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martedì 5 dicembre 2006 - ore 16:33


I^ Domenica d’Avvento
(categoria: " Riflessioni ")


I^ DOMENICA D’AVVENTO

"Sarà Avvento anche per te, caro Dio!"
di don Marco Pozza

Sembra un gioco, eppure non è un gioco! Pensa! Un sabato sera: da sette giorni il figlio attende quelle ore per svagarsi: ma anche la madre aspetta il sabato sera per misurare l’onestà di un figlio. L’esito di un esame: lo studente è impaziente per conoscere l’esito, ma anche il professore è trepidante per capire se ha saputo comunicare durante il corso. L’uscita di un film: lo spettatore è impaziente per l’uscita del nuovo film, ma anche il regista attende l’uscita per vedere come sarà il giudizio del pubblico. Il momento della nascita: il bambino scalpita per uscire, ma anche la mamma non vede l’ora di scrutare quel pezzo di mondo ingegnatosi nel suo grembo. Compiere diciott’anni: un figlio inizia il conto alla rovescia in prima media per essere maggiorenne, ma anche un padre attende quell’ora per osservare come viaggerà la libertà del suo bambino.
Capisci? Se hai due occhi, non è per sbaglio: è perché la vita chiede di raddoppiare le prospettive per rimanerne stregati dalla sua concatenata bellezza.



Un po’ come l’Avvento: lo guardiamo un po’ troppo dalla parte dell’uomo. Forse bisognerebbe guardarlo un po’ di più anche dalla parte di Dio.
Dalla parte dell’uomo... si corre il rischio di dare troppo l’impressione che questo periodo costituisca un espediente per ricentrare la vita in campo morale. Senza dubbio, tutto questo non è sbagliato. Però si corre il rischio di trasformare l’Avvento in una specie di palestra spirituale, in cui praticare un allenamento intensivo alle buone virtù. La qual cosa resta sempre un’esercitazione eccellente, ma da’ un’immagine riduttiva di questo grande momento di grazia. Occorre guardare le cose anche dalla parte di Dio.
Si perché anche se sembra strano oggi in cielo comincia l’Avvento proprio come qui in terra. E anche lassù è tempo di attesa. Qui sulla terra è l’uomo che attende il ritorno del Signore. Lassù, nel cielo, è il Signore che attende il ritorno dell’uomo. E’ una visione, un gioco di prospettive rovesciate emozionante, che ci fa recuperare una dimensione sgrezzata di tanti moralismi e impreziosità di un disegno di salvezza firmato dall’Eterno.



Tutto iniziò quasi per gioco, anche se Lui l’ha sempre ritenuto amore. Amore alla follia! Dio ebbe un sogno: sognò la creazione. Creò il cielo e la terra, i fiori e le erbe, gli alberi e i boschi, i monti e le colline, il fiume e il mare, i pesci e gli uccelli, gli insetti e i mammiferi. Ma al suo sogno mancava qualcosa. Allora sognò l’uomo, lo creò a sua immagine e somiglianza. Ma l’uomo sporcò quell’immagine, divenne estraneo a Dio, fuggì persino da se stesso e sbatti la porta del proprio cuore in faccia a Dio. Si perse nella foresta delle sue bugie.
Allora Dio rifece il sogno. Guardò l’abbozzo della Creazione e ri-cominciò dall’inizio. Chiamò il Figlio, l’unico Figlio, e lo mandò tra gli uomini per mostrare come essi potevano essere se fossero vissuti uniti a Dio. Lo mandò per rinfrescare la nostalgia di ciò che avevano offuscato. A Natale celebreremo questo sogno divenuto realtà che Dio perfeziona nel cantiere dell’Eterno durante il tempo del suo avvento.
Ebbene il senso ultimo e nascosto dell’Avvento sta proprio qui. Dio ti da quello che tu non avresti neppure l’immaginazione di sognare. Surclassa ogni tua trama di desideri. Esce fuori da ogni sistema di rigore, razionalità e computo matematico. Si colloca al di fuori di tutte le premesse, le previsioni, le idiozie della storia umana. Con Lui i conti non tornano mai. In senso positivo naturalmente. Perché tu – cresciuto con davanti un Dio che “ti mette alla prova” – gli presenti il registro terrorizzato che Egli debba guardare per il sottile i tuoi bilanci. E invece senti che ti travolge con la frana di una ricchezza che ti strappa il fiato per la gratuità di cui è intessuta.
Quanto mi piacerebbe che tu ti fidassi di un piccolo prete, senza esperienza ma innamorato pazzo di questa logica disumana, quanto mi arderebbe il cuore se anche tu entrassi con me in questa follia, in questo franare contro la logica del mondo e seguire le piste inconsuete in cui il Signore ti lancia.



Tempo d’attesa per Dio, tempo d’attesa per l’uomo, tempo d’attesa per due sposi. Per Giuseppe che in in avvento brevissimo dovrà rivedere un progetto di vita familiare già curato nei minimi particolari, costruito con la pazienza di un falegname certosino giorno dopo giorno, preparato nel dettaglio. Sarà un avvento di fatica. Ma anche per la sua giovane sposa, Maria di Nazareth. Per lei l’avvento sarà la consacrazione di rischio: dovrà rischiare la solitudine, l’abbandono, vorrà dire prestare il suo corpo profumato di verginità e la sua mente impreziosita di delicatezza perché il futuro possa trovare grembo in cui atterrare. Sono gli ultimi giorni buoni per riuscire a comprendere tutto lo spessore di una notizia che rasenterà l’assurdo, anzi, che lo sorpasserà! Che nella ragione disegnerà lo stesso effetto di un soffio d’aria sul un pugno di polvere: confusione, nebbia, nebbia totale e indescrivibile.
Nei quartieri residenziali del cielo Dio anche quest’anno rischia. Nella bottega di Nazareth due giovani improvvisati “culla” dell’Eterno stanno firmando un rischio. I vecchi profeti hanno agganciato sorriso, voce e profezie al rischio. Tutti rischiano… perché sanno che non c’è fedeltà ai suoi progetti che non richieda strappi, che non costringa a capovolgere vita, usi e costumi, che non c’è Chiesa che possa addormentarsi nell’esgenza di essere uguale a ieri per salvaguardare l’immagine splendida e contradditoria del suo Dio!



Che fare di fronte a questa provocazione? Denunciare Gesù come abusivo? Aizaargli contro il malumore popolare perché disturba la queiete pubblica? Rimetterlo in croce o esporlo alla derisione della storia? Far finta di niente, tanto prima o poi si stancherà e andrà via?
Tempo perso! Le hanno già provate tutte e Lui, oggi, annuncia ancora che sta tornando per scommettere su di te, su di me, su quest’angolo d’universo chiamato pianeta terra e abitato da animali chiamati uomini. Tempo perso! Non ci resta che rischiare di crederci…perché forse è l’unica follia che la storia ci additerà come sapienza!

Buon tempo d’Avvento!
don Marco Pozza


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mercoledì 29 novembre 2006 - ore 12:38


L’articolo di Panorama
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PIEDI PER TERRA
"Che cos’è la... normalità? "

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 1 dicembre 2006, pag. 6

Se è vero che sono giovani qualunque… figli della piccola borghesia, cresciuti in parrocchia, vittime di una rabbia che prende poi il sopravvento con furti, rapine, aggressioni e come outback lo spaccio di droga, allora dov’è la diversità con tantissimi altri angoli di mondo, d’Italia dove la quotidianità è tessuta della stessa trama? Dopo Anno Zero che ha tacciato Padova di essere “figlia di un Dio maggiore”, adesso il viaggio verso una denigrazione irresponsabile passa attraverso le pagine di Panorama, il settimanale diretto da Pietro Calabrese. Un viaggio dentro un quartiere, forse per interesse definito troppo presto “Guizza bronx”, alla ricerca esasperata di frammenti di disperazione da ingigantire per poi vendere come prodotto. E questi mezzi di comunicazione sanno di raccogliere ciò che loro da tempo seminano. Non accettano di mettersi “in cooperativa” con loro ma preferiscono creare una cultura della morte a loro spese, investire tanto sul virtuale (reality show, programmi trash, pornografia) a scapito del reale. Prima li imbambolano, poi li accusano! Per poi scandalizzarsi – o peggio ancora stupirsi (ma questo è “stupore”?) – che questi loro prodotti si buttino come avvoltoi sulle uniche cose che sembrano richiamare l’infinito: il sesso, la violenza, la notorietà.

Penso che se durante tutto l’arco della storia umana non ci fossimo stancati di risvegliare l’anima nell’uomo, l’umanità sarebbe diversa. I ragazzini nostri vanno educati ad avere un’anima. Ai loro corpi non basta la legalità. Il vero deterrente è il peccatore pentito che cambia vita e diventa faro per i naviganti della storia. L’esaltazione del reato commesso fa esultare, vendere e dibattere, ma non fa maturare l’umanità.
E poi la conclusione ridicola di quell’articolo: “in Veneto sono i ragazzi apparentemente normali quelli che preoccupano di più”. Forse sarebbe bene chiedersi cosa intendano loro per “normalità”. A me sembra sia diventata un’eccezione! O forse la normalità autentica non garantisce audience a nessun boss. Quella di don Egidio, il parroco di quell’angolo di umanità, era una storia degna da raccontare. Un prete, un “riparatore di brecce” – come scrisse il vecchio Isaia – un uomo che ogni mattino quando getta l’occhio su quel muretto sogna di trovare qualcuno disposto a raccontare i germi di speranza della sua parrocchia!
Quelli sì che stupirebbero!

don Marco Pozza


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sabato 25 novembre 2006 - ore 10:51


Festa di Cristo Re dell’Universo
(categoria: " Riflessioni ")


FESTA DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO

"Quattro conti e una conclusione: semplicemente grazie... Perchè?"
di don Marco Pozza

Un giorno una donna portò il figlioletto dal Mahatma Gandhi e gli domandò: “Mahatma, digli di non mangiare più dolci”. “Abbi la bontà di tornare fra tre giorni" - rispose Gandhi.
Tre giorni dopo la donna tornò con il bambino e Gandhi disse al bambino: “Non mangiare più dolci!”. La donna domandò:“Perché ci hai fatti aspettare tre giorni per dire soltanto questo?”. Il Mahatma rispose: “Perché tre giorni fa anch’io mangiavo ancora dolci”.



In verità Ponzio Pilato non era nato burocrate. Aveva avuto buoni maestri: era un ragazzo vivace d’ingegno e d’indole. La filosofia era il suo talento. O forse la scena: i bei dialoghi, le frasi ben alternate, senza retorica ma pregnanti. Non era nato burocrate, ma ormai lo era diventato. Amministrare la giustizia è un affaraccio in un paese di fanatici, ipocriti e superbi insieme. Aveva capito che senza interessi non si governa e non si siede in tribunale. I barbagianni gli conducono Gesù di Nazareth. Glielo conducono presto, perché lo processi. Dicono che quell’Uomo sia un sovvertitore, che impedisca di pagare il tributo a Cesare, che affermi di essere re. Lo interroga e lo scopre di bell’aspetto, mite e fermo nel guardarlo, un uomo inconsueto. Quanto al re, gli risponde che è re, ma il suo regno non è di quaggiù. E Pilato viaggia sull’ironia, pensando di essere davanti ad uno dei tanti miserabili che la storia ha partorito. Mah… Se è un sognatore, un mistico non si capisce allora perché abbia una ciurma di gente che pende dalle sue labbra, perché giri per le piazze e si mescoli al popolo. Soprattutto non si capisce perché pesti i calli ai gerarchi della sua nazione. Ma ribadisce chiaramente di essere re. Anzi, puntualizza: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è dalla Verità, ascolta la mia voce”. La verità è che quell’Uomo aveva qualcosa. Con la concretezza del romano e la spregiudicatezza del filosofo… Pilato era stato alquanto sedotto dal Nazareno.



Puntualissima la precisazione di Gesù alla risposta di Pilato! “Tu lo dici” e subito dopo chiarisce: “il mio Regno non è di questo mondo”. Non ha le sfumature di un progetto politico, non è un sistema di potere, non profuma di strategie militari. Loro s’aggrappanno all’ingegneria militare, alle guardie del corpo, alle legioni terrene, Lui fa sfoggio della sua solitaria debolezza orfana di oppressione, di sopraffazione, di menzogne. C’è un piccolo seme nascosto nelle viscere della terra, dentro al solco della storia, nel cuore dell’umanità… ed è un seme indistruttibile. C’è una gemma che si sta colorando nel freddo dell’inverno, anche se ne nessuno ne coglie i suoi passi. C’è un mantello di grano che sta germogliando, ma i nostri orecchi sono distratti dal tintinnio delle lancette dell’orologio. C’è un sogno che si sta dischiudendo, anche se siamo tutt’intenti nei nostri scarabocchi. “Non temere, piccolo gregge, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno” (Lc 12,42).
C’è un procuratore romano che accusa e un Uomo galileo accusato. Mi fa tenerezza questo Gesù oggi. Anzi: mi fa paura! Peggio ancora: mi mette con le spalle al muro perché il Cristo che oggi adoriamo, al tramontare di quest’anno liturgico, non è un Gesù Cristo tranquillo, pacifico, buono, dolce, remissivo, con il collo inclinato sulla spalla destra e con gli occhi celesti languidamente rivolti verso il cielo. Tutt’altro! E’ un uomo deciso, convinto, libero che spinge in avanti l’umanità senza armate o potenze eppure riesce a seminare paura in mezzo alle file del male.
“Chiunque è nella verità ascolta la mia voce!” Ma se stamane lo troviamo al cospetto di Pilato è segno che qualcuno non ha ascoltato la sua voce altrimenti avrebbero combattuto perché non fosse consegnato. Qualcuno?! Mah…forse anch’io. Certo: anch’io! Per questo oggi, se potessi tirare il mantello di quel Nazareno finchè Pilato si distrae per lavarsi le mani, gli direi semplicemente grazie. Non so se per commozione, convinzione o rimorso. Semplicemente grazie!



Grazie perché non ti è ancora venuto il voltastomaco per i miei peccati. Perché continui a nutrire fiducia in me, pur vedendo che tante altre persone ti darebbero forse ben diverse soddisfazioni. Grazie perché non solo mi sopporti, ma mi fai capire che non sai fare a meno di me. Perché con me adoperi infinite tenerezze e mi preservi da impietosi rossori. Grazie perché mi fai celebrare l’eucaristia anche quando la coscienza della mia povertà mi fa sprofondare nella vergogna. Grazie perché se mi fai sperimentare la povertà della mietitura e mi fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre, è per dimostrarmi che mi vuoi bene, che non vuoi espormi al ridicolo di fronte alla storia. Grazie perchè continui a custodirmi gelosamente, anzi a nascondermi, come fa la madre con i figli più discoli, perché non mi svergogneresti mai davanti alla gente e non fai venire meno davanti agli occhi degli uomini i motivi per i quali, nonostante tutto, ai tuoi occhi sono prezioso. Grazie perché, anche se non capisco, continui a scommettere su di me, non mi avvilisci per le mie inefficienze, perché al tuo sguardo non c’è bancarotta che tenga, perché nonostante il deficit di cattiveria contenuto nelle lettere che ricevo non mi fai disperare.
Anzi, mi metti nell’anima un così vivo desiderio di recupero che già vedo il nuovo anno come spazio di speranza, tempo propizio per nuove semine, terreno su cui rischiare assieme a te!



“Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te”
(F. BATTIATO, La cura, da L’imboscata 1996)

Percorreremo assieme le vie che portano alla Verità e tu, Dio, non mi abbandonerai. Perché per te sono un essere speciale, e Tu avrai cura di me!

Buona settimana!
don Marco Pozza



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giovedì 23 novembre 2006 - ore 10:04


La sconfitta di Caporetto.
(categoria: " Riflessioni ")


PIEDI PER TERRA
"A Caporetto...i capi dell’esercito erano distratti"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 24 novembre 2006, pag. 6
da Il Corriere del Veneto, domenica 26 novembre 2006

Uno degli sport più amati dai teenager britannici è chiamato “hit and run” che consiste nel marinare la scuola, zigzagare per le strade assieme a qualcuno, colpire sulla testa un passante, fargli una foto e far circolare le immagini tra i coetanei.

Giornale e vangelo in mano, in questi giorni penso stia sta capitando un po’ quello che succede con le autoradio, quando la domenica pomeriggio si vuole ascoltare tutto il calcio minuto per minuto. Dopo che sei riuscito a selezionare il programma giusto nella selva di trasmissioni analoghe, è quasi impossibile seguirlo fino in fondo perché continuamente frantumato dalle interferenze. Che si scatenano sempre nei momenti di maggior interesse. Eccoci: intasati dalle interferenze, siamo confusi nel capire la programmazione della nostra “civile” società.
A Torino un ragazzo autistico viene picchiato in classe: centonovantun secondi di follia gettonati nella solitudine di Internet. A Livorno giravano video pornografici con il videofonino: otto coinvolti, tre denunciati. Ad Ancona stupro filmato di una tredicenne: indagati una decina di minori. A Lamezia Terme violenza su una ragazzina di 12 anni: arrestati 4 ragazzi minorenni. Nemmeno tra le nostre strade siamo esenti. Bullismo? Nel vocabolario è violenza allo stato puro, è seguire e imitare, eccitati come una muta di cani, qualcuno che irresponsabilmente s’improvvisa capobranco! A me non piacciono gli eroi, ne ho paura. Preferisco – sulla scia di Vittorino Andreolli - che i ragazzi vivano qui sulla terra e non nel posto riservato agli eroi nel cielo. Quante volte penso di arruolare qualche anziano – troppo presto escluso da casa – per costituire un pool di “mani sporche” – contrario a quello sorto per giudicare - capace di calarsi in profondità nel pozzo di questa confusione e sporcarsi le mani per spiegare che certe vigliaccate più che malvagie, sono imbecilli perché tutti un giorno ci troveremo “disabili” rispetto a qualcun altro altrettanto stupido e brutale con noi. Questo esercito di straccioni – di cui forse non fanno parte solo giovani attori – non si cura con una terapia di gruppo, ma valorizzando in loro l’anima. E’ la “tragica normalità” – ha commentato il procuratore per i minorenni Ugo Pastore. O forse un “tragico sonno”?



Le cronache raccontano che mentre si preparava la disfatta di Caporetto i capi dell’esercito erano distratti o presi da altro. Uscì una triste pagina di storia! Presi da altro! Per poi – magistratura di Milano docet -, requisire le case dei genitori dei ragazzini accusati di abuso su un’undicenne. La motivazione? “Non hanno saputo educare i figli” . Non solo non si combatte il reato ma si giudica l’educazione dipinta in famiglia. Ma questa sconfitta è la “Caporetto” di tutti. Di coloro che non hanno accettato di mettersi “in cooperativa” con loro, di chi ha promosso una cultura della morte a loro spese, di chi ha investito tanto sul virtuale (reality show, programmi trash, pornografia) a scapito del reale, di chi prima li ha imbambolati e poi li vuole accusare. Di chi si è dimenticato – come suggerisce Rondoni su Avvenire – che i ragazzi vanno educati ad avere un’anima. Non basta la legalità!
O forse ha ragione Friedrich Schiller quando dice che “contro la stupidità gli dei stessi lottano invano”!

Don Marco Pozza


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martedì 21 novembre 2006 - ore 11:32


Ida Magli
(categoria: " Riflessioni ")


IO E LA FEDE
"La mia fede è la libertà del pensiero.
L’ Occidente è debole davanti ai musulmani"


di Barbara Palombelli
da Il Corriere della Sera, martedì 21 novembre 2006

È una donna, è antropologa, è appassionata. Le parole di Ida Magli risuonano da anni come profezie, come visioni che la collocano in uno spazio a sé. «La mia è la fede nella libertà del pensiero: il fondamento dell’ Occidente, il più grande germe contenuto nel cristianesimo. L’ ideale sarebbe la religione di Gesù senza il potere della Chiesa. Non ho mai portato un crocifisso. Mi ha sempre fatto tanta pena, fin da quando mia madre mi accompagnava in chiesa. Mi terrorizzavano le cerimonie del Venerdì Santo, quando tutti gli altari e i paramenti si coprivano di viola. Pensavo: non voglio che qualcuno muoia per salvarmi, non sono io che ti ho messo sulla croce. C’ è una bellissima frase, che lui dice degli ebrei del sinedrio che lo stanno condannando: non sanno quello che fanno. Uccidere un uomo che aveva dato loro la libertà dai riti... eliminare colui che aveva spezzato il meccanismo fondato sul codice del sacrificio, sul sistema delle mutilazioni, delle amputazioni punitive in caso di reati. Le religioni antiche prevedevano la continua sfida fra una vittima e un carnefice? E Gesù perdona i suoi assassini, sganciando se stesso e i cristiani dalle leggi del taglione. Erano bloccate dalla necessità reciproca della violenza, dei segni sul corpo, quei segni, come la circoncisione, ereditati dalle popolazioni africane che esibivano corpi e membri maschili? E Gesù crea il battesimo, l’ acqua e la parola in sostituzione della incisione sul corpo, mettendo sullo stesso piano - alla nascita - uomo e donna. Ma fa anche di più: tutti i sacramenti sono paritari, per gli esseri umani. Anzi, il pane e il vino dell’ eucarestia ammettono alla bevanda-simbolo del sangue le donne, che duemila anni fa ne erano escluse, fino alla vecchiaia, anche nelle aree controllate dai romani. È proprio questa la grande missione terrena di Gesù, la sua rivoluzione moderna, quella che ha permesso all’ Occidente di vivere la dimensione religiosa come uno slancio verso il progresso e la creatività e non come un freno. Il cristianesimo del Vangelo, a parte san Paolo e la sua prima Lettera ai Corinzi, in cui parla del silenzio delle mogli ubbidienti, da vero ebreo, è un lievito di cui ci nutriamo ancora oggi».


Ida Magli è un’ antropologa culturale, una scienziata dei sistemi di pensiero complessi. Negli ultimi anni si è concentrata sullo studio dei condizionamenti religiosi sulle civiltà e gli Stati nazionali, «perché non esiste cultura senza religione». In gennaio uscirà per la Rizzoli-Bur un suo nuovo saggio, Il mulino di Ofelia. Scrive da almeno quindici anni che l’ Islam è un pericolo, che l’ Europa è fragile. Le sue parole sono durissime: «Dobbiamo limitare l’ ingresso in Italia ai musulmani, oppure l’ Italia sarà perduta. Dobbiamo difendere la nostra libertà di pensiero, le conquiste delle donne, dobbiamo ricordare la fatica che abbiamo fatto per difendere i nostri diritti: ma come, abbiamo appena cominciato ad emanciparci dai nostri veli, dalle nostre velette, e ammettiamo che si torni indietro di secoli? Sono spaventata. I simboli altrui non mi sembrano un problema grave. Piuttosto, corriamo il rischio che una politica e una Chiesa deboli cerchino una stampella nell’ islamismo e ne approfittino per rimettere le donne indietro perfino a quella parità che ci concesse il Cristo venendo sulla Terra a dialogare con tutti, anche con le prostitute». Magli s’ infiamma:«Il potere sacro è infinitamente più forte di quello laico: tra un’ investitura divina e una delega terrena c’ è un abisso. Se davvero saremo costretti allo scontro di civiltà, saremo perdenti: non c’ è carta dei valori che tenga insieme chi non vuole stare alle nostre regole. Noi, che non facciamo più figli, contro popoli che conquistano con la procreazione continenti come l’ Africa... Non avremo scampo. Fra poco, so che non mi sbaglio, avremo un partito islamico in Italia, se non esiste già». Perfino l’ 11 settembre, per l’ antropologa, «è stato calcolato sapendo che l’ Europa non si sarebbe mossa. È chiaro che, con l’ ingresso della Turchia, il progetto dell’ Unione Europea diventerà sbilanciato verso l’ Asia. E pensare che io credo invece sia arrivato il momento di ripristinare i nostri confini: ma lo sanno, i nostri politici, che l’ arrivo degli studenti musulmani rischia di cambiare le nostre università? Mentre gli italiani che se lo possono permettere studiano all’ estero e regalano la nostra intelligenza altrove, qui stiamo cercando di adattarci ad accogliere chi ha dichiarato guerra alle immagini. E l’ amore per la bellezza? Che fine faranno le nostre arti?». Gli interrogativi della Magli si fondono con un pessimismo che sembra non immaginare soluzioni, «perché le religioni le hanno inventate i maschi. E il mio appello è alle donne parlamentari, prima di tutto: abbiamo impiegato due millenni per liberarci dal governo del sacro e dalle ingerenze della Chiesa, non possiamo inchinarci adesso a un nuovo potere assoluto sulle nostre vite».


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lunedì 20 novembre 2006 - ore 15:48


"Alzatevi, andiamo!"
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PIEDI PER TERRA
"Alzatevi, andiamo!"

di don Marco Pozza
da Il Padova, lunedì 20 novembre 2006, pag. 6

Giovanni Papini, un noto scrittore del nostro secolo, diceva che “l’uomo per innalzarsi ha bisogno di mettersi in ginocchio”. Agli albori del terzo millennio…un’apparente assurdità. Non per tutti! Per Mons. Sandro Panizzolo e i suoi ragazzi (qualcuno già prete) più che un’assurdità è una scommessa. Tanto che questa sera (ore 20.15) riapriranno il Seminario al mondo dei giovani raccogliendo la sfida evangelica di quel vecchio papa che, posto di fronte alla stanchezza del mondo, scrisse: “Alzatevi, andiamo!”. Non sognano di convertire il mondo, ne tantomeno una città. Tengono una sola urgenza: annunciare all’uomo che la storia non è finita! Coraggiosi perché stregati da un Volto che li rende sentinelle dai messaggi freschi per un mondo che si sente già vecchio. Sono i brividi dei primi inizi…è il vangelo che non vogliamo più testimoniare, perché rischioso: affiancarsi come nella strada che portava ad Emmaus, accogliere l’adultera, farsi invitare dalla curiosità di Zaccheo. Rischioso! Ma non impossibile! Giorni fa Massimo Cacciari (che qualcuno ha accostato ad Andrè Marlaux quando disse: “Io sono un ateo naturalmente cattolico”) è sembrato dar loro man forte sostenendo la funzione terapeutica di quella preghiera in un certo senso affascinante anche per un ateo!
D’altronde è da millenni che la conclusione è sotto gli occhi di tutti: il cristiano esiste o scompare con la preghiera!

don Marco Pozza


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domenica 19 novembre 2006 - ore 16:31


XXXIII^ Domenica del Tempo ordinario
(categoria: " Vita Quotidiana ")


XXXIII^ Domenica del Tempo Ordinario
"Possiamo giocare ancora cinque minuti?"
di don Marco Pozza

I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia.
Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera davanti nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza.
Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Bibbie, croci, rosari: il parroco era compiaciuto, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da una bambina composta in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso.

In principio Dio creò il cielo e la terra, la luce del sole e rìi riflesso della luna, le costellazioni, le stelle e i pianeti… ma un giorno il sole si oscurerà, la luna che splenderà più, gli astri si metteranno a cadere, le potenze saranno sconvolte…Udendo questo tamburo di annunci, una sola è la parola dietro cui, come dietro un sasso, ci rannicchiamo: “Quando, quando tutto ciò, Signore?”. Ma la risposta è pietosa e inesorabile ad un tempo…Il giorno della salvezza irromperà quando nessuno se l’aspetta, quando nessuno avrà più la forza di leggere come tali i segni del suo arrivo. Conoscendo bene la nostra durezza, Gesù di Nazareth ci manda a scuola dal fico. Tutte le piante nella terra palestinese sono sempre verdi. Solo il fico d’inverno perde le foglie e a primavera lancia i suoi germogli che, crescendo, segnalano l’imminenza dell’estate e dei suoi frutti. E i suoi rami – che verso l’estate sembrano ossa secche – improvvisamente germogliano e offrono i frutti più dolci. Gli occhi di un poeta sanno che il tempo per osservare la primavera è brevissimo, che i segni sono minimi e legati alla tenerezza dei germogli. Ecco, il Signore è fatto così: difficilmente lo trovi dove pensi d’averlo lasciato. Trovi sempre la sorpresa dell’inedito. Rimani sempre spiazzato dal colpo di scena. Proprio perché la potenza del Padre irromperà nell’ora che soltanto Lui conosce, i credenti l’attendono (o dovrebbero attenderla) in ogni momento della loro vita. Ma due sono i grandi nemici dell’attesa. Il grande ritardo: le guerre sono segno di fine eppure “non sarà ancora la fine”, ma solo “il principio dei dolori” (Mc 13,7-8). E la confusione dei segni:“Guardate che nessuno v’inganni!”. Gesù deve insistere molto su questo: perché cresceranno come funghi quelli che si spacciano per Messia in grado di regalare la salvezza eterna.


Per quanto riguarda i tempi e i momenti, deve però restare inquietudine: non ci sono calcoli certi che possano dirci il quando, non ci sono rivelazioni dettagliate che ci chiariscano il come. L’ossessione del calcolo distrugge alla radici la capacità di reggere l’attesa. Il Talmud chiama “maledette” le ossa che calcolano la fine del mondo. E’ vero, è con pazienza che va attesa la salvezza, come il “prezioso frutto dopo le piogge d’autunno e le piogge di primavera” (Gc 5,7). Serve pazienza, perché se il Signore tarda lo fa per poter salvare tutti. Di fronte a questa carezza d’amore non ci rimane altro che vivere nel mondo come gli Israeliti in partenza verso la terra promessa, con “fianchi cinti, sandali ai piedi, bastone in mano”, come chi ha molta fretta (Es 12, 10-11). Come chi sa che un Amore gioca e danza con il tempo per sentirsi importante. Ma qualche domanda sorge spontanea… Chi di noi riesce ad alzarsi al mattino aspettando e desiderando per quel giorno la venuta del Signore? Chi di noi riesce a lasciare un tempo per questo nella propria affannosa giornata, un particella almeno nel proprio cuore, così come il pio ebreo lascia l’uscio aperto e la sedia vuota per Elia nel giorno di Pasqua? Eppure Dio deve intervenire attraverso un gesto forte risoluto, improvviso. Se coloro che avrebbero dovuto poco a poco migliorare, convertirsi, ritornare sulle tracce di Dio non l’avranno fatto… ci sarà una fine. Apri il giornale: l’uomo è un dio. Leggi il vangelo di oggi: l’uomo è terrorizzato!



“Quando, Signore, quando succederà questo?”. Siamo potenti perché sappiamo investire e rubare, giocare e vincere, sognare e distruggere, costruire e restaurare, ammogliarci e dividerci, dormire e criticare… Signore, capisci che genio! Ma poi noi uomini abbiamo paura! Passeggiamo sulla luna, facciamo week-end nello spazio, voli charter andata e ritorno per l’America in giornata, ce ne intendiamo di mibtel, auditel, borsa, indice Nikkei, inflazione, nucleare… Signore, rispettaci: siamo grandi!Ma poi noi uomini abbiamo paura! Ammiraci Signore: con i telefonini ordiniamo gli scudetti, con il doping viaggiamo alla velocità del suono, alziamo le droghe perché non ci bastano più per reggere la tristezza, moltiplichiamo le famiglie e sforniamo ragazzi prodigio. Signore, siamo noi: guardaci!Ma poi noi uomini abbiamo paura! Tanta paura! Che lo scriviamo dappertutto:“Io e te, tre metri sopra il cielo”. Lo scriviamo sulle arcate dei ponti, sulle righe dei diari, nei messaggi telefonici, sulle suole firmate delle scarpe, sulla carta del prosciutto crudo, sulle tazze dei water in autogrill, lo scriviamo dappertutto. Signore, siamo padroni del pianeta! Ma poi noi uomini abbiamo paura!“Quando, Signore,quando succederà questo?”. La vita ci fa paura. Perché ci fa paura la Bellezza, proviamo paura quando vediamo il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano nei crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna… Ci fa paura annunciare la bellezza di Dio su tutta l‘arcata della cattedrale dell’universo!



Porta pazienza, caro Gesù! Se ci guardi siamo un po’ come gli uomini e le donne del tuo tempo: quello che ci rompe cerchiamo di evitarlo! Tu ci hai detto: “Venite in disparte” e noi ci siamo addormentati finchè pregavi. Dispiace perché vediamo che Tu fai di tutto per prepariarci le sterminate praterie del cielo, ma a noi basterebbe un monolocale con un angolo cottura e forno a microoonde e un materasso Eminflex. Lo so che tu ci prometti che diventeremo beati, ma a noi basta seguire chi annuncia che “saranno famosi”. Compatiscici se tuo Padre ci ha regalato la terra e noi, per paura o forse per vigliaccheria, la rifiutiamo per vivere da stranieri “tre metri sopra il cielo”.
Sai, forse qualcuno oggi - di fronte alla tua urgenza d’amore - troverebbe anche il coraggio di chiederti:“Possiamo giocare ancora cinque minuti”?

Buona settimana!
don Marco Pozza


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domenica 19 novembre 2006 - ore 09:24


Seminario Maggiore di Padova
(categoria: " Vita Quotidiana ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"Preghiera e sogni, anche un punk può diventare santo"

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, domenica 19 novembre 2006, pag. 6

Oggetto di studi psicologici e sociologici, motivo di diatriba tra politici, imprenditori e artisti, terra di confine sulla quale l’investimento non è poi tanto di moda. I ragazzi di Torino e la loro idiozia verso il compagno down, gli studenti di Milano e una professoressa un po’ all’avanguardia, i 17 “bulli” di Ancona che abusano di una tredicenne, le ragazzine di Perugia che si pestano tra di loro. I giovani: “mostri” oggetto di studio – come li vorrebbe qualcuno - o creatori di storia?


Nei corridoi del Seminario Maggiore di Padova Mons. Sandro Panizzolo e i suoi ragazzi (anche già preti) scommettono sulla seconda. Nessuno parla di quei ragazzi, eppure abitano la giovinezza. Vogliono rischiare per scrivere la storia, non accettano di vivere “tre metri sopra il cielo”. A settembre sono scesi nelle piazze di Padova sposando l’invito ripetuto da un vecchio papa: “Alzatevi, andiamo!” Pregando intuiscono che non è più il tempo di star chiusi nei “cenacoli” ma di uscire nelle strade, di non aver nostalgia del campanile ma di predicare sui tetti. Perché se manca chi racconta la bellezza di Dio, come potrà l’uomo credere ancora? Nessuno di loro portava riviste patinate di volgarità, con annunci di inaugurazioni di lap-dance o di bar dai gestori “innovativi”, non c’erano stelle dello spettacolo, della musica o dello sport come testimonial, non avevano riduzioni di discoteche da riempire… tenevano una sola urgenza: annunciare all’uomo che la storia non è ancora finita. Ostacolati, criticati, derisi – magari da chi li dovrebbe incoraggiare nel loro rischio – pregando non si sono arresi perché convinti che anche un giovane con i capelli da punk può diventare un grande santo celebrando le sue liturgie nelle panchine e abitando il silenzio della notte.
Non hanno convertito il mondo, non hanno convertito una città, nemmeno un quartiere! Ma hanno pregato per loro! Eroi? Per nulla! Ma coraggiosi perché conquistati da un Volto che li trasforma in sentinelle dai messaggi freschi per un mondo che si sente già vecchio. Sono i brividi dei primi inizi…è il vangelo che non vogliamo più testimoniare, perché rischioso: affiancarsi come nella strada che portava ad Emmaus, accogliere l’adultera, farsi invitare dalla curiosità di Zaccheo. Rischioso! Ma qualcuno crede ancora che è la preghiera a cambiare il mondo! E ieri Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, (che qualcuno ha accostato ad Andrè Marlaux quando disse: “Io sono un ateo naturalmente cattolico” ) è sembrato dar loro man forte sostenendo la funzione terapeutica di quella preghiera in un certo senso affascinante anche per un ateo!
E lunedì sera ri-apriranno il portone del loro Seminario (ore 20.15). Quasi mille ragazzi s’inginocchieranno assieme a loro e grazie a loro! Bibbia in mano, coraggio nel cuore e scelte concrete da testimoniare…vogliono entrare nella vita di una città per dipingere un segno, un sogno, un senso!
“Solo sii forte e molto coraggioso” – disse Dio al giovane e titubante Giosuè! Chi rischia per il gusto di rischiare è un folle. Chi rischia pregando forse è meno pazzo di quello che si pensa!

don Marco Pozza


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venerdì 17 novembre 2006 - ore 14:09



(categoria: " Vita Quotidiana ")


CONFRATELLI NEL SACERDOZIO
"Ti ricordo volentieri nelle mie preghiere. Il Signore ti ricompensi"

Pubblico (con il permesso del firmatario) una delle numerose lettere che mi sono arrivate in questi giorni. Ma che, per scelte editoriali o di preferenza, non troverebbero mai "democratico" spazio in organi rappresentativi ufficiali. Fa piacere sentire che, pur viaggiando su meridiani e paralleli diversi, non si è mai soli.
Finalmente qualcuno decide di "giocarsi" la faccia!


"Ciao Marco, nei giorni scorsi i ragazzi di Anguillara mi fermavano e mi chiedevano di te. Ti hanno visto per televisione e più di qualcuno ti legge volentieri sul “Corriere”. Qualcuno approvava, altri no ma è nella normalità di chi esprime una propria opinione. Mi hanno addirittura fotocopiato alcune pagine tratte dal “blog” nel quale scrivi e rispondi; e dalla lettura di questi fogli nascono di getto queste righe.
Mi hanno creato sofferenza tutte le cattiverie che ti sono piovute addosso. Sia quelle banali frutto di meschina ignoranza sia quelle più sottili di chi critica per il gusto di farlo. Ho pensato anche a tutte quelle che non arriveranno mai alle tue orecchie ma che sicuramente popoleranno le congreghe dei nostri vicariati.
Dai rari discorsi fatti qualche lunedì, in questi due anni, spesso sei saltato fuori facendo capire di come troppo spesso ti sei sentito giudicato, osservato, contestato, preso di mira e mai appoggiato o per lo meno stimato in quello che fai e vivi.
Ritengo giusto farti sapere che io ti stimo molto per tutte le iniziative con le quali cerchi di scuotere i ragazzi della tua parrocchia e di Padova. Apprezzo che la tua audacia sia in grado di creare dibattito, di invogliare la gente a pensare o per approvare o per contestare. Sono contento di sentire pronunciare il tuo nome dai miei ragazzi perché subito dopo parlano di fede e mi fanno domande e invitano anche me a parlare di fede e a rispondere con loro.
Volevo ringraziarti Marco perché gli echi che arrivano qui sulle rive dell’Adige parlano di una bella persona e di un bel prete. Ti auguro di tutto cuore di riprendere la serenità che le nuvole di questi giorni forse hanno allontanato.
Il nostro poster di ordinazione dice: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori”. Che il mondo non lo svuoti mai.
Ti ricordo volentieri nelle mie preghiere, Il Signore ti ricompensi!

Don Giovanni Olivato
Sacerdote ad Anguillara Veneta (Padova)


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giovedì 16 novembre 2006 - ore 18:43


"Il Padova"
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Abebe Bikila e 3MsC"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 17 novembre 2006, pag. 6

Una sigaretta tra dita ingiallite, un bicchiere di rosso in mano e un lessico grottesco sulle labbra. La carta d’identità lo colloca tra i sessantenni d’Italia, il fisico non lo reputa figlio di nessuno sport, probabilmente. Mi stupisce, vista l’età, il libro che sta leggendo sulla panchina di Piazzale Ravenna, nel mio quartiere: “Io e te tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi riconosce, alza lo sguardo e mi scandisce a chiare lettere: “Padre, siete tornati all’anno zero!” E mi manda a quel paese! Chiaro il collegamento con la trasmissione televisiva di giovedì scorso.
Tiro dritto e mi tornano alla mente le parole posate e sudate di Abebe Bikila, maratoneta africano: “Corro scalzo per sentire cosa mi sussurra la terra”. Uno corre scalzo per sentire la voce della terra, l’altro sogna di vivere tre metri sopra il cielo per estranearsi tranquillamente. Uno rimane fedele alla terra, l’altro preferisce essere straniero per non sentirsi figlio di una storia difficile, arrugginita ma abitata certamente da Dio. Uno s’incarna nella storia, l’altro dipinge ironia sulla storia senza volerla abitare. Anche sotto il ponte, poco più in là campeggia la stessa scritta: “Io e te 3MsC”. Ma stavolta i lineamenti delle lettere sono giovani, distratti, colorati. Penso a Padova: grembo di Mantenga e di Squarcione, di Donatello, Giotto e Petrarca. Terra di santi e poeti, di imprenditori e artisti, d’ingegneri e santi. Custode della sapienza dal 1223, 106 corsi di laurea, piazze dipinte di giovinezza. E mi chiedo: perché vivere tre metri sopra il cielo? Forse ci fa paura la bellezza, proviamo sgomento quando vediamo il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano nei crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna… Forse siamo anche noi come gli uomini e le donne del tempo di Gesù: quello che ci rompe cerchiamo di evitarlo. Salvo poi l’assurdità: attraversiamo i meridiani, disturbiamo i paralleli, sborsiamo cifre non indifferenti per andare a vedere oceani lontani e non ci accorgiamo della goccia d’acqua piovana sul davanzale di casa nostra.
Preferisco inciampare camminando nella storia piuttosto che dormire appisolato lassù! Il cielo è azzurro per chi apre gli occhi; è nero per chi li chiude.
Anche se abiti “tre metri sopra il cielo”!

don Marco Pozza



Inizia oggi la mia collaborazione con il quotidiano Il Padova. Ogni venerdì, nella rubrica "Piedi per terra", un fatto di cronaca quotidiana sarà l’aggancio per far splendere fatti di vangelo nella vita ordinaria di Padova!
Grazie alla redazione del giornale per la fiducia e la stima!


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