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domenica 11 novembre 2007 - ore 20:57



(categoria: " Pensieri ")


10 - 100 - 1000 IGNORANTI!






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domenica 11 novembre 2007 - ore 00:00


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Pensieri ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
"Scaffali ricurvi, Libro frainteso"

di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 3 novembre 2007, pag. 2

Mettiti dietro il Duomo di Asiago e osserva. Uno indossa la tonaca filettata, le scarpe rigorosamente nere e un basco in testa. Un altro tiene il breviario sottobraccio e il colletto bene in vista. Qualcuno ama camminare da solo, qualcun altro in gruppetti. I più se ne stanno seduti sulle panchine. Si parla. Si chiacchiera. Si mormora. Si prega! Davanti allo stadio del ghiaccio c’è chi ascolta musica da un Hipod, chi si connette ad internet da un portatile, chi prepara l’omelia chattando sul cellulare. Non li disturba più di tanto l’ultimo pungolo di un settimanale: “Preti catodici o preti cattolici”. Sanno a Chi hanno dato fiducia. E questo basta loro per alzarsi all’alba. Vestono sportivo, parlano linguaggi giovani, sognano giornate da protagonisti. Anche loro sono preti: dell’ultima generazione. Ma cosa cambia?
L’appuntamento per tutti i preti di Padova è ad Asiago: per stare assieme tre giorni. Per sentirsi una squadra. Convocati dall’ Allenatore. Anche loro recano impronte d’uomo: fatto di terra e reso vivente da un soffio di vita, l’uomo pensa. Abbozza. Crea. Porta avanti la storia. Perché è comando divino, intuito del pensiero uscito perentorio dall’alfabeto stesso di Dio. Un segmento di scommessa dis-umana.


Qualcuno si chiederà: “Siamo gli ultimi cristiani? Siamo certamente gli ultimi di tutto uno stile di cristianesimo. Non siamo gli ultimi cristiani”. (J.M.Tillard). Certo: i tempi cambiano. Mala tempora currunt – potrebbero aggiustare i più pessimisti -. Mi dissocio. Essere preti – ieri, oggi e domani – significa assistere assieme al mondo allo scorrere del tempo, essere testimoni della sua possibilità di risurrezione. Questa è la sfida che non muta. Oggi essere prete è affascinante, misterioso, indecifrabile. E’ compito nostro avventurarci coraggiosamente nell’imprevedibile, tuffarci nella novità, disarmare l’abitudine con la fantasia. Sono gli individui che spalancano la strada alla profezia, ma per essere uomini eccezionali occorre mettere in movimento un popolo, accenderne l’ansia, i sogni. I passi. Anche se un dilemma rimarrà irrisolto: è l’uomo che si fida di Dio o è Dio che si fida dell’uomo.
Oggi, anche all’interno della Chiesa, si proferiscono molte parole, si scrivono molti documenti, si curvano gli scaffali delle biblioteche. Il linguaggio teologico sta diventando come il politichese: zona riservata agli addetti ai lavori. Purtroppo… perché il discorso su Dio contiene sottigliezze, finezze e sfumature che, sole, riescono a ringiovanire l’anima. Ma va bene lo stesso: prestate orecchio, sfogliate i testi, collezionate gli articoli. Ma non dimenticate – come ama puntualizzare don Dante Clauser - che la nostra legge essenziale, il nostro documento fondamentale è il Vangelo. Innamoratevi e sprofondate dentro questo torrente d’eternità che bagna il tempo, che feconda la storia, che disseta l’uomo. Ma amatelo così com’è giunto fino a noi: nudo e crudo. Se volete intendere il cristianesimo evitate troppi discorsi, non leggete troppi documenti. Neppure badate ai cattivi esempi che purtroppo diamo noi cristiani. Noi preti.
Frugate nel Vangelo: lì dentro alberga una Parola dalla potenza inaudita.
Anche se io, prete, a volte m’azzardo di anestetizzarla!


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sabato 10 novembre 2007 - ore 00:01


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
"Verbi comuni per semplici esistenze"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 10 novembre 2007, pag. 6

Che premura nei loro lineamenti! Li avvisti sulla soglia di casa, coperti dentro le mercanzie delle loro contrade, a custodia imperterrita dei propri casolari – fortezze inespugnabili di una civiltà che un giorno rimpiangeremo -. Quando guardano il mondo avvertono un po’ di spavento perché nulla sembra come prima. Ma loro stanno lì, presenze mute di una sapienza preziosa per essere tradita. Han sentito l’urlo dei cannoni e il canto delle fidanzate, l’odore dei fucili e il profumo degli anemoni, la crudele vendetta nemica e la tenerezza delle loro spose. Tra i loro patrimoni, la parola è quella a cui ambisco: a fiumi d’inchiostro firmati da penne moderne ribattono con la semplicità di un proverbio coprente molto più della nostra comunicazione. Faticare, lavorare, ascoltare, prendere, partire: verbi comuni per esistenze semplici. Vite nascoste che marcano partenze simili ad arrivi: in punta di piedi. Camminatori silenziosi, fastidiosi con nessuno, viziati dai raggi di una luna da tempo immemore eletta custode di arcani segreti. Partono leggeri sulla polvere, come impalpabili si sono alzati per decine di primavere. Il Vecchioni cantante spese per loro parole smisurate: “Conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero e naviganti infiniti che dialogano con il cielo”.


“Racconti di vita” è la voce che lega tra loro gli anziani della ValBrenta nell’intento di prestar fiato ad una memoria storica che diventi accecante presente al quale apprendere antiche memorie. Oggi come non mai s’avverte per l’uomo il bisogno di parole, non di chiacchiere, urgenza di preferenze forti e coraggiose. A quale facoltà iscriversi? Smagliante l’intuizione di Enzo Biagi, giornalista al quale l’Italia s’è stretta attorno per celebrarne il saluto e il ricordo: “Non c’è nessun testo che abbia il valore e la forza del Vangelo. Ti obbliga a dire si e no e noi viviamo delle giornate in cui si sente sempre dire “forse”.
Sembrano abitare fuori dal mondo perché lassù il rumore è sostituito dal nitrito del cavallo o dal pigolio di una rondine. Ma non si stancano di abitare la montagna - aggrappati come ostriche a questo piccolo mondo antico - persuasi che un giorno, quando l’uomo si libererà dal tachimetro, le vecchie mura verranno riabitate e i comignoli si rimetteranno a fumare.
Capiterà…perché le sorgenti la parola non la cedono facilmente!


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venerdì 9 novembre 2007 - ore 00:00


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 9 novembre 2007, pag. 6

Al viandante solitario che s’aggrappa silenzioso alla conquista novembrina del Monastero di Monte Rua, i colli regalano scorci d’autunno, pensieri colorati, strategie provocatrici ed esaltanti. Scriveva l’ Ungaretti poeta: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (luglio 1918). Autunno: spazio d’aurora e di tramonto, frammento di poesia e di rimembranza, stupore di immensità e sforzo del limite. Foglie che scendono, terra fasciata di vivaci mantelli, aria che rispedisce vecchie melodie suonate in mattini distanti. E’ l’autunno celato nella natura: madre, maestra e compagna del peregrinare umano su una terra sfrenatamente provvisoria. Autunno anche quando, specchiandoti nell’acqua, scopri rughe severe, tratti di giovinezza lontana, sorrisi riservati perché provati da lunghi viaggi. E’ legge di vita, calendario di millenaria sapienza, raccoglitore severo di verità mai confutate.


Colori d’autunno quelli che hanno dipinto il commiato di Oreste Benzi. All’anagrafe di Dio: sacerdote. Forse pure lui, come il Giona lanciato verso Ninive, profeta controvoglia su mandato di un Dio di difficile contemplazione. Ma pur sempre profeta. Non tarocchi e cartomanzie, oroscopi e talismani…ma occhio fine nello scandagliare con Verità il filo della Provvidenza nell’intricato dispiegarsi dei giorni. Battuto più volte - perché nella foresta a tale destino sono condannati gli alberi più vertiginosi -, ha urlato al mondo l’urgenza di Dio, la sete di Verità, l’anelito alla conversione. Autunno pure a Pianaccio, paesino nascosto sugli appennini bolognesi, nell’addio di Enzo Biagi, storia dell’informazione italiana. Quello che nessuno ha potuto dire, quello che tutti hanno vissuto, quello che la storia annoverava, questa penna veloce ha tramandato ai posteri perché il passato non sia un monotono sciacquio di giorni ma diventi musica di sottofondo nel tempio dell’esistere.
Pastori in autunno. Esser tali è intonare canti allo spuntar della luna per vincere la solitudine. Inventori di musiche, interpreti di ululati… artisti d’improvvisazione. Perché non ripetersi è esigenza da raccomandare ai posteri. La vita è un’ebbrezza condivisa. A tenerli legati un filo: marciare con occhi al cielo! Perché in quella lusinga si cela l’inchino del tempo con lo sguardo birichino dell’eterno.
Occhi al cielo… per non smarrirsi in rotte illusorie!


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giovedì 8 novembre 2007 - ore 00:14


Collaborazione con Il Padova - Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Elena: uno sguardo che precorre l’Eterno"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 2 novembre 2007, pag. 6

Elena è una delle ragazze che domenica scorsa hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione in una parrocchia di Padova. Enumerare le sue passioni è come voler contenere l’acqua del mare in una buca: troppe per nasconderle in un pugno di parole. Solo lei, con il suo arco teso e la sua freccia puntata, sarebbe in grado di non fallire il bersaglio nemmeno stavolta.
Tantissima giovinezza all’anagrafe, una voglia di vivere smisurata nell’anima, fiducia centellinata con il contagocce nella sua giovane storia. Pronta per ricevere lo Spirito Santo: questo fiume di fantasia coraggiosa e di coraggio fantastico che ti lancia alla conquista della vita!




Le ho rubato uno sguardo appena tornata al suo posto dopo l’unzione con l’olio: ha guardato il Crocifisso e si trovò con gli occhi lucidi. Due secondi, non di più! Quanto bastò per farmi ricordare quando nei campi di concentramento nazisti regnava il divieto per i prigionieri di guardare le guardie negli occhi: a chi trasgrediva, la pena di morte era immediata. Proibito perché guardare una persona negli occhi è parlarle, comunicarle mille messaggi: “Mi vedi? Sono qui! Sono come te”. Al contrario, se le guardie non vedevano gli occhi dei prigionieri, questi addirittura non esistevano.
Già morti prima dell’uccisione.
Elena invece, dietro la sua apparente distrazione, fissava intenerita quel Cristo. Un Cristo che sin da bambina le ha mostrato il lato difficile della fede e della vita, la bellezza faticosa di ri-partire dopo improvvisi arresti, la gioia di mille talenti inscritti nel cuore! Seduto vicino a lei mi son venuti i brividi perché avverto che certi attimi ti fanno presagire la nostalgia di fissare prima possibile il Volto di Cristo. Ero lì per farle da padrino, son tornato a casa come un bambino pieno di compiti da fare. Con un chiodo fisso nella testa: voglio usare i giorni che mi rimangono per preparami a contemplare con quella tenerezza il volto del mio Maestro.
Ho ripreso l’aereo per Roma con il cuore in festa! Io, che da prete per migliaia di giorni ho cercato di distruggere fotocopiatrici e di regalare fogli bianchi da inventare, ho raccolto uno sguardo che m’ha rassicurato: per Cristo vale la pena di rischiare la novità!
Che sapiente tenerezza in quell’incrocio di sguardi!
Altro che l’aridità di certe epigrafi già stampate per annunciare la morte certa di Dio!


MEMENTO VIVERE
"Il rintocco lento di una vecchia campana"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 3 novembre 2007, pag. 6

Un muro di cinta, la voce dell’Astico come sottofondo, l’ombra dei cipressi a difesa dell’arsura estiva. Poggio la mia bici all’ingresso ed entro nel cimitero di Calvene, il mio paese che si stiracchia come un bambino verso l’Altopiano. Il cimitero! La “contrada” che tutela mille segreti: la storia difficile di un paese millenario, le spoglie mortali dei miei amatissimi nonni, le storie troppo giovani già salpate verso l’Eterno. Su una di queste tombe sollevo un foglietto: “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente, mi vedrai seduto sulla tua pietra…” (U. Foscolo). Sono giorni, questi, in cui i cimiteri si trasformano in giardini, le tombe sono vestite da spose, i defunti sembrano tornati nell’umano vagare. Ma sono anche giorni drammatici perché ci ricordano la nostra finitezza, il nostro limite. Ci ricordano la fine di un pellegrinaggio.


Basta che il campanile faccia risuonare un lento rintocco di campane perché un velo di malinconia addormenti il nostro affaccendato volto. Di fronte a questo mistero, anche il più arrabbiato si ferma e medita. Che senso ha vivere, faticare, sognare, costruire se poi si scompare? Nel cancello d’ingresso della nostra umanità purtroppo ci sta un cartello: non parlare di morte!
E’ il dramma! Perché l’uomo, incapace di guarire dalla morte, per essere sereno s’è imposto di non pensarci. Ma la fantasia dell’uomo, che tanti sogni ha trasformato in splendida realtà, non è riuscita a schivare il naufragio di molte zattere. E’ su questa nuda roccia che sfavillò lo splendore muto di quella tomba parsa vuota alle donne il mattino di Pasqua! Il volto bagnato di Maria di Magdala, stregata discepola del Maestro di Nazareth, è schiarito da una voce: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15). “Chi vive e crede in me, non morrà in eterno”. Non vuol dire che l’uomo non attraverserà più questo scoglio, ma dopo la risurrezione di Cristo la morte dell’uomo non sarà più assurda e insignificante. Diventa il profumo che precorre l’Eternità!
Ci torno sempre volentieri nel mio cimitero. Perché non mi vergogno d’essere figlio di una comunità che nel cuore racchiude volti di santi dalla storia comune, frammenti di storia che un domani i nostri figli raccoglieranno. Tramandata con orgoglio di generazione in generazione.
L’orgoglio di un figlio che serba geloso i passi di chi l’ha preceduto.


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domenica 28 ottobre 2007 - ore 14:07


Sacramento della Confermazione
(categoria: " Pensieri ")


VIENI SANTO SPIRITO
"Per Dio siete semplicemente preziosi! "

Non leggete queste righe come una forma di ingerenza da parte di un prete in una parrocchia che non gli spetta più. Tutt’altro. E’ la riconoscenza di un giovane sacerdote ad un gruppo di ragazzi/e che, senza saperlo, camminando assieme a me verso la Cresima, mi hanno fatto scoprire che ancora oggi Dio è una proposta avvincente! Una riconoscenza doverosa nel cuore perchè, memore delle parole contenute ne Il Piccolo Principe di A. de Saint-Exupèery sarò sempre responsabile di ciò che ho addomesticato.
O che, almeno, con tutta la mia passione ho cercato di addomesticare. Cioè di ad - domus - ire, di portare verso casa.
Per dirla a parole nostre: siamo corsi assieme incontro ad un Dio che è semplicemente proprio un gran figo!


di don Marco Pozza

Carissimi/e ragazzi/e,
Piccoli istanti formano un vita, piccoli gesti compongono un capolavoro, piccoli incontri costruiscono la storia. Ci son momenti che nella vita tornano una sola volta: sono momenti speciali che chiedono d’esser vissuti nella loro pienezza!
Son contento d’esservi vicino in questo giorno per voi così speciale. Esser vicino ad un gruppo di storie giovani che, nello scorrere del tempo, da estranei son divenuti miei piccoli compagni di viaggio nell’avventura della vita.
Tre anni condivisi assieme. Un cammino di preparazione alla faticoso nella sua meraviglia. Abbiamo ascoltato i passi di Dio, ne abbiamo scoperto la sua bellezza, ne abbiamo appreso l’arte unica di sedurre l’uomo.




Si. La vostra storia giovane porta la firma di un Dio che parte sempre da lontano e in maniera meisteriosa per arrivare su sponde a litorali che solo Lui conosce alla perfezione.
Un Dio, carissimi, che oggi vi manda il suo Spirito. Sette doni faranno irruzione nella vostra giovane storia e suoneranno una melodia dolcissima. Per voi oggi chiederò un dono stranissimo, come strano è il prete che con voi s’è messo sulle tracce di Dio: invocherò il dono della bellezza. Chiederò a Dio di non farvi mai perdere quella splendida semplicità che vi rende belli quando guardate le persone, quando le accostate, quando le incrociate. Una bellezza che affonda le sue radici in un cuore sano, in sogni trasparenti. Tutto questo, se lo manterrete, potrà rendervi splendidi e affascinanti agli occhi di Dio. Perché per Lui siete importanti. Di più; siete unici. Si, perchè se vi chiama, vuol dire che vi ama. Gli state a cuore, non c’è dubbio. In una turba sterminata di gente, risuona un nome: il vostro.
Stupore generale.
A voi, non aveva mai pensato nessuno. Lui si! Più che vocazione, sembra una evocazione. Evocazione dal nulla. Potete dire a tutti: si è ricordato di me! E davanti ai microfoni della storia (a voi sembra solo nel segreto del cuore) vi affida un compito che solo voi potete svolgere. Voi e non altri. Un compito su misura...per lui. Si, per lui, non per voi. Più che una missione, sembra una scommessa . Una scommessa sulla vostra povertà. Ha scritto "T’amo" sulla roccia! Sulla roccia, non sulla sabbia come nelle vecchie canzoni. E accanto ci ha messo il tuo nome. Forse l’ha segnato di notte. Nella vostra notte. Non importa!
Potete dire a tutti: non si è vergognato di me!
Carissimi/e ragazzi/e, faccio il tifo per voi!

Con affetto e vicinanza a voi e alle vostre famiglie
GOD BLESS YOU!



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domenica 28 ottobre 2007 - ore 14:06


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"L’uomo che non deve chiedere mai!"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 27 ottobre 2007, pag. 6

“Il mio parroco” è stato il titolo dell’ultima puntata de “Sulla via di Damasco” andata in onda sabato scorso su RaiDue. Un parroco vicentino mi scrive: “Stanno parlando anche di noi”. Solo un prete dal cuore grande e dall’intuito vivacizzato da ore di preghiera come l’autore di quel programma poteva rischiarsi una puntata sul silenzioso lavoro dei parroci in questi mesi tristemente noti per altri parroci.
Tra la pieve e il fiume stava un prete: semplice come il suo sguardo, sorridente come il Dio di cui parlava, indaffarato come le mani sempre sporche. Non aveva velleità di carriera, nel microcosmo di quel borgo ci vedeva il mondo, in quella corona foderava paure e gioie, tristezze e umiliazioni, pane, sogni e poesie. Sfruttava un caffè, un passaggio, un dubbio per farsi conoscere e apprezzare. Per conoscere l’umanità. Il giorno in cui partii per tentare il mio assalto al sacerdozio mi rammentò che camminare significa mettersi a nudo, scoprirsi in un faccia a faccia con il mondo. E il cammino limita le cose da portare perché il superfluo lo si pagherà in termini di fatica e di sudore. Anche di rabbia.


Ho pensato a lui guardando la puntata e, tra me e me, ho parafrasato parole di don Primo Mazzolari: “Anch’io voglio bene al mio parroco”. Gli voglio bene perché, dopo 21 anni che lo conosco, lo vedo sempre più battagliero, grintoso di una grinta che s’annida oltre le vette innevate. Lo vedo rapito da Dio a tal punto che la fatica che gli piove addosso lo innalza. Uomo vero m’ha firmato l’abbraccio più bello il giorno della mia prima messa: e l’ha condito con un pugno di lacrime. Lui, che ti da sempre l’aria dell’ Uomo di Denim - quello che non deve chiedere mai –, sa firmare atti di folli e tenerissimi, di spavento e di timidezza, di esaltazione e di paura. Per questo gli voglio bene.
Per lui i giovani sono il futuro! Non perché si faranno adulti, ma perché nei loro occhi legge già le impronte dei giorni a venire. Altri affermano il contrario per assurda pigrizia mentale.
Oggi era ancora là: in mezzo alla gente con mani sporche o sotto il Cristo con il breviario aperto: solo per lui riservo quel possessivo affettuoso “mio”! Altri non m’hanno dato occasione minima. Anzi!
Vorrò sempre bene a don Luciano. Tanto bene: perché prima di chiedermi l’onore per la veste che porta s’è dimostrato onorabile agli occhi della sua gente.


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venerdì 26 ottobre 2007 - ore 00:00


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Pensieri ")


CON I PIEDI PER TERRA
"L’atesimo odiato da Nietzsche"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 26 ottobre 2007, pag. 6

Tra le distrazioni più care amo capire graffiti, analizzare murales, afferrare sillabe tra loro a prima vista sconnesse. M’arresto nel mio cammino perché curioso di svestire l’animo che ha mosso una penna a scribacchiare un sentimento così veloce ma denso di avvertenze. All’altezza di Terme Euganee dal treno scorgo una scritta su un muro prossimo ai binari: “Dio è morto. Finalmente”. Andata e ritorno sui libri di scuola: busso alla porta di Nietzsche, mi faccio rammentare il suo annuncio circa la morte di Dio. Era il tempo de La gaia scienza. Ma qualcosa stona! Quella scritta sul muro nasconde la soddisfazione rinchiusa dentro l’aggiunta “finalmente” . Ma veramente c’era gioia nelle parole di Nietzsche? A me più che un grido di vittoria pareva nascondere un urlo carico di tragicità. Il grido di un mistico (come lo dipinse il teologo H. De Lubac) che odiava il cristianesimo ma amava alla gelosia Gesù Cristo. Tuffatosi al mercato in pieno giorno con una lanterna in mano, l’uomo folle grida la sua notizia e capta come rimbalzo l’ironia dei suoi concittadini. La stessa ironia con la quale il filosofo smaschera la loro superficialità. Ma lui, folle deriso, si sente angosciato perché scopre che hanno ucciso Dio, il significato della vita.


I cittadini del mercato, prigionieri di una fretta che troppo spesso conduce ad un analfabeto delle emozioni, non percepiscono la drammaticità di quest’evento. Il folle getta a terra la lanterna che si sbriciola in frantumi e firma un’amara constatazione: “Vengo troppo presto non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini…” (aforisma 125). Di un’intelligenza più profonda di chi ha scarabocchiato quel graffito, Nietszche si dimostrò nemico totale di quell’ateismo volgare rappresentato dalla folla assiepata nel mercato. Lui era consapevole che in gioco non era solo la morte di Dio, ma la morte dell’uomo.
L’uomo: quest’appassionato ricercatore di verità, si scopre tragicamente smarrito laddove deve accollarsi tutte le conseguenze della sua finitezza. Che paradosso: in un’epoca che forse troppo presto ha fatto suo il principio dell’inutilità di Dio per l’uomo, riaffiora la nostalgia di un senso da ricostruire.
Com’era quella storia che Dio scrive dritto anche sulle righe storte…?


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giovedì 25 ottobre 2007 - ore 17:10


Anniversario della mia ordinazione diaconale
(categoria: " Pensieri ")


ANNIVERSARIO D’ORDINAZIONE
"Vivo all’ombra di un G-gigante!"

25 ottobre 2003 - 2007: quattro anni fa quello che nei banchi di scuola e per le vie del paese era solo “un bambino vivace e scomposto” la fantasia di Dio l’ha ribatezzato don Marco. E’ l’incredibile bellezza di un Dio che ama scommettere in quello che le persone non sanno interpretare.
La gioia di quel giorno è la stessa gioia che m’ha inondato il cuore stamattina all’alba durante l’Adorazione. Ed è la gioia di chi sa di aver incontrato un Amore Immenso che ha scommesso sulla mia povera storia di uomo.
E’ vero: quel giorno, sdraiato a terra durante la consacrazione, avevo due sogni. In tre mesi Dio, con una delicatezza tutta sua, me li ha distrutti entrambi. Allora mi sentivo forte, ora mi sento piccolo. Ma la mia piccolezza è nascosta tra le braccia di Dio. In quattro anni m’ha fatto sentire prezioso. A suo modo: m’ha dato un grande calcio nel culo che mi ha mandato con il muso nella polvere. Ma così ha fatto con tutti i suoi profeti. Da’ una scossa all’edificio di sabbia, di presunzione, di illusione che quell’uomo si è costruito. Nel cadere, quell’edificio fa un gran polverone. Quell’uomo non vede, non capisce niente. Ma poi, un po’ alla volta, il polverone si dirada, e l’uomo comincia a capire, a vedere la realtà della vita, a respirare un’aria nuova di libertà.

Nasce una nuova mentalità!
E’ cominciata a crescere, non è cresciuta: è un germoglio, non è una pianta.
E’ una gemma che comincia a schiudersi, non è un frutto.
E’ qualcosa che matura dentro, e che fuori non si vede.
Tutti i santi sono un po’ matti, anche se non è vero che tutti i matti sono santi.

I miei primi anni di prete ho dipinto sogni giovani contro un esercito guidato. Adesso continuo a dipingere sogni all’ombra di un prete gigante nel quale non posso non vedere la tenerezza di Dio per me.
Apparentemente nel deserto! Ma è meraviglioso ciò che si scopre nella Scrittura: Dio non porta l’uomo nel deserto per isolarlo, per farne un superuomo, ma per immergerlo nell’umanità sofferente.
Dopo 13 anni mi sono arreso.
Dopo quattro anni dalla mia resa... mi scopro orgoglioso d’essermi arreso.
Alla bellezza di Dio!

Ti voglio bene, Amico Dio!

* Nel mio breviario stamane ho ritrovato la lettera che scrissi in quei giorni alla mia gente. E’ un capitolo di quel quinto Vangelo che Dio - come a tutti - ha chiesto di iniziare a scrivere!


di don Marco Pozza

L’aratro ha appena finito di smuovere la terra e sdraiato davanti alla stalla il contadino sogna già una nuova semina. In quest’angolo di paradiso, tutto aggomitolato nelle sue sinuose colline, basta il suono di un’antica campana per risvegliare ricordi di una fede semplice ma tremendamente vera. Quassù anche il tempo sembra fermarsi. Guardi la sua gente e ti colpisce la fantasia della vita: occhi spensierati di un bambino che corre nel prato senza stancarsi, occhi innamorati di un giovane rapito dall’innocenza di una fanciulla, occhi preoccupati di una mamma che ruba a Dio la santità facendo la lavatrice, occhi laboriosi di papà immersi nei suoi problemi, occhi vibranti entusiasmo del nonno che sogna giorni lontani, occhi commoventi della vecchietta che s’ inginocchia per arrampicarsi sulle altezze di Dio…
E io son fiero di sentirmi figlio di questa terra, una terra che mi ha regalato i primi sogni di bambino, che mi ha trasmesso una fede semplice, che mi ha addormentato nella commovente bellezza della sua millenaria storia. Tutto maledettamente troppo bello! Ma il fatto è che la mia storia s’annida lì, sotto quello sguardo penetrante dell’antico crocifisso ligneo che custodisce geloso i segreti d’intere generazioni, dei miei nonni, dei miei amici, della mia gente di Calvene. Due occhi che non mi hanno mai lasciato tranquillo, che mi hanno rapito il sonno, sequestrato l’anima, che mi hanno costretto a mettere sulle mie giovani spalle la valigia e partire.



Occhi che mi hanno insegnato che un grande amore va sedotto da lontano!
Quassù tutti sanno cosa voglia dire fare le valigie e partire.
«Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natìa rimanga ne’ cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via» (G. D’Annunzio, L’Alcione).

Quando ho intuito che imbrigliare la fantasia di Dio era come lottare contro i mulini a vento ho iniziato a tremare perché mi sentivo aggomitolato in qualcosa di incomprensibile, perché intuivo che Dio non scherzava. Ma non avrei mai pensato che Dio si sarebbe innamorato di un ragazzo ribelle, vivace e provocatore come me. Adesso tremo nel pensare ad un Dio che abbassa il suo sguardo fino ad incontrare i miei occhi fragili e dubbiosi, entusiasti e malandrini, spacconi e timidissimi. Per anni ho vissuto come un sognatore innamorato del tempo che non passa, navigante solitario nel mare della mia vita, ragazzo sedotto da occhi di fanciulla che promettono l’infinito.
E di Dio rimaneva solo un vago ricordo.
Ma il bambino deve diventare uomo. E diventare uomo significa scegliere: o continuare a volare a bassa quota o gettarsi nell’immensità della vita. Non avrei mai pensato di dover “combattere” contro il mio Dio. Una battaglia costruita con fantasia, ricercata, pensata, sognata per cercare di allontanarmi da quello sguardo che mi ha imprigionato, sequestrato per qualcosa di immensamente grande. Dopo tredici anni pensavo di aver vinto la battaglia, di esser rimasto solo, volutamente solo con i miei sogni.
Ma affacciandomi alla finestra della mia vita, ho trovato quello che non m’aspettavo: Dio se ne stava seduto li’, proprio davanti al casolare a scherzare con l’acqua che zampillava dalla fontana, paziente come nessun altro, all’incrocio della mia vita a giocare con i suoi divini pensieri.
Appoggio la fronte sullo stipite della porta di legno e capisco. Con la faccia del bambino che l’ha combinata grossa lo guardo tremante. Lo penso arrabbiato e deluso, tradito e sconsolato… e invece?
E invece Lui sorride e mi strizza l’occhio perché la scommessa l’aveva fatta e sapeva che sarebbe andata a finire così.
Adesso, dopo tredici anni, mi sento come un combattente che ha perso la battaglia solo perché ha scoperto che l’avversario era il suo più grande alleato. E allora, che fare? Lo fisso negli occhi, mi asciugo qualche lacrima ribelle che scava il mio eterno volto da bambino, sbatto la porta di legno e … mi arrendo!
Mi arrendo perché solo Dio è capace di trasformare in poetiche seduzioni tutte le infedeltà e titubanze della mia giovane vita!
Lo stesso Amore che regala alla mia piccola comunità di Calvene la commovente certezza di vedere che il suo pensiero continua ad infrangere il silenzio delle nostre antiche contrade, che il suo amore non teme la povertà della nostra fede, che il suo sguardo s’annida anche nei viottoli più nascosti della nostra anima!



Seduto sotto l’ombra amica di un albero, scruto il volto del mio paese, cammino tra i sentieri delle mie contrade, osservo l’orizzonte delle cime, la brillantezza trasparente dell’Astico, m’innamoro del silenzio eterno che mi sussurra l’eco di antichi ricordi. Ma, soprattutto, tra le inferriate delle finestre, indovino i volti della mia gente: il volto emozionato di mamma Ivette capace di innamorarsi dei silenzi di suo figlio, il volto esplosivo di papà Franco che sa che la vita è la danza della fantasia, il volto scanzonato di Sandro che ha sempre detto di avere un fratello “strambo”, gli occhi lucenti e fradici di lacrime della nonna Nerina che, aggrappata alle sue preghiere, ha sempre creduto al sogno del suo bambino, i volti increduli delle mie suore e delle mie maestre che ancora si chiedono perché Dio s’innamori sempre delle stranezze, i volti degli amici, quelli veri, che non mi hanno mai abbandonato, il volto segnato dall’età dei miei amati anziani che, tra un bicchiere e l’altro, al suono di una campana tracciano un segno di croce sul volto… Mille volti che custodisco gelosamente nel giardino del mio cuore come sigillo di un’amicizia senza tempo.
E quando ormai anche il sole si sta addormentando, spalanco gli occhi e son tutti seduti vicino a me, pronti a lasciare che lo sguardo scivoli stupito sulla fantasia di Dio.
Assieme a questi amici e con una commozione che m’incatena il cuore, il 25 ottobre 2003, quello che nei banchi di scuola e per le vie del paese era solo “un bambino vivace e scomposto” la fantasia di Dio lo farà diventare “don”.
E’ l’incredibile bellezza di un Dio che ama scommettere in quello che le persone non sanno interpretare. E’ la seduzione di un Dio che non legge la storia come la leggiamo noi, ma che sa trovarci la poesia anche nell’aridità più grande.

Perché ai sogni non bisogna mai spezzare le ali!


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mercoledì 24 ottobre 2007 - ore 00:00



(categoria: " Pensieri ")


LENTE D’INGRANDIMENTO
"Il nonno e i suoi bamboccioni"

da www.azionegiovani.org

Pensavamo di essere una generazione di bulli e pupe, invece grazie a “nonno” Padoa-Schioppa scopriamo di essere tutti dei bamboccioni. Forse se a 70 anni si andasse in pensione, liberando posti di lavoro prestigiosi, l’uscita di casa potrebbe essere anticipata senza inserire incentivi nelle finanziarie.
La verità è che questo governo preferisce puntare sui novantenni perché grazie a loro riesce a tirare avanti - come dimostra il voto di giorni fa in Senato-, piuttosto che credere nei giovani e nelle loro potenzialità. Da come parlano questi ministri, sembra quasi che i ragazzi di oggi siano felici di restare a casa. Così un lavoro precario, un futuro incerto, nessun incentivo all’impresa e al lavoro in proprio, nessuna possibilità di valorizzare le attitudini personali, ’impossibilità di acquistare una casa e metter su famiglia, diventano dei “privilegi” per noi bamboccioni, e non dei problemi che la politica non riesce ad affrontare con soluzioni credibili.
Al di là delle appartenenze politiche, i giovani hanno il dovere di unirsi e rivendicare i loro diritti: è la rivolta generazionale la strada da percorrere, perché soltanto attraverso un’azione condivisa sarà possibile riconquistare quel futuro che vorrebbero negarci.


Scrive Umberto Galimberti nel suo ultimo libro:
"Noi diciamo che i giovani rappresentano il futuro perchè un giorno diventeranno adulti. Niente di più falso. La loro età non è un transito. Il futuro è già ben descritto nel presente giovanile che, se può apparire aberrante, è solo perchè noi adulti, consegnati alla nostra rassegnazione, abbiamo svilito il segreto della giovinezza, che è quel dispositivo simbolico in cui son già scritte e descritte le figure del futuro che solo la nostra prigrizia mentale e affettiva ci impedisce di cogliere"(L’ospite inqueitante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007, p. 169).
Vale solo nella politica?

GOD BLESS YOU
Buona Giornata!



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