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I fiori del male

Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

HO VISTO

la gente della mia età andare via, ma non lungo strade che non portano mai a niente, è che si è semplicemente persa...

STO ASCOLTANDO

Berio e la risacca del lavandino

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

scarpe PRADA,occhiali TOM FORD, boxer YSL, calzini ARMANI, jeans DIOR, giacca CoSTUME NATIONAL, maglietta NO-LOGO SOCIAL FORUM

ORA VORREI TANTO...

recitare Godot in "aspettando Godot"

STO STUDIANDO...

L’unico e la sua proprietà


OGGI IL MIO UMORE E'...

Sereno e tranquillo.
Qua nel bunker della Cancelleria per me ed Eva Braun la vita trascorre come se nulla fosse...

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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kittypd86 per i numeri giapponesi ma anche per quelli turchi

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Tutto quello che i quotidiani non hanno il coraggio di scrivere. E ci sarà pure un perchè se non lo fanno...
http://ecceyomo.ilcannocchiale.it/







- NOOO!!! Non bene! Ferma! Non bene! Che cosa fai? Hai dato fuoco al cibo, alle palme, al rhum?
- Sì! Ho bruciato il rhum!
- Perchè hai bruciato il rhum?!??
- Primo perchè è un’ignobile bevanda che muta anche il più rispettabile degli uomini in un perfetto furfante. Secondo, quel segnale raggiunge almeno cento piedi e l’intera marina britannica è in giro a cercarmi. Tu non credi che ci sia una remota possibilità di essere visti?
- Ma perchè hai bruciato il rhum?!??

Tu li hai giocati tutti
senza avere in mano i re,
pieno e cavalli o niente:
tutto il resto che cos’è?
Ti sei giocato donne
che impazzivano per te,
eppure un giorno hai pianto in un caffè

Una bottiglia, una bottiglia, il mio regno per una bottiglia!
(Riccardo III, forse)

Liberté, Égalité, Beaujolais!
(Maximilien Robespierre, forse)

Cogito ergo rum
(Cartesio, forse)

E’ del poeta il fin la bottiglia
(Giovanbattista Marino, forse)

-Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?
-Non so di che parli, non lo sento.
-Cosa sta passando per la tua mente?
-Che non credo a niente.
(Roberto Vecchioni)

Prendete pure la mia donna, ma non toccatemi il rum
(Charles Bukowski, forse)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.
(Charles Baudelaire, sicuramente)

I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri. E in più pretendono anche di mettere in comune il rum.
(Winston Churchill, forse)

Ed io con la bottiglia in mano
le risposi:
"Nessuna donna può fermare
quelli fatti come noi, my darling"
volto il cavallo e addio per sempre nel tramonto
non pensarmi più.
(Roberto Vecchioni, più o meno)


Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio
(Brancaleone, sicuramente)


....................COMMEDIA RELIGIOSA..........................
PRETACCIO (citando Luca 2,12)
- Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.
POETA DEI LUPANARI (mormorando tra sè si rivolge a Dio)
- Tutto qui? Mille volte meglio, allora, una gnocca in autoreggenti pronta a fare del mio letto giaciglio e fuoco...
PRETACCIO (che ha sentito, con voce nervosa)
- Blasfemo saltimbanco, ho udito le tue eresie! Pentiti, bestemmiatore, pentiti!
POETA DEI LUPANARI (sorridendo di luciferino sorriso)
- Pater, voluntas sua, voluptas mea...


domenica 21 settembre 2003 - ore 11:15


Majakovskij strafatto, non capivano gli altri fino a leggermi matto
(categoria: " Vita Quotidiana ")


<< Secondo te, io piaccio alle ragazze? >> m'interpellò Tommaso, con lo
sguardo che doveva avere Edipo davanti alla Pizia.
<< Beh, non saprei. Io delle donne non c'ho mai capito granchè... >>
<< Ma come! Io so che tu, come dire, hai avuto molte avventure... >>
<< Già, è vero, ma non ci ho mai capito nulla, io, delle donne, nonostante
ne abbia avute tante. O forse proprio per questo, perchè ne ho avute
troppe... ma senti, c'è qualcuna in particolare che ti piace? >>
<< Beh sì... >> arrossì. Sembrava un'aragosta, rosso di vergogna e bollito
dalla sua cotta.
<< E chi sarebbe? >> gli strizzai l'occhio versandogli da bere. Un po' di
cameratismo maschile non gli avrebbe fatto di certo male.
<< Una che vive nel mio palazzo. Quando dobbiamo prendere l'ascensore
insieme, mi guarda e poi scappa su di corsa per le scale. >>
<< E tu? >>
<< E io, io la inseguo. Voglio sempre vedere se corre più veloce di me coi
tacchi. Io una volta ero molto veloce. In Palestina, ai giochi della
gioventù romani ho vinto una gara di velocità. >>
<< Coi tacchi? >> ironizzai.
<< No, no, senza. >>. Non aveva colto l'ironia.
<< Beh, nella corsa su per le scale >> mi destreggiai tra le parole e i
gradini << non conta tanto la velocità. Conta più che altro dove appoggi i
tacchi. >>
<< E' vero. Infatti io per sicurezza mi tolgo sempre le scarpe e anche i
calzini e corro scalzo. >>
<< E le scarpe, scusa, dopo, le lasci lì? >> m'introdussi tra le sue frasi,
più incuriosito che altro.
<< No. Scendo con l'ascensore e le riprendo. >>
<< Ah... >>
<< Secondo te, le piaccio? >> deviò.
<< Beh. Bisogna vedere... >> temporeggiai.
<< E' vero. Forse magari pensa che mi puzzino i piedi. >>
<< Beh. E' un'ipotesi da non scartare, ma io non mi preoccuperei poi troppo
della puzza ai piedi... Come dire, non sarebbe il caso di cambiare
approccio? >>
<< Dici? E tu cosa mi consiglieresti? >>
<< Parlale con i fiori. Compra un mazzo di quattrocento rose - rose nere,
però, quelle rosse sono banali - e fatti impacchettare dentro. Fai
recapitare il mazzo e quando sei in casa sua recitale da dentro al mazzo una
poesia d'amore. >>
<< Dici che funziona? >> chiese speranzoso.
<< Non saprei. >>. Si rabbuiò. << Ma c'è una speranza >>. Tornò a sorridere.
<< E' una roulette russa. O nero o rosso. >>
<< Cioè? >>
<< O ti strappa dai fiori e ti bacia o ti strappa dai fiori e ti butta fuori
dalla porta. >>
<< E i fiori? >>
<< Non so, ma penso che se li tenga. >>
<< In ogni caso? Però, la signorina... >>
<< Che vuoi farci. Ognuno ha i suoi difetti. >> Un attimo di silenzio. <<
Tommaso, una curiosità: ma la gara chi la vince? >>
<< Lei. Sempre lei. Ed entrando in casa mi fa pure le boccacce. >>
Chiesi il conto e mi alzai.

<< Vado al loro tavolo, un attimo >> dissi indicando Fortini e Loi, che
stavano ancora parlottando sottovoce sopra la carbonara (che fa schifo),
come due cospiratori di lettere, come due carbonari della poesia. Fortini
stava lanciando una filippica, assieme ad una forchetta, contro il
malcostume del popolo Italiano.
<< I valori, i valori. Dove sono i Valori oggi? >>
<< Evidentemente non valgono poi più così tanto... >> m'intromisi, ospite
non invitato. Non è che la battuta mi fosse venuta fuori poi bene, infatti
Fortini mi guardò torvo, nero come un corvo. Proseguì.
<< Sai dove stanno? Sono caduti, ecco dove sono, stanno nella merda, ecco
dove stanno! >> berciò all'indirizzo di Loi, senza mezzi termini o giri di
parole. Del resto, era sempre stato un uomo schietto. Franco.
<< Mi scusi se m'intrometto ancora, ma a me il suo discorso fa sorridere.
Detto francamente, mi pare una cazzata. >>
Loi mi guardò e sorrise: penso che anche lui ne avesse le palle piene.
Fortini, invece, non sorrise: aggrottò le ciglia, digrignò gli occhi:
avrebbe voluto fulminarmi con lo sguardo, se le sue pupille ne fossero state
ancora capaci, ma ormai non erano che due fondi di bottiglia, sporchi di un
vino diventato aceto. Mi fece quasi pena e fu in quel quasi che nascosi,
vigliaccamente, tutto il mio senso di colpa e continuai.
<< Lei parla di valori, di valori che sono caduti e ciò presuppone, di
conseguenza, che un tempo questi valori fossero in alto. E quando sarebbe
stato, questo tempo delle mele dorate? E in alto dove, poi? Per me i valori
sono sempre nello stesso posto: basso o alto che sia. Smettiamola con questa
storia del bel tempo andato, della caduta dei valori e del naufragio della
società nel consumismo. Sono storielle ad uso e consumo di chi le racconta.
E basta. >>. Rifiatai. Fortini taceva, Loi sorrise. A me Loi stava anche
simpatico, era Fortini che proprio non riuscivo a digerire: era un macigno
insormontabile, uno scoglio fermo e ieratico, mentre io sembravo più un
oceano alla deriva. Alla deriva da se stesso, che, per un oceano, è tutto
dire. Fortini era tutto quello che, forse, avrei potuto essere io, se non
avessi preso altre strade, se solo, anzichè farmi trasportare
dall'insostenibile leggerezza dell'essere, mi fossi fermato alla pesantezza
dell'esserci. Forse per questo lo detestavo, perchè in lui riconoscevo una
parte di me; e io non mi sono mai trovato molto simpatico.
Il cameriere arrivò con il conto. Provvidenziale. Pagammo e ce ne andammo.
Senza dire una parola, in un silenzio in cui si sentiva anche troppo forte
il grido del mio senso di colpa. Non che mi fossi pentito di ciò che avevo
detto, solamente mi aveva stupito e inquietato il tono: aggressivo,
iconoclasta, estremista. Una specie di talebano. Mi mancava solo la barba
lunga. Ero stato sfrontato, senza pietà, ardito troppo ardito: in una
parola, fascista. Sembravo Almirante a un comizio negli anni Settanta. Ci
mancava solo donna Assunta.
Uscendo mi parve di sentire la voce di Fortini dire "nasciamo tutti
incendiari e moriamo tutti pompieri". Mi voltai, ma era sparito.
<< Senti, Tommaso, tu ne sai niente? >>. La cosa mi puzzava. Come pesce
vecchio di tre giorni, senza neppure la prospettiva di una resurrezione.
<< Beh, diciamo che Sebastiano non è quello che sembra. >> sibilò sibillino.
<< Detto in altri termini? >>
<< E' un locale particolare... un locale famoso in questa città, ma dietro a
questa banale apparenza si nasconde un segreto. Anzi, il segreto. E' il
punto in cui convergono tutti i punti, dove spazio e tempo sono aboliti, il
punto di contatto tra cielo e terra: la porta per l'al di là. Ecco perchè
c'era Fortini: ogni tanto è concesso tornare dall'al di là a trovare gli
amici e i vecchi conoscenti, riassumendo, per qualche ora, le spoglie
mortali.>>
<< Ma Gerusalemme, allora, come la descrive Dante, la porta dell'inferno
eccetera eccetera? >>
<< Ah... cazzate. Immagini buone per la poesia e per le cartoline dei
turisti. >>
<< Capito, eh, il vecchio Dante? Oltre che sommo poeta era anche un sommo
ballista, un gran raccontatore di cazzate. >>
<< Del resto non sono così tutti i poeti e gli scrittori? >>
<< Quasi tutti. Io no, ad esempio. >>
<< Ah no? E allora i tuoi romanzi, cosa sono? Autobiografie mascherate? >>
<< Non proprio. Io non sono autobiografico, ma prebiografico. Prima scrivo e
poi quello che ho scritto mi accade. Parola più parola meno. >>
<< Davvero? >>
<< Parola mia. >>

Camminavamo per la città e tutto ci pareva imperfetto, sommerso dalle
presenze dell'assenza. Sembrava Atlantide, senza neppure un Platone a
raccontarne il mito. Del resto, non è che ci fosse molto da dire: era una
città al confine del nulla, capitale d'un impero decaduto da secoli, che
viveva incosciente, senza presagire l'aria che bruciava nei polmoni come
sale da cucina, intasando le vene e le arterie come un ingorgo in
tangenziale. O come troppo colesterolo. Era, del resto, ingorda di ogni
cosa: ne diventavi schiavo, servo indegno di essere sacrificato sull'altare
della sua voracità.
<< Sai, mio nonno nel 1937 partì per la Spagna a combattere contro i
franchisti... >> provai a dire.
<< E perchè? Per motivi ideologici? Era comunista? >>
<< No. E' che non gli piaceva il nome Franco. >>
L'assenza che opprimeva la città mi aveva stremato. Non mi veniva neppure
una battuta decente.

(fine del capitolo. oppresso dall'assenza e cosciente di non essere più. mai
più. never more.)



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mercoledì 17 settembre 2003 - ore 11:46


Il male dei fiori notturni
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il giorno successivo mi alzai di buon'ora. Era mezzogiorno e quaranta, una buona ora per alzarsi. L'ora dell'aperitivo e poi del pranzo. Mangerò il suo minestrone, aspetterò la primavera e i suoi confetti di virtù... la radio passava una canzone di Capossela e la mattina era già passata.
Ho sempre cercato di evitare di alzarmi presto, quando il mondo è in
ordine. Per questo esco tutte le sere e faccio tardi, oppure presto, che è tardi
da un altro punto di vista. Ho sempre cercato di evitare l'inizio della giornata: a quell'ora la città non è ancora sveglia, mentre a mezzogiorno
è sveglia, è attiva. At midday, come avrebbe scritto Proust se avesse saputo l'inglese, il mondo ha già scelto il suo destino e io, qualsiasi cosa
accada (h-da), non mi sento responsabile, non avendo partecipato alla creazione del primo giorno. Non faccio nè la parte di Dio nè il mestiere di autista di bus. La mia, al massimo, è una responsabilità individuale, personale: una responsabilità soggettiva. Rispondo solo di me. E solo al telefono.
<< Pronto >>
<< Pronto. Ciao, sono Tommaso. >>
<< Non ci credo, se non ti vedo... >>
<< Sempre a scherzare tu, sempre col senso della frase e le tue strane frasi senza senso. Dai, ho notizie da darti da parte di Gesù. Ci vediamo per pranzo? >>
<< D'accordo. Dove si fa? Dimmi te... >>
<< ...Sebastiano...? >>
<< Cos'è? Un ottativo? >> risposi ironico.
<< Eh? >> replicò perplesso. Dovevo arrendermi all'evidenza, dovevo evidenziare la mia sconfitta e perciò deporre le armi, arrendermi. Tommaso non possedeva il senso della frase: del resto ognuno ha un difetto e manca di qualcosa. Io, ad esempio, non avevo il senso della misura e mi mancavano l'assenzio e due larghi occhi chiari (con splendidi riflessi di grigio).
Mi mancavano, poi, circa quanttro diottrie per occhio: ero miope.
<< Niente, lascia stare. Se-bastiano è quello in via Amedeo Modigliani? >>
<< Sì, allora facciamo lì tra mezz'ora, va bene? >>
<< Va bene. Io sono già lì! >>

Io sono già lì... già. Più o meno.
Arrivai puntuale, almeno dal mio punto di vista. Il tempo, lo diceva Einstein, è relativo; è come una congiunzione che unisce una principale a una subordinata, lo diceva de Saussure. Almeno credo. Comunque ero in ritardo di un quarto d'ora, secondo il calendario gregoriano, ma Tommaso evitò di cantarmele. Forse perchè era stonato o forse perchè era un sant'uomo, capace di sopportare i difetti degli altri. Ci accomodammo a un tavolo e mentre sfogliavo il menù à la carte notai in
un tavolo alla nostra destra due uomini à la page, almeno nell'ambiente letterario. Io, che non coltivavo ambizioni artistiche, ma alloro, essendo un poeta laureato, li riconobbi: erano Fortini e Loi.
Parlottavano e sfottevano Montale e la Merini, una poetessa mezza matta che mi ero limonato a un Premio Strega qualche anno prima. Avrei preferito, però, Patrizia Valduga: è più figa.
Devo confessarvi che, da quando, bambino, avevo scoperto che i tre moschettieri erano quattro e che il protagonista non figurava neppure nel titolo, non mi stupivo più di nulla. O quasi.
In quell'occasione, invece, mi stupii. Era l'eccezione che confermava la regola oppure la regola dell'eccezione a imporsi come conferma dell'assurdo del mondo? Non lo so, vi dirò. Ohibò. ( Cocò, Godot. ) ( Gaudì, Modì. ) (Morta qui. )
Quel che è certo è che mi stupì vederli lì, assieme, ma il mio non ero lo stupore commosso, lo stupore di chi si sente simile tra i simili, no, era
lo stupore di vedere lì Fortini. Doveva essere in una tomba al cimitero di Milano: era morto da nove anni. Almeno così credevo. Forse mi sbagliavo, forse era solo un sosia, un doppio; o forse era il vero Fortini, Franco Fortini risorto e desemantizzato. Mi proposi di andare, dopo, a controllare.

<< Allora, dimmi, che novità mi porti? E' una buona novella, almeno? >> sorseggiai a Tommaso, bevendo del vino rosso. Era un vino maschio, corposo
e solido, nonostante il vino sia un liquido.
<< Mah... ti dirò che Gesù ti segue sempre. Con affetto e simpatia. Ed è anche un po' preoccupato, ma anche diverito, dalla tue avventure epiche... >>
<< Più che epiche >> lo interruppi piccato << le definirei picaresche. >> << Sì, insomma, delle tue avventure, della tua vita: diciamo che la tua
vita è un romanzo... >> Non intervenni, ormai mi ero arreso, ma non potei fare
a meno di notare come Tommaso non avesse fantasia; parlava per frasi fatte, talmente fatte che non mi capacitavo di come potessero uscirgli dalle labbra, senza sciogliersi e sfarinarsi nella faringe. Era un venditore di campionari linguistici usati fino allo sfinimento, ne abusava quasi fosse il campione del luogo comune, senza neppure un Flaubert a cucirgli intorno un dizionario. Ma non davo gran peso a questa cosa, in fondo era pur sempre un amico, per dirla come l'avrebbe detta lui.
<< ...comunque... >> continuò Tommaso << ho anche un messaggio da parte
di Michele. Dice di ricordarti dell'altra sera e di... di... >>
<< Sì, della mia sconfitta: mia e delle mie bugie. E della promessa... >>
<< Tifiamo tutti per te, siamo tutti con te nella tua ricerca dell'assenzio. >>
<< E di quei due larghi occhi chiari. >> aggiunsi con tono gioiosamente malinconico. In fondo, adoro la malinconia: da l'impressione che io sia profondo, dura più dell'allegria e, in aggiunta, quando non ne puoi più,
puoi sempre suicidarti.
<< Ma raccontami un po' di questi due occhi chiari. Come sono? E lei com'è? E' bella? >> chiese Tommaso tutto incuriosito. Era il suo vizio, la curiosità, un vizio portato all'estremo, estremizzato come ogni cosa in un uomo metà santo e metà bambino: era il vizio dell'agnello, che, a differenza del lupo, non perde nè il pelo nè il vizio. Rischia solo di perdere la pelle: se incontra un lupo o se è la settimana di Pasqua.
<< Bello non è un aggettivo bello. >> iniziai spegnendo la sigaretta sotto al tavolo. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1918, qualcuno all'apertura del ristorante se li era fregati tutti. << Bello è un
aggettivo troppo usato, stanco degli abusi che subisce, è vecchio e decrepito. E una cosa bella non può essere decrepita. Bello banalizza. E' un po' come solare, si spreca ad ogni raggio. >> Ci pensai su. << Più che altro la definirei intensa. Ecco. La sua è una bellezza intensa e, insieme, segreta. Non è la bellezza vistosa da calendario, ricorda molto di più la bellezza simbolica dei Preraffaeliti. Ma soffermandoti a guardarla ti dimentichi di tutto: sia dei Preraffaelliti che del simbolismo. Rimane solo lei, nella nuda luce azzurra dei suoi occhi chiari. >>
<< Però... vorrei proprio incontrarla questa qui... >>
<< Un giorno te la farò conoscere, se mai la ritroverò. L'azzurro fugge e non sai mai dove cercarlo: si confonde col cielo, col mare. Tu lo cerchi ovunque, lui gioca con te e finisce che sfuma in colori più intensi e diventa blu. E tu rimani lì; col blues. Note di B. B. King e notti di sbronze per dimenticare disaccordi di cuore con accordi di chitarra e malinconia. In genere non funziona, però tentare non fa male. Tu
piuttosto, a donne come sei? >>
<< Ti dirò... è proprio riguardo alle donne che ti volevo chiedere un consiglio. E' anche per questo che ti ho invitato a pranzo. >>
<< Spara, old Tom! Tu e chi? Due cuori e una capanna? O il deserto dei Tartari? >>
>
> (fine del capitolo)


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domenica 14 settembre 2003 - ore 12:45


I fiori notturni del male.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Feci una lunga doccia bollente, seguita da una gelata. Non ho mai capito quale delle due si debba fare prima, così, nel dubbio, le alterno volta
per volta.
Mi feci la barba e controllai l'ora: le nove e quaranta. Corsi a
raggiungere gli amici che mi attendevano al solito bar. Era ora. Finalmente iniziava una nuova notte e le prospettive, neanche a dirlo, erano luminose. Almeno, a lume di naso, pensavo così. Mi sbagliavo.
Errare è umano e anche divino: il mio amico Gesù, figlio di Dio, sbagliò formazione, ne aggiunse uno di troppo che lo tradì e lo vendette a un arbitro già venduto di suo. Risultato: retrocesso da Re dei Giudei a crocefisso, dalla corona d'alloro alla corona di spine.
Mi sbagliai anch'io. Fuori dal pub nulla brillava, se non le lame dei coltelli: uno spettacolo impressionante, una pressione di corpi che cozzavano l'un contro l'altro armati di sedie e cartelli stradali, di spranghe e catene. Erano naziskin ed ex sessantottini che se le davano di santa ragione, per ragioni ormai inutili, che la storia aveva sorpassato a gran velocità, ma che loro consideravano ancora buone: erano lì, fermi a
un semaforo rosso che gli uni volevano distruggere e sfasciare, gli altri difendere e diffondere come verbo di redenzione e di rinascita. Quella notte, però, nulla sarebbe rinato; solo la morte avrebbe visto il suo trionfo e tutti gli altri, impauriti, sarebbero fuggiti in ogni direzione.
Non è vero che ci scappa il morto; il morto sta sempre lì, immobile e
senza sorriso per le foto della scientifica: sono gli altri, i suoi assassini e i suoi compagni, a scappare.

Evitai i pugni e i calci e raggiunsi l'ingresso del pub. Speravo di trovare, nonostante tutto, la festosa allegria dell'amicizia, la poesia lurida senza essere sporca delle notti in compagnia di amici fraterni. Le bevute che la notte partoriscono rivoluzioni per reazione all'autorità costituita e al mattino diventano involuzioni, per reazione alla nuova autorità rivoluzionaria cresciuta nella notte. Una rivoluzione permanente, insomma. Molto trozkista e anche un po' incasinata.
Spalancai la porta e nell'aria volò una bottiglia. Un'altra rissa.
Nessuna rivoluzione o reazione, qua niente naziskin o ex sessantottini, ma
uno stato d'eccezione che si stava facendo regola. D'altra parte, il
confine tra regole ed eccezioni non è di per sè ambiguo?
Ci sono le eccezioni, d'accordo. Quelli che creano le regole partono
proprio dall'eccezione: assistendo a qualcosa di osceno, rifiutandosi di credere che le cose, a volte, possono essere veramente così come appaiono, ci
costruiscono attorno una barriera immaginaria, una barriera architettonica
per difendere la loro cecità. Questa barriera la chiamano regola; quindi concludono il lavoro dicendo che è l'eccezione che conferma la regola. E vivono tranquilli e soddisfatti nel loro recinto di certezze e ipocrisie, non vedendo che è, in realtà, l'eccezione ad imporre le sue regole. Regole fantasiose e poco astratte, regole a strati e poco concrete. Sincretiche, forse; o forse solo regole sregolate, ma che comunque hanno il sapore della vita, non l'inodore dell'assenza. Regole per una vita eccezionale, insomma.
Ho ragione o torto? Non lo so, non ho nemmeno capito bene quello che ho detto: certamente sta di fatto che mi trovai, nel pub, nel bel mezzo di un regolamento di conti. Tra marocchini e algerini. Questioni di nazionalismo.
O di droga. O di entrambe le cose. A me e ai miei amici non importava granchè della nazione (eravamo anarchici) nè della droga (cercavamo l'assenzio); ci fregava molto di più della nostra pelle. Così ci demmo una regolata e ci buttammo nella rissa per difenderci, sostenuti da una massima calcistica: la miglior difesa è l'attacco.

Un algerino, alto come un cammello e possente come un cavallo, caricò a
testa bassa verso di noi come un toro. Era, insomma, un animale. Mi prese
in pieno petto, come un infarto, facendomi realizzare il sogno più antico dell'uomo: volare senza ali. Volai; e una porta al volo sfondai (essendo io un gentil'uomo, mi presi anche la briga di bussare); per le scale infine ruzzolai. Ahi ahi.
A proposito, chi ha messo in giro la balla che quando uno prende una botta in testa vede le stelle? Avevo visto di tutto, tranne, vi giuro, le
stelle: un prestigiatore nudo (senza tucco e senza inganno), un violinista zingaro e Capossela ubriaco, sette spose per sette fratelli, una mantide religiosa e uno scarabeo ateo, il reggiseno della donna cannone (esplosivo), un film a luci rosse e la Casa Rosada, una conchiglia che se ci appoggiavi l'orecchio sentivi i risultati delle partite, una monaco monco, una foca monaca che s'azzuffava con uno struzzo per le vie di Parigi, un teofago e Teofilo Gautier, due deputati di Forza Italia al prezzo di uno (il prezzo del potere, in saldo), le tonsille di Big Luciano Pavarotti e
un'antroposcimmia.
Tutto, vi giuro, tranne le stelle.
Dopo un po' rinvenni e mi guardai intorno: mi trovavo nella cantina del
bar.
Sanguinavo dalla bocca. Un orrore. Non la vista del mio sangue, bensì quella dei topi che usciti dai loro appartamenti erano venuti a godersi lo spettacolo. Loro squittivano, io urlavo dallo schifo, quando Gianni mi piombò addosso. Il Golia algerino lo aveva scagliato giù dalle scale: peccato non avessi una fionda, ma d'altra parte non mi chiamavo neppure Davide. Tentai di rispondere al colpo rilanciandogli contro Gianni, ma non lo beccai. In compenso mi beccai quattro madonne da Gianni. Evitai di replicare, in fondo in fondo me le meritavo e poi non avevo molto tempo, preso com'ero a tentare di abbattere il colosso di Rodi.
Mi guardai in giro, girai su me stesso alla ricerca di un'arma; raccolsi un'arma impropria che mi faceva propriamente schifo: un grosso ratto.
Presi la mira e lo lanciai dalla cantina al piano bar: il ratto ruttò
dalla spavento. Volò in linea retta, con i peli ritti. Si fece dardo e colpì in pieno volto il Golia arabo che urlò dal dolore. Gli avevo rotto la
mascella.
Avevo abbattuto il colosso di Rodi. Con un roditore.
Risalite le scale chiamai i miei amici e raccolsi il ratto moribondo per sventolarlo davanti a Gianni. Lui urlò per lo spavento e rinvenne immediatamente.
Corremmo alla porta, mentre il sangue correva, anche lui, tra fiumi di bottiglie rotte e liquori sprecati, e in un batter di ciglio uscimmo. A riveder le stelle? Ma quali stelle... c'era solo il cadavere di un uomo.
Era un rosso o un nero? Non lo sapevamo e non importava: la tragedia non
ha colori, la tragedia ha il colore della morte e nella morte si perdono
tutti i colori. Oltre alla vita, naturalmente. Rosso o nero che fosse non importava a nessuno: forse sarebbe interessato di più a Stendhal. Per noi era solo il cadavere d'un uomo. Lo guardammo in silenzio e chiamammo la polizia.
Subito dopo ce ne andammo: per non dover rispondere alle domande volanti
della mobile, per non essere implicati in una morte e in due risse che nessuno di noi aveva cercato, ma che l'eccezionalità di quella notte ci
aveva imposto come regola da seguire. Nostro malgrado.

La vita proseguiva imperterrita e per nulla atterrita, come se del morto,
di me e degli altri non gliene potesse fregare di meno. La vita terminava,
sarebbe terminata, per tutti, tranne che per se stessa, da quella grande
egoista che era. Forse non era neppure egoista, ma semplicemente amorale.
Lei proseguiva, troppo impegnata a viversi addosso: usciva con l'ultimo
respiro da un cadavere pronta per entrare nel corpo di un neonato. Pronta
a renderlo felice, a trasformarsi in un inferno; pronta a risucchiarlo nel
suo vortice: succhiarlo, vampirizzarlo, sicura di essere estranea alla morte.
La vita beveva tutto. Vino, montenegro negroni e tequila al bar davanti al duomo. La vita preferiva però l'assenzio, la linfa di ogni uomo, e quando in una persona l'assenzio era finito cercava altri paradisi artificiali, altri corpi da succhiare, altri bar da svuotare.
Per l'uomo disteso davanti al nostro pub l'assenzio era finito. Per
sempre. Per me, invece, c'era ancora: come ricordo, come speranza, come
possibilità.
Quell'uomo ora coperto da un lenzuolo bianco non avrebbe più potuto godere della felicità che solo due larghi occhi chiari possono dare. Io, invece,
avrei ancora potuto guardarli, avrei potuto ancora sentire il brivido che
trasmettevano.
Mi ritenevo fortunato: baciato dalla fortuna, mentre lui poteva baciare
solo il sudario di morte. Che presumo puzzi anche un po'.

(il capitolo è capitolato. morto per cause naturali. fine di questa parte)


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giovedì 11 settembre 2003 - ore 11:34


Il giorno che non verrà. (in memoria...)
(categoria: " Accadde Domani ")


Un aereo sorvolava la città. Il cielo era un cancro sporcato d'azzurro: non
c'erano nuvole, non c'era dio. L'aereo ronzava come una mosca sopra le teste
di migliaia e migliaia di persone: nessuno sapeva dove fosse diretto, in
pochi conoscevano la tragedia che si sarebbe compiuta. Ricordo che lo vidi
mentre si avvicinava al palazzo, all'obiettivo da colpire e da distruggere
perchè trionfasse la loro idea, la loro follia.
Erano uomini, carne e ossa e sangue, uomini come noi che avevano scelto
un'ideologia che li aveva poi imprigionati, non permettendo loro di vivere
l'ombra, cancellando su quei volti ogni tormento e ogni dubbio. Stavano
attaccando un governo democraticamente eletto, un paese libero, stavano
tentando di distruggere il sogno di milioni di persone, uomini e donne
felici perchè liberi, perchè potevano continuare ancora a sperare in un
futuro migliore, perchè potevano criticare, ridere e scherzare e parlare di
politica senza essere minacciati, senza timore di ritrovarsi un giorno in
una fossa o in un carcere solo per aver espresso un'opinione.
Ricordo il colpo, le fiamme alte che raggiungevano il cielo a rincorrere un
dio che aveva abbandonato il mondo; ricordo il fumo che bruciava le
palpebre, le urla, i visi impauriti di chi mi stava attorno e dei passanti
giù in strada. E poi le lacrime di ognuno di noi e una voce sola che parlava
per tutti: << perchè? perchè? >>.
Ancora oggi, nonostante le stagioni siano passate e i mesi siano scivolati
sopra ad altri mesi, quella domanda resta nella mia mente e sulle mie
labbra: stanca e logorata, però non demorde e tenacemente ripete ancora
quelle sillabe, attendendo, invano, ancora una risposta.
Ricordo ogni istante di quel giorno, gli attimi che sembravano ora frenetici
come un fiume che spacca gli argini, ora immobili, come se galleggiassero in
una placenta al di là della storia.

Il presidente parlava alla radio: la voce era spezzata, sanguinava e
slabbrava a inseguire vocali e consonanti, scandendo frasi brevi e incerte,
com'erano incerte quelle ore. Cercava di portare speranza alla nazione,
cercava aiuto, comprensione, solidarietà e conforto. Era la voce di un uomo
che teme di morire, che teme per la propria vita e per quella del popolo che
lo ha eletto. Era la voce di uno dei potenti della terra.

Mio padre mi chiamò al giornale. Piangeva, diceva che non capiva e io stavo
muto perchè non riuscivo a dire nulla. Avevo in bocca il sapore della
tristezza, come un limone aspro, non ancora maturo. Neppure io comprendevo
quell'odio, quella ferocia bestiale, quella cattiveria che s'accaniva contro
di noi. Eppure, pensavo, eravamo uomini anche noi: anche noi, come loro,
avevamo un padre, una madre, delle speranze e dei sogni. Anche noi avevamo
nel cuore cicatrici e dolori, disperazioni private e carcasse di sogni che
la vita ci aveva divorato.
Stetti in silenzio, poi chiesi dello zio. Rispose con voce d'automa e quello
che mi fece rabbrividire fu l'abisso che s'apriva con le sue parole: parole
ch'erano minerali, fredde e gelide, prive di commozione. Ogni traccia
d'umanità s'era dispersa; rimaneva solo un grido di rassegnazione chiuso in
un pugno.


Ricordo; l'ultima cosa cosa che ricordo è un immagine vaga, una figura di
donna, forse, o di uomo. Alta, esile e magra, cadeva giù a precipizio e la
velocità aumentava col passare dei secondi. Si faceva sempre più lontana e
distante, sempre più assente.
Era un uomo, o una donna, sedeva vicino a me. Ne incrociai gli occhi, poco
prima che si perdesse nel vuoto di quel cielo di settembre. Mi sorrise d'un
sorriso tenero e doloroso e non pronunciò fiato.
Poi fui io a volare nella ruggine di quel cielo al tramonto.
Non ricordo d'aver incontrato angeli o di aver visto dio, non sentii paura
nè pensai alla vita che stavo per lasciare.
Ricordo solo l'ultimo istante. Come descrivere ciò che provai? Era un
sentimento pieno, estremo, come una felicità impazzita di luce che racchiude
in sè ogni cosa, un respiro che nasce dal ventre e si confonde con
l'infinito. Ecco cosa fu: libertà.
Nessuno mi spinse, mi gettai da solo. Un altro aereo continuava a rombare
vicino a noi e lo vedevo allontanarsi e cadevo, cadevo libero e folle.

Era settembre, un settembre come questo o forse più bello. Era un giorno di
fine estate, l'undici settembre di trent'anni fa.
Sopra la cordigliera delle Ande.



"(...) Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà
invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la
fellonia, la codardia e il tradimento."

Salvador Allende;
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.



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mercoledì 10 settembre 2003 - ore 11:32


Varadero
(categoria: " Vita Quotidiana ")


L'insegna, un neon che non pareva avere alcuna voglia di illuminare la strada, diceva "Varadero".
Entrai e prendendo posto al bancone mi accesi un Montecristo. Sigaro
cubano.
Ordinai al barista un rhum. Havana club. El alma de cuba. Ma in quel
locale non c'era quasi anima viva e, inoltre, più che nel centro festoso e povero dell'Avana, sembrava di essere in un girone infernale fatto di cenere e
malinconia. Di grigiore e noia.
Il barista mi versò da bere con un'aria a metà tra l'incuriosito e il
nostalgico, nostalgico come la sua barba che non faceva affatto pensare a
Che Guevara o Castro, e nemmeno a Gesù, no, faceva solo pensare al babbo natale triste d'un centro commerciale. Nostalgico e fuori stagione, dal momento che Natale era passato da un pezzo. Fuori stagione e fuori moda,
come la camicia verde militare che gli tratteneva a stento la pancia e che
lo faceva assomigliare a un rivoluzionario marxista come il tonno
sott'olio ricorda le sirene. A suo favore c'è da dire che, se uno ha fame, non sa cosa farsene delle sirene. E io in quel momento avevo fame.
<< Un paio di tramezzini mozzarella e pomodoro, per piacere. >>
Li mangiai in un attimo e dopo ripresi a bere il doppio rhum, mentre mi confondevo tra le volute del sigaro e i miei mille, illogici, non voluti pensieri.
Il mio corpo era stanco, stanco di anni di corse verso qualcosa che ignoravo, stanco del mio dedalare alla ricerca dell'assenzio e di due
larghi occhi chiari. Ma il mio cervello lavorava, cogitava, elaborava dati e opinioni senza successi matematici. E la matematica, si sa, non è un'opinione. Avrei dovuto, di conseguenza, dichiarare il mio fallimento, senza neppure una casa da ipotecare o una causa legale per salvare il salvabile. Una cosa opinabile, per i miei gusti. Raccattonai, allora, le poche certezze e i molti dubbi che la vita mi aveva portato in dono, come fosse stata, anche lei, un babbo natale fuori stagione, un babbo natale sadico che, avendo finito il carbone zuccherato, ti getta sotto ai piedi carboni ardenti. Un anticipo dell'inferno, e tu, come un pirla, che ci
balli sopra il ballo di san Vito.

Avevo incontrato in una sola notte Gesù Cristo, l'angelo della Morte, l'angelo Michele e San Tommaso ficcanaso. Ero sulle tracce dell'assenzio e di due larghi occhi chiari e mi trovavo, al momento, in un locale cubano
ad ubriacarmi, come un poeta maledetto. Senza aver scritto una riga, però, e senza una retta via da seguire. Ma di questo non mi preoccupavo troppo: la geometria è un'opinione. Alle volte la via più breve tra due punti è una curva.
Sentii aprire la porta e vidi entrare due uomini in divisa. Squadra
mobile.
S'avvicinarono al bancone e squadrarono il barista, poi passarono a me.
Forse erano squadristi. Improvvisai loro un sorriso falso come i gioielli
della figlia di uno czar russo. Non ricambiarono. Mi ero sbagliato: forse
erano leninisti. O forse, semplicemente stronzi. Loro rappresentavano la
Norma e l'ordine, io la Traviata e il caos primigenio e ci stavamo per
affrontare in un bar dal sapore cubano. Sapore forte, di rhum e
rivoluzione.
Ordine, disordine e rivoluzione, senza neppure un Che Guevara a farmi da
spalla in quel teatrino dell'assurdo che metteva in scena l'assurdo della
vita. L'unico a farmi da compare, a parte qualche comparsa talmente
avinazzata da non riuscire ad alzarsi dal tavolino, era il compagno
barista.
Un uomo stanco e invecchiato, come Fidel Castro un detrito della Storia
che resisteva ancora alle maree del progresso.
I rappresentanti dell'ordine mi sfidarono con sguardi che volevano essere alteri. Io, già abbondantamente alticcio, dall'alto del mio sgabello
ordinai una tequila.
<< Doppia tequila con ghiaccio... e una cerveza para mis amigos, por
favor. >>
Indicai gli sgherri, gli sbirri, i bravi di un don Rodrigo innominato, ma
molto più potente di quello d'un tempo: nei secoli aveva imparato a nascondersi dietro a mille nomi, assumendo mille sembianze e nessuna.
Bevvi al volo la tequila e mi alzai dal bancone.
<< Sul loro conto... muchas gracias, amigos! >> ammiccai, mentre uscivo sperando di riveder le stelle... Macchè stelle! La luce del sole mi ferì.
Una ferita che bruciava, dolorosa come un dito in un occhio o un calcio
negli stinchi. Mi ero dimenticato che le ore piccole, quelle ore
ratrappite dal peso della giornata, si erano talmente rannicchiate in sè stesse da scomparire, svanendo nel passato e lasciando il posto alle fresche e dolci ore di un nuovo giorno.
Iniziai a camminare, con il passo veloce di chi non sa dove andare,ma
vuole arrivarci in fretta. Per la strada nulla era cambiato, eppure ogni cosa mi sembrava diversa: i muri, gli alberi lungo i viali, gli ingressi delle
case e dei casini, le auto parcheggiate, i lampioni oziosi e i negozi dei commercianti - tutto appariva sotto un'altra luce. Luce solare, una luce chiara e viva, almeno così ci fanno credere da millenni. Stonzate. La luce del giorno è una luce cupa e oscura, un nero seppia vestito di bianco per ingannare con pudore borghese la verità. La luce solare è il velo di Maya.
La notte, invece, è sempre stata vista come il regno del sonno, e il sonno
della ragione, si sa, genera mostri. Sbagliato. Al massimo, le ragioni del
sonno portano incubi, mai mostri. Il sonno della ragione non genere
mostri, ma mostra le nudità di Maya: in un museo, la Maya desnuda. Il sonno della ragione è l'irrazionale, il movimento fluido e puro della vita, la
vitalità di una danza dionisiaca. E' il regno notturno dei poeti, dei mistici e dei folli.
Essendo io un (in)degno rappresentante di tutte e tre le categorie, decisi
di andare a casa a dormire, aspettando l'alba di una nuova notte.

Chiusi la porta ed andai fino al bagno.
Sentivo la testa scoppiare, lo specchio mi riconsegnava due occhi affogati
nel pianto e nell'assenza, le pupille ormai si confondevano nel mare
salato: tirai le retine e pescai il mio dolore di gambero, mentre la mareggiata di lacrime usciva zampillando nel lavabo. (Era sporco di dentifricio: lo
laverò domani, pensai). Tra pesci e dolore, tra assenza e sudore partì una scialuppa verso la camera da letto, mentre io affogavo nei miei occhi
verdi e nel ricordo di quei larghi occhi chiari.
Mi addormentai, alla fine, cullato dalla tempesta dopo la quiete e dalla
speranza insperata di colmare il mio vuoto.
Non sognai, però. Non avevo ragioni per farlo.

(fine di questa parte)


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lunedì 8 settembre 2003 - ore 11:53


Majakovskij era un genio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Partire è un po' morire.
Almeno così dicono. Beh, si sbagliano. Morire, forse, è partire un po'
troppo, partire per un viaggio senza destinazione o, quantomeno, con la
destinazione già segnata. Paradiso o inferno, purgatorio per chi non ha
avuto picchi di santità nè pecche eccessive di malvagità. Morire è anche
patire, e, se, come dicevano i poeti tragici, nel dolore sta la conoscenza,
morire significa conoscere. A me, però, non serviva morire per conoscere il mio destino. Nè tanto meno
avrei incontrato, partendo, una piccola morte. Senza doppi sensi, anche se,
in fondo in fondo, ci speravo nell'ambiguità della parola. Partendo, anzi, volevo lasciarmi la morte alle spalle e per questo decisi di cancellare Samarcanda dalla rotta. Non si sa mai. Avrei cercato quegli occhi chiari e fuggitivi in ogni dove, anche in capo al mondo. Solo per baciarli, solo per guardarli sorridere di felicità.
Guardai Gesù, Gesù guardò me. C'intendemmo al volo. Divinamente.
Presi su la giacca di Armani e per fortuna nella confusione del pub nessuno se ne accorse. Tanto lui, immagino, ne avrà a migliaia. Gesù ed io uscimmo e c'incamminammo nel vento che soffiava ruvido sui nostri volti: nessuno dei due parlava. Il silenzio, alle volte, è prezioso, soprattutto se le parole non valgono il prezzo dell'oro al mercato di Wall Street.
Osservavo alcolicamente estasiato il mondo intorno a me: l'alcol mi scaldava
il sangue e ribaltava lo stomaco. L'alcol ha una sua funzione sociale: non aiuta a risolvere i problemi, ma aiuta a tirarli fuori, a parlarne; è
l'anestetico che ti addormenta il dolore e ti aiuta a superarlo, è l'amico sempre fedele che non ti abbandona mai, sempre pronto a capirti, senza mai giudicarti. L'alcol è un bene, è un bene per tutti, è in comunione dei beni,
>l’alcol è pronto a confortare anche quelle persone che lo giudicano
>negativamente, persone per le quali parole come "sobrietà" e "rigore" sono
>altrettanti imperativi categorici.
>Io, sinceramente, con gli imperativi non mi sono mai trovato molto in
sintonia. Non riuscivo a coniugarli. Dai tempi del liceo e delle versioni di
latino. Preferisco i tempi del dubbio: i congiuntivi per unire e ricongiungere due possibilità separate dalla nascita; i condizionali, che tengono in libertà vigilata le troppe certezze incondizionate di questo mondo. Preferisco l'imperfetto al perfetto, che è un tempo storico, un tempo
di cose passate, vecchi conoscenti che ti bussano alla porta quando meno te
lo aspetti e ai quali non hai più nulla da dire.
Soprattutto preferisco il futuro, l'attimo di felicità che non è ancora e
forse non sarà mai, ma che comunque puoi già intravedere dietro l'infinito;
preferisco il futuro, quel futuro in cui si nasconde l'assenzio e, con lui,
due fuggevoli occhi chiari. Ma torniamo al presente. O almeno nelle sue
prossimità appena passate.
Io e Gesù arrivammo a un bivio. Dovevamo decidere cosa dovevo fare. Entrambi non sapevamo proprio da dove cazzo iniziare. Come inizio di riflessione non era male.
<< Provo a tirare la monetina... Testa o croce? >> gli proposi… Alla faccia
del senso della frase! Bella stronzata avevo detto, ma lui fece finta di
nulla, forse, anzi, sotto sotto gli era anche un po' piaciuta. Comunque uscì
croce, così scegliemmo testa. Sulla croce non ci sentivamo proprio di
contare. La via crucis non era di buon auspicio.
<< Allora vai. E buona fortuna. >> mi disse Giugiù. Solo allora, abbracciandolo, mi accorsi che i suoi abiti puzzavano un po'. Deve essere
uno degli effetti collaterali della resurrezione, pensai.
<< Così sia. E se va male, amen. >> Lo salutai con ottimistico pessimismo e
anche un po' dispiaciuto: mi ero divertito con Giugiù. Era un pezzo di pane.
<< Ah, Greg >> aggiunse lui lasciandomi << non è uno degli effetti
collaterali della resurrezione. E' che puzzano proprio. Nessuno è
infallibile. In bocca al lupo. >>
<< Crepi. E salutami il Gran Capo lassù. >> Feci cenno con la mano al cielo, mentre voltavo i tacchi votandomi alla ricerca dell'assenzio perduto e di quei larghi occhi chiari. Un voto sulla fiducia. Anzi, un voto di fede, sperando diventasse il più presto possibile un ex-voto.

Ero solo, adesso, nella mia ricerca. Dio non mi aveva abbandonato, ma Gesù
se n'era andato via, perchè il mio destino doveva compiersi: fiat voluntas
tua, e gli Agnelli entreranno nel regno dei cieli. Ero solo, con il diavolo
in corpo (citando Radiguet) e mille demoni che mi tormentavano con i loro forconi di dubbi.
Vagolai di malavoglia (citando Verga) per strade sporche di polvere e
cemento, sporche di memorie abbandonate fuori dal cassonetto dei ricordi in
un aprile crudele (citando Eliot), vagolai e vagabondai in quel regno di
luci artificiali e artifici luminosi, in quella giostra tragica, in quella
festa mobile (citando Hemingway) che è una città di notte, in quel luna-park
dove tutto si può comprare tranne le stelle e la luna. Non parliamo poi
della luna nel pozzo.
Guarda che luna, pensai (citando Buscaglione) e alzai di riflesso gli occhi al cielo.
Avrei voluto scrivere una poesia su quegli occhi chiari, del colore della
luna, ma non ne ero capace; avrei voluto leggere nel cielo la mia sorte, ma non credevo nell'astrologia. Per non saper nè leggere nè scrivere, fischiettai un motivetto, immotivatamente felice e iniziai a parlare da solo. Sul liscio asfalto mi piace biascicar le parole! (citando
Majakovskij).
Continuai la mia pantomima prendendo a volteggiare nell'aria, a librarmi
davanti a una libreria, a recitare la parte di Antony il maledetto (tragedia
di Dumas padre). Era teatro di strada. Ballavo da solo, felice d'essere
innamorato, senza neppure un Bertolucci qualsiasi a riprendere la scena.
D'altronde era teatro, non cinema. Saltellavo come un deficiente in mezzo
alla strada, quando... quando per poco non feci la fine di San Tommaso: la
stessa fine di un pastore tedesco abbandonato in autostrada. Una fine del
cazzo. Morire così, insomma, sarebbe stato proprio morire alla cazzo di
cane.
Una lancia mi passò di fianco sfiorandomi, lanciata a tutta velocità verso un nuovo giorno. Feci un salto e mi ritrovai nell'altra corsia a
fronteggiare un'alfa 147. Nei momenti del pericolo supremo, in articulo
mortis, molti invocano la propria madre e i figli, i parenti e gli amici che
temono di non rivedere più. A me, non so perché, venne in mente Dino
Campana.
Comunque sia, ero spacciato, come un chilo di coca colombiana tagliata con
l’ammoniaca. Ero lì lì per baciare in bocca la morte, cosa che a me faceva
anche un po’ schifo, vecchia com’era, quando accadde il miracolo. In un
lampo comparve, nel senso contrario, una megane con i vetri oscurati. Mi
trovai per un istante tra l’alfa e la megane, letteralmente. Non feci in
tempo neanche a pensarlo che si aprì la portiera e una mano mi prese per il
collo e mi trascinò dentro.
<< Coglione! >> Era l’arcangelo Michele. Sempre molto diretto. << Ma volevi farti ammazzare, per caso?!? >> Vicino a lui, seduto, c'era l'angelo della morte. Un tipo morigerato, dal sorriso mortifero.
<< Non è ancora giunta la tua ora. Stai attento, ragazzo mio, la prossima
volta. Non voglio fare gli straordinari con te. >> soggiunge l'altro, a mò
di predica.
<< A proposito >> chiesi, cogliendo la palla al balzo e rilanciando nella
loro metà campo << che ora è? Vedo che sta albeggiando. >>
<< Le sei e quaranta. >> rispose Gabiele.
<< Un'ora prima della canzone di Battisti. Speriamo lei non abbia nessun
treno da prendere. >>
L'auto galleggiava sull'asfalto, sembrava avere le ali e Michele guidava, non esagero, da dio. O forse sì, esagero, considerato che il Gran Capo era impegnato in altri affari nell'alto dei cieli: diciamo, per rendere giustizia a uno che il giorno del Giudizio sarà il giustiziere di Dio, che Michele era un mago del volante, Michele era come Schumacher, il Micheal dei cieli, il Michelangelo dei motori, uno che in formula uno avrebbe fatto la sua figura. Figurati, un successo. Assicurato. Furto e incendio compresi.
<< Senti un po', eroe... >> mi apostrofò ironicamente. Era un asso del
volante, ma per senso della frase non valeva un due di picche.
<< L'originalità negli attacchi non è il tuo forte vero? >> replicai <<
Comunque dica, monsiuer de Lapalisse... >> Non girai il coltello nella
piaga, primo perchè gli angeli non hanno corpo, e poi perchè gli dovevo la
vita. So essere riconoscente, io; so riconoscere quand'è meglio tacere
mordendosi la lingua.
<< Cosa vuoi fare allora?!? >>
<< Vuoi la verità o una bugia? >>
<< La verità >> si intromise l'angelo della morte, che era un tipo di poche,
ma taglienti parole, parole che tagliano come la falce, parole che arrivano per spiazzarti, mozzandoti il fiato in gola, sempre nell'attimo sbagliato.
Come la morte. << Dicci la verità. >>
<< Peccato, so mentire benissimo. A me piace la menzogna: di verità ce ne
>sono molte, troppe, sono spesso una alternativa all'altra, spesso in
conflitto l'una con l'altra, le verità sono contestabilissime, mentre di
bugie, beh, di bugie ce n'è sempre una sola. Provate voi a contestare lo
svolgimento dei fatti di qualcosa che non è mai accaduto. La bugia è
personale, è tua, mentre la verità di tutti. Almeno potenzialmente. >>
Uno a zero per la menzogna. Palla al centro.
<< "Beauty is truth, truth beauty," - that is all ye know on earth, and all
ye need to know. >> mi rispose per le rime Michele (citando Keats).
Uno a uno ed ecco che la partita si stava facendo avvincente. Le schermaglie proseguirono, colpi di scherma e colpi duri d'ascia, soprattutto a centro
campo. Io attaccavo e Michele si difendeva. Era tosto, un mediano anni
cinquanta e quando contrattaccava sapeva pungere, tagliava i cross e le
parole centrando sempre lo specchio della porta, come Angelillo. Affinità
elettive.
Arrivammo al novantesimo. I minuti cruciali in cui ti giochi tutto, ti
giochi la finale della Coppa del mondo e non conta niente se arrivi secondo.
Ad arrivare secondo ti danno la coppa del nonno e pure del coglione. I
secondi sono uomini che vivono all'ombra dei primi, sono piccole stelle accecate dalla luce troppo forte del sole. Senz'ombra di dubbio. I secondi vivono la notte, loro di notte brillano nell'argento della luna e girano i bar a raccontare la loro storia di sconfitti, l'altra faccia della medaglia.
Era scoccato il novantesimo.

Nessuno vide la palla, nessuno vide Michele scivolare sulla fascia e
scartare gli avversari immobili come treni su un binario a scartamento ridotto. C'è chi dice che volava, letteralmente volava, a filo d'erba; altri invece, parlano della mano di Dio. Come Maradona contro l'Inghilterra in Messico, ma senza la malizia blasfema di quell'occasione. Nessuno vide nulla, nessuno s'accorse di nulla.
Sentimmo solo il boato della curva avversaria, le loro grida, i loro cori,
>musica celestiale per chi vince, dannazione e lacrime per chi perde. Poi
l'arbitrò fischiò.
Era la fine. La fine di troppe bugie. Il trionfo della verità. Due a uno.
Chi vince ha sempre ragione e la verità sta dalla parte della ragione.
Quindi chi vince ha dalla sua, oltre alla coppa e mille ragioni per gioire,
anche la certezza della verità.
In vino veritas. Andai ad ubriacarmi.

(fine quarta parte)

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sabato 6 settembre 2003 - ore 16:43


Ho rubato due versi a Baudelaire...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mentre camminavamo, la notte scivolava sopra le nostre teste, indifferente
alla frenesia sincopata di una città fatta di noia e di nulla. Indifferente
a tutto, come la vita, che se ne frega altamente di noi. Non gliene frega
niente, alla vita; lei passa, passa e non ritorna più. Passano gli attimi
che avresti voluto fossero eterni, passano volti e sorrisi, passano lacrime, passano nomi. Passano tutti col rosso, fregandosene del codice della strada e dei tuoi sentimenti, passano e ti sorpassano e provaci tu a stargli dietro, se vuoi. Non ci riesci, non puoi.
Passa anche la bellezza. Vecchioni? Sì, "La bellezza" di Vecchioni, non di
una vecchia: quella è già passata da un pezzo. Passa la bellezza che non hai
mai avuto il coraggio di cogliere, tutta la bellezza, agile e nobile,
passano quelle parole che avresti voluto dire, ma che non sei riuscito a
pronunciare. Due parole o una sola: "ti amo"... "addio". Parole che poi
rimangono in loop nel cervello per anni, parole che ti tormentano e ti
tempestano di rimorsi e rimpianti, perchè non sei stato tempestivo.
Parole...
La parola di Dio, invece, sa sempre i tempi giusti.
<< Ciao Tommaso. >>
Era Tommaso. San Tommaso l'Apostolo. Sembrava un bambino, quel bambinone un
po' troppo paffuto che alle elementari tutti prendevano in giro con una
canzoncina deficiente, quel bambino un po' troppo curioso che doveva mettere
le mani ovunque. Mani nel costato e dita nella marmellata, mani un po'
troppo biricchine sotto le gonne delle compagne. Era un bonaccione, Tommaso,
uno troppo buono per ribellarsi alla cattiveria degli uomini: fece la fine
di un cane in autostrada. Morì colpito da una lancia.
<< Vado a trovare il mio gemello >> rispose Tommy. Io e Gesù ridemmo, perchè conoscevamo l'aramaico, a voi probabilmente questa battuta non dirà un cazzo. Vi lascio nel mistero, anche perchè, a sapere l'aramaico, non è che
la battuta ci guadagni. Anzi. Diciamo, allora, che la nostra fu una risata
di cortesia. Lo salutammo e proseguimmo per una strada lastricata di buone
intenzioni. A seguire le vie del Signore, che sono infinite, ci saremmo
persi. Preferimmo la strada dell'inferno, anche perchè la notte, in questa città, non ci sono alternative. Tutte le strade sono un inferno, piene di gente di malaffare e di tossici in cerca disperata di una dose, piena di
bastardi che si sentono i signori della notte, padreterni del quartiere, dei
falsi e bugiardi che ti vendono un paradiso artificiale di poche ore.
Esentasse e perciò non scaricabile nel sette e quaranta, ma solo in una vena
già troppo gonfia. Costo: venti euro ed una vita d'inferno.
Comunque, in un modo o nell'altro, attraversando i gironi infernali di una
città senza più fede nè anima arrivammo al pub. Gesù ordinò una birra.
Pensate alla Du demon, vero? Scontato, e poi l'avevo detto prima che a lui
piace la Corona. Fu io a prendere la Du demon. A volte mi piacciono le cose
scontate. Soprattutto nella settimana dei saldi. Ci sedemmo e lui, dopo la
birra, prese anche la parola.
<< Senti, Greg, ti ricordi quello che ti ho detto prima? >>
<< A proposito degli scherzi che facevate a Pietro? >>
<< No, no. Quello che ti ho detto all'inizio. Quando ci siamo incontrati. >>
<< Beh... più o meno... qualcosa del tipo: "cerca dentro di te"??!?>>
<< Esattamente, cerca dentro di te. Tu sai cosa stai cercando, tu sai chi
stai cercando...>>
Era inquietante, più inquietante di un'amore che sta finendo e non sai come
dirlo, che parole usare: la quiete che era accesa si è spenta, dev'esserci
stato un black out. Citando Ungaretti o Saba. No, mi sa che non funzionerebbe. Quando finisce un amore, c'è solo dolore. Nessuno spazio alle
parole. Meglio tacere.
<< E cosa sarebbe, cosa starei cercando... sentiamo...>> lo sfidai. Sfidare il figlio di Dio, un azzardo. L'ultima volta che qualcuno ha provato a sfidare il Padre è finito male. Una caduta rovinosa, dalle stelle alle
stalle. Dal canto degli angeli al sibilare di un serpente, volete mettere?
<< Tu stai cercando Lei. La bellezza fuggevole, il fuggevole chiarore dei
suoi occhi.>>
<< Touchè.>> Tacqui, non sapendo cosa dire. Ed era un amore che stava nascendo. Non avevo neppure io le idee ben chiare, forse perchè la sera che
la conobbi la mia mente era offuscata da una nebbia alcolica o forse perchè,
quando s'incontra la Bellezza, non ce ne rimane che un vago ricordo, un
sentimento indefinito di purezza, una nostalgia di luce. Ricordavo solo
quegli occhi chiari. Quei larghi occhi chiari.
Non ho mai saputo chi abbia detto che gli occhi sono lo specchio dell'anima.
Certamente non un dentista. Probabilmente è stato un ottico, perchè il dentista è poco oculato. Lui riesce a guardare solo in bocca e la bocca è
una cavità buia e umida, piena di germi e impurità. E' la caverna di Platone, dove le ombre e le voci sono ingannevoli. L'ottico, invece, ci aveva visto giusto. Gli occhi sono lo specchio dell'anima. Uno specchio a volte opaco e sporco, a volte splendido
splendente. Molto affascinante.
Ci sono occhi di tutti i tipi: occhi di falco e occhi di gatto, occhi da
triglia e occhi iniettati di sangue come quelli di un toro. Gli occhi
rivelano la parte nascosta dell'uomo, la sua parte animale e la sua anima
più profonda, mentre i denti rivelano solo la facciata. I denti sono
costruzione, ricostruzione e otturazione. I denti possono essere bianchi o gialli. Se cariati, neri. I denti non hanno sfumature, i denti hanno colori netti, ben definiti, sono il corrispondente fisico di quella perversione filosofica che è l'aut aut. I denti ti obbligano: o mastichi o sputi; o parli o stai zitto. Gli occhi, invece, ti concedono libertà, sono il regno della possibilità. Sono più ambigui e misteriosi: rivelano e poi subito nascondono, avanzano d'un passo e poi si ritraggono; hanno colori che sfumano l'uno nell'altro, colori che si riflettono, mutando alla luce del sole. I denti sono a stretto contatto con la materia, ruminano e masticano.
I denti si sporcano e perdono smalto. Gli occhi invece, sono puri, incontaminati, anche quando parlano di crimini osceni. Un battito di ciglia
sembra il battito d'ali d'una falena, un battito di luce e leggerezza.
Detto fuori dai denti, se non si era ancora capito, io preferisco gli occhi.
<< Stai cercando gli occhi d'un angelo... >> aggiunse << Occhi d'angelo e il corpo di una ninfa... >>
<< Sincretismo religioso? >> sorrisi, cercando di sviare il discorso.
<< Non temporeggiare, sai bene di chi sto parlando. >>
Forse aveva ragione. Stavo temporeggiando, io ho sempre amato temporeggiare, allungare a dismisura gli attimi fino a far diventare un minuto un'ora e un'ora un giorno. Chi ha tempo cerchi tempo, lo allunghi con dell'acqua, così non si ubriacherà subito. Io cercavo tempo, ma soprattuto cercavo di porre rimedio all'Assenza. Un mostro d'altri tempi, assenza ha assonanze con assenzio, assenza parla
d'altro, ma questo "altro" molto spesso è un qualcosa di sconosciuto, un
nome innominabile, una definizione che fa a pugni con se stessa, perchè non
può definire nulla se non un desiderio. Desiderio di felicità. E la felicità
è femmina. Quindi cercavo una donna. O forse no, cercavo semplicemente un
farmaco contro la noia. Avrei provato l'assenzio, ma era introvabile anche
lui, fuggito chissà dove con le sue fate verdi. L'assenza dell'assenzio.
Vedete, tutto torna. Quindi, secondo logica, avrei dovuto aspettare. Ma io
non ho mai seguito il filo logico e in logica matematica avevo due. Sempre
due. Due fisso in schedina. Non ho mai seguito il filo logico, non ho mai avuto bisogno di alcun filo, come quando a Creta mi ero perso ed ho cercato di uscire dal labirinto del minotauro senza fare il filo ad Arianna. Ci sono riuscito. Ci sarei riuscito anche questa volta.

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mercoledì 3 settembre 2003 - ore 20:08


Ho preso un acido e ho visto Baudelaire
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Dio vagabondo.
Ho le tasche piene di soldi, ma i soldi non fanno la felicità. La felicità è
donna: vuole essere corteggiata, è un po' civettuola. Ammicca a tutti, ma si
concede a pochi.
La felicità è donna, è sorella della fortuna e la fortuna, si sa, è cieca.
Quindi si può concludere che la felicità è miope. O quantomeno sorda. Non ascolta i tuoi richiami e le tue invocazioni, ti guarda altezzosa dalla sua altezza d'un metro e ottanta e dalla sua lontananza siderale, ma non è altera. Non ha tradizioni di nobiltà o aristocrazia, lei arriva improvvisa,
è consorte di un parvenu, è la sorte che sposa un uomo grasso e volgare e lo
rende un borghese arricchito. Arriva così, d'un tratto, e ti seduce mentre
sei distratto, ti si presenta vestita di gioielli ed ori. Labbra di corallo
e occhi di perla, nascosti dietro a un paio di occhiali a specchio. Firmati
Gucci. Sono occhiali magici, occhiali che conoscono stregonerie che nessuna
inquisizione potrà bruciare, perchè riflettono la tua anima, ma
migliorandola, truccandola e falsificandola, o forse rendendola più vera.
D'altra parte anche la verità è donna: basta un make-up e diventa più
seducente ed affascinante. In questo siamo tutti visagisti, cerchiamo tutti
di truccare la verità o di truccare le carte in un poker con la vita, che
bara anche lei, certo. Bara di mogano o di larice, soprattuto quando è a
colloquio con la morte.
Usiamo trucchi da Tony Binarelli, da mago infelice di periferia, costretto a
prostituirsi sopra un palco per pochi euro alla serata, con un pubblico di
quattro guardoni alcolizzati. Usiamo trucchi firmati Sebastian o Dior, il
verde Versace di Jennifer Lopez, trucchi di classe e classici trucchi per ringiovanire vecchie galline bollite oppure per rendere eterna la bellezza di un giorno. Trucchi e eye-liner, linee guida per muoversi lungo le strade della vita e della verità. Sono strade che possono portare alla meta, che si chiami felicità o successo, amplesso o ricchezza, ma possono portare anche alla rovina.
Tutte le strade, dicono, portano a Roma, capitale d'Italia e ombelico del
mondo. Cattolico, s'intende. Che poi non è vero che tutte le strade portino
a Roma. Semplicemente, tutte le strade portano ovunque. Prendi la strada per
le Indie e a rotta di collo scopri l'America; caschi da cavallo sulla via di Damasco, ci ripensi e ti trovi dritto dritto a Roma, zona residenziale
Vaticano, nell'album dei santi. Un album senza trucchi nè inganni, un qualcosa che ha del miracoloso.
Ci sono vie, però, che muoiono subito: sono i vicoli ciechi; un sospiro, un
respiro ed ecco la cospirazione del monopoli. Ti trovi in un vicolo cieco.
Senza felicità nè fortuna, perchè, anche se cieche e sorde, mica sono sceme, loro. E, nel fondo del vicolo, ci trovi sempre una barriera architettonica contro cui sbatte l'intero vicolo. E tu, di conseguenza.
Io ero lì, in un vicolo cieco, sordo ai richiami della vita, ma non muto di fronte alle sue ingiustizie. Urlavo e bestemmiavo, perchè anche se sono agnostico simpatizzante ateo, con qualcuno dovevo pur prendermela. E chi è più perfetto di Dio? Comunque ero lì, in un vicolo, a raccogliere i cocci d'un'esistenza andata in rovina troppo presto, frugando tra i detriti alla ricerca, almeno, del portafogli. Ero tra le immondizie e hai voglia a dire, pecunia non olet...
Cercavo, come zio Paperone nel Klondike, ma altrochè giacimenti o filoni d'oro. Macchè. Nulla. Neppure una donna a cui fare il filo. Cercavo alla luce di un lampione spento, alla luce di un accendino che esalava il suo
ultimo fiato di gas. Alla luce della luna. La luna è donna: adora farsi
guardare. Ed io alzai gli occhi al cielo. Un raggio d'argento mi baciò le
labbra. Non era oro, d'accordo, ma sempre meglio di niente. Piuttosto che
>niente è meglio piuttosto. Come dicono a Parma. >>
<< La risposta è dentro di te. >>
<< Eh??! >> Lo guardai stupito, non tanto per la frase sconclusionata, senza capo nè cosa, quanto per il vestito. Era un tale con la barba lunga e una veste bianca, con il petto tempestato di medaglie. Fumava un sigaro. Fidel Castro o Gesù.
<< Vinceremos, adelante! >> azzardai << Compagno Fidel... >>
<< No, sono Gesù >> rispose.
<< Cazzo! E' che il sigaro... >> provai a giustificarmi.
<< Non preoccuparti, tanto ormai ci sono abituato. Ma se te la devo dire
tutta, questa storia a me mi fa anche girare un po' i maroni... è per questo
che ho trasformato Cuba in un inferno. >>
<< Il potere del proletariato contro l'onnipotenza divina... >> buttai lì,
come un pescatore che getta la sua rete, sperando in una pesca miracolosa.
Non sapevo proprio che pesci pigliare.
Gesù, che sull'argomento era ferrato, sorrise. Sorrise e una luce accecante
s'irradiò per un attimo nel vicolo cieco. Approfittai dell'occasione e
raccolsi il portafogli. Almeno quello l'avevo trovato. Controllai se c'era
tutto: patente, carte di credito. Crediti mai riscossi. La carta d'identità.
Quella ormai non mi serviva più, in crisi nera com'ero. A proposito, chi
ero? E cos'era il mondo? Io, ateo agnostico e blasfemo, avevo incontrato il Messia. Fosse stato il papa, ancora ancora, ma era proprio lui, il Messia.
Cristo, che incontro! Stavo per farmi prendere dal panico, quando mi
rassicurò un pensiero: Gesù mi sembrava famigliare, aveva l'aria del
fratello maggiore che non ti vuole picchiare, ma ti dà preziosi consigli.
D'altronde, siamo tutti figli di Dio.
Mentre queste e mille altre idee mi ruzzolavano per la mente, Gesù mi
propose di andare a bere una birra.
<< Si parla meglio, con una Corona >> disse ammiccando. Detto da uno che
aveva portato una corona di spine nelle sue ultime ore di vita era tutto
dire. Non c'erano più dubbi, aveva il senso della frase. Lo dice anche San
Giovanni evangelista, che di queste cose ne sa. In principio era il Verbo e
il Verbo stava presso Dio e il Verbo era Dio. Per proprietà transitiva, il
senso della frase al Figlio.

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martedì 2 settembre 2003 - ore 13:33


Contrappunto alla patente a punti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La notte è il regno dei vampiri e dei mostri, dei poeti e dei solitari. E' il rifugio di chi odia il giorno, dei fotofobici e dei fotosensibili, delle modelle fotogentiche e cocainomani dopo una sfilata e dei satiri che le rincorrono per le strade, ma la notte, è, soprattutto, una strada d'estate, una solitaria e poetica strada d'estate, quando una paletta taglia l'aria e dal nero della notte emergono mostri e vampiri.
<< Patente e libretto prego... >>
Ma che cazzo vuole sto qua?, ho pensato, mentre cercavo di ricordarmi dove stava la patente e, soprattutto, cosa fosse il libretto.
<< Allora, si muove, per cortesia... >>
<< Un attimo, li sto cercando... eccoli qua! >>
L'essere con tratti antropomorfi, il mostro umano, troppo umano, che del super uomo non aveva neppure il fisico, mi guardava con sguardo altero e arcigno, con un'ari a di sufficienza che sembrava voler dire: ma guardali 'sti imbecilli, 'sti smidollati, sempre tutti uguali, sempre a correre in giro il sabato notte, guardali questi irresponsabili...
<< Noi irresponsabili >> mormoro << conosciamo fin troppo a fondo il senso di responsabilità, è per questo che ce ne teniamo ben volentieri alla larga... >>
E lui, sentendo le mie parole, contrae la mascella, si stupisce, rimane attonito come un tonno in una scatoletta di acciughe, senza olio d'oliva, però, un tonno rimbambito al naturale, un pesce fuor d'acqua e già pronto per essere fritto. Si stupisce il mostro che la notte non ha mai digerito, crede, lui, che io legga nel pensiero, è inquieto, lo sento e fa di tutto per dimostrare il contrario.
<< Allora, mi dica >> eccolo, il tono sprezzante di un pericolo che non c'è, il tono del tutore dell'ordine schierato contro il caos che sfreccia nella notte tra mostri e pinte di birra << abbiamo bevuto questa sera, per caso? >>
Gli rispondo con ironia, l'arma più affilata e leggera, la lama dell'assurdo, il coltello dell'eccesso, la ghigliottina del "non" perchè il "non" non ha misura, è un di più o un di meno che si espande all'infinito; il "non" non ha senso, è un no-sense, è un no con una enne in più, ma quella enne porta con sè litri di ironia e di tequila, litri di parole e di silenzi, litri di storie passate dentro i bicchieri sporchi di un bar.
Sono bravo in queste situazioni me la cavo da dio, riesco a cavare sempre un ragno dal buco, so sempre cosa dire, anche quando non so cosa sto dicendo...
<< Allora, sentiamo, avete, mica PER CASO, bevuto stasera? > > richiede l'omino dotato di pistola e paletta, ma poco dotato di materia grigia...
<< PER CASO, niente... mica abbiamo bevuto per caso... noi beviamo sempre per scelta, per scelta personale, per scelta responsabilmente irresponsabile... mai per caso... >>
<< Ah sì...?! >> non sa cosa rispondere, l'ho spiazzato come un piazzista che vi suona alla porta e vi vende un'enciclopedia sulle malattie infettive degli opossum che tanto non consulterete mai.
<< Sì, sa com'è... è sabato sera, siamo stati prima ad una festa spagnola: tequila mariachi e sangria, ha presente? Come nella canzone di Capossela, che non sarà il modello della sobrietà e del rigore, ma ha pur sempre sposato una modella di Versace... qualcosa vorrà pur dire, no?! Poi, siamo passati in un'osteria, proprietario un nostro amico: era da mesi che non lo vedavamo, così una parola tira l'altra, un bicchiere via l'altro e via che sono sc ivolate un paio di bottiglie di Sangue di Cristo. Divino, veramente... Continuo o vuole che smetta? >>
Lui tace, quindi io proseguo, riempiendo anche il suo vuoto, un'assenza silenziosa e neutra, come un mare di nebbia e di noia, d'altra parte, il tempo sfugge veloce, alla velocità d'un battito d'ali che non riesci mai a fermare, e l'unico modo per riempirlo è di parole: parole vuote, piene, parole che sono sassi o piume, parole nuove come un passerotto implume o antiche come il cadavere della storia, parole che sono, alla fine, solo parole, un'accozzaglia di lettere unite dal caso. Tutto scorre diceva Eraclito. Anche la birra a spina.
<< Insomma, ci siamo divertiti e poi, mentre stavamo uscendo >> continuo io << lui mi dice "il signore ci lascia?", e io gli rispondo "vecchio mio, il signore ci ha già lasciati: dio è morto" e ci ha offerto un paio pampero e succo. >>
Lui mi guarda con occhi stralunati, non sa come reagire, cosa presagire, non sa come comportarsi, è abituato all'ordine, alla divisa e all'unità della regole di polizia, lui non sa del caos, lui non sa dell'assurdo. Il "non" lo sta ingoiando, lentamente, ma inesorabilmente, come un gigante nero che succhia la linfa vitale, come un vampiro che succhia il senso dal mondo e libera il "non". A dismisura, all'infinito. Senza chiedere permesso, come un messo comunale che viene a pignorarti i mobili. Non c'è scelta, è necessità casuale o caso necessario, determinismo illogico che apre, per gli scherzi della storia, ampi orizzont i di libertà.
<< Lei sa che si sta cacciando nei guai, vero? Ma lo sa lei cosa sono i guai? >> cerca di rispondermi.
<< No, sinceramente so molto poco dei guai, però in compenso loro sanno tutto di me. Sono dei guardoni che spiano la mia vita ad ogni ora, che attendono l'attimo giusto per insinuarsi, anche se non invitati, alla mia festa... sono come poliziotti che ti interrompono il party a mezzanotte e mezza...>>
<< Come, scusi? >>
<< Nulla, lasci perdere... >>
Sembrava una marionetta spettrale animata dal niente, un fantasma obeso che non ci sta nel lenzuolo, un essere nè carne nè pesce, sospeso nell'assenza, un troglodita che il senso della frase non sa neppure dove stia di casa, però in compenso conosceva fin troppo bene il senso della legge.
<< Bevuto altro? >> chiede lui, con fare ironico, ma sembrava la battuta reciclata da uno di quei vecchi telefim anni Settanta, quando le patenti a punti non c'erano e Poncharello più che uno sbirro sembrava un fighetto entrato in polizia solo per rimorchiare.
<< Boh, qualche Corona, credo... anche se a me i simboli regali non piacciono molto, ma per la birra faccio sempre un'eccezione... >>
<< Ah, sei pure un marxista? >> mi chiedeva con aria incazzosa.
<< No, sono un anarchico situazionista. Ho letto il capitale in edizione rilegata. Un libro costossisimo. Un autentico paradosso. A meno che non avesse ragione il vecchio Karl, lui in fondo era Marx, mica un marxista. >>
<< Comunque, mi segua, credo proprio di essere costretto a farti l'etilometro... >>
<< Dopo tutto quello che le ho raccontato? Perchè non mi crede? >> risposi, con tono irreale e surreale, patafisico e metafisico insieme.
Lui tacque, non cogliendo l'ironia distruttiva della mia frase. D'altronde l'aveva detto Marx che i fatti nella storia si presentano due volte, la prima come tragedia le seconda come farsa. E quella era la seconda volta che soffiavo dentro l'etilometro.
<< Soffi a pieni polmoni >> mi disse rimboccandosi i pantaloni neri e le strisce rosse.
<< Non posso, ho l'asma e poi ho paura che salti tutto qua... >>
<< Allora mi vedrò costretto a ritirarle la patente >> mi fa lui.
<< Beh, se proprio ci tiene, se crede che sia indispensabile, vuole anche il libretto o quello me lo lascia come ricordo? >>
<< Solo la patente... >>
<< Eh no >> replico io, che a replicare sono sempre stato bravo, anche quando le repliche è meglio non farle, perchè sullo schermo sono già passati i titoli di coda e il cinema è vuoto e lo spettacolo finito, anche quando il finale di partita è terminato e hai perso ai rigori un mondiale. <<No, solo la paten te no >> continuo io, imperterrito, mentre il mio amico mi guarda dalla macchina sorridente << io le do allora anche la carta d'identità. Tò, tenga qua! >>
Gli lascio nelle mani patente e carta d'identità, rimonto in macchina e riparto. Lui sta là, fermo immobile, come un soprammobile coperto di polvere e dimenticato chissà dove in un angolo della casa. Non replica, non mi insegue, non parla, non non non... il "non" ormai è diventato l'infinito, ha perso la misura ed è partito senza cintura verso nuove terre vergini, verso nuove vergini senza terra, verso nuovi posti di blocco e posti bloccati, prenotati da mesi nelle prime file di un concerto. E' partito, ubriaco di saggezza e di vino, ubriaco di non senso e di se stesso. Ubriaco e basta, che ci vede doppio.
Arrivati quasi a casa, il mio amico si rianima, è come se si svegliasse, come se fosse appena scivolato fuori da un sogno, però senza cadere dal letto. E' un po' malinco nico e triste, però sorride.
<< Sai >> mi dice << sono sempre stato un tuo ammiratore. >>
<< Anch'io. >>
<< Che onore. >>
<< Non parlavo di te. Anch'io sono un mio ammiratore. >>
Lui sorride e il buio si perde nell'alba, l'auto va lungo la strada dritta e il "non" mi strizza l'occhio mentre vola sopra le nostre teste, come un superman sbronzo fatto di kryptonite.

In questa storia, di patenti, di punti guadagnati e punti persi, di punti croce e testa o croce; in questa storia di patenti e sofferenti, di tutine nere a righe rosse, di contaminati dalla sangria e dalla tequila; in questa storia nottura, insomma, ci dev'essere una morale. E anche un etica.
A me sono sfuggite.
Provateci voi.

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