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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


martedì 26 giugno 2007
ore 11:22
(categoria: "Vita Quotidiana")





Un allarme bomba e il party sado-maso galleggiante si trasferisce a terra. I circa 650 partecipanti alla breve crociera a tema sul lago di Costanza sono dovuti scendere in tutta fretta dalla nave abbigliati con tute di latex, corsetti e armamentario da tortura. Sul molo di Friedrichshafen, in Svizzera, la polizia è accorsa, ma non ha potuto fare altro che tenere lontani i curiosi. Gli amanti del sado-maso erano infatti imbarcati su una nave sulla quale si organizzano feste a tema, ma un allarme bomba li ha costretti a scendere in tutta fretta, senza la possibilità di cambiarsi. Durante le operazioni di controllo sulla nave, la festa si è così spostata sulla banchina, dove qualche curioso ne ha approfittato per unirsi alla brigata. Quando l’allarme è rientrato tutti hanno fatto ritorno a bordo e scudisciate e torture sono riprese nella privacy della nave.


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martedì 26 giugno 2007
ore 09:47
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 25 giugno 2007
ore 18:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gira Giappone in bici: muore a 2 ore da casa
Era partito nell’aprile dello scorso anno. Investito da un camion sotto un tunnel vietato al transito delle biciclette

TOKYO - Kamesaburo Harano, 80 anni, era partito nell’aprile dello scorso anno per compiere un’impresa di tutto rispetto per la sua età: compiere il giro del Giappone in bicicletta. Ce l’aveva quasi fatta: mancavano poche ore al suo ritorno a casa nella cittadina di Ogawa, nella prefettura di Nagano, nel Giappone centrale.

INVESTITO - Ma il destino era lì che l’aspettava: alle 13,50 (le 6,50 in Italia), mentre transitava sotto un tunnel nel villaggio di Otari, è stato investito e ucciso da un camion. Lo riporta l’agenzia di stampa giapponese Kyodo. Il tunnel era vietato al transito delle biciclette. Secondo la polizia, Harano si trovava a non più di due ore da casa e comunque vi sarebbe arrivato entro la giornata.


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lunedì 25 giugno 2007
ore 13:46
(categoria: "Vita Quotidiana")





La foto ha fatto il giro dei siti di mezzo mondo, facendo arrabbiare più di un lettore di Playboy: la modella brasiliana, qui nella foto, non ha l’ombelico. I tecnici del magazine, gli esperti di Photoshop, hanno commesso un errore del quale non si sono avveduti. "Buttiamo i nostri soldi su giornali le cui foto sono del tutto false", hanno affermato alcuni lettori infuriati.


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lunedì 25 giugno 2007
ore 12:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



Egitto, 12enne muore per escissione clitoride

CAIRO - Una ragazzina egiziana di dodici anni è morta durante un’operazione d’escissione del clitoride a Minya, nell’Egitto meridionale. Lo riferisce il quotidiano egiziano El Masri El Yom. La giovane era stata portata dalla madre in uno studio medico privato per essere sottoposta alla mutilazione genitale, operazione ufficialmente vietata in Egitto, ma che viene praticata sulla maggioranza delle ragazze. Secondo il quotidiano, la giovane sarebbe morta prima del suo trasferimento all’ospedale locale. La madre, che ha pagato l’equivalente di 8 euro per l’operazione, ha accusato di negligenza la dottoressa, sostenendo che la morte della figlia è stato causato dall’anestesia e non dall’asportazione del clitoride. Le due donne sono state fermate dalla polizia.

«ORGANI TROPPO SPORGENTI» - Un portavoce del sindacato dei medici, e uno dei dirigenti dei Fratelli musulmani, Essam al-Aryan, hanno difeso la pratica dell’escissione, accusando le Ong, che la combattono, di puntare solo a finanziamenti dall’estero. «Lavoriamo nel quadro della legge che stabilisce la legittimità dell’escissione nel caso in cui gli organi genitali femminili siano troppo sporgenti» ha detto al quotidiano El-Aryan un dirigente della confraternita islamica. Ufficialmente vietata in Egitto dal 1997 l’escissione, che risale al tempo dei faraoni, nel 2000 è stata praticata sul 97% delle ragazze egiziane, sia cristiane che musulmane.


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lunedì 25 giugno 2007
ore 12:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cheney, il volto oscuro del potere
La vicepresidenza più potente della storia Usa
di MARIO CALABRESI

NEW YORK - Ogni sera tutti i documenti, gli appunti e le minute del lavoro del giorno vengono raccolte e chiuse in una cassaforte Mosler, alta un metro e ottanta, e gli elenchi dei visitatori vengono distrutti. La sua agenda resta il più possibile riservata, si rifiuta di fornire i nomi dei componenti del suo staff e perfino il numero di persone che lavorano al suo servizio. Da quattro anni nega ogni informazione sui documenti riservati in transito per il suo ufficio e anzi ha proposto di chiudere l’organismo di controllo. Tutto deve avvenire nell’invisibilità, senza fare rumore.

Dick Cheney è l’uomo che ha inventato la vicepresidenza imperiale. Un ruolo nuovo, che non ha precedenti, che sfugge ai controlli e coltiva l’ossessione per la segretezza e il fastidio per le burocrazie e i contrappesi.

Da anni si dibatte sul ruolo del presidente degli Stati Uniti, sui suoi poteri, sugli organismi di controllo, sui rapporti di forza con il Congresso. Arthur Schlesinger Jr, il grande storico da poco scomparso, impose il termine "Presidenza imperiale" con uno tra i suoi libri più famosi, in cui analizzava la crescita del potere della Casa Bianca dai tempi di Roosevelt fino al tonfo di Nixon, quando grazie allo scandalo Watergate il Congresso diede battaglia per limitare la libertà d’azione del presidente.

Dick Cheney frequentava già lo Studio Ovale, come giovane assistente reclutato da Donald Rumsfeld, quando Richard Nixon fece le valige: vide un presidente umiliato, nella polvere, sotto l’attacco della stampa e del Congresso e si convinse che quel potere andava restaurato. Conosce alla perfezione le leve del potere, è entrato alla Casa Bianca consapevole di ogni meccanismo della macchina imperiale, perché dopo Nixon c’è stato con Ford, è tornato come ministro della Difesa di Bush padre e sette anni fa con il figlio. Dal gennaio del 2001 lavora per aumentare l’autorità di George W. Bush ma anche per costruire un ruolo nuovo, senza precedenti storici, per se stesso, per aumentare la sua sfera di influenza nell’amminstrazione americana.

Lo strapotere di Dick Cheney è da ieri meno oscuro, il Washington Post ha pubblicato la prima di quattro puntate di una mastodontica inchiesta dedicata al vicepresidente, costruita intervistando più di duecento persone che lavorano o sono state alla Casa Bianca in questi ultimi sette anni. "Gli è concesso di sedersi ad ogni tavolo e di partecipare a tutte le riunioni" sulla guerra, sulla difesa nazionale, sull’energia, l’ambiente, le tasse, il bilancio pubblico e le nomine alla Corte Suprema. Partecipa ad ogni decisione ed è il primo ad incontrare il presidente ogni mattina. Ha una portentosa capacità di lavoro: si sveglia alle 4:30 ogni mattina, due ore dopo riceve le informative riservate dei servizi e alle otto è al briefing con Bush.

Il suo peso si sente continuamente: blocca la decisione di chiudere Guantanamo, spinge per una risposta forte al regime iraniano, rifiuta di discutere il ritiro dall’Iraq.
I suoi avversari hanno scoperto presto con chi avevano a che fare. Accanto allo Studio ovale c’è una saletta con un tavolo di legno tondo: è lì che il presidente e il suo vice pranzano insieme, a quattr’occhi, una volta alla settimana. È lì che Cheney, all’inizio di novembre del 2001, consegnò a Bush un documento di quattro pagine scritto dal suo consigliere giuridico. Un documento che nessuno conosceva, che non era mai stato letto dagli staff della Casa Bianca e nemmeno dal Diaprtimento di Stato o della Giustizia.

Nel giro di un’ora quelle quattro pagine cambiarono aspetto e finirono in una cartellina blu con il sigillo presidenziale, trasformandosi in un ordine militare firmato dal Comandante in Capo, George Bush. Erano le direttive che stabilivano le regole di trattamento per i sospetti terroristi catturati dagli americani: veniva negato il diritto di un processo o di un tribunale, civile o militare, e si stabiliva che sarebbero stati detenuti a tempo indeterminato e senza formalizzazione dei capi d’accusa.

"Ma che diavolo sta succedendo?" urlò Colin Powell, il segretario di Stato di Bush, quando apprese la notizia dalla Cnn, e sbigottiti rimasero tutti nelle stanze del potere a Washington. Era successo che "Angler", il pescatore, come lo chiamano in codice gli uomini del secret service, aveva segnato il più importante punto a suo favore.

Quella decisione di Cheney avrebbe plasmato la presidenza e definito le regole della "Guerra al terrore" accantonando la Convenzione di Ginevra: da lì nascono il carcere di Guantanamo, le autorizzazioni alle torture, le prigioni segrete della Cia. Due dei suoi avversari in quella partita hanno abbandonato la partita sconfitti: Powell e l’ex ministro della Difesa Ashcroft. Ma nell’ultimo anno anche lui ha perso due tra i suoi migliori alleati: Rumsfeld e Lewis "Scooter" Libby, condannato a 30 mesi di carcere. Gli resta, seppur azzoppato, il ministro della Giustizia Gonzales.

Dall’altra parte la sfida è continua con Condoleeza Rice e con il nuovo segretario alla Difesa, Robert Gates.
La sua immagine è terribile oggi in America, per il fallimento della guerra in Iraq, i conflitti di interesse con la Halliburton, che ha guidato per sette anni, e per un incidente di caccia, quando sparò in faccia ad un amico. Ma lui non se ne cura, è convinto di lavorare per la Storia e per il Paese, il resto non lo tocca.


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lunedì 25 giugno 2007
ore 10:50
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 25 giugno 2007
ore 10:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



I militari Unifil nella morsa tra jihadisti e Hezbollah
di RENZO GUOLO

L’ATTENTATO di Sahel el Derdara è un segnale inquietante. La morte dei sei militari spagnoli e colombiani del contingente Unifil avviene infatti in un momento in cui la tensione nello scenario libanese, così come nell’intera regione, è altissima. Nelle ultime settimane il "Paese dei cedri" ha assistito al duro scontro tra l’esercito e i miliziani di Fatah al Islam nel campo profughi palestinese di Nahr Al-Bared; al lancio di katyusha verso la Galilea; all’assassinio di Walid Eido, parlamentare del blocco antisiriano che reclama un processo internazionale, duramente osteggiato da Damasco e dai suoi alleati locali, per l’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri.

Sullo sfondo ma non troppo, la grave crisi palestinese, segnata dalla nascita di due governi guidati da Hamas a Gaza e Fatah in Cisgiordania. Crisi che si riverbera nell’intera galassia palestinese; anche dentro i campi profughi del Libano del Nord, dove i gruppi qaedisti cercano proseliti tra i delusi delle storiche formazioni islamiste e la moltitudine di disperati senza futuro.

L’attentato contro l’Unifil nella valle di Khiam, rivela inoltre che, nonostante il suo diffuso apparato militare e il consenso della popolazione nel Sud, Hezbollah non ha il pieno controllo del territorio. Come aveva già fatto intuire il recente lancio di razzi contro Israele avvenuto nella zona presidiata dal contingente indonesiano dei caschi blu. Allora era stato lo stesso comando di Tsahal, le forze armate israeliane, a confermare che i razzi erano stati sparati dai membri di un’organizzazione palestinese in Libano. Un identikit che rinviava a elementi jihadisti, che dal Nord del paese si erano spostati a Sud per un’azione dall’eloquente significato dimostrativo. Qaedisti che non sono ancora stati messi fuori gioco, nonostante i duri combattimenti ancora in corso a Nahr Al Bared e il violento scontro a fuoco con le forze regolari libanesi, avvenuto ieri nel quartiere tripolino di Abu Samra.

È da questo versante che proviene, per ora, il maggiore pericolo per le forze Unifil comandate dal generale Graziano. Dopo la calda estate di guerra dello scorso anno, gli Hezbollah hanno bisogno di tempo. Devono ricostituire strategie, consenso e arsenali: come molti a Gerusalemme, giudicano inevitabile, anche se non imminente, un nuovo scontro con Israele. Non a caso il "partito di Dio" ha diffuso un comunicato in cui definisce l’attacco contro l’Unifil "sospetto"; un attentato che danneggia in primo luogo "la gente del sud", ovvero gli sciiti, e alimenta "l’insicurezza e l’instabilità". Condanna netta, pure in un contesto in cui tutti utilizzano tutti per i propri fini e le alleanze sono mutevoli. Se e quando sarà il momento Hezbollah chiederà apertamente il ritiro dei caschi blu.

Per ora gli uomini di Nasrallah non ritengono ostili le forze Onu che, a loro volta, cercano di usare il tempo di cui necessita "il Partito di Dio" per cercare di stabilizzare il paese e far emergere scenari diversi. Naturalmente i rapporti dell’Unifil con Hezbollah sono legati, in una certa misura, al fronte iraniano; e, dunque, allo sviluppo nei prossimi mesi della partita sul nucleare. Partita che settori dell’amministrazione Bush e ambienti israeliani vorrebbero chiudere, in un modo o nell’altro, entro la fine dell’anno. Ma, per ora, le preoccupazioni maggiori del "partito di Dio" sul territorio riguardano la penetrazione qaedista in Libano, che pare trovare terreno fertile tra i palestinesi dei campi profughi del Nord. Alcuni dei quali hanno combattuto in Iraq e sono stati influenzati dall’ideologia jihadista del palestinese di nazionalità giordana Zarkawi, il leader di Al Qaeda nel "paese dei Due Fiumi" ucciso lo scorso anno dagli americani.

Il radicamento di Al Qaeda in Libano farebbe saltare i delicati equilibri politici e confessionali locali, come sempre riflesso di precise alleanze internazionali. I qaedisti sono nemici dichiarati degli sciiti. Come è evidente anche in Iraq non basta la comune matrice islamista per farne degli alleati. Ispirati al più rigido monoteismo wahabita i qaedisti sunniti contestano non solo la credenza religiosa sciita, ritenuta una forma di eresia anziché una diversa concezione della religione islamica; essi accusano il "partito di Dio" di idolatria anche per aver associato la sovranità divina a quella popolare, presentandosi alle elezioni e accettando un quadro istituzionale che non si regge esclusivamente sulla shari’a. Accusa che Al Qaeda rivolge a tutti i gruppi neotradizionalisti o islamonazionalisti come Hezbollah e Hamas.

Il Libano rischia di diventare, dunque, ennesimo terreno della lotta per l’egemonia nel campo islamista a colpi di attentati. La tensione potrebbe investire anche gli italiani. Gli spagnoli sono stati, infatti, colpiti in quanto membri del contingente sotto egida Onu, organizzazione cui gli jihadisti non hanno mai concesso alcuna legittimità, ritenendola espressione del campo del Nemico. Dunque, come altri contingenti, anche quello italiano è un bersaglio. Di fronte a questo scenario, i rapporti con Hezbollah non bastano a mettere al riparo le nostre truppe da atti ostili. Roma lo sa e da qualche tempo la vigilanza è aumentata. Anche se in Libano le sorprese non finiscono mai.


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venerdì 22 giugno 2007
ore 14:49
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 21 giugno 2007
ore 17:42
(categoria: "Vita Quotidiana")





Dopo Noto, allarme trivelle anche nel Chianti

ROMA - Dopo l’allarme per il Val di Noto, in parte rientrato anche grazie alla mobilitazione generale seguita all’appello dello scrittore Andrea Camilleri, un nuovo fronte ’trivellazioni’ rischia di aprirsi in Toscana, nel Chianti e nella Val d’Orcia. La regione infatti, ha concesso, il 26 aprile scorso, tre permessi per effettuare "esplorazioni" e "autorizzazioni di ricerca" in tre aree del Sud della Toscana alla Heritage Petroleum plc, società con sede a Monaco specializzata nella ricerca e nell’estrazione di idrocarburi gassosi di tipo cmm (metano rilasciato dai filoni di carbone durante la sua estrazione) e cbm (metano prelevato da filoni di carbone che non devono o non saranno estratti).

Una decisione che ha suscitato la viva protesta del sottosegretario alle Politiche Agricole, Stefano Boco: "E’ una follia ricercare l’oro nero sotto terra, quando l’unico grande tesoro sono il lavoro degli uomini, la bellezza paesaggistica, i valori naturali. Sarebbe un errore da pagare caro", ha detto Boco, che si è augurato che "sia possibile da parte delle autorità regionali rivedere i permessi".

Durissimo anche il commento di Legambiente: "Incredibile la decisione di autorizzare le trivellazioni. E’ davvero assurdo - ha detto il presidente nazionale Roberto Della Seta - Non avremmo mai creduto che la regione Toscana sarebbe arrivata a prendere una decisione del genere. E se non fosse stata pubblicata sul bollettino ufficiale, stenteremmo a crederci". "Mi sembra una scelta assolutamente incomprensibile, non lungimirante", commenta il presidente della commissione Ambiente della Camera Ermete Realacci.

Le autorizzazioni riguardano un’area complessiva di 1.553 Km quadrati, di cui una parte classificata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, proprio come il Val di Noto, e che tocca rinomate località come San Gimignano, la Valle del Chianti, Monticchiello e la provincia di Siena.

I tre permessi prevedono la possibilità di esplorare alcuni dei paesaggi più belli d’Italia senza la necessità di una valutazione di impatto ambientale (Via) nonchè il permesso successivo di trivellare e scavare per estrarre idrocarburi, in quel caso previa riserva di Via.
I permessi sono stati concessi per un periodo iniziale di 6 anni (i canoni annui per le licenze sono solo di 5 euro per km quadrato) e stabiliscono che possano passare anche 5 anni prima che sia richiesto alla società il permesso di trivellare.

La diffusione della notizia coglie tuttavia impreparati molti dei comuni che, secondo il provvedimento, sarebbero coinvolti dalle trivellazioni: "Noi stiamo facendo un lavoro sullo sviluppo sostenibile, non credo che il nostro territorio sia coinvolto in queste autorizzazioni", spiegano all’ufficio stampa del comune di Castellina in Chianti.

Mentre il sindaco di Montalcino Maurizio Buffi spiega: "Noi ci sentiamo piuttosto tranquilli, perché le zone interessate sono confinanti con il nostro comune, però noi non verremo coinvolti. Come credo che non lo saranno alcuni dei comuni e dei territori dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco".

Dalla Regione Toscana, contattata sia da Repubblica.it sia dall’agenzia di stampa che ha diffuso la notizia, la Dire, non è arrivato al momento alcun commento sulla vicenda.


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