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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


mercoledì 30 maggio 2007
ore 18:42
(categoria: "Vita Quotidiana")









Finirà al museo dell’Olocausto di Buenos Aires il passaporto con cui il criminale nazista Adolf Eichmann - il boia che pianificò la logistica della "soluzione finale" degli Ebrei - riuscì ad espatriare in Sudamerica. La studentessa Maria Galvan ha ritrovato nell’archivio giudiziario il documento rilasciato dalla Croce Rossa di Genova a nome Ricado Klement.


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mercoledì 30 maggio 2007
ore 18:10
(categoria: "Vita Quotidiana")





TORRE DI LEGO- Nella fotografia una gigantesca «costruzione» realizzata interamente con i mattoncini del Lego, esposta nel parco a tema do Carlsbad, in California . Per realizzarla sono stati necessari più di 465 mila pezzi (Ap)


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mercoledì 30 maggio 2007
ore 15:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pamela ai figli: «Ho fatto film hard»

LOS ANGELES - Pamela Anderson è stata costretta a confessare ai suoi due bambini, Brandon di 10 anni e Dylan di nove, di aver girato in passato filmati hard. La star è stata infatti obbligata dopo che i due bambini hanno insistito per vedere il film ’Borat’, dove ci sono alcune scene tratte dal video osè che la donna girò con suo marito Tommy Lee e che ha avuto negli anni un enorme diffusione su Internet.

La Anderson ha detto di essersi ’sentita male’ alla richiesta dei due ragazzi di vedere il film di Sacha Baron Cohen, ma anche di aver preso coraggio e di aver parlato con loro: «C’erano alcune cose che dovevo dire prima che vedessero quel film - racconta la Anderson - Ho spiegato loro sia dei giornali con le mie foto nuda e sia che io e il loro papà avevamo l’abitudine di registrare delle cassette quando ci baciavamo, quando eravamo nudi e quando facevamo tutte le cose che si fanno quando si è innamorati. Poi ho spiegato loro che qualcuno ha rubato le cassette e che le immagini sono finite in cattive mani».

«Quando siamo andati al cinema - prosegue la Anderson su contactmusic - Dylan si è girato verso di me e, meravigliato, mi ha chiesto: davvero un sacco di gente ha visto tutte queste cose? Ho dovuto ammettere di sì...».


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mercoledì 30 maggio 2007
ore 11:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Così sfuggì Eichmann, la verità dall’Argentina
di Renzo Cianfanelli

NEW YORK- La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo. Dopo oltre mezzo secolo, nascosto fra milioni di documenti ingialliti dell’archivio giudiziario di Buenos Aires, è venuto alla luce il passaporto rilasciato dalla delegazione di Genova del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che per quasi dieci anni ha permesso al criminale nazista Adolf Eichmann di sfuggire alla giustizia e di darsi un’identità falsa imbarcandosi dall’Italia per l’Argentina. Ma con quali appoggi e con quali complicità? La scoperta del passaporto con generalità false usato da Eichmann - del quale già si sapeva ma che si presumeva distrutto – è dovuta alla perspicacia e al coraggio di una studentessa argentina, Maria Galvan dell’università San Martin.

LA SCOPERTA - La ragazza, durante una ricerca su un fascicolo di documenti ancora protetti dal segreto di Stato, si è trovata fra le mani il documento originale di viaggio rilasciato al criminale nazista sotto il falso nome di Ricardo Klement. La ricercatrice, una volta accertato che si trattava veramente di Eichmann, non ha avuto dubbi e ha informato del ritrovamento la magistratura chiedendo di «declassificare» il carteggio segreto. La pratica è finita così sul tavolo di un’altra donna molto determinata, la procuratrice Maria Servini de Cubria, che ha immediatamente concesso l’autorizzazione, ordinando per di più che il passaporto di Eichmann, con tutto il dossier delle procedure relative al rilascio, sia custodito non negli archivi argentini, ma nella sede del «Museo del Holocausto di Buenos Aires». Una decisione, a detta di molti, la dice lunga sul timore che, con il pretesto del segreto di Stato, qualche carta troppo scottante sparisca per sempre. Ma c’è forse di più.

RETE DI COMPLICITA’ - Il fascicolo spostato dagli archivi giudiziari argentini al Museo dell’Olocausto potrebbe anche gettare fasci di luce scomodi anche in Europa (e in particolare in Italia) sulla rete di complicità transatlantiche che, fra il 1949 e il 1951, permisero a Eichmann, a Mengele, a Barbie e ad altri criminali nazisti di imbarcarsi da Genova per l’America Latina. Il documento rilasciato dalla delegazione di Genova del Comitato Internazionale della Croce Rossa diGinevra, era stato emesso, in mancanza di prove documentali dell’identità, sulla base della testimonianza resa dal padre francescano Edoardo Domoter, anche lui altoatesino come il titolare del passaporto dichiarava di essere. Secondo il passaporto, che la Croce Rossa aveva rilasciato grazie alla testimonianza del religioso e ai buoni uffici del consolato argentino di Genova,che si era anche adoperato per far ottenere al beneficiario il permesso di transito in Italia, il beneficiario era un inesistente Ricardo Klement, nato a Bolzano e figlio di N.N. (così allora venivano definiti negli atti ufficiali i figli cosiddetti illegittimi) e quindi registrato con il cognome materno negli archivi di stato civile, peraltro distrutti durante la guerra: il che evidentemente semplificava le cose. Il passaporto con generalità false era stato consegnato alla polizia argentina dalla moglie, Veronica Liebl, che subito dopo la cattura di suo marito aveva dovuto ammettere la verità: Klement era Eichmann.

IL BOIA CHE PIANIFICO’ «LA SOLUZIONE FINALE» DEGLI EBREI - Il sequestro era avvenuto con un’operazione fulminea del Mossad alle ore 20 dell’11 maggio 1960, mentre il criminale nazista scendeva da un pulmino collettivo davanti alla porta di casa, in calle Garibaldi nel sobborgo di San Fernando, a 45 minuti di macchina da Buenos Aires. Ormai, dopo un decennio di latitanza, l’uomo che aveva pianificato e diretto i campi di sterminio di Hitler pensava di poter abbassare la guardia. Era partito da Genova per l’Argentina con un visto rilasciato in Italia il 17 giugno 1950. Poi una volta sbarcato a Buenos Aires il 14 luglio, era ripartito alla volta della lontanissima Tucuman, vicino alle Ande, dove lo aspettava un oscuro lavoro in un’industria meccanica e alla fine, con il il passare degli anni, il vecchio criminale nazista si era convinto che il mondo si fosse dimenticato di lui. È stato allora che gli 007 del Mossad hanno fatto scattare la trappola. Nove giorni dopo la cattura, vestito grottescamente con una divisa da steward dell’equipaggio e narcotizzato, Eichmann veniva imbarcato sul volo ufficiale di una delegazione israeliana, verso il processo, che due anni più tardi, nel 1962, si sarebbe concluso con l’inesorabile condanna a morte. Adesso quel passaporto ritrovato per caso negli archivi argentini ripropone l’interrogativo: chi lo ha aiutato a fuggire e perché?


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mercoledì 30 maggio 2007
ore 09:37
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 29 maggio 2007
ore 19:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il caso Guolo: Guerra santa per via legale
di Magdi Allam

In America la chiamano «Jihad by court», la Guerra santa islamica per via legale. In Italia il fenomeno è stato denunciato da due docenti universitari studiosi dell’islam, Renzo Guolo, di cui ilPmha chiesto il rinvio a giudizio, e Stefano Allievi, condannato in primo grado, entrambi denunciati da Adel Smith, auto-elettosi presidente della sedicenteUmi(Unione dei musulmani d’Italia). Per entrambi l’accusa è di oltraggio alla religione, basata sul teorema che se si offende Smith si diffama l’islam. E ad entrambi va la mia più totale solidarietà. Sulla Repubblica di ieri, Guolo parla di una «via giudiziaria» all’islam, di un «uso strumentale della tutela penale della religione a scapito della libertà di opinione», di «querele a raffica che funzionano come efficace strumento di interdizione per quanti operano nel campo dell’informazione e della ricerca». Guolo giustamente rileva che «occorrerebbe cautela nell’avallare accuse che bollino qualcuno come "diffamatore dell’islam"», per la «possibilità che qualcuno invochi un giorno tale etichetta come una specie di legittimante "certificazione doc" a conferma delle proprie intenzioni non troppo pacifiche». Un eufemismo che sta per il rischio di incorrere nella condanna a morte proferita dai terroristi islamici nei confronti degli infedeli, degli apostati o comunque dei «nemici dell’islam». Lo scorso febbraio sul sito http:// 213.215.194.151/petition_allievi, era stato pubblicato l’appello di Allievi in cui critica così la condanna in primo grado: «Credo si tratti di un precedente gravissimo proprio sul piano dei principi, che mette in causa la libertà di ricerca accademica e di manifestazione delle proprie opinioni, incluso il diritto di critica, e si configura come un pesante atto di censura, anche preventiva, per coloro che ancora vorranno occuparsi liberamente di questi temi». In questo contesto è del tutto apprezzabile l’intervento di Giuseppe Giulietti dei Ds, portavoce di Articolo 21, in cui denuncia «la via disciplinare alla comunicazione », rilevando che «troppo spesso, le denunce e le richieste di altissimi risarcimenti si stanno trasformando in armi improprie per chiudere la bocca ai giornalisti ed autori». Bene. Fa veramente piacere che anche in Italia ci si accorga del fatto che si è scatenato il terrorismo dei taglia-lingua, ancor più insidioso e di gran lunga più pericoloso di quello dei taglia-gola. Un terrorismo che si è imposto grazie all’ignoranza e all’ingenuità di un Occidente che ha accreditato come autorità islamiche degli impostori che non hanno alcuna legittimità né sul piano dogmatico né su quello democratico. Che si avvale di una rete di avvocati i quali, consapevolmente o meno, finiscono per rendersi ideologicamente collusi. E che riesce a far breccia nell’ordinamento giuridico iper-garantista dell’Occidente che, accecato dal più assoluto relativismo cognitivo e valoriale, tende a legittimare l’interpretazione radicale dell’islam, consolidando il potere degli estremisti, e ad adottare la tesi della natura reattiva del terrorismo, giustificandolo e nobilitandolo quale «resistenza ». Ciò che invece non va bene è che si ignori la dimensione globalizzata della «Guerra santa islamica per via legale», una strategia terroristica adottata dai taglia-lingua per sottomettere al loro potere i musulmani e non all’interno dell’insieme dell’Occidente. Ecco perché questa legittima battaglia di libertà non deve essere fatta solo nei confronti di Smith che, diciamolo pure, è un pesce piccolo e un bersaglio facile da neutralizzare. Sono anni che io e molti intellettuali musulmani laici e liberali, mobilitati in prima linea contro l’estremismo e il terrorismo islamico, siamo sommersi dalle denunce dei taglia-lingua dei Fratelli Musulmani che ci hanno condannato amorte. E spiace prendere atto che proprio coloro che oggi scoprono di essere vittime di un arbitrio e invocano solidarietà, sono di fatto schierati dalla parte dei carnefici di altre vittime che si battono per il diritto alla vita e alla libertà di tutti.


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martedì 29 maggio 2007
ore 10:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



Io, processato per una fatwa
di RENZO GUOLO

ACCADE questo: sono stato querelato da Adel Smith per le poche pagine che ho scritto su di lui in Xenofobi e xenofili: gli italiani e l’islam, edito da Laterza nel 2003. E, sin qui, dovrei dire, sono in buona compagnia: Smith ha querelato, o ha annunciato di voler querelare, papi e cardinali, ministri e parlamentari, famosi scrittori e giornalisti, ricercatori ed esponenti di altre organizzazioni islamiche. Scomparso dalla scena mediatica, Smith ha cercato di restare al centro dell’attenzione attraverso una sorta di "via giudiziaria" all’islam.

Anche se le aule di tribunale le ha frequentate anche come imputato. È stato condannato in primo grado, in più sedi, per vilipendio alla religione cattolica.
Com’era ovvio, la maggior parte delle querele sono state archiviate: a me non è andata così. A Bari una pm ritiene che ci siano elementi per andare a giudizio.

Sono sempre stato garantista: lo sarò anche nei miei confronti. In un processo il pm è parte: sarà il giudice a determinare se vi sia o meno diffamazione. E, come afferma Smith, addirittura vilipendio della religione islamica. Si, perché questo è il teorema, diffamando il leader dell’Umi avrei vilipeso anche l’islam. Ciascuno potrà farsi un’idea sulla vicenda leggendo il libro, di cui naturalmente, nel suo poco astratto furore censorio, Smith ha, invano, chiesto il sequestro.

Ma la querelle si presta a considerazioni che non vanno affatto sottovalutate. Perché rinviano alla messa in discussione della libertà di opinione garantita dall’art. 21 della Costituzione e della libertà di ricerca garantita dall’art. 33 della nostra Carta. Vi è nell’aria una preoccupante indifferenza per l’affievolimento di queste libertà.

Questioni storiografiche o di grande rilevanza sociale si discutono ormai più nelle aule di giustizia che nelle sedi scientifiche o davanti all’opinione pubblica. Con il risultato che si processano gli autori per i loro libri ma senza parlare dei libri: estrapolando il testo dal contesto, le parole dalla loro cornice concettuale. Facendole navigare nel vuoto dell’inevitabile astrattezza giuridica della norma.

La "via giudiziaria" di Smith fa dunque emergere questioni, come lo strumentale uso della tutela penale della religione, che pure va protetta, a scapito della libertà di opinione e l’inflazione del diritto penale nell’affrontare simili temi. Questioni cui il Legislatore dovrebbe dare una chiara risposta, anziché delegarla a un’interpretazione in sede giudiziale che rischia spesso di essere discrezionale. Anche perché nei prossimi anni questo sarà un terreno destinato a diventare oggetto di conflitto.

Nel frattempo, però, gli effetti dell’offensiva giudiziaria di Smith sono evidenti: le querele a raffica funzionano anche come efficace strumento di interdizione per quanti operano nel campo dell’informazione e della ricerca. Una preoccupazione ben presente a sociologi e storici che, commentando il caso di Stefano Allievi, altro noto studioso dell’islam portato in tribunale da Smith e condannato pesantemente in primo grado per quanto scritto in un volume pubblicato da Einaudi, hanno rilevato come sia ormai sempre più difficile, in Europa e in Italia, esprimersi su simili argomenti.

E allora chiediamo: andiamo verso una repubblica dell’autocensura indotta da un malinteso senso del politically correct? È utile al paese una simile deriva? Ci rifiutiamo di crederlo; tanto più nel momento in cui non solo l’opinione pubblica ma anche le stesse istituzioni (tutte, nessuna esclusa) chiedono a chi ha sapere in materia elementi utili ai loro ambiti di intervento.

L’interdizione è rinforzata dallo scagliare contro i ricercatori l’accusa, pesante non tanto sul piano della sanzione quanto per le sue implicazioni, persino esistenziali, di vilipendio della religione islamica. Accusa che, per quanto mi riguarda, è particolarmente dolorosa perché fa strame della mia biografia di intellettuale impegnato nel dialogo tra civiltà e nel far distinguere all’opinione pubblica l’islam come religione dall’ideologia islamista, i credenti dai fondamentalisti, e nel proporre la piena integrazione dei musulmani nella società italiana.

Ora è come se tutto quello che ho scritto come studioso e per cui mi batto come cittadino non contasse. Sentirsi affibbiare da Smith, in questa sorta di "fatwa" che si serve del diritto penale nazionale per raggiungere i suoi scopi, un’etichetta che non corrisponde al proprio vissuto, alla propria storia intellettuale, è già, di per sé, alienante ma rientra nella tipica strategia del personaggio. Ma che un magistrato prenda per buona questa tesi appare sorprendente.

Infine un argomento scomodo ma che non può essere eluso: non occorrono particolari conoscenze per comprendere come, di questi tempi, chi si occupi professionalmente di fondamentalismo islamico cammini su un rischioso crinale. Tanto più se sovraesposto mediaticamente. Una realtà che costringe talvolta a scelte difficili: come quella tra libertà di espressione e sicurezza personale.

Occorrerebbe cautela nell’avallare accuse che bollino qualcuno come "diffamatore dell’islam". Soprattutto se esiste il ragionevole dubbio che, per la biografia e le pubbliche posizioni dell’accusato, non sia proprio così. La possibilità che qualche fanatico invochi un giorno tale etichetta come una specie di legittimante "certificazione doc" a conferma delle proprie intenzioni non troppo pacifiche non può mai essere esclusa.

Certo, ciascuno ha il diritto di agire in giudizio; ma la vicenda rivela una concezione della giustizia che, avrebbe detto un grande giurista come Federico Stella, allontana una società dalla stessa idea di giustizia. La battaglia per smontare le conseguenze dell’insidioso "teorema Smith" è una battaglia di libertà. La faremo sino in fondo.


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martedì 29 maggio 2007
ore 08:20
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cnr, allarme clima per i monumenti: il Sole fa male ai templi di Agrigento

ROMA - Chiese, monumenti e palazzi storici a rischio a causa dei cambiamenti climatici. Quello che fino ad oggi era solo un sospetto, ora è diventata una drammatica certezza. La Commissione europea ha finanziato il progetto Noah’s Ark, coordinato dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del Clima-Isac del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna, con la collaborazione di numerosi enti di ricerca specializzati. E fra i risultati ci sono numerose previsioni di rischio.

L’erosione dovuta all’azione della pioggia sui marmi aumenta nel nord Europa (Inghilterra settentrionale e penisola scandinava), arrivando a produrre una perdita di materiale all’anno dello spessore di 35 micron. In tutta europa si assisterà a un incremento generale del fenomeno di cristallizzazione di sali, particolarmente dannoso per i materiali porosi, quali ad esempio arenarie e mattoni, che saranno soggetti a maggiori stress meccanici interni con formazione di fratture fino a completa disgregazione.

Inoltre, sempre secondo lo studio, cresce nel nord Europa la corrosione di ferro e bronzo correlata agli inquinanti e alla temperatura media annuale, con massimi in corrispondenza di temperature medie annuali di 10 gradi. La corrosione dello zinco, utilizzato per le coperture dei tetti nei monumenti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, è prevista in prevalenza nelle aree costiere con elevata deposizione di cloruri.

L’effetto della radiazione solare sui materiali lapidei continuerà ad avere conseguenze rilevanti nel bacino del Mediterraneo, in particolare Sicilia e sud della Spagna e inizierà a produrre effetti anche nell’Europa centrale, coinvolgendo interamente Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Area balcanica. Monumenti marmorei classici, quali i templi di Agrigento, e le facciate di chiese rinascimentali e barocche subiranno decoesione e alveolizzazione.

Il progetto Noah’s Ark, che sarà presentato il 30 maggio a Roma, ha affrontato questa problematica elaborando i dati e i parametri ambientali che possono influenzare lo scenario futuro del patrimonio monumentale europeo e stimare il danno che questo subirà nei prossimi 100 anni. Il risultato degli studi è un "Atlante di vulnerabilità" con le mappe delle variazioni climatiche che potranno causare danni a materiali lapidei, metalli, legno, nelle aree di probabile rischio evidenziate. Sono state realizzate mappe dell’area europea relative al presente (1961-1990), al vicino futuro (2010-2039) e al lontano futuro (2070-2099) e mappe delle differenze tra le medie per quantificare l’entità delle variazioni.

I parametri presi in esame da Noah’s Ark sono: temperatura (variazioni stagionali e annuali, cicli di gelo e disgelo, shock termici), precipitazioni (valore stagionale e annuale, umidità relativa, giorni consecutivi ed eventi estremi di pioggia), vento (valore annuale e stagionale, trasporto e deposizione di spray marino e rosa delle precipitazioni) e inquinamento atmosferico (acidità delle precipitazioni e concentrazione di agenti inquinanti So2 e Hno3).

"Il lavoro ha sottolineato il ruolo predominante dell’acqua come fattore di danno - osserva Cristina Sabbioni dell’Isac-Cnr, responsabile del progetto - nonostante la temperatura sia spesso imputata come la variabile principale dei cambiamenti climatici, se si considerano i beni culturali sembra prevalere il ruolo non solo di eventi estremi come precipitazioni intense, alluvioni e tempeste, ma anche di quelli meno evidenti e più diffusi che provocano danni strutturali nei tetti e negli elementi ornamentali degli edifici (guglie, pinnacoli), penetrando nei materiali fino ad una loro completa decoesione".

"L’acqua, inoltre, - prosegue la dottoressa Sabbioni - è coinvolta nelle variazioni di umidità responsabili della crescita di microrganismi, in particolare su materiali lapidei e legno, e della formazione di sali che degradano le superfici ed accelerano i fenomeni di corrosione. Infine, precipitazioni più intense possono sia aumentare il rischio di alluvioni sia favorire la penetrazione dell’acqua nei materiali e nelle strutture".

Estati sempre più secche potrebbero invece, prosegue la ricercatrice del Cnr, "portare ad un maggiore essiccamento dei suoli che svolgono un ruolo protettivo nei confronti dei reperti archeologici ancora non oggetto di scavo. Inoltre, un aumento dei fenomeni di cristallizzazione dei sali si può verificare nelle strutture murarie producendo decoesione dei materiali e danno estetico superficiale".

Oltre all’Atlante di vulnerabilità il progetto Noah’s Ark ha prodotto anche delle "linee guida", con lo scopo di informare chi gestisce il patrimonio culturale sugli effetti prodotti dai cambiamenti climatici e indirizzare le autorità competenti verso opportuni interventi di adattamento, quali sistemi di monitoraggio dei parametri climatici critici.

Negli ultimi anni, spiega il Cnr, la comunità scientifica ha rivolto una attenzione sempre maggiore alle questioni climatiche e meteorologiche, ma non sono stati ancora eseguiti studi approfonditi riguardo l’effetto delle future variazioni del clima sul patrimonio culturale. L’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), costituito dalle Nazioni Unite, aggiunge Sabbioni, "dopo aver richiesto due interventi che sintetizzassero i risultati del nostro progetto non li ha inseriti nei propri report, i quali considerano l’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute dell’uomo, sull’agricoltura e sul suolo, ma non sul patrimonio culturale".


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lunedì 28 maggio 2007
ore 18:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le brutte storie di un posto pericoloso guidato da un governo senza scrupoli
di Bill Emmott

Qualche anno fa, la reazione violenta della polizia moscovita contro gli attivisti gay sarebbe stata vista semplicemente come segno dell’arretratezza della Russia. Serviva pazienza per tornare al passo con i tempi, dopo più di sette decenni di comunismo sovietico, dicevano i simpatizzanti; almeno la Russia si muoveva nella direzione giusta, verso democrazia e rispetto dei diritti umani. Ma quella linea difensiva non regge più. Oggi è sotto gli occhi di tutti che questo comportamento fa parte di una chiara direttiva politica. Nella Russia di Vladimir Putin, forza e potere sono ciò che conta e nient’altro è rispettato, nemmeno la legalità. Questo dato di fatto è stato chiarito dagli avvenimenti del fine settimana. L’omosessualità è legale in Russia, essendo stata depenalizzata quattordici anni or sono. Ma il sindaco di Mosca, Yuri Lushkov, si sente ancora in diritto di definirla «satanica» e di mettere al bando tutte le manifestazioni gay nella sua città, mentre la polizia municipale si sente autorizzata ad arrestare i parlamentari europei che vi prendono parte in segno di solidarietà verso i sostenitori dei diritti degli omosessuali. Tuttavia non mancano esempi di altro genere. A una delle maggiori società petrolifere al mondo, la Bp, sta per essere confiscato un immenso giacimento di gas metano, sull’accusa inventata che la partecipazione societaria con tre miliardari russi, la Tnk-Bp, viola i termini della licenza. I miliardari saranno costretti con ogni probabilità a vendere la loro quota azionaria alla Gazprom, la colossale società del gas di proprietà dello Stato. Questa mossa potrebbe far parte del piano del Cremlino di mettere le mani su tutte le fonti energetiche della Russia, oppure potrebbe trattarsi di una rappresaglia contro la Gran Bretagna, per la richiesta di estradizione nei confronti di una ex spia del Kgb, Andrei Lugovoi, per aver assassinato con il polonio radioattivo un altro ex agente del Kgb, Alexander Litvinenko, il novembre scorso a Londra.

Litvinenko non è l’unico oppositore del governo russo a morire in circostanze misteriose in una città straniera. Nel 2004 Zelimkhan Yandarbiev, un leader ceceno in esilio, è saltato in aria a Doha, la capitale del Qatar, per opera di agenti russi. Paul Joyal, un esperto americano sui servizi segreti russi e amico di Litvinenko, ha avuto la fortuna di scampare a un attentato, appena fuori casa sua a Washington, solo una settimana dopo aver accusato il Cremlino alla televisione americana per aver ordito l’omicidio di Litvinenko. C’è chi dice che queste brutte storie non sono altro che grattacapi per i russi, ma sfortunatamente le cose non stanno così. I minuscoli vicini della Russia, gli Stati baltici dell’Estonia, Lituania e Lettonia, possono testimoniare che dovremmo invece essere in tanti a preoccuparci. La Russia infatti non ha esitato a ricorrere al ricatto energetico contro la Lituania, per esempio, chiudendo i rubinetti di un grande oleodotto verso la principale raffineria di quel Paese. La chiusura è stata motivata da operazioni di manutenzione urgente, ma si protrae da quasi un anno. L’Estonia è stata colpita più direttamente dai tafferugli dei cittadini russi presenti nel Paese — sobillati dalla Russia — quando di recente si è deciso di spostare un monumento al soldato sovietico dal centro della capitale, Tallin. Gruppi di facinorosi hanno attaccato anche l’ambasciata estone a Mosca, mentre le reti informatiche delle agenzie di governo e delle banche sono state paralizzate da massicci attacchi da parte degli hacker.

Quel che accade è evidente: la Russia è un posto pericoloso guidato da un governo senza scrupoli. Come intervenire? La prima soluzione — inutile — è che i nostri governi devono continuare a trattare con la Russia nel solito modo, ovvero lavorare con il governo che esiste, non con quello che vorrebbero. Ma la seconda e la terza soluzione appaiono più promettenti. La seconda è che nessun leader europeo dovrà mai più comportarsi nei confronti di un presidente russo come ha fatto Silvio Berlusconi durante il suo mandato di presidente del Consiglio italiano, vale a dire trattarlo da amico intimo facendosi fotografare assieme a lui persino nei momenti di relax. Anche Tony Blair e Gerhard Schröder hanno fatto il medesimo sbaglio. La terza soluzione prevede che le aziende russe e persino i rappresentanti del governo in visita ufficiale ricevano quello stesso trattamento arrogante e sbrigativo che è riservato agli europei in Russia. I tentativi delle società russe di comprare aziende europee — vedi l’offerta di Aeroflot per acquisire una quota di Alitalia — dovrebbero essere bloccati: sarà una violazione del libero mercato, è vero, ma anche la Russia contravviene ai suoi principi. I compratori di energia e altre risorse dalla Russia dovrebbero unirsi per rafforzare il loro potere negoziale nei confronti dei fornitori russi. Non c’è alcun motivo di trattare la Russia con tutti i riguardi, quando non esiste da parte della Russia alcuna reciprocità.


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lunedì 28 maggio 2007
ore 15:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Nel 2010 esauriti gli indirizzi web"
Allarme per la saturazione della rete

ROMA - Gli indirizzi IPv4 stanno per finire e potrebbero esaurirsi già nel 2010, tra soli tre anni. Le combinazioni numeriche che identificano gli indirizzi in rete attualmente in uso, nella quarta versione del protocollo IP, stanno quindi per terminare e solo il 19 per cento risulta ancora disponibile. E non si tratta di una questione di poco conto, visto che parliamo di quei numeri che sono dietro agli indirizzi web che quotidianamente digitiamo.

L’allarme è stato lanciato dall’Arin, il registro americano che assegna gli indirizzi numerici, che, per far fronte al potenziale collasso, suggerisce un passaggio in massa al sistema successivo, l’IPv6. Il problema della saturazione dell’IPv4 era già stato sollevato in passato, con previsioni che parlavano di un esaurimento nel 2016 per gli indirizzi assegnati ma non allocati, e del 2023 per un esaurimento completo.

Ma l’Arin ora anticipa i tempi dell’emergenza e corre ai ripari contro le frodi nell’assegnazione di indirizzi in base a dati falsati con un protocollo ad hoc per far fronte al problema. Secondo ArsTechnica, che ha dato la notizia, la gente fornisce sempre di più informazioni fraudolente per ottenere spazi per avere un indirizzo IPv4 proprio ora che le combinazioni numeriche si stanno esaurendo.

Arin è l’organizzazione che fornisce gli indirizzi Ip in Nord America e ha quattro "sorelle" che coprono altre regioni: la Lacnic per l’America Latina ed i Caraibi, l’Afrinic per l’Africa, l’Apnic per l’Asia e il Pacifico e, per l’Europa e il resto del mondo il RipeNcc.

La soluzione è quindi il passaggio al protocollo di ultima generazione, l’IPv6, che dovrebbe risolvere una situazione ormai vicina al crollo. Garantisce infatti l’esistenza e la gestione di una quantità di indirizzi fissi pressoché illimitata che facilita le connessioni always-on, quelle in cui si sta sempre in linea, fondamentali per la convergenza tra reti fisse e mobili: il Gprs/Edge, l’Umts, il WiFi.

Eppure qualche problema c’è. Il nuovo protocollo fatica a decollare e, secondo Arin, IPv4 continua ad essere sostanzialmente più conveniente per gli utenti, che difficilmente vorranno migrare verso un sistema che, per il loro interesse, non è ancora altrettanto competitivo. Almeno in una lunga e complessa fase di transizione. In questo quadro di coesistenza, a IPv6 viene consentito l’accesso a una quantità di contenuti inferiore e a un numero di utenti minore rispetto ad IPv4. Fino a quando questo non sparirà del tutto.


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