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sabato 19 aprile 2008 - ore 07:42


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
Tra cicoria, cavolfiori e intimo, la lezione della Lega: ascoltate la voce

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 19 aprile 2008, pag. 6

“Basta poco e la gente subito ti riconosce per la strada…” - canta Vasco Rossi in una delle sue ultime canzoni. E’ bastata una battuta – cioè molto poco – perché Roberto Maroni incenerisse Piero Fassino durante la puntata di “Porta a Porta”. Questione di mercato, cioè questione di vita. Di mani rimboccate. Interessante la puntualizzazione di Maroni alla constatazione che anche la “Fassino compagnia” era andata al mercato, tra la gente, a rendere credibile il loro programma di risollevamento dell’italica sorte. Non basta andare al mercato, occorre saper ascoltare e capire il vissuto della gente. La voglia di rivalsa, di affermazione, di indipendenza. Prima di tutto nel pensiero. Relegare l’ondata verde ad una addizione di voti di protesta significherebbe sminuirne la portata. E, sinceramente, l’impegno profuso. Con onestà, come tutti del resto. Almeno si spera!
Perché un prete non potrebbe far tesoro di quest’appunto? Verde nel colore ma neutro nel significato. Ovvero: dell’importanza d’incontrare la gente nel suo vissuto, di captare il suo linguaggio, le sue aspirazioni, le loro grida silenziose ma dense d’attesa. E’ opinione maturata in una personale e studiata riflessione che la gente non sia allergicamente ostile al Vangelo. Anche se vorrebbe sembrarlo. Problematico è che la sua immaginazione non è più raggiunta dal linguaggio quotidiano della chiesa, le loro speranze non sono state risvegliate dal contatto con essa. La loro voce parla un alfabeto che, chiedendo traduzioni simultanee, smarrisce l’enfasi e la freschezza delle fonti originarie.


Da più direzioni giunge l’allarme che la chiesa tradizionale stia passeggiando - incurante del rischio - sul ciglio di un collasso. Per disastri osservabili da tutti. Viaggiando nel “mercato" della vita della gente mi consola il fatto d’avvertire che questi disastri li vedono solo quelli che versano lacrime di nostalgia per una chiesa istituzionale, conservatrice, bibliotecaria. Una chiesa appassionata d’antiquariato. Non so perché, ma a me la voce del mercato suggerisce un’altra idea, molto più esistenziale e, di conseguenza, emozionante: accettando la sfida dell’adeguamento (che non significa scoloramento dei valori ma ri-traduzione attualizzata), questi sono i giorni migliori che la chiesa potesse invocare.
Perché all’orizzonte si staglia un’occasione più unica che rara: lasciarsi ammaliare più dall’autorevolezza che dall’autorità.
Coscienti che non basta entrare nel mercato e passeggiare. Occorre sedersi nelle sue panchine e imparare il suo linguaggio!


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venerdì 18 aprile 2008 - ore 06:08


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
Una noia mortale

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 19 aprile 2008


Annotò A. Cuva, il procuratore che ha condotto le indagini sui “ragazzi del cavalcavia”: “Teste vuote, come nessuno di voi può immaginare. Quando potrete conoscere tutti i materiali di questa storia, capirete il loro vuoto tremendo”. Il loro passatempo: lanciare sassi dai cavalcavia, centrare le auto che sfrecciavano al di sotto, fare “bingo” come nei videogiochi, compagni e maestri di troppi pomeriggi collassati nella noia. Hanno ucciso, ma si ritengono nella normalità, coinquilini imbecilli di mille altri imbecilli della storia, “teste vuote” che, però, spartiscono con noi lo stesso diritto di cittadinanza. Additarli come “animali da branco” aiuta solo a lavarci la coscienza. Ma non a scendere nell’inferno del loro vuoto e, magari, risalire con una speranza in più da offrire alla storia.
Veronica, 25 anni, è il nome che nasconde la fisionomia di una delle tre giovanissime che hanno assassinato - il 6 giugno 2000 a Chiavenna (Sondrio) - suor Maria Laura Mainetti con 19 pugnalate e un colpo di pietra. Alla rivista Panorama ha concesso in esclusiva un’intervista appena uscita dal carcere: l’alcol, l’autolesionismo, la droga, gli anni di galera, il buco nero dentro di lei e la voglia di ripartire da zero. Ad impietrire il sangue è il movente di quell’efferato omicidio: “Colpa della noia”. Ma perché ci si annoia? Divenne celebre la storia di Giuda, il dodicesimo giocatore di quella squadra convocata lungo le rive del mare di Galilea dall’Uomo di Nazareth. Uccise Giuda, ma uccise perché stato ucciso. O, meglio: uccise perché qualcuno l’ha ucciso. Prima venne ucciso dal Demonio, poi uccise l’Autore della vita. S’annoiò e uccise. Uccise, perché il suo cuore non era più custodito da nessuno. E quando il cuore è solo, diventa preda di mille mercenari. Viene rapito dalla noia. Veronica e i “ragazzi del cavalcavia” (tre fratelli e un cugino) si son presentati sul palcoscenico della storia con un gesto, un gesto pesante più di mille parole, un gesto incapace di darsi una ragione. Eppure anche loro vanno cercando qualcuno/a nella loro giovane vita. Ma si trova qualcuno se prima si cerca se stessi. Questa è la scommessa iniziale. Scoprire la parte sconosciuta di noi: che soffochiamo per vergogna, per ira, per stizza. Per pudore, per terrore, per ignominia. Poi - lo sottoscrivo ad occhi chiusi - non c’è niente di più affascinante che spartire con un persona la propria vita. Però bisogna prima averne una. Una vita viva. Colorata. Di fantasia. E’ la totalità che esalta. Quando guardiamo un quadro, può anche piacerci un particolare, ma è l’insieme che ci emoziona. Imbattersi in noi stessi per poter incontrare gli altri. Sapendo che chi non incontra nessuno nella vita è difficile che traduca i passi di chi condivide con lui il viaggio della vita.


“Memento mori” (“ricordati che devi morire”) – sgridavano i latini -. Come a dire che nella vita non puoi dimenticare questo momento. Proprio per non rimetterci il senso dell’esistere, dell’esserci. Occorre non ignorarlo, altrimenti si fanno progetti come se la morte non ci fosse e allora si smarrisce la dimensione del tempo e l’uomo si crede Dio. Ma un Dio che muore è semplicemente un uomo ridicolo. Per i giovani occorrerebbe un "memento vivere” (“ricordati che devi vivere”) che si fa impresa sempre più difficile.
Ma un dubbio permane. Tutti avvertono l’esigente esigenza di proteggere Abele. Ma a quanti interessa recuperare Caino?


MEMENTO VIVERE
Quella settimana insieme tra il Vangelo e l’attualità

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, venerdì 18 aprile 2008, pag. 24

Il piccolo paese di Mortisa trasformato in un palcoscenico della fede grazie a un gruppo di ragazzi riuniti per intraprendere insieme il cammino della settimana santa.
La cronaca di uno dei protagonisti: don Marco Pozza.


Mortisa - castagne e vino buono, antiche tradizioni e millenarie confidenze – per una settimana s’è trasformata in un “palcoscenico” della fede. Un pugno di ragazzi/e e un giovane prete si son riuniti per vivere la Settimana Santa. Forti di un’esigenza: “fame di Dio”. Di speciale solo la voglia d’emozionare e di lasciarsi emozionare. Protagonisti di un percorso di fede, di spiritualità, di semplice esperienza celeste. Il mondo sembra non conoscerli questi giovani. Ma se sei prete onesto, t’accorgi che alla tua chiesa mancano troppi volti. I volti della notte che sfidano con la musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi scappano. Ti buttano nella strada, nelle loro liturgie, nelle loro “cattedrali”. Per dirti che ci sono. Strano come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, dietro Msn, iPod e indagini Istat - nella vita s’abbia paura di fallire! Sulle strade delle città i ragazzi ansimano alla ricerca di un Volto. Osservano: ma se non trovano, vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo in più.



Tra tovaglie e stoviglie, ufficio parrocchiale trasformato in aula studio e camere da letto piccole per tanti “figli”, tra fornelli e turni di lavaggio… la presenza più bella e disarmante: la Parola di Dio.
Partivano all’alba dopo aver pregato e cantato. Tornavano alle due, anticipati dalle campane a festa. Il latino del classico accanto alla trigonometria dello scientifico, le linee dell’artistico vicino allo Shakespeare del linguistico. Una famiglia “strana” per un mondo strano. Davanti alla chiesa gli altri. Quelli che “la fede è da sfigati”. Pian piano sono entrati, li hanno accolti, hanno condiviso pane, fame e fantasia. ”I giovani non sono piegati! Sono stanchi di chi ruba loro la speranza” (P. Barillà)
All’approssimarsi del tramonto, Vangelo in mano, storie da condividere, pagine d’Eterno da scrutare. Accecati dalla Parola li vedevi piangere e sorridere, intristirsi e ingigantirsi, stupirsi e abbracciarsi. Dal Giovedì al Sabato Santo, chiuso lo zaino, hanno aperto l’anima. Il giovedì una tavola imbandita a festa: musiche e riflessioni, Vangelo e attualità. E loro, al pari dei discepoli immortalati da Leonardo, attoniti e stupiti a lasciarsi lavare i piedi e arroventare l’anima. Il Venerdì stretti sotto il legno della croce, raccolti attorno alla reliquia per le vie del paese. E nel buio un gesto dolce: per tutta la notte se ne son stati nel sepolcro dove stava Cristo. Per farGli compagnia, per pregare, per adorare. Intuiscono che chi sta in ginocchio davanti a Dio saprà stare in piedi davanti all’ uomo!
Tra la gente la mattina del sabato. Che gente quassù! Profili ricamati di rughe e volti insecchiti di anni. Uomini orgogliosi, ma senza cattiveria: solo un pizzico di riserbo! In mano un pane benedetto e una certezza: su ogni croce ci sta scritto “collocazione provvisoria”. Alla sera il fuoco benedetto nella contrada, i “bidoni” del latte riempiti d’acqua alla fontana. Il Gloria, le campane festanti, la chiesa vestita di luce, colore ed emozioni. Fino all’alba: dentro un fiume di gente venuta fin lassù per pregare e lasciarsi stupire da un Dio spigliato.
Qualcuno ha dato forse troppo in anticipo la notizia della sua morte.
Un pugno di giovani me l’ha confermato.


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giovedì 17 aprile 2008 - ore 15:40



(categoria: " Vita Quotidiana ")


LIBERO
"Com’è umana la sinistra"

di Vittorio Feltri
dall’editoriale di Libero, giovedì 17 aprile 2008

Un aereo costato milioni di euro. Tre persone in procinto di salire a bordo, una delle quali è Miuccia Prada proprietaria dell’omonima casa di moda, nota icona veltroniana. Infine un poveraccio sdraiato a terra con funzioni di gradino, dato che la scaletta è troppo corta per consentire facile accesso al jet. Un’immagine così non s’era mai vista se non nei film di Fantozzi. Un essere umano ridotto peggio che in schiavitù e usato come cosa dove mettere i piedi, e un grandissimo stronzo incurante dell’umiliazione che gli infligge.
Tante volte abbiamo scritto che se certi ricchi vanno con i comunisti c’è qualcosa che non va nei ricchi o qualcosa che non va nei comunisti. E l’istantanea che vi offriamo in prima pagina e la sequenza all’interno (pubblicata dal settimanale Chi diretto da Signorini) ne sono la triste prova. Personalmente quando ho visto il servizio non credevo ai miei occhi. Pensavo ad uno scherzo, un fotomontaggio. E invece il direttore del periodico mi ha garantito essere la riproduzione di quanto accaduto. Mi auguro che qualcuno si vergogni di dichiarare (in ogni occasione) di simpatizzare per la sinistra, magari convinto di apparire chic, e di comportarsi da negriero d’altri tempi in spregio di qualsiasi elementare norma etica.
Ignoriamo l’identità del "gradino vivente"; gli abbiamo coperto il volto per salvarne la dignità già violata. E a chi si è stupito della débàcle di Veltroni diciamo che se la sinistra è incarnata anche da personaggi come questi, gli elettori hanno tutte le ragioni per non riconoscersi in essa. Lo spettacolo indecente della verità rende superflui altri commenti.
(...)

(...)
I soli sconvolti dal successo di Bossi sono i politici d’apparato, quelli stanziali di Roma e che hanno una visione distorta e incompleta del quadro nazionale. Idem i giornalisti, i notisti politici, i quali scrivono per il Palazzo, per i loro colleghi; e scrivono di cose che non sanno; ascoltano i leader, vanno per salotti, se entrano in un bar non si abbassano a conversare con gli avventori; se ne fregano, pensano a soddisfare il direttore, l’editore, tutti tranne i lettori.
Sicché politica e informazione rispetto al popolo sono distanti anni luce, in una separatezza ambientale e mentale che impedisce comunicazioni con l’estemo. Poi si meravigliano dinanzi all’exploit del Carroccio e ne danno spiegazioni puerili, accusando il movimento e i suoi aderenti di xenofobia e razzismo. Quando si sforzano blaterano di voto di protesta, oggi come ieri. Ma quale protesta? Se la Lega raggiunge in città grandi i 130 per cento, come si fa a dire: è solo lo sfogo di gente incazzata?
La questione è assai diversa. Siamo in presenza non di un cataclisma ma di un mutamento arrivato a maturazione non all’improvviso. Ne andavano colti i segnali ma non sono stati colti da nessuno eccetto Bossi e Berlusconi che hanno sempre l’orecchio teso e intercettano ogni voce decriptaridone i messaggi fondamentali. Bossi si è concentrato al Nord di cui è paladino. Berlusconi ha dovuto spaziare per ovvie ragioni in tutto il Paese. E Fini si è trascinato appresso gli italiani che costituiscono l’ossatura del tradizionalismo. Un mix ideale per vincere.
(...)
È finita un’epoca e chi non se n’è accorto perde terreno. Non è impressionante che i comunisti dell’Arcobaleno siano stati esclusi adesso dalle istituzioni; semmai è impressionante che ci fossero fino a una settimana fa. E non c’è da rompersi il capo per dare un senso alla catastrofe del Pd. Il quale, essendo rappresentato da ex comunisti rivestiti, travestiti, riverniciati e accessoriati Prada, non può andare lontano.
Chi si fida di quelli che hanno sventolato la bandiera rossa e creduto nella falce e martello sino all’abbattimento del muro di Berlino e oltre?


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mercoledì 16 aprile 2008 - ore 06:07


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
Carissimo premier...

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 16 aprile, pag. 6

Fosse sufficiente questo…! Ma non basta puntarlo in faccia e parlargli: la fatica sta nel guardargli attorno, nel conoscere l’ambiente in cui vive. Teorema intricato l’uomo: più semplice incasellarlo nello stampo della nostra mentalità, dei nostri schemi. Ignorando l’ambiente nel quale è nato, cresciuto, amato. Li obblighiamo tutti a calzare lo stesso numero di scarpe!


Mi piacerebbe che nella bisaccia del suo nuovo governo, signor Berlusconi, c’infilasse – a nome nostro - il coraggio (cioè la capacità di elevarsi sopra i costumi del proprio tempo) e la capacità di saper perdere. Tutti addestrano alla vittoria: ci farebbe la cortesia di spiegarci una volta per tutte come affrontare la sconfitta? E’ solo delle pubblicità progresso? Seppur giovane mi risulta che poche volte la vita chieda la brillantezza di un centometrista: il più dei giorni s’addiziona con la pazienza, la durata e la fatica del maratoneta. Come fare? Nessuno brevetterà la ricetta magica: siamo tutti apprendisti aspiranti al dottorato. Però potremmo iniziare rendendo meno ridicolo e più dignitoso il sostantivo “cittadino”.
A che velocità? Le consiglio l´idea di "velocità perfetta" tratteggiata ne II gabbiano Jonathan Livingstone: "non significa mille miglia all´ora, nè un milione di miglia, neanche vuoi dire volare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta vuol dire solo esserci, essere là".
Esserci. Non apparire!


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martedì 15 aprile 2008 - ore 08:09


Berlusconi Presidente
(categoria: " Riflessioni ")


2008-2013
Buon viaggio, Italia"



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lunedì 14 aprile 2008 - ore 00:12


La Parola di Dio della domenica
(categoria: " Riflessioni ")


IV^ DOMENICA DI PASQUA
Don uno. Don nessuno. Don centomila.

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

(Dal Vangelo di Giovanni cap. 10 vv 1-10)

di don Marco Pozza

Ho accelerato il tempo di cinquant’anni. Mi son visto parroco il giorno prima della mia messa di congedo. Domani la pensione. Dal mio ufficio m’affaccio sull’orizzonte e penso. “Appena arrivato non c’era nulla: guarda adesso. Il campanile e l’abside dietro l’altare marmoreo, la sagrestia in legno di ciliegio e l’ambone incastonato di pietre preziose. L’organo, le chitarre, gli affreschi. (S’avvertono voci in lontananza). L’oratorio! Prima era un tugurio: adesso c’è il bar, la sala, le salette, i salottini. Quanti sacrifici per quell’impianto stereo, per quel campetto sintetico, per quella palestra olimpica. Ma adesso gli affitti rendono ragione della speranza che è in me! E poi le piante, il porticato, la ristrutturazione planetaria di questo piccolo mondo che ho trovato contadino. E che ho vestito di pastorale post-moderna”
Mi compiaccio. Ma un cenno sulla porta mi disturba. “Buongiorno don Marco. Son cinquant’anni che la cerco ma non l’ho mai trovata. Potrebbe spiegarmi questo passaggio del libro di Rut, per favore?”
Rut? (mi gratto pensieroso la testa). Il commercialista, l’architetto, il fotografo, l’uomo della Borsa… Chi è?


Non so per quale motivo, ma… povere pecore! Elette a simbolo dell’imperitura incapacità di ragionare, di individuare la meta, di tessere strade ardite, sconosciute, di fantasia. Pecore sottovalutate nelle navate delle chiese. Intendiamoci bene: non si chiede di trasformare in ovile il presbiterio, il tabernacolo in mangiatoia, i banchi austeri e millenari in imballaggio per la paglia. Si chiede solo di dare a ciascuno il suo! E, allora, come mai oggi tutti dicono che è la “domenica del buon Pastore” e non la “domenica delle pecore”? Non si tradirebbe di certo il respiro del Vangelo che, oggi come non mai, parla dell’Ovile con la stessa delicata architettura di cui parla del Tempio. E nell’ovile ci sta l’uomo, il pastore per eccellenza: realtà sacra al viso di Dio. Ovile come Tempio: altro che dormitorio e deposito di pecore! E’ zona d’incontro, di riconoscimento, di ritorni graditi. Aspettàti. Poggi l’orecchio sul balcone del Vangelo e sembra quasi di sentir ritornare il comando diretto e divino sceso su Mosè rannicchiato sulla cima del Sinai, di fronte ad un Fuoco che brucia non bruciando: “Cavati i sandali, perché il luogo che calpesterai è sacro” (Es 3,6). Quasi a dare le istruzioni per l’uso qualora si volesse tentare la scalata al concorso di Pastore, il Vangelo sembra raccomandare di entrare in punta di piedi!
Non solo! Anche in punta di voce! Magari in italiano non suona bene, ma la grammatica celeste s’addebita volentieri concessioni linguistiche a piacimento. Strano mestiere quello del Pastore. Strano e delicato. Strano, delicato e tenerissimo. Perché dove non arriva il bastone, entra in gioco la voce. Che a noi oggi non dice più nulla. O poco più che il ricordo di un suono che, al calar della giornata, ci faceva riconoscere i passi di papà quand’era ancora lontano dalle nostre braccia di bambini. “Le pecore ascoltano la sua voce; egli chiama le sue pecore per nome e le conduce fuori”. Esperto conoscitore della natura, l’Uomo di Nazareth: chissà mercenari, banditi e traditori che avrà fotografato nei lunghi e spensierati anni di giovinezza tra le colline di Palestina. Tutti uguali: urla, bastone e apprensione. Ma s’accorse subito che era il timbro della voce a tratteggiarne l’intenzione. Troppi pastori si lamentano che il gregge non da loro retta. Troppi greggi si lamentano di non avvertire la voce del pastore. Questione di interferenze? O abbiamo decretato troppo anticipatamente la morte della funzione vocale? Risulta da un viaggio appassionato e appassionante in compagnia di Pietro (il cui resoconto la prima lettura ci regala) che la gente, dopo averlo sentito parlare, “si sentì trafiggere il cuore”. Sentito parlare: non visto azionare, manovrare, progettare! Parlare! Come in quel lontano meriggio che rese emozionante il viaggio di due viandanti sulla strada in direzione di Emmaus! La voce: cioè il timbro, la passione, la convinzione. La certezza, la persuasione, la sicurezza. E allora è normale che scatti l’azione: “Che cosa dobbiamo fare, Pietro?” Proprio quello che succede nelle nostre celebrazioni. A omelia sepolta, la gente si guarda in faccia e si chiede: “ha finito?”. Nascondiamoci dietro un mal celato tentativo di giustificare il cambiamento con il contesto culturale odierno. Come se Pietro, a quel tempo, passasse tutto il giorno a trastullarsi applaudito sulla spiaggia di Cafarnao, con gli Ateniesi a spalmargli la crema solare tra un tuffo dalla barca e un cocktail ghiacciato al chioschetto della suocera… Pensiamo pure così: ma non lamentiamoci se un gallo si sta avvicinando per suonarci la “sveglia”.


In punta di voce, oltre che di piedi, raccomanda il Vangelo. Perché le pecore corrono se sentono una voce che le fa correre. Tra le navate ci son parole che – direbbe il mio teologo preferito – sono come “farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari”. Parole distrutte, logorate dall’uso, incapaci di scaldare il cuore, d’emozionare il respiro. Parole che suonano come un invito ad uscire dalla chiesa e farti conquistare da quattro calci al pallone. Pastori che hanno il volto spento, il sorriso di ghiaccio, la stretta di mano che allontana, il gesto calcolato, le parole pesate, lo sguardo spento, la bocca che mastica formule, l’atteggiamento ingessato. Mai un momento di debolezza, d’abbandono, di tenerezza. Mai un sentimento: di stizza, d’odio, di comprensione. Don uno. Don nessuno. Don centomila. Partoriscono parole scontate, prevedibili, riciclate, fotocopiate, rattrappite. Che si sentono obbligati di dire. “Conosco le mie pecore e le me pecore conoscono me”. “Ma lui è Cristo” – ti diranno. Balle! Lui per farsi riconoscere ha pianto, urlato e parlato. Gioito, tremato ed esultato. S’è commosso: per miseria, per amicizia, per profumi. Ha chiesto aiuto, attenzione, giornate. Ha mosso cuori, animi e cervelli. S’è buttato sulla tavola del mondo per incontrare, stringere, aiutare. Ha avuto paura. Ha chiesto vicinanza. E’ crollato. Per farsi riconoscere non s’è vergognato d’essere uomo!
E ci son parole che, quasi per miracolo, rinascono continuamente. Parole simili a delle conchiglie dentro le quali risuona la voce del mare. T’appoggi al loro eco e ti sembra d’entrare nell’Eterno. Chi le pronuncia – dopo averle declinate in ore di appassionato deserto – è come se accompagnasse il tuo mento a poggiarsi sul davanzale della storia. Son pastori che non si lamentano, che come Pietro dovranno rispondere ad una domanda che vale un attestato di stima: “Che cosa dobbiamo fare?”. Cioè la Parola ha smosso, ferito e agitato. Commosso, stupito e dilaniato. Alzato, abbassato, bistrattato. Che soddisfazione per il pastore: la pecora alza la schiena e vuol trovare la strada. Perché l’ha sentita trasudare dalle parole, dalle indicazioni. Le è nata la nostalgia del sentiero!
Il bastone assicura l’autorità. La voce offre l’occasione dell’autorevolezza.


La voce. Della voce. Alla voce. Con la voce. Per la voce. Colpa della voce. Nella voce. Dopo la voce. Verso la voce. Dalla voce. Attraverso la voce. Nel mezzo della voce. Grazie alla voce. Per colpa della voce. Aiutato dalla voce. Al tempo della voce. Voce stante.
Ma quale v(V)oce?

"Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante" (Gv 10,1-10)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana


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domenica 13 aprile 2008 - ore 10:08


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Non senti la voce? Scappiamo...!

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 13 aprile 2008

Correva il giorno 23 ottobre 1917, vigilia (anche se nessuno osava immaginarlo) di una delle pagine più tristi della storia d’Italia. Gli scampati al massacro raccontano che quel giorno, attesa di un brindisi mai partito, i capi dell’esercito erano distratti e in tutt’altre cose affaccendati. Dal 24 ottobre la città di Caporetto divenne sinonimo della disfatta per antonomasia tramandando alle generazioni future uno scontrino “salato”: 11.000 morti, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati, 3.200 cannoni, 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici e 300.000 fucili.
Poca concentrazione causò troppa carneficina. Nel 1917. M’è riapparsa in sogno in questa ultime notti d’attesa la formazione che passò alla storia dopo quella sconfitta: Cadorna – Capello – Badoglio – Cavaciocchi – Bongiovanni. Forse basterebbe cambiare i nomi: della storia conosciamo già il finale. Perché il clima non è cambiato: dai “fucili imbracciati” di Bossi al “Rialzati Italia” dell’eterno Silvio passando per la fiction del novello aspirante premier. Per concludere con il messianismo eretico di Boselli e il fondoschiena di Milly d’Abbraccio che ha l’onore d’aver affisso nei cartelloni il pensiero di molti italiani. Sull’onda del successo decretatogli dal Times, non tradisce nemmeno Beppe Grillo, il solito Beppe nazionale: sul suo blog ha già pubblicato la lista di ministri del governo che da lunedì salirà al potere. Risultato dichiarato ancor prima del fischio d’inizio.
A noi cosa rimane da fare?



Forse abbiamo tra le mani noi la cosa più bella: formulare i migliori auguri di buon lavoro a tutti/e coloro che non sono riusciti ad entrare nelle liste bloccate, a candidarsi, a trovar spazio sulla schiena o sulla coda della “mucca da mungere”. Nonostante i bei proclami elettorali, le bibliche aspirazioni, i propositi esagerati. Proprio per questo meritano tutto il nostro tifo: perché ora hanno la bella possibilità di dimostrare che tutto ciò che avevano ideato non era finalizzato al riscaldamento di una poltrona, allo scricchiolio di uno scranno, alla comodità di un fanta-lavoro. Ma erano intenzioni nate nel cuore, decantate nel silenzio, finalizzate al bene comune. Hanno il massimo: ovvero l’occasione di mostrarsi coerenti con il loro cervello pre-elettorale.
Pure il Vangelo, disarmante nella sua puntualità, fa recapitare il suo augurio questa domenica. Sotto forma di negazione: “Un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei” (Gv 10,1-10).
O forse la conoscono così bene che si turano le orecchie quand’inizia a gracchiare.


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sabato 12 aprile 2008 - ore 13:41


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
Te lo bevi tu il Lisomucil, per favore!

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 12 aprile 2008, pag. 6

La chiamerei “sindrome Lisomucil”. Quel medicinale m’è rimasto come emblema di un qualcosa che ti costringono ad ingoiare contro voglia. Ingoiare: non gustare, centellinare, assaporare. No, ingoiare! Cioè: “apri la bocca e taci”. Sindrome diffusa pure oggi questa che mi molestava da bambino. Sembra che le istituzioni per sopravvivere debbano sottoscrivere questa ricetta dagli effetti collaterali deleteri. Questi mesi – vissuti confondendo volutamente il Triduo Pasquale con il triduo elettorale (senz’accorgerci che Uno toglie la croce, l’altro l’appesantisce) – sembrano firmare una certezza: parlar di fede e di politica è impresa alquanto ostica. E forse annoiante. Ma siccome ammetterlo non ci onora, allora applichiamo la terapia appresa quando la mamma s’affacciava con quel bel cucchiaione di Lisomucil: ci porgeva la caramellina, ci solleticava sotto la gola e, appena scorgeva un millimetro tra le sponde dei nostri dentini, con un guizzo felino di puntuale perfezione, c’infilava in bocca una cucchiaiata di medicinale. Che, seppur addolcito, manteneva sempre un che di vomitevole. Mi fosse stato somministrato con più delicatezza, forse oggi nelle farmacie non proverei disgusto alla sola vista di esso!


Immagine attuale di un disgusto generale diffuso. Addolcito dall’ironia usata per parlare ad un popolo che non ne vuole più sapere di nulla, che è stanco e logorato da parole svuotate, che s’interroga sulla sua dignità. Il cristianesimo c’aveva tramandato una soluzione accattivante per legare la Parola alla terra. In due tempi: cosa offre di bello la Parola di Dio all’uomo e cosa offre di bello la vita dell’uomo alla Parola di Dio per prendere forma? Una dinamica elegante che scende dal cielo per incontrare la terra e farla salire verso le altezze. Altro che una Lisomucil-terapia. Il popolo italico, grembo di geniali capolavori e geniali cavolate, è forse rimasto uno dei pochi esemplari di rassegnato assopimento: non c’accorgiamo più che ogni spot, elettorale o sociale, rappresenta un’elegante presa in giro. Un cucchiaio di Lisomucil addolcito da un cubetto di Zucchero Eridania. O dal fondoschiena di Milly d’Abbraccio.
E’ il problema del bambino che in terza elementare s’appisola durante le lezioni. “Dovrebbe metterci più buona volontà” – afferma la maestrina. Non sapendo che la volontà è discendente diretta dell’interesse. E che l’interesse spunta nel giardino dell’emozione.
Vedendoci votare, forse gli scrutatori ci diranno: “Perché è svogliato?”.
Non c’è una domanda di riserva, per favore?


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venerdì 11 aprile 2008 - ore 08:01


Storia di una conversione
(categoria: " Vita Quotidiana ")


LIBERO
"Cristiano e felice grazie al Papa.
Ora rinnego l’Islam!"


di Barbara Romano
da Libero, martedì 25 marzo 2008

Chissà cosa si prova a cambiare nome a 56 anni. Lo chiediamo a Magdi Allam, che da un giorno all’altro si è ritrovato Cristiano. Di nome e di fatto. Battezzato, comunicato e cresimato. Tre in uno. Da Papa Ratzinger in persona. Addirittura la notte di Pasqua. Per di più, nella Basilica di San Pietro. E lui era pure musulmano... «Non è solo il nome, è tutta la vita che cambia È un riazzerare tutto e ricominciare daccapo all’insegna di una nuova fede, basata su valori in cui ho sempre creduto e che ho sempre difeso. Ma che da oggi diventano più solidi dentro di me. Con una partecipazione assieme a tanti altri cristiani, che fino a ieri erano amici e da ora diventano fratelli».



D’ora in poi gli amici (e i fratelli) come dovranno chiamarla, Magdi o Cristiano?
«Intendo mantenere il nome Magdi, perché è quello con cui sono nato e con cui la gente mi conosce, integrandolo con Cristiano. Quindi: Magdi Cristiano Allam».

Non è molto pratico per chi deve chiamarla.
«È un nome doppio. In Italia sono in tanti ad averlo. Ma andrà bene anche se mi chiameranno solo Magdi o solo Cristiano».

Perché ha scelto proprio la notte di Pasqua e il Vaticano per ricevere i sacramenti?
«È consuetudine che, nella veglia pasquale, ovunque nel mondo la Chiesa dia i sacramenti di iniziazione alla religione cristiana ad alcuni catecumeni, cioè persone adulte che aderiscono per la prima volta alla fede cristiana. E a San Pietro, anche il Papa somministra ilbattesimo, la cresima e l’eucarestia a un numero limitato di catecumeni rappresentativi dei vari continenti per dare il senso dell’intemazionalità del gesto».

Sì, ma lei non è uno qualunque. Fino a ieri era musulmano e ha speso una vita a combattere l’estremismo islamico.
«Se noi fossimo in un Paese normale dove la libertà religiosa fosse davvero un diritto tutelato, non ci porremmo nemmeno questa domanda Invece, ci troviamo in un Paese in cui se un italiano si converte all’islam, non succede nulla Mentre se un musulmano si converte al cristianesimo, scatta subito la condanna a morte per apostasia».

Dica la verità, scegliendo un luogo, una data e un "sacerdote" così, non ha voluto lanciare una provocazione?
«È sbagliato immaginare che io e ancor più il Papa possiamo essere dei provocatori contro il terrorismo islamico. Noi dobbiamo comprendere che il diritto alla libertà religiosa deve essere inalienabile e da affermare con chiarezza».


Non vorrà far credere che non si aspettava una reazione così dura dal mondo islamico.
«L’avevo messa nel conto».

Dalla stampa araba, infatti, è già partita una valanga di attacchi e contro di lei e contro il Papa.
«Faccio questo mestiere da oltre trent’anni, conosco bene il mondo arabo e islamico. Ho seguito eventi che sono stati giudicati parimenti provocatori».

Ad esempio?
«Penso al discorso del Papa a Ratisbona del 12 settembre 2006 o alle vignette danesi contro Maometto raffigurato nei panni di un terrorista».

E non crede che gli islamici possano aver interpretato il suo battesimo a San Pietro come una "seconda Ratisbona?".
«Non mi meraviglierebbe, ma io non intendo cedere né farmi intimidire in alcun modo. So di essere nel giusto. Sarebbe un errore madomale sottomettersi alle minacce di coloro che tramite le rappresaglie e le condanne immaginano di poter conquistare le nostre menti e sottomettere i nostri spiriti».

Chi è stato ad avanzare la proposta di somministrarle i sacramenti in Vaticano per mano di BenedettoXVI, lei o il Papa?
«C’è stata, tempo fa, una mia decisione interiore di aderire alla fede cristiana, che ho comunicato a un religioso di fiducia, che è su posizioni molte vicine a quelle del Santo Padre».

Monsignor Rino Fisichella?
«Esatto. È stato lui ad accompagnarnni nell’introduzione ai sacramenti del cristianesimo. E in questo percorso è affiorata questa possibilità di riceverli in Vaticano dal Papa, che è stata valutata ed è stata presa una decisione in senso favorevole».


Non ha pensato che questa scelta potesse esporre anche il Santo Padre a magggiori rischi?
«Il Santo Padre è ben consapevole della realtà islamica. Ha compiuto questo gesto in modo pienamente autonomo e cosciente della situazione. Questa sua testimonianza sta ad indicare che, nel valutare tra il dovere di fede di accogliere nella cristianità coloro che chiedono di essere battezzati e le conseguenze sul piano dell’esplosione della violenza che questo gesto avrebbe potuto comportare, lui hafatto primeggiare le ragioni della fede rispetto alle considerazioni di natura politico-diplomatica. Anche per questo Benedetto XVI si rivela un Papa veramente grande».

Unanime la condanna anche dei siti islamici contro di lei, definito «apostata» e accusato di essersi «gettato nelle braccia dell’occidente per interessi econo-mici e personali. Non ha paura di morire?
«Vivo da cinque anni sotto scorta sia nei miei spostamenti sia a casa, dove c’è una vigilanza permanente. Sono già stato condannato a morte e ripetutamente minacciato dai terroristi islamici».

Sì, ma questa non è più una fatwa pronunciata contro di lei. Qui parliamo di apostasia.
«Mi si vuole criminalizzare rappresentandomi come chi, dopo essersi venduto agli israeliani per aver scritto un libro intitolato "Viva Israele’, avrebbe tradito l’islam. per aver aderito al cattolicesimo. Io non ho paura della morte, sono convinto che si debba andare avanti. Tutti noi dobbiamo proseguire sulla strada della verità, della libertà e dell’affermazione della vita. Non dobbiamo lasciarci intimidire dai terroristi, siano essi dei tagliagole o dei taglialingue, facciano essi uso delle bombe o degli stru-menti che la legge e la democrazia in Occidente forniscono loro per mettere il bavaglio agli spiriti liberi e a chi si batte contro gli estremismi. Ci troviamo di fronte a una guerra che dobbiamo affrontare con la testa alta e con la schiena dritta. Diversamente, siamo finiti, come civiltà e come; nazione».

Anche alcuni cattolici hanno giudicato il suo gesto troppo esibizionistico. Non crede che a un vero convertito basti un qualunque giorno e una qualunque chiesa per ricevere i sacramenti?
«Non riesco veramente a capacitarmi che dia così tanto fastidio il fatto che io abbia ricevuto il battesimo dal Papa durante la veglia pasquale. Questi cattolici ragionano negli stessi termini in cui rapinano gli estremisti islamici, che dicono: "Se proprio vuoi convertirti, devi farlo nel segreto, in modo che nessuno se ne accorga, perché è una vergogna che tu ti converta". Io invece sono ’ fiero di essere stato battezzato pubblicamente dal Papa. Quello che voglio testimoniare è che la libertà religiosa è un diritto sacrosanto da sbandierare con orgoglio».


Franco Monaco di lei dice: «Mi hanno procurato disagio l’enfasi e la pubblica ostentazione di una intima conversione e soprattutto le motivazioni con le quali Magdi Allam ne ha dato conto».
«Io sono stupefatto dall’atteggiamento di queste persone. Un cattolico dovrebbe innanzi tutto avere maggior rispetto per i1 Papa. Tacciare questo gesto di esibizionismo significa porsi al di fuori dell’azione del Santo Padre». Poco prima della veglia pasquale era iniziato a circolare anche il nome di suo figlio Davide. «Mio figlio Davide che ha 9 mesi è già stato battezzato un mese fa da monsignor Luigi Negri, fuori Roma, sulla base di una decisione condivisa da me e da mia moglie, quando il mio percor- so verso il cristianesimo era già in una fase avanzata».

Lei ha già due figli, di 28 e 24 anni, avuti da un’unione precedente. Sono cristiani o musulmani?
«Non sono musulmani. Li possiamo definire laici, così com’è statala realtà che ha caratterizzato me e la loro mamma».

Come hanno preso la sua conversione?
«Con un atteggiamento di sostanziale rispetto, ma anche con grande preoccupazione».

Con sua moglie, Valentina Colombo, vi siete sposati con rito civile lo scorso 22 aprile (giorno del suo compleanno). Avete in progetto di sposarvi in chiesa?
«Assolutamente sì e mi auguro che questo possa accadere il prossimo 22 aprile».

Dove verranno celebrate le nozze?
«Non lo abbiamo ancora deciso».

Chi sarà a celebrare il matrimonio?
«Mi auguro che sarà monsignor Fisichella, una personalità religiosa che stimo moltissimo e nei cui confronti nutro un affetto particolare. Lo considero un mio riferimento sul piano della fede e dell’orientamento spirituale».

Quando è cominciata la sua conversione?
«È stato un percorso molto lento. La conversione non è un’infatuazione a un’idea. Credo sia stato un percorso che è partito dalla conoscenza della realtà cattolica, che risale a quando avevo quattro anni, quando mamma Safeya mi iscrisse a un collegio salesiano al Cairo». Perché sua madre la mandò a studiare dai salesiani e non la fece battezzare? «Perché mia madre era una musulmana zelante, convinta, ultracredente».

Anche suo padre?
«Mio padre era un musulmano laico. Mia madre, invece, a tal punto era credente, che chiese di farsi seppellire alla Medina. Desiderio che io esaudii quando lei morì, nel 1992. E partecipai di persona a quel rito che è stato uno dei momenti più atroci della mia vita».


E perché mai una musulmana praticante decide di iscrivere suo figlio dai salesiani?
«Per uno di quei casi che non sono mai fortuiti, ma rappresentano invece un segno. Mia madre faceva la babysitter in una delle famiglie italiane più facoltose del Cairo. È grazie a questa famiglia che io potetti iscrivermi in una scuola cattolica a pagamento. Iniziai dalle suore comboniane devote a San Giuseppe. Alle medie, andai a studiare dai salesiani. E in tutti questi anni ho vissuto in collegio perché mia madre lavorava fuori dall’Egitto. Quindi ho conosciuto bene non solo la realtà dottrinale del cattolicesimo ma anche la vita dei religiosi».

Però è diventato musulmano.
«Perché non c’erano le condizioni interiori per abbracciare il cristianesimo allora Io credo molto nel fatto che siano le esperienze, un incontro, a cambiare le persone in modo strutturale».

Chi è che le ha fatto incontrare Gesù Cristo?
«In primo luogo, l’incontro con Comunione e liberazione. Io sono stato invitato per cinque anni consecutivi al Meeting di Rimini. E questi incontri, che poi sono diventati amicizie autentiche per me, mi hanno affascinato perla capacità di CI di aggregare i giovani, ma soprattutto perla solidità del riferimen-to valoriale di quell’ambiente».

Non a caso ha scelto un ciellino come padrino. «Maurizio Lupi, cui sono legato da profonda amicizia». Se dovesse indicare una persona che ha avuto un ruolo decisivo nella sua conversione?
«Sicuramente Papa Benedetto XVI. Sono rimasto affascinato dal suo pensiero e sono orgoglioso di essere stato uno dei pochi in Italia a difenderlo sul Corriere della Sera, quando si scatenò la tormenta contro il discorso di Ratisbona Non difesi solo la libertà d’espressione del Papa, ma anche la correttezza di ciò che aveva detto, cioè la critica storicamente e scientificamente corretta che lui aveva fatto dell’islam».

Cosa l’ha affascinata di più del pensiero di Benedetto XVI?
«Il binomio che questo Papa ha sempre avuto a cuore, fede e ragione, è stato ciò che più di ogni altra realtà mi ha convinto. Quando questo Papa dice che il dialogo deve basarsi in primo luogo sulla ragione e sul rispetto dei diritti fondamentali che rappresentano l’essenza della nostra umanità (la sacralictà della vita, la dignità della persona, la libertà di scelta), afferma qualcosa di rivoluzionario. Perché non ha tirato in ballo la Bibbia, i Vangeli o il Corano, ma ha scelto di partire da certezze oggettive, assolute, universali e trascendenti per chi ha fede in Dio. È un Papa che spiazza non perché è un uomo di fede - e certamente lo è - ma perché è un uomo di ragione».

Nel suo libro "Io amo l’Italia", lei ha confessato di aver già fatto la comunione una volta.
«Sì, avevo circa 15 anni. Era una fase in cui ero affascinato dalla religione cattolica Io vivevo in un collegio dove c’era la chiesa all’intemo. Un giomo mi presentai all’altare e mi feci dare la comunione».

E come visse l’eucarestia?
«Ovviamente era una comunione che non aveva un significato per il cristianesimo, perché non ero battezzato e, data l’età, non ero consapevole di quello che facevo. Attribuisco a quel gesto la sete di far parte di una comunità religiosa da cui mi sentivo attratto».

Per cosa?
«Perché erano persone che, tramite la loro azione, testimoniavano la loro fede volta realizzare il bene comune. Ma loro non hanno mai cercato di fare proselitismo». Che idea aveva di Dio prima di incontrare Gesù? «Ho sempre avuto un’idea molto personale di Dio. Ho sempre ritenuto che non potesse essere in contrasto con tutto ciò che corrisponde all’amore, alla libertà e alla vita».

Ma un uomo che ha creduto in Allah come fa a diventare un fedele di Gesù? Cos’hanno in comune?
«Niente. II dio dell’islam è profondamente diverso da Gesù. Non mi riconosco in un dio che predica la piena e cieca sottomissione, nel cui nome si commettono stragi efferate, anche contro le donne, e si condanna a morte per apostasia chi liberamente adotta una fede diversa».


Rinnega l’Islam?
«Sì, io rinnego totalmente l’Islam. È una realtà che è definitivamente superata per me. Ho aderito pienamente e convintamente alla fede cattolica». Sta dicendo che non esiste più quell’Islam moderato di culle! è sempre stato preso a modello? «Io sono rimasto totalmente deluso dall’atteggiamento di quelli che vengono definiti musulmani moderati».

Tipo?
«Basta guardare alle dichiarazioni farneticanti di Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis, piccolo gruppo (massimo un centinaio di italiani convertiti all’Islam), che mi accusa di apostasia, contesta il mio diritto di aderire al cristianesimo e il diritto del Papa di somministrarmi i sacramenti, rimproverandomi di non averlo fatto in una piccola chiesa. E questo viene definito un moderato!».

Per lei è facile perché è famoso e protetto dalla scorta. Ma ci sono tanti anonimi musulmani convertiti che hanno paura di venire allo scoperto.
«Proprio a loro voglio dire: uscite dalle catacombe e vivete con il sorriso la vostra libertà di fede. Questo mio invito deve sottintendere da parte dello Stato italiano un’assunzione di responsabilità queste persone vanno tutelate. Ma anche la Chiesa deve avere un maggiore coraggio ad aprirsi ai neo-cristiani e affermare con orgoglio la loro presenza».

Cosa è rimasto del vecchio Magdi?
«II vecchio Magdi era un uomo che si è affermato in virtù del suo attaccamento a valori e principi che ha sempre affermato pubblicamente e che ha voluto incamare tramite la sua azione. Non a caso mi è costata la condanna a morte da parte degli estremisti islamici. Oggi questi stessi valori albergano in una dimensione nuova dove c’è una piena sintonia tra un’interiorità che ho voluto difendere strenuamente in passato e la cornice religiosa e sociale di condivisione di questi valori .Ecco perché oggi mi sento felice dentro. Mi piace pienamente me stesso, totalmente Cristiano».


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mercoledì 9 aprile 2008 - ore 17:48


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
Striscia la giovinezza

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 9 aprile, pag. 6

All’inizio approdavano da sole: zaini scarabocchiati, occhiali contraffatti, occhiaie di notti agitate. Poi atterrarono con le mamme che, armate di borse della Luis Vuitton, sognavano più delle figlie i flash che contano. Ma il top è vederle, a 16 anni, già protette da qualche agente. M’ha scervellato la ressa di ragazzine inquiete per un posto a Striscia la notizia: tacchi da 12, ammiccanti, sexy girl, un colpo di testa in giù a pettinare la criniera e via alle ondulazioni rigorosamente in bikini davanti alle telecamere. Che son tutte per loro (o per il loro corpo). Forse a qualcuna non dispiacerebbe nemmeno, pur di sfondare, di scappare con qualcuno nato tempo prima, anche se con cenno di pancetta e di grigiore nei capelli. Alla scuola di Scusa ma ti chiamo amore hanno imparato l’arte d’azzerare le età. Provai enorme tenerezza per la fisionomia di una mamma, icona dell’età del post-imbrazzo, immortalata dalla tv mentre cercava di imitare quel fiume di corpi. “Essere giovani – scrisse un giorno Ilaria - è portare i pantaloni bassi e vedere tua madre che ti imita e fa pietà”. Ma tanto Ricci e compagnia bella assicurano che sceglieranno in base al quoziente intellettivo. Qualcuno dubitava?


Potenza della macchina da presa. Will Smith dice: “Mia figlia di 7 anni sogna di stare in tv 24 ore al giorno. E le piace Paris Hilton. Ho cercato di spiegarle che per stare davanti ad una telecamera bisogna essere capaci di fare qualcosa”.
“Fare”: sarebbe già qualcosa. Per il “dire” non possiamo chiedere troppo.
“Sono ragazzi!”, ironizzò qualcuno.


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