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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 7 febbraio 2006
ore 18:31 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Attenti agli Unti del Popolo di Umberto Eco
Sul finire del secolo scorso scrissi un articolo in cui osservai alcune cose: per esempio che con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica la De Agostini aveva dovuto mandare al macero tutti gli atlanti. Io per fortuna andai a recuperare quelli di prima del 1914 dove c’era ancora la Serbia, Montenegro, la Lituania, l’Estonia e andavano benissimo. Questo mi diede uno shock. Avevamo massacrato 55 milioni di persone durante la seconda guerra mondiale, un altro po’ nella prima, per niente... per tornare indietro.
Poi feci un’altra osservazione. Sembrava che il punto più avanzato del mondo dello spettacolo fosse la televisione e improvvisamente avevano inventato il cinematografo, cioè la videocassetta. Dopodiché avevano inventato internet che riusciva ad avere immagini immobili e in più non viaggiava più come telegrafia senza fili ma come la telefonia coi fili. Quindi era stato un passaggio da Marconi a Meucci. A quel punto avevo ipotizzato che prima o poi avrebbero inventato una scatola dalla quale, girando semplicemente una manopola, sarebbe uscita della musica. Io scherzavo: avevo inventato la radio? No. È l’IPod. Questo cammino all’indietro esiste davvero.
Questi, naturalmente, sono soltanto degli scherzi anche se possono essere sintomi preoccupanti. Il vero cammino all’indietro, invece, è nella tecnica della guerra. Il vituperato ‘900 ci ha dato 50 anni di pace con la guerra fredda, che è stata una grandissima invenzione, l’equilibrio del terrore. Sì, si ammazzava un po’ di gente in periferia, ma noi al centro non stavamo male. Poi, dieci anni prima che finisse il secolo, con la prima guerra del Golfo è cominciata la guerra calda, la guerra guerreggiata (...).
Adesso siamo tornati al saluto romano nello stadio. Lo facevo da balilla. A 10 anni: solo che io ero obbligato a farlo. Oggi invece i giornali parlano di un funerale, di una persona molto per bene che ha vissuto tutta una vita senza approfittare del proprio nome, ma al suo funerale si sono verificati tutti riti di cinquant’anni fa. Abbiamo al governo quelli che c’erano prima della Resistenza. E con la devoluzione abbiamo un’Italia pre-Garibaldi.
Ci sono delle marce all’indietro impressionanti. Il rifiuto dell’evoluzionismo di Darwin è una storiella dell’800 di gruppi fondamentalisti protestanti. Oggi sta tornando d’attualità. L’antisemitismo è di nuovo ai protocolli dei Savi di Sion. È abbastanza preoccupante. Forse la storia si è stancata di andare avanti (...) C’è un fatto nuovo: il populismo mediatico. Nel mio ultimo libro mi riferisco al nostro Paese, e uno dei motivi di sofferenza che provo quando vado all’estero non è essere trattato male in quanto italiano - visto che vengo accolto non come italiano ma in quanto autore o collega d’università - ma il vedermi fatto segno di tanta solidarietà. Mi danno le pacche sulle spalle... perché hanno paura che capiti anche a loro. L’Italia è sempre stato un laboratorio. Pensiamo alle avanguardie. Si è cominciato col futurismo italiano e poi è venuto tutto il resto. I fascisti: sono nati in Italia e poi in Germania, Spagna. Io spiego agli stranieri: voi sembrate tanto preoccupati per noi, ma non è vero. Voi avete paura che possa succedere qualcosa del genere anche a voi.
Cos’è il populismo mediatico? Il populismo è una forma di governo che si regge nell’appello diretto al popolo e la richiesta di legittimità. Ora, il popolo non esiste. Cos’è il popolo? Prova ne è che la democrazia - che, come dice anche Fossati, sarà un pessimo regime ma è ancora il migliore che abbiamo - invece di rifarsi ad una visione mitica del popolo si basa su un criterio di maggioranza. Poi può darsi che la maggioranza abbia torto, ma questo è un altro discorso... L’appello al popolo invece vuol dire un appello a qualcosa di inventato, scavalcando la mediazione parlamentare. Ora, le dittature eliminano i parlamenti: Mussolini che dice a Montecitorio «potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli», lo dice nel 1922 e nel giro di qualche anno lo fa sul serio.
Il punto è che in un periodo di regime massmediatico non è più necessario instaurare dittature. Il nostro presidente del Consiglio una volta ha detto: non accetto di essere giudicato da un magistrato, perché io sono stato legittimato dal popolo mentre lui è al suo posto per concorso... Dopodiché, aggiungo io, se mi viene l’appendicite io non mi faccio operare dal chirurgo perché non è stato eletto dal popolo ma è arrivato a quel posto per concorso.
Non mando i bambini a scuola perché il maestro non è stato eletto dal popolo, non salgo sull’aereoplano perché il pilota non è stato eletto dal popolo. Chiudiamo l’esercito perché il generale per fortuna non è stato eletto dal popolo ma va lì per concorso e carriera. Ecco, questo dire «io mi lascio giudicare solo dal popolo», significa fare del populismo, cioè creare quella finzione per cui sarebbe il popolo quello che ti dà ragione. (...)
Vedo un sacco di intellettuali in tv, poi magari smettono di esserlo nel momento in cui ci vanno... ma questo è un altro problema. Credo che molti non vadano in tv perché tranne poche eccezioni li fanno litigare. (...) Sì, io guardo la tv - uno guarda quello che può - e quando sono a casa guardo il tg e poi tutti i film di carabinieri, squadra di polizia, distretti... tutti... È chiaro che sono tutti uguali, ma questa è anche la loro bellezza: ti dà un senso di pace e di serenità. Sono fatti e costruiti bene. Alle 23 finiscono e uno torna a lavorare.
Testo tratto dall’intervista di Fabio Fazio a Umberto Eco a «Che tempo che fa»
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martedì 7 febbraio 2006
ore 12:09 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Serene parole di un sereno partito di governo. Dice il ministro leghista Maroni: «Il nostro progetto strategico è e rimarrà la Padania indipendente e sovrana». Urla dalla platea: «Bravo, secessione secessione», «Italia di merda», «Roma ladrona», «Via gli immigrati», «Musulmani di merda».
Congresso dei giovani padani. Adn Kronos, 5 febbraio
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lunedì 6 febbraio 2006
ore 18:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Tutte le private senza controlli" Sindacato e presidi: pronti ai ricorsi di SALVO INTRAVAIA
Ancora un regalo alle scuole private. Da quest’anno, i piccoli iscritti nelle scuole "non statali non paritarie" per passare da una classe all’altra non saranno più soggetti al consueto esame annuale. Lo ha stabilito un recente provvedimento firmato dal direttore generale per gli Ordinamenti scolastici del ministero dell’Istruzione, Silvio Criscuoli, che fa andare su tutte le furie la Cgil. Per il sindacato, "di queste continue regalie al privato non se ne può proprio più, e da tempo".
"Il ministero - dichiara Enrico Panini, segretario generale della Flc Cgil - ha raccolto il grido di dolore di alcuni gestori di scuole private ed in nome del primato del mercato è corso fulmineamente in loro soccorso abolendo gli esami annuali di idoneità. Abbiamo dato mandato al nostro ufficio legale di impugnare la nota ministeriale e sappiamo di dirigenti scolastici di scuole pubbliche che stanno valutando a loro volta la possibilità di impugnare la norma per gli evidenti effetti distorsivi sul sistema pubblico. Stiamo, inoltre, valutando l’organizzazione di iniziative di protesta".
Ma di cosa si tratta? Prima della legge sulla parità scolastica (aprile 2000) i piccoli delle scuole elementari private autorizzate, per essere promossi alla classe successiva dovevano sostenere un esame al cospetto di una commissione giudicatrice esterna, con maestre provenienti dalla scuola statale. Poi, per le scuole private che ne fecero richiesta - ed erano in possesso dei requisiti - arrivò la parità scolastica, che le equiparava in tutto alle scuole statali. E per gli alunni iscritti nelle paritarie finì l’angoscia dell’esame a giugno. Per tutti coloro che, invece, rimasero iscritti nelle scuole private autorizzate (era questa la dicitura delle elementari private prima che fosse approvata la legge sulla parità) rimaneva l’obbligo di sostenere gli esami per il passaggio alla classe successiva.
Ma da una settimana è cambiato tutto. La nota numero 777 del 31 gennaio scorso "ritiene utile precisare che, sulla base di una interpretazione logico-sistematica della normativa di riferimento, gli alunni soggetti all’obbligo scolastico, che si avvalgono dell’istruzione privata, assicurata presso strutture scolastiche organizzate (scuole private non paritarie), non sono tenuti a sostenere, al termine di ciascun anno scolastico, esami di idoneità alla classe successiva".
Niente più esami, quindi, per nessuno: alunni delle statali, delle paritarie e delle non paritarie. Compresi coloro che passano dalla scuola elementare alla media che fino al due anni fa sostenevano gli esami di quinta elementare. "L’obbligo di sostenere esami di idoneità al termine di ciascun anno scolastico permane, invece, nei confronti degli alunni in età di scolarizzazione obbligatoria che si avvalgono dell’istruzione paterna", quelli che vengono preparati privatamente dalle famiglie.
Secondo la Flc Cgil, si tratta "di una interpretazione che non sta né in cielo né in terra". "Tutte le volte - commenta Panini - che in una circolare si trovano frasi del tipo ’..sulla base di una interpretazione logico-sistematica della normativa di riferimento...’ c’è da aver paura per il rispetto del diritto e delle regole: si tratta di un esempio ’superbo’ per capire che ormai non esistono più limiti per il Ministro in questa opera di abuso sulle norme esistenti". Secondo il sindacato di via Leopoldo serra "per le private basta chiedere che la risposta arriva subito".
La curiosità. La cosiddetta nota Criscuoli anticipa e, per certi versi, sorpassa anche quello che il 2 febbraio scorso ha approvato il Parlamento a proposito di Norme in materia di scuole non statali (articolo 1 bis della legge di conversione). Secondo Panini questa "novità non sarebbe contemplata da nessuna norma: passata, presente e futura". Appunto, neppure dalla recente norma contenuta nella legge di conversione del decreto-legge 250. Ma la nota, con ben due giorni di anticipo, parla già di scuole private "non paritarie", denominazione prima di allora mai entrata nella legislazione scolastica italiana e introdotta appunto dal decreto-legge in questione. "Non solo le scuole di cui si parla nella nota appartengono ad un ’non sistema’ - commenta il segretario della Flc Cgil - ma le stesse norme sulla scuola privata non paritaria, previste dall’emendamento governativo al decreto legge 250, che non sono ancora entrate in vigore, non prevedono nulla di tutto ciò".
Le scuole "non statali non paritarie". Da pochi giorni, in Italia, sono autorizzati ad erogare il servizio scolastico anche "le scuole non statali non paritarie". Ma quali sono i requisiti che devono possedere queste scuole? Secondo la recente legge omnibus approvata dal Parlamento, per mettere su una scuola non paritaria basterà: svolgere un’attività organizzata di insegnamento; avere un progetto educativo e relativa offerta formativa, conformi ai principi della Costituzione e all’ordinamento scolastico italiano; disporre di locali, arredi e attrezzature conformi alle norme vigenti in materia di igiene e sicurezza dei locali scolastici in relazione al numero degli studenti; impiegare personale docente e avvalersi di un coordinatore delle attività educative e didattiche forniti di titoli professionali coerenti con gli insegnamenti impartiti e con l’offerta formativa della scuola, nonché di idoneo personale tecnico e amministrativo; che nella scuola ci siano gli alunni, in età non inferiore a quella prevista dai vigenti ordinamenti scolastici. Nulla per quanto riguarda la paga degli insegnanti, punto cruciale per le organizzazioni sindacali.
Le ultime "regalie". A detta dei sindacati della scuola, a fronte di tagli continui sulle scuole pubbliche, l’ultimo scorcio della legislatura è stata prodiga di regali a favore delle private. Proviamo a ricordarli. I primi due arrivano prima di Natale. Ancora protagonista Criscuoli con una circolare che consentirebbe ai gestori delle private di assumere docenti, anziché con contratti a tempo indeterminato - come stabiliscono i relativi contratti di categoria - con contratti a progetto. "La circolare del 6 dicembre è un regalo ai gestori spregiudicati che non applicano il contratto", tuona la Flc Cgil. Mentre in Finanziaria si profila un consistente (andato poi a buon fine) aumento dei finanziamenti aggiuntivi per gli alunni iscritti nelle scuole paritarie. "Semplicemente un regalino di 157 milioni di euro, cioè più del triplo di quanto stanziato (per la precisione: 49.820.216 euro) con la Finanziaria del 2005, per un buono scuola a favore di chi iscrive i figli alle scuole private", ribadisce la Cgil. Ma non solo. A gennaio, facendo pochi conteggi sul bilancio dello Stato, si scopre che i finanziamenti - che arrivano attraverso le casse delle direzioni scolastiche regionali - previsti per il 2006 a favore delle scuole non statali aumenteranno del 2 per cento. Infine, la nascita delle scuole non statali non paritarie e l’abolizione degli esami di idoneità per i bambini della scuola elementare che la frequentano.
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lunedì 6 febbraio 2006
ore 17:23 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Chi soffia sul fuoco di Siegmund Ginzberg
La buriana spaventosa sulle vignette di Maometto mette a nudo quanto poco ne sappiamo della complessità del mondo islamico, come sia facile per dei malintenzionati appiccare incendi dolosi sul più banale incidente, giocare sulle più artificiose sensibilità. E di quanto poco una gran parte dei musulmani sappiano dell’Occidente. Colpisce ad esempio come le proteste ignorino totalmente che dalle nostre parti non sono (o almeno non dovrebbero essere) i governi a decidere quel che viene pubblicato sui giornali.
Non si sfugge all’impressione che succeda perché sono un qualche modo portati a considerare il modo i cui queste cose funzionano dalle nostre parti come riflesso speculare dell’autoritarismo, regimi di polizia, opposizioni di polizia, movimenti di liberazione di polizia, che per tanti decenni ci hanno fatto comodo finché garantivano petrolio a basso prezzo. E colpisce come le reazioni a queste reazioni sulla stampa europea tendano in genere a rintracciarvi una radice comune all’Islam, a tutto l’Islam, senza porsi il problema di chi e come e perché viene messo in difficoltà all’interno dello stesso complicatissimo mondo islamico.
Non si tratta solo della contrapposizione generica tra una maggioranza di moderati e una minoranza di scalmanati. Un articolo sull’ultimo numero dell’Economist distingueva efficacemente «quaranta gradazioni diverse di verde (il colore dell’Islam)» tra gli stessi estremisti. Ricordava, ad esempio, che ancora lo scorso gennaio un sito «jihadista» con base a Londra elencava un centinaio di autorità religiose a sostenere che il massimo della blasfemia per i musulmani sarebbe partecipare alle elezioni. Al Qaeda contro Hamas, si potrebbe riassumere, semplificando.
Ma allora cos’è che ha fatto sì che si riuscisse a far avvampare le fiamme dell’ira islamica (unificando, per convinzione o pura opportunità, tendenze e regimi diversi) laddove non ci erano riusciti il terrorismo più atroce e spettacolare, l’odio altrettanto artificioso per Israele, e nemmeno le guerre sbagliate di George W. Bush? Cosa fa sì che a soffiare sul fuoco, forse più di tutti gli altri, sia il regime siriano? Per spostare l’attenzione dal fatto che persino in Palestina e in Egitto si è votato, mentre in Siria di elezioni non si vede neanche l’ombra all’orizzonte? Cosa significa che sull’argomento si stia buttando a pesce l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, per far dimenticare che rischiano l’isolamento totale all’Onu sulle loro ambizioni nucleari? O per scavalcare il problema dell’apprensione con cui il mondo arabo sunnita vede il possibile ritorno di un’egemonia dello sciismo iraniano in versione ultrà, così diversa da quella dell’ayatollah sciita iracheno Ali Sistani?
C’entra con questo clima l’uccisione di un prete italiano mentre celebrava messa in Turchia, il paese cerniera tra Europa cristiana e mondo islamico? Certo l’occasione fra l’estremista ladro, scatena fanatismi atroci anche dove meno ce li potrebbe aspettare. Gli ultrà che si nutrono di conflitto di religioni sembrano aver trovato la manna. L’ignoranza reciproca gli fa buon gioco.
Si avverte qualcosa di terribilmente, inquietantemente speculare in quest’ignoranza reciproca. E nel modo in cui offre, anzi apre spazi nuovi a chi ha interesse a soffiare sul fuoco del «conflitto di civiltà», o rischia di trascinare a forza nella trappola, verso il precipizio, per abitudine o comodità, o per semplice leggerezza, anche chi non ha alcuna intenzione di fomentare una guerra tra Occidente e Islam. La trappola non consiste solo nel rafforzare la convinzione, tra gli islamici, che l’Occidente stia conducendo una guerra di civiltà, o di religione contro di loro (la propaganda di chi vuole soffiare su questo avrebbe ben altri argomenti). Consiste, per quello che ci riguarda più direttamente, nel ridar fiato all’idea che l’intero mondo islamico sia impegnato in una guerra di religione contro l’Occidente, indipendentemente dal fatto che noi in Occidente la vogliamo o no.
Che lo scontro sia inevitabile malgrado le migliori intenzioni. E che il problema a questo punto non sia tanto evitare lo scontro tra i valori di un miliardo e passa di umani contro i valori di un altro miliardo e passa, non sia il come «vivere insieme» su questo pianeta, o anche solo in Europa dove c’è ormai una così importante presenza musulmana, ma sia chi dei due affrontare e liquidare prima, i più «cattivi» o i più «moderati». L’ignoranza reciproca è il terreno su cui maturano le peggiori paure e l’odio reciproco. A seguire ciecamente le proprie paure, anche quando sono tutt’altro che infondate si finisce per materializzare i peggiori incubi.
La discussione sulla vicenda delle vignette sembra approdare su due estremi. Da una parte la sacrosanta difesa del diritto di espressione. All’estremo opposto la necessità di non offrire destro all’avvitarsi dell’ignoranza reciproca, pretesto agli stereotipi e ai fanatismi incrociati, alle paure incrociate.
Nel primo tipo di risposta rientra l’appello di Staino e Sofri a ripubblicare tutti insieme le vignette incriminate. Curiosamente, l’argomentazione più forte di tale argomento l’abbiamo letta da parte di un intellettuale islamico, Ibn Warraq (è uno pseudonimo), sul sito di Der Spiegel. «Siate fieri, non chiedete scuse… Dovremmo forse chiedere scusa per Dante, Shakespeare e Goethe? Mozart, Beethoven e Bach? Rembrandt, Vermeer, Van Gogh, Brueghel, Galileo?», chiede. Ha ragione.
Ma qualcos’altro per cui chiedere scusa forse c’è: una cosa è «offendere», un’altra umiliare. Sono convinto che si possa scherzare su tutto, anche sulla religione, anche sull’Olocausto. Ma ci sono dei limiti al come e da parte di chi. Qualche anno fa uscì un libro sulle barzellette che si raccontavano nei campi di sterminio, ma non tollererei che a raccontarle fossero dei nazisti. Per questo sono portato a condividere piuttosto l’altra opinione, quella che invita ad un senso di responsabilità. Perché non si scherza con il fuoco, soprattutto quando ci sono tanti che vi soffiano sopra.
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lunedì 6 febbraio 2006
ore 15:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 6 febbraio 2006
ore 14:41 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 6 febbraio 2006
ore 14:19 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Torniamo alla guerra di Lawrence d’Arabia. Torniamo al saluto romano. Con la devolution siamo tornati a prima di Garibaldi. Torna l’antisemitismo. Torna la paura di Darwin. La storia pare essersi stancata. Speriamo di progredire nei prossimi cinque anni».
Umberto Eco, “Che tempo che fa”, Raitre, 5 febbraio
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sabato 4 febbraio 2006
ore 10:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 3 febbraio 2006
ore 19:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La Francia arretra sulla laicità. Intervista a Serge Faubert di Maura Gualco
È soddisfatto, il giovane Serge Faubert, uno dei giornalisti più impegnati in Francia nel battage contro sette segrete, massoneria e scientology, ora alla guida del quotidiano France Soir: dopo la ripubblicazione delle vignette satiriche danesi su Maometto i suoi telefoni scottano. «È un gran momento per il giornale, è un piacere stare in prima linea».
Comprensibile l’esaltazione del momento, ma non vi hanno licenziato il direttore? «Il direttore sono io e sono ancora là. Jacques Lefranc, era il direttore responsabile, è lui che è stato costretto a dimettersi. E benché certamente la decisione dell’editore ci abbia scioccato, si è trattato di un gesto simbolico. Del resto il nostro giornale è in una situazione giuridica particolare: non abbiamo più soldi e il Tribunale ha designato due amministratori che hanno il compito di vendere il nostro giornale».
Se si fossero toccati i sentimenti di altre religioni, secondo lei, ci sarebbe stata la stessa reazione? Insomma, è una questione di religione o di Islam? «Penso che la reazione sarebbe stata meno forte, benché in Francia con la Chiesa cattolica abbiamo già avuto dei seri problemi quando è uscito il film “L’ultima tentazione di Cristo”. Aveva provocato reazioni molto dure. Non credo che si fosse trattato di satira contro la religione cattolica sarebbe fatto appello alla censura. La Chiesa cattolica avrebbe denunciato gli autori delle caricature. In Francia, la tradizione è quella di ricorrere ai tribunali per questo genere di controversie. Se le caricature superano o meno i confini viene stabilito dalla giurisprudenza. Non penso si sarebbe fatto ricorso ai boicottaggi, alle offese, alle aggressioni. Se la caricatura avesse riguardato la religione ebraica, sarebbe stata certamente avanzata l’accusa di antisemitismo, ci sarebbe stato un dibattito e il conflitto sarebbe stato risolto comunque in tribunale».
Chi definisce i limiti alla libertà di stampa? Fin dove ci si può spingere? «Fino alla fine. Penso che la questione rientri nelle competenze della legge. In Francia c’è un dibattito storico su questo argomento. Spetta alla legge stabilire fino a che punto si può spingere la libertà di stampa, non alle autorità religiose o all’autocensura. In ogni caso, dipende anche dal momento, dalle circostanze e dal senso delle caricature. Le 12 caricature che abbiamo pubblicato, ad esempio, non mi piacciono molto, non sono divertenti e la sola che mi ha fatto ridere è quella in cui c’è Maometto che dice ai kamikaze “fermatevi di farvi esplodere, no ci sono più vergini in paradiso”».
Perché allora le avete pubblicate? «Per una questione di principio».
La Danimarca ha difeso questo principio in modo esplicito, anche se il premier ha deplorato il cattivo gusto delle vignette. La Francia è stata più timida.... «Il nostro ministro degli esteri è stato effettivamente freddo e non si è mai messo in mostra per il suo coraggio politico: ha cercato di rassicurare i paesi arabi. Sarkozy, invece, si è esposto».
Potrebbe aver influito la paura di ravvivare i fuochi delle periferie francesi, far riscoppiare la rivolta dei giovani musulmani? «No, lo escluderei. Più che altro è stato il timore di litigare con i regimi arabi. Di perdere affari importanti come la vendita delle armi o del petrolio. Noi comunque non ci aspettavamo niente dal governo, non cerchiamo il loro sostegno che per noi è totalmente indifferente».
Tutto qui? E non è n po’ poco, come diceva "Le Monde", per la patria di Voltaire? «Constato che c’è stato un arretramento della capacità della Francia di riaffermare un certo numero di principi universali che sono anche i suoi principi fondatori. La questione del velo a suo tempo permise di affermare di nuovo la modernità del principio della laicità e si poteva pensare che non sarebbe più stato messo in discussione. Che dopo la vicenda connessa al rapimento di Florence Aubenas non si sarebbero più confusi gli argomenti diversi come la religione, l’immigrazione, l’islamismo, la violenza, il terrorismo. E si pensava di essere entrati effettivamente in una fase in cui l’Islam diventava una delle grandi religioni del nostro paese. Un credo che al pari degli altri si sarebbe pienamente integrato con la laicità della nostra società. Il dibattito sulle caricature mostra, al contrario, che non siamo sufficientemente andati avanti sulla questione della laicità e che, anzi, è sempre vivo il tentativo di rimettere in discussione le conquiste della laicità. Questo è chiaro. Come lo sono le riserve della classe politica francese. È stato inquietante vedere che degli uomini politici non si siano pronunciati per dire “è scandaloso che si voglia vietare delle caricature” “è scandaloso che ci siano degli appelli di boicottaggio” . Per questo siamo contenti di stare in prima linea con questa battaglia».
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venerdì 3 febbraio 2006
ore 17:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Fausto Bertinotti è un’orchidea da giardino, lo si vede da tutte le parti. Nel suo opportunismo elegante è la gardenia di Berlusconi.
Marco Pannella ai microfoni di «Radio Anchio».
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