano fradice a terra appena uscite di bocca. La forza di gravità liquida spingeva tutto verso il basso: polvere eri e polvere ritornerai e la polvere sta a terra. Vedete, tutto torna. Polvere, per la precisione. E per dispiacere alla precisione o forse perché troppo ubriaco, Ramon sbagliò mira.
La sua pallottola sbagliò strada, prese l’uscita prima e si trovò a Dolo, prese la via della seta e si trovò a morire di sete nel deserto del Gobi. Un colpo gobbo: centrò lo specchio e uccise uno che mi assomigliava, il mio doppio o forse un mio sosia. Omicidio doloso, comunque: tutto per aver sbagliato mira e uscita. Ramon non se ne dolse, però. L’aveva fatto apposta o forse era stata la mano di Dio a guidarlo, in fondo anche lui era argentino, per aiutarmi, per liberarmi dal mio malessere. Per salvarmi.

(capitolo finito o forse è finito solo il suo doppio e questo capitolo continua…. Chissà dove, chissà quando, chissà con chi…)

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giovedì 4 gennaio 2007 - ore 18:13


Una questione provata
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Un Golem, sull’incazzato però.
Sgranai gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco un mondo sfuocato , ma l’unica cosa che vidi fu una granata che brillò nell’aria di granito e un vortice di parole che si abbattè su una testa già abbattuta da troppi pensieri e drammi. La mia.
Carpii all’amo delle mie orecchie un << cazzo! >> << un’altra volta! >>.
Strano: io non ero mai stato a pesca, anche perché chi dorme non piglia pesci e io in quel momento stavo dormendo. E al massimo, poi, mi sarei fatto pescatore d’anime (come il mio amico Gesù) o di culi (come il mio amico Tinto Brass), non certo di carpe o di cazzi.
Era mia mamma. Sono tutte belle le mamme del mondo, ma la mia in quel momento più che bella era la belle dame sans merci.
<< Grazie tanto >> slabbrai qualche parola dalle labbra che cercavano a fatica di chiudersi dopo uno sbadiglio, come la balena di Giona. << Ma ti pare il modo di svegliarmi? >>
<< Guarda qua >> urlò la madre, che pareva la matrigna di Biancaneve tant’era inviperita e incattivita. Mi getttò sul letto una busta con la misteriosa dicitura: POLIZIA STRADALE.
<< E la mela? >> domandai titubante. Una mela al giorno male non fa, toglie il medico di torno, ma non la stradale, che essendo del mestiere non si fa seminare facilmente né gettare sull’asfalto rovente. Come un torsolo di mela, appunto.
Vedete, tutto torna, il cerchio si stringe, soprattutto alle tempie se hai passato una notte brava a fare bravate e a bere litri di rhum. Tutto torna, d’accordo, ma non i conti. Non questa volta. Non in casa mia, una casa che con la nobiltà aveva legami tanto antichi, quanto contradditori. Da parte di padre, infatti, ero erede di un fantomatico baronato siciliano, con tanto di stemma e di cattedra universitaria garantita all’Università di Messina. A casa di mia madre, invece, aveva sventolato sempre la bandiera dell’anarchia: tra l’altro credo il mio bisnonno fosse stato implicato nell’attentato al re Umberto I.
I conti comunque non tornavano e pazienza se arrestavano un Savoia e lo inzuppavano come un savoiardo nel lerciume delle patrie galere, ma rompere i coglioni a me, quello no. Ed è proprio quello che fecero. Io non sono autobiografico, ma prebiografico: scrivo e le cose poi mi accadono. Descrivo quello che mi accadrà: e nel capitolo prima dicevo di essere un cavaliere senza macchia e senza macchina. Mi ritirarono, infatti, la patente.
La lettera diceva che con l’ultima infrazione avevo perso tutti i punti che mi erano rimasti. Avevo perso ai punti, come un incontro di boxe, senza neppure un Tyson che mi mordesse un’orecchio o una pin-up che mi sussurrasse all’altro orecchio porcherie e frasi sconce per consolarmi della sconfitta. L’ultima infrazione: la questione di un’ attimo, una frazione di secondo che scatti il flash elettrico dell’autovelox e sei bello che gabbato. Arriva l’alba artificiale di un istante e tutto cade più veloce di Alba (la città). Ventitrè giorni. E tutto diventa una questione privata. E hai voglia a dare del Fenoglio allo sbirro che ti ha beccato.
E’ una questione privata, ma ve la racconto lo stesso, per condividere con voi tutta la mia vita, nella buona e nella cattiva sorte; nella ricchezza e nella povertà; nella malattia e nella salute; finchè morte non ci spari. E se siete fighe, è meglio.

La notte è il regno dei vampiri e dei mostri, dei poeti e dei solitari. E’ il rifugio di chi odia il giorno, dei fotofobici e dei fotosensibili, delle modelle fotogentiche e cocainomani dopo una sfilata e dei satiri che le rincorrono per le strade, ma la notte, è, soprattutto, una strada d’estate, una solitaria e poetica strada d’estate, quando una paletta taglia l’aria e dal nero della notte emergono mostri e vampiri.
<< Patente e libretto prego... >>
<< Eh? >> pensai, mentre cercavo di ricordarmi dove stava la patente e, soprattutto, cosa fosse il libretto.
<< Allora, si muove, per cortesia... >>
<< Un attimo, li sto cercando... eccoli qua! >>
L’essere con tratti antropomorfi, il mostro umano, troppo umano, che del super uomo non aveva neppure il fisico, mi guardava con sguardo altero e arcigno, con un’ari a di sufficienza che sembrava voler dire: ma guardali ’sti imbecilli, ’sti smidollati, sempre tutti uguali, sempre a correre in giro il sabato notte, guardali questi irresponsabili...
<< Noi irresponsabili >> mormoro << conosciamo fin troppo a fondo il senso di responsabilità, è per questo che ce ne teniamo ben volentieri alla larga... >>
E lui, sentendo le mie parole, contrae la mascella, si stupisce, rimane attonito come un tonno in una scatoletta di acciughe, senza olio d’oliva, però, un tonno rimbambito al naturale, un pesce fuor d’acqua e già pronto per essere fritto. Si stupisce il mostro che la notte non ha mai digerito, crede, lui, che io legga nel pensiero, è inquieto, lo sento e fa di tutto per dimostrare il contrario.
<< Allora, mi dica >> eccolo, il tono sprezzante di un pericolo che non c’è, il tono del tutore dell’ordine schierato contro il caos che sfreccia nella notte tra mostri e pinte di birra << abbiamo bevuto questa sera, per caso? >>
Gli rispondo con ironia, l’arma più affilata e leggera, la lama dell’assurdo, il coltello dell’eccesso, la ghigliottina del "non" perchè il "non" non ha misura, è un di più o un di meno che si espande all’infinito; il "non" non ha senso, è un no-sense, è un no con una enne in più, ma quella enne porta con sè litri di ironia e di tequila, litri di parole e di silenzi, litri di storie passate dentro i bicchieri sporchi di un bar.
Sono bravo in queste situazioni me la cavo da dio, riesco a cavare sempre un ragno dal buco, so sempre cosa dire, anche quando non so cosa sto dicendo...
<< Allora, sentiamo, avete, mica PER CASO, bevuto stasera? > > richiede l’omino dotato di pistola e paletta, ma poco dotato di materia grigia...
<< PER CASO, niente... mica abbiamo bevuto per caso... noi beviamo sempre per scelta, per scelta personale, per scelta responsabilmente irresponsabile... mai per caso... >>
<< Ah sì...?! >> non sa cosa rispondere, l’ho spiazzato come un piazzista che vi suona alla porta e vi vende un’enciclopedia sulle malattie infettive degli opossum che tanto non consulterete mai.
<< Sì, sa com’è... è sabato sera, siamo stati prima ad una festa spagnola: tequila mariachi e sangria, ha presente? Come nella canzone di Capossela, che non sarà il modello della sobrietà e del rigore, ma ha pur sempre sposato una modella di Versace... qualcosa vorrà pur dire, no?! Poi, siamo passati in un’osteria, proprietario un nostro amico: era da mesi che non lo vedavamo, così una parola tira l’altra, un bicchiere via l’altro e via che sono scivolate un paio di bottiglie di Sangue di Cristo. Divino, veramente... Continuo o vuole che smetta? >>
Lui tace, quindi io proseguo, riempiendo anche il suo vuoto, un’assenza silenziosa e neutra, come un mare di nebbia e di noia, d’altra parte, il tempo sfugge veloce, alla velocità d’un battito d’ali che non riesci mai a fermare, e l’unico modo per riempirlo è di parole: parole vuote, piene, parole che sono sassi o piume, parole nuove come un passerotto implume o antiche come il cadavere della storia, parole che sono, alla fine, solo parole, un’accozzaglia di lettere unite dal caso. Tutto scorre diceva Eraclito. Anche la birra a spina.
<< Insomma, ci siamo divertiti e poi, mentre stavamo uscendo >> continuo io << lui mi dice "il signore ci lascia?", e io gli rispondo "vecchio mio, il signore ci ha già lasciati: dio è morto" e ci ha offerto un paio di pampero e pera. >>
Il tutore dell’ordine mi guarda con occhi stralunati, non sa come reagire, cosa presagire, non sa come comportarsi, è abituato all’ordine, alla divisa e all’unità della regole di polizia, lui non sa del caos, lui non sa dell’assurdo. Il "non" lo sta ingoiando, lentamente, ma inesorabilmente, come un gigante nero che succhia la linfa vitale, come un vampiro che succhia il senso dal mondo e libera il "non". A dismisura, all’infinito. Senza chiedere permesso, come un messo comunale che viene a pignorarti i mobili. Non c’è scelta, è necessità casuale o caso necessario, determinismo illogico che apre, per gli scherzi della storia, ampi orizzont i di libertà.
<< Lei sa che si sta cacciando nei guai, vero? Ma lo sa lei cosa sono i guai? >> cerca di rispondermi.
<< No, sinceramente so molto poco dei guai, però in compenso loro sanno tutto di me. Sono dei guardoni che spiano la mia vita ad ogni ora, che attendono l’attimo giusto per insinuarsi, anche se non invitati, alla mia festa... sono come poliziotti che ti interrompono il party a mezzanotte e mezza...>>
<< Come, scusi? >>
<< Nulla, lasci perdere... >>
Sembrava una marionetta spettrale animata dal niente, un fantasma obeso che non ci sta nel lenzuolo, un essere nè carne nè pesce, forse è fatto di formaggio, come il fantasma, sospeso nell’assenza, un troglodita che il senso della frase non sa neppure dove stia di casa, però in compenso conosceva fin troppo bene il senso della legge.
<< Bevuto altro? >> chiede lui, con fare ironico, ma sembrava la battuta reciclata da uno di quei vecchi telefim anni Settanta, quando le patenti a punti non c’erano e Poncharello più che uno sbirro sembrava un fighetto entrato in polizia solo per rimorchiare.
<< Boh, qualche Corona, credo... anche se a me i simboli regali non piacciono molto, ma per la birra faccio sempre un’eccezione... >>
<< Ah, sei pure un marxista? >> mi chiedeva con aria incazzosa.
<< No, sono un anarchico situazionista. Di origini nobili, però. Ho letto il capitale in edizione rilegata. Un libro costossisimo. Un autentico paradosso. A meno che non avesse ragione il vecchio Karl, lui in fondo era Marx, mica un marxista. >>
<< Comunque, mi segua, credo proprio di essere costretto a farle l’etilometro... >>
<< Dopo tutto quello che le ho raccontato? Perché? Non mi crede? >> risposi, con tono irreale e surreale, patafisico e metafisico insieme.
Lui tacque, non cogliendo l’ironia distruttiva della mia frase. D’altronde l’aveva detto Marx che i fatti nella storia si presentano due volte, la prima come tragedia le seconda come farsa. E quella era la seconda volta che soffiavo dentro l’etilometro.
<< Soffi a pieni polmoni >> mi disse rimboccandosi i pantaloni neri e le strisce rosse.
<< Non posso, ho l’asma e poi ho paura che salti tutto qua... >>
<< Allora mi vedrò costretto a ritirarle la patente >> mi fa lui.
<< Beh, se proprio ci tiene, se crede che sia indispensabile, vuole anche il libretto o quello me lo lascia come ricordo? >>
<< Solo la patente... >>
<< Eh no >> replico io, che a replicare sono sempre stato bravo, anche quando le repliche è meglio non farle, perchè sullo schermo sono già passati i titoli di coda e il cinema è vuoto e lo spettacolo finito, anche quando il finale di partita è terminato e hai perso ai rigori un mondiale. <<No, solo la patente no >> continuo io, imperterrito, mentre il mio amico mi guarda dalla macchina sorridente << io le do allora anche la carta d’identità. Tò, tenga qua! >>
Gli lascio nelle mani patente e carta d’identità, rimonto in macchina e riparto. Lui sta là, fermo immobile, come un soprammobile coperto di polvere e dimenticato chissà dove in un angolo della casa. Non replica, non mi insegue, non parla, non non non... il "non" ormai è diventato l’infinito, ha perso la misura ed è partito senza cintura verso nuove terre vergini, verso nuove vergini senza terra, verso nuovi posti di blocco e posti bloccati, prenotati da mesi nelle prime file di un concerto. E’ partito, ubriaco di saggezza e di vino, ubriaco di non senso e di se stesso. Ubriaco e basta, che ci vede doppio.
Arrivati quasi a casa, il mio amico si rianimò, è come se si fosse svegliasse, come se fosse appena scivolato fuori da un sogno, però senza cadere dal letto. E’ un po’ malinco nico e triste, però sorride.
<< Sai >> mi dice << sono sempre stato un tuo ammiratore. >>
<< Anch’io. >>
<< Che onore. >>
<< Non parlavo di te. Anch’io sono un mio ammiratore. >>
Lui sorride e il buio si perde nell’alba, l’auto va lungo la strada dritta e il "non" mi strizza l’occhio mentre vola sopra le nostre teste, come un superman sbronzo fatto di kryptonite.

In questa storia, di patenti, di punti guadagnati e punti persi, di punti croce e testa o croce; in questa storia di patenti e sofferenti, di tutine nere a righe rosse, di contaminati dalla sangria e dalla tequila; in questa storia nottura, insomma, ci dev’essere una morale. E anche un’etica. O un’etilica.
A me sono sfuggite.
Provateci voi.

(il capitolo è finito. Anzi, è stato ritirato.)

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