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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 20 novembre 2006
ore 10:56
(categoria: "Vita Quotidiana")



Film di Deaglio sui brogli elettorali
E’ scontro, il Polo attacca la Rai

Nel mirino "una lunga intervista senza contraddittorio", "una tesi assurda e falsa", e il servizio pubblico. Questi i cardini intorno ai quali gira la polemica animata dalla partecipazione di Enrico Deaglio al programma di RaiTre In 1/2ora, condotto da Lucia Annunziata. Il giornalista ha parlato del film-inchiesta Uccidete la democrazia - realizzato con Beppe Cremagnani, regia di Ruben H. Oliva, in edicola venerdì 24 - in cui si sostiene che il voto del 9 e 10 aprile avrebbe subìto delle manomissioni attraverso una gestione poco chiara delle schede bianche. Nel corso dell’intervista, fra l’altro, Deaglio ha chiamato direttamente in causa l’allora ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu: "Dovrebbe dire perché le schede bianche sono inspiegabilmente crollate da un milione e 700mila a 400mila". La Cdl contesta le tesi di "un film pieno di menzogne" e chiede un intervento urgente del Parlamento, RaiTre viene accusata di "faziosità e collateralismo". E Giuseppe Giulietti, dell’associazione Articolo 21, annuncia: "Faremo vedere il documentario a Montecitorio".

Deaglio ha riferito che, esaminando i dati delle precedenti elezioni, provincia per provincia, il numero delle schede bianche è differente a seconda delle regioni e delle province. "Questa volta, le schede bianche non solo sono crollate, ma stanno tutte in una percentuale tra l’1 e il 2%. Non c’è un solo posto dove siano aumentate". Le riduzioni "non seguono un criterio logico, sono tutte schiacciate tra l’1 e il 2%. Questo è impossibile". Tutti questi dubbi "possono essere spiegati dal principale protagonista di quella notte: Beppe Pisanu".

Replica Annunziata: chi può dimostrare che non sia stata la sinistra ad architettare il meccanismo? "Il problema - risponde Deaglio - è che la sinistra avrebbe dovuto essere infiltrata dappertutto, perché la cosa avviene tra le prefetture e il ministero dell’Interno, che non era guidato dalla sinistra. Ora, però il Viminale è guidato dalla sinistra, da Giuliano Amato, e mi colpisce che non forniscano dati su quanto accaduto".

Parla di "patacca, spacciata per moneta buona, coniata da un professionista del giornalismo militante" il presidente della commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi, che accusa RaiTre di aver superato "il livello di decenza oltre il quale la faziosità diviene disinformazione, e la cordialità con il governo amico sfocia in aperto collateralismo. Senza che un esponente della parte politica accusata potesse replicare". Landolfi auspica che i vertici Rai ricordino "a chiunque abbia responsabilità editoriali" che "un giornalista è libero solo quando non è autonomo dalla notizia né indipendente dalla verità" e che il servizio pubblico "eviti che una tesi eversiva possa diventare una verità di parte utilizzabile come un corpo contundente nella lotta politica".

Una "tesi assurda e falsa", quella del film, secondo Gregorio Fontana di Forza Italia, e quanto sostenuto da Deaglio è "impossibile" poiché "il ministero dell’Interno non può intervenire, è compito dei magistrati delle Corti d’appello e della Cassazione la raccolta, il conteggio e la proclamazione dei dati delle elezioni". "Nessuno contesta la libertà di Deaglio di avanzare tesi sgangherate e fantasiose - aggiunge - il problema è che, davanti ad accuse fatte sul servizio pubblico, le istituzioni devono rispondere facendo la propria parte".

Alle critiche replica il diessino Giuseppe Giulietti: Uccidete la democrazia sarà proposto, in anteprima nazionale, mercoledì 22 nella sala conferenze di Montecitorio. Un’iniziativa di un gruppo di parlamentari di diverse aree politiche del centrosinistra. "E’ singolare - osserva Giulietti - che il servizio d’ordine della Cdl sia intervenuto in modo pesante, che si levino gli strali dopo che per settimane, dopo il voto, Berlusconi ha parlato di brogli che avrebbero penalizzato il centrodestra, e che si accolga in modo diverso il fatto che l’ipotesi di brogli non sia più a scapito del centrodestra ma del centrosinistra".


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domenica 19 novembre 2006
ore 20:06
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sarajevo, memorie dall’inferno: il diario della giovane Zlata
di CARLOTTA MISEMTTI CAPUA

Zlata Filipovic aveva undici anni quando la guerra le sfondò il tetto della casa, la sua casa era a Sarajevo. Tutta la sua vita diventò qualcosa di terribile e nuovo per parecchio tempo: quella cosa normale che si chiama guerra. La normalità delle bombe, dei suoni di notte, dei missili lontani, della fame che prima o poi arriva, dell’esercito nelle strade, della paura dappertutto. Il suo diario allora commosse il mondo intero, e diventò il simbolo dell’assedio di Sarajevo, così come quello di Anne Frank era diventato il simbolo dell’Olocausto.

Sono passati quindici anni da allora, ma sembra ieri. Oggi Zlata vive in Inghilterra, dove ha studiato, e si occupa di giovani e conflitti per le Nazioni Unite e l’Unicef. Ha scritto un libro, insieme ad un’altra giovane attivista per i diritti dei ragazzi, l’anglista Melanie Challenger: il loro libro si chiama ’Giorni Rubati’ (Cairo editore, 16 euro) e raccoglie i diari di guerra dei bambini e dei ragazzi da tutto il mondo.
Diari inediti o dimenticati, diari scritti per dire: "io sono vivo e qui c’è la guerra".

Sono diari scritti con stupore, candore, e poi via via, con paura, angoscia. Sono i diari che tanti bambini e adolescenti conservavano sotto il materasso, rubando la carta e l’inchiostro, e che oggi arrivano tutti insieme, in questo libro, come un bastimento di emozioni. Questi ragazzi oggi non ci sono più, ma la guerra invece si. "Ricorderò il giorno in cui sono stato sfollato per il resto della mia vita" scrive il piccolo Stanley Hayami, adolescente nippo-americano nato nel 1925 e internato nel campo di Heart Mountain durante la seconda guerra mondiale. Sheila Allan, figlia di padre australiano e madre malese, scrive il suo diario nel 1942, quando il regime nazionalista giapponese occupa la Malesia.

Sheila aveva diciassette anni, e scrive: "credo di essere diventata vecchia, molto vecchia e spaventata in quel breve momento...". Nella raccolta ci sono i diari anche dei ragazzi che la guerra la facevano, si parte soldati a 17 anni certe volte: è il caso di Ed Blanco, nato a NY nel ’48, in una famiglia portoricana, e partito volontario per il Vietnam nel 67: "sarà una roba molto grossa" scrive nel suo diario. Ci furono 60.000 morti e 100.000 mutilati.

Curiosamente in questi giorni esce un altro diario di una ragazzina, anche lei diventata molto famosa grazie ad una guerra e ad un diario, scritto però sulla rete. Del blog di questa ragazza irachena, che per ovvie ragioni ha scelto di restare anonima, si è parlato molto: Riverbend (che vuol dire ansa del fiume) è lo pseudonimo di questa ventenne e il nome del suo blog (riverbendblog. blogspot. com/), dove giorno per giorno ha annotato tutto quel che accadeva intorno a lei: i bombardamenti, l’ingresso a Baghdad delle truppe americane, la caduta di Saddam, le reazioni dei suoi vicini di casa, degli adulti, dei genitori, i tre anni di assedio, i sequestri di persona, la paura degli uomini e soprattutto delle donne, la scomparsa del futuro.

Il blog Riverbend è stato subito un successo internazionale, consultato e citato dai giornalisti di tutto il mondo (il libro che lo raccoglie esce in libreria il 28 novembre, editore Baldini e Castoldi).


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sabato 18 novembre 2006
ore 10:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



La terza vita di mister Al Gore
Il suo film in corsa per l’Oscar
di VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON -Il gigantesco Charlie Brown della storia americana, l’omone di un metro e 86 di altezza per 110 chili di peso, al quale George Bush sottrasse il pallone della Casa Bianca nel 2000 per 537 voti su 120 milioni, torna sugli schermi dell’attenzione nazionale passando da Hollywood e la sua sagoma massiccia inquieta e galvanizza amici e avversari. Rinasce formalmente non come candidato per la Casa Bianca, ma come creatore e protagonista di un massiccio documentario-manifesto sull’effetto serra e sull’imminente apocalisse ecologica, "An Inconvenient Truth", una verità fastidiosa. Il lungometraggio è in corsa per l’Oscar, scelto ieri tra i 15 finalisti dalla Accademia del Cinema e Albertone Gore torna di moda.

Molti sondaggi di opinione, e parecchi agit-prop da Internet nei loro blog, come la pasionaria democratica Anna Huffington o come Marcos Moulitsas con il suo seguitissimo Daily Kos lo vorrebbero rivedere in campo, per prendersi ciò che molti elettori democratici pensano fosse legittimamente loro già sei anni or sono, avendogli dato 500 mila voti più di Bush nel resto della nazione, dispersi nel sistema elettorale presidenziale. Già viene trainata fuori dalla rimessa, la vecchia macchina da guerra costruita dalla destra contro di lui e armata dai consueti insulti e irrisioni, "l’indiano di legno", "l’abbraccia alberi", il fag, frocio, come lo ha chiamato Ann Coulter, una delle voci più demenziali e perciò più ascoltate voci nella destra militante e berciante. Sintomo che il quasi sessantenne con il doppio mento fa paura.

Parabola singolare, e assai rara, la sua, nella storia politica americana dove di solito i trombati restano trombati, questa del figlio di un senatore e piantatore di quel tabacco che uccise la sorella fumatrice, cresciuto nuotando nella piscina del Senato tra le sue ochette di gomma e gli autorevoli colleghi di papà, fino a diventare vice presidente con Clinton, uomo che li detestava, e poi quasi presidente, nel 2000. Storia di un uomo per bene, volontario in Vietnam, contro il parere del padre che lo avrebbe potuto imboscare come si imboscò Bush, anche se nel ruolo non proprio da Rambo di giornalista per le pubblicazioni ufficiali dell’Esercito a Saigon.

Forse l’educazione famigliare molto sudista da "Via col vento", forse la sua natura, non gli regalarono quella spontaneità e quel carisma popolare che invece il suo superiore diretto, Clinton, e poi il suo avversario, Bush, avevano. "Ha l’aria del primo marito noioso dal quale tutte le mogli vorrebbero divorziare" fu scritto di lui e il povero Al Gore, fedelmente sposato con la stessa donna, la biondissima Tipper, sospirava e alzava gli occhi al cielo.

Sapeva di non poter competere con Clinton, il sogno proibito di quelle stesse mogli annoiate, e con Bush, l’eterna matricola universitaria con la quale gli uomini avrebbero volentieri condiviso una sbornia guardando una partita in tv.

Quando fu sconfitto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che bloccò ogni ulteriore riconta nello Stato decisivo della Florida, Al Gore parve davvero il primo marito di un matrimonio finito male. Vagò tra incarichi universitari temporanei, consulenze per "Google", signora di quell’Internet che lui non aveva inventato, ma aveva fatto molto per diffondere, e un posto nel board della Apple, chiamato da Steve Jobs. Ma nel suo girovagare alla ricerca di una vita (aveva appena 52 anni, nel 2000) riprese il filo della sua passione costante: l’ambiente. "L’uomo che abbracciava gli alberi", come gli eco-scettici lo sfottevano, raccontando che ovunque lui andasse a predicare la minaccia di surriscaldamento della Terra, la temperatura precipitava, riprese a predicare e praticare la sua fede ecologista. Si fece crescere la barba, poi se la tagliò.

Ingrassò molto, 20 chili in un anno, poi si sgonfiò tornando al peso forma elettorale di 85 chili, poi ingrassò di nuovo, inducendo i pettegoli a misurare le sue voglie politiche con la bilancia: se aumentava di peso, significava l’abbandono di ogni ambizione. Se si metteva a dieta, voleva dire che ci stava pensando. E infatti, nota una columnist maliziosa sul quotidiano di San Francisco, lo Herald, a ogni calo di peso corrispondeva una sua sortita pubblica contro Bush, la guerra in Iraq e la scellerata politica ecologica dell’amministrazione in carica, ben lubrificata dai petrolieri. Giù la bilancia, su la polemica.

Quando Katrina affondò New Orleans noleggiò a proprie spese due aerei charter, per aiutare i profughi. Possiede due automobili, entrambi a motore "ibrido", elettrico e a scoppio. Sostiene di "non avere progetti per le elezioni del 2008", ma Hollywood ha il libretto degli assegni spalancato. Al, l’uomo di legno, è il solo avversario nella battaglia dei finanziamenti che Hillary, la signora di ferro, tema. Nel sondaggi immaginari, lui è davanti alla moglie di quel presidente che Gore tenne a distanza dalla propria campagna elettorale come un appestato morale.

Teniamo d’occhio il peso, che sta scendendo (è di nuovo a dieta) e la serata degli Oscar in primavera. Se dovesse vincere la statuetta e lui salisse sul palco a riceverlo, addio Al Gore, perché la parte sana del popolo, la Nazione dei Giusti, la Right Nation considera Hollywood la Sodoma e Gomorra della sinistra porcacciona e blasfema. Se non salirà, e il suo peso fosse sceso ancora, attenzione, il duello fra il "centrista" Gore che si è spostato a sinistra e la "progressista" Hillary che sta ansimando verso il centro, potrebbe avvenire. La scorsa settimana Albertone Gore era in Australia, nel Victoria, a predicare il messaggio del surriscaldamento e per la prima volta in 50 anni, una tempesta di neve si è abbattuta sulla regione in questa stagione. Lo chiamano the Gore Effect, l’effetto Gore. Si può anche sorridere, ma il clima sta cambiando davvero, nella politica americana.


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venerdì 17 novembre 2006
ore 18:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nasce la casa editrice sul web
e i romanzi sono in Rete gratis

ROMA - Una vetrina on line per lettori ed editori. Nasce con questo fine il progetto ’Vibrisselibri’, che ha deciso di pubblicare su internet ( www.vibrisselibri.net ), testi selezionati, completi di editing, grafica e promozione di un ufficio stampa. In pratica una casa editrice "anfibia", una sorta di terza via tra le grandi potenze editoriali e gli editori medio piccoli, validi ma di nicchia.

Il progetto è nato da un’idea dello scrittore Giulio Mozzi e dall’adesione di altre cinquanta persone. Giornalisti, insegnati, bibliotecari, filosofi, studentesse. e anche un dentista. Che lavorano gratuitamente. E che hanno selezionato, editato e curato graficamente "L’organigramma" di Andrea Comotti e "Una tragedia negata" di Demetrio Paolin: le prime due opere che saranno piazzate sul sito internet e potranno essere scaricate gratuitamente (è la formula del copyleft). E questo è solo l’inizio. Altre tre opere sono già state approvate dal comitato editoriale e sono in fase di lavorazione.

Ma quelli di Vibrisselibri vanno oltre. Oltre alla pubblicazione, la neonata casa editrice curerà anche la pubblicizzazione dei libri. In pratica si trasformerà in una vera e agenzia letteraria, "per convincere gli editori a pubblicare libri già pronti, che hanno già una loro esistenza in rete". (M.Ton.)


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venerdì 17 novembre 2006
ore 15:09
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 17 novembre 2006
ore 11:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ségolène, la grande comunicatrice: "La Royal è la nostra Marianna"
di BERNARDO VALLI

Eravamo due, tremila, forse di più, troppi, nell’edificio surriscaldato, posato sulla pianura di questa regione appartata, stretta tra le coste atlantiche della Charente e i campi di grano e i pascoli del Poitou.

Un fitto campionario della Francia non più tanto profonda (perché è ormai a un’ora e mezzo da Parigi grazie ai treni ad alta velocità e la rete d’autostrade) ascoltava Ségolène Royal, che impettita, sorridente, si rivolgeva con familiarità agli agricoltori, agli artigiani, agli operai, ai pensionati, alle donne di casa, agli insegnanti, ai commercianti, agli studenti.
Senza trascurare una sola componente della società della regione Poitou-Charentes di cui è la presidente. Era come se conoscesse tutti i volti che la circondavano, come se leggesse i pensieri, le ansie e le aspirazioni, dietro gli sguardi che incrociava. Non c’era la minima traccia di fatica sulla faccia liscia, ben disegnata della candidata socialista. E mai le sue labbra si chiudevano sui denti bianchi. Né le palpebre si abbassavano sugli occhi blu investiti dai riflettori. Era impossibile non ammirare quel perfetto esemplare della civiltà delle immagini, immobile al centro dell’arena, con la schiena dritta, il mento alto, e un eloquio facile, mai troppo ricercato, diretto, senza fastidiose ripetizioni. Ségolène Royal parlava senza un appunto davanti. Improvvisava. Ma penso che in lei ben poco sia affidato al caso. Tutto sembra preparato, meditato, pensato.

Uno specialista della comunicazione, un regista della politica spettacolo, dovrebbe riconoscere che Ségolène Royal si avvicina molto al modello ideale che si poteva tratteggiare immaginando la prima donna, nella storia repubblicana di Francia, da lanciare alla conquista della massima carica dello Stato, e in grado di realizzare l’impresa. Se Ségolène Royal ha un difetto è proprio questo. È un difetto perché la somiglianza con il modello ideale rischia di farla apparire un personaggio costruito. Disegnato apposta. Un po’ meccanico. Artificiale. Ma non è così. Si avverte in lei una tensione che rivela quanto ogni parola e ogni gesto siano sentiti.

Per fortuna ogni tanto fa cilecca. Inciampa. Lei esemplare in tutta la sua vita (di scolara, di madre e di donna politica) mostra vuoti nella sua preparazione. In politica estera ha delle lacune. Mentre a Bagdad infuriavano i kamikaze, le è capitato di dire che in Iraq la situazione "è in via d’aggiustamento". E, ancora, che, avendo firmato il trattato di non proliferazione, l’Iran non può neppure disporre di energia nucleare ad uso pacifico. Inoltre ogni tanto si lascia trascinare dalla collera e accusa concorrenti o avversari di machismo. Per fortuna perde le staffe. Risulta umana. Avvampa di sdegno. Il sorriso riaffiora però subito, automaticamente, come il sughero in un secchio d’acqua.

Nessuno teneva conto di questi errori ed umori, tanto evocati con sarcasmo dalla società politica parigina, nel vasto capannone, di solito riservato alle feste, alla periferia di Niort, capoluogo del dipartimento delle Deux-Sèvres, dove da diciotto anni Ségolène Royal è eletta deputato. Ho chiesto cosa pensassero di lei alle tre donne anziane (una maestra, una negoziante, una casalinga) che mi erano accanto e mangiavano con gli occhi l’aspirante candidata alla presidenza della Repubblica.

Mi hanno risposto quasi in coro: "A 53 anni e con quattro figli ha fatto carriera". Si riferivano anche al suo fisico non ferito dalle ripetute maternità, anche se i fianchi ne hanno risentito, e alla sua eleganza: indossava un tailleur semplice, e calzava stivali di pelle morbida. Nei suoi atteggiamenti, mentre parlava tenendo il microfono con la mano destra, si leggeva un’evidente volontà di sedurre. I movimenti femminili erano accompagnati da frasi sferzanti, polemiche contro la destra, che davano al desiderio di seduzione un carattere particolare. Era rivolto alla folla, "alle masse", direbbero i suoi fedelissimi. Oppure "alla nazione". Il culto della personalità già si fa sentire. Le mie tre vicine non mi hanno detto che "Ségolène incarna la République". Ma quando applaudivano era un po’ come se lo dicessero. In effetti Ségolène si muoveva con la dignità di chi tiene le redini della Francia.

Su un giornale della regione Poitou-Charentes ho letto: "Lei è il nostro Kennedy". Lo è nella misura in cui la sua immagine (come un tempo quella del presidente americano) ha fatto apparire superati i concorrenti nel partito. Lei è vista come una svolta, come il famoso cambiamento di generazione di cui i francesi sentirebbero l’urgente bisogno. Non è tanto una questione di età.

Dominique Strauss-Kahn (57 anni) e Laurent Fabius (60 anni) hanno una grande esperienza alle spalle: uno è stato un rispettato ministro delle finanze, l’altro è stato primo ministro durante la presidenza Mitterrand, più volte ministro e presidente dell’Assemblea nazionale. Strauss-Kahn sembra avere tutte le qualità per coprire la massima carica della Repubblica. Fabius può vantare un’ampia pratica nell’esercizio del potere. Il passato di Ségolène Royal è molto più sguarnito. È stata ministro dell’ambiente, della famiglia e della scuola. Poca cosa rispetto ai suoi concorrenti. Ma questo la fa apparire "nuova". Non solo perché risulta nuova la sua ambizione (di donna) di mirare alla presidenza della Repubblica, finora riservata agli uomini. Ma perché nuovo, oltre all’immagine, è il suo linguaggio. Il quale non è quello politico tradizionale, ma entra nei dettagli della vita, con riferimenti concreti alla famiglia, alla scuola, all’ospedale, alla fabbrica.

Dominique Strauss-Kahn è un socialdemocratico che crede nella necessità e nella possibilità di un sistema basato sul compromesso tra sindacati e aziende. E vuole adeguare la sinistra europea alla mondializzazione. Laurent Fabius ha come obiettivo di trascinare dietro di sé tutte le correnti della frantumata sinistra francese, ed enfatizza il ruolo dello Stato accentratore. Come sostenitore del "no" in occasione del referendum sulla costituzione europea, non appare un europeista convinto.
Ségolène Royal vuole disarticolare lo Stato giacobino, e promuovere una democrazia partecipativa e decentralizzata (sul modello scandinavo). Auspica un’adesione massiccia ai sindacati per dare una legittimità ai negoziati. Ma il suo discorso è soprattutto pragmatico. Supera spesso i confini del programma socialista (al quale Fabius e Strauss-Kahn cercano di attenersi), e si rivolge ormai al Paese come qualcuno che non è al di sopra delle parti, ma neppure prigioniero del partito. E non trascura le classi popolari, da tempo sfuggite alla sinistra e finite sotto l’influenza dell’estrema destra.

Affronta caso per caso i problemi sociali, con accelerazioni ora in direzione di una socialdemocrazia (tipo Blair) ora in direzione di una sinistra più francese. Persuasiva, perentoria, dispotica dietro l’intramontabile sorriso, Ségolène Royal ha un carattere d’acciaio, riconoscono amici e avversari.

Un carattere che le consente un’autonomia irritante per non pochi socialisti, ma seducente per molti virtuali elettori, non soltanto di sinistra. Quando, dopo il comizio alla periferia di Niort, nelle Deux-Sèvres, ha partecipato a un rinfresco, a base di vino e formaggio, ha ascoltato e stretto le mani a centinaia di persone, dando l’impressione di conoscerle da una vita. Era di casa. Ma i suoi sorrisi e i suoi atteggiamenti, sempre a schiena dritta ("Si vede che è figlia di un colonnello" dicevano le mie vicine), erano presidenziali.


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giovedì 16 novembre 2006
ore 18:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pedofilia, parroco arrestato a Napoli: ha violentato una bambina di 10 anni

NAPOLI - Il parroco di una chiesa del quartiere Pianura a Napoli, T.T.A., di 60 anni, è stato arrestato dai carabinieri per abusi sessuali su una ragazzina di 10 anni. Nei suoi confronti è stata emessa una ordinanza di custodia agli arresti domiciliari su richiesta della procura di Napoli. Il sacerdote, che in passato era stato coinvolto in una vicenda analoga, è stato catturato a Macerata dove si era recato in visita ai suoi famigliari e trasferito a Napoli nella sua abitazione.

Secondo quanto emerso dalle indagini, gli abusi sarebbero avvenuti "con frequenza quotidiana" nella sacrestia dove il sacerdote, secondo l’accusa, palpeggiava la ragazzina.

Il parroco era stato già condannato per reati di violenza sessuale avvenuti in Sicilia nel 1995 quando era direttore di un istituto di assistenza. Nell’istituto avrebbe avuto rapporti sessuali con una ricoverata con problemi di salute mentale.


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giovedì 16 novembre 2006
ore 16:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Brasile, modella muore per anoressia
Alta 1,73 pesava appena 40 chili

SAN PAOLO (Brasile) - Ana Carolina Reston era bella, bellissima. Non a caso lavorava per alcune delle più importanti agenzie di moda di New York. Ana Carolina Reston è morta. A soli 21 anni. L’ha uccisa l’anoressia. Al momento del decesso pesava 40 chili, lei che era alta 1,73 metri.

La modella era stata ricoverata in un ospedale di San Paolo del Brasile il 25 ottobre scorso per insufficienza renale. Il giorno dopo sarebbe dovuta partire per Parigi. Per quel lavoro che la impegnava con agenzie del calibro di Ford, Elite e L’Equipe. Quel lavoro che era anche ossessione del peso, paura di ingrassare, rifiuto del cibo.

Dopo il ricovero le sue condizioni erano rapidamente peggiorate. Era subentrata un’infezione generalizzata che martedì l’ha portata alla morte.

Ana Carolina aveva coronato il suo sogno di diventare modella già a 13 anni. Era terrorizzata all’idea di ingrassare. "Quando mangiava - racconta la cugina Geise Strauss - era sempre pochissimo e poi scappava in bagno (a vomitare). E non le piaceva che le si dicesse di mangiare". Gli amici dicono che negli ultimi mesi di vita si nutriva soltanto di mele e pomodori.

Lica Kohlrausch, proprietaria dell’agenzia L’Equipe, ricorda di aver cominciato a preoccuparsi del peso della Reston quando, dopo un lavoro in Giappone per un catalogo di Giorgio Armani, una collaboratrice la chiamò per dirle che la ragazza era troppo magra. Tornata in Brasile, raccontano gli amici, Ana Carolina aveva provato a farsi curare ma non aveva voluto ammettere di essere malata. La stampa brasiliana scrive oggi che in effetti la giovane era sotto trattamento psichiatrico ma secondo la famiglia non si presentava alle sedute per paura di perdere il lavoro.

La storia della Reston riaprirà sicuramente le polemiche sul "modello anoressico" offerto dalle passerelle e dalla pubblicità. Ora viene fuori che la ragazza era già stata ricoverata l’anno scorso in Giappone. E c’è chi si chiede per quale motivo i suoi "datori di lavoro" continuassero a farla viaggiare nonostante le sue cattive condizioni di salute fossero ormai evidenti a chiunque.


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giovedì 16 novembre 2006
ore 12:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tornant al país
(Pier Paolo Pasolini)

Fantassuta, se i fatu
sblanciada dongia il fòuc,
coma una plantuta
svampida tal tramònt,
"Jo i impiji vecius stecs
e il fun al svuala scur
disínt che tal me mond
il vivi al è sigúr".
Ma a chel fòuc ch’al nulís
a mi mancia il rispír,
e i vorès essi il vint
ch’al mòur tal país.


trad.
Tornando al paese

Giovinetta, cosa fai
sbiancata presso il fuoco,
come una pianticina
che sfuma nel tramonto?
"Io accendo vecchi sterpi,
e il fumo vola oscuro,
a dire che nel mio mondo
il vivere è sicuro".
Ma a quel fuoco che profuma
mi manca il respiro,
e vorrei essere il vento
che muore nel paese.


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giovedì 16 novembre 2006
ore 12:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



Maturità, primo sì dal Senato: cambiano le regole dell’esame
di SALVIO INTRAVAIA

Primo sì del Parlamento alla maturità targata Fioroni. L’aula del Senato ha approvato il disegno di legge che prevede una serie di modifiche all’esame di Stato. E, a questo punto, la probabilità che le nuove regole possano entrare in vigore già a giugno aumentano. Perché le modifiche diventino operative si dovrà pronunciare la Camera, ma il ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, ribadisce il suo ottimismo: "Se Camera e Senato approveranno il decreto legge entro gennaio ci sono le condizioni perché entri in vigore entro questo anno scolastico".

Ma quali sono le maggiori novità che tengono col fiato sospeso un milione di mamme e papà e quasi 480 mila studenti italiani?

Le nuove regole. Dopo sei anni, i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori dovranno confrontarsi nuovamente con l’ammissione agli esami, abolita di fatto dalla riforma Berlinguer del 1999. Sarà il Consiglio di classe a stabilire se uno studente possiede la preparazione sufficiente per sostenere la maturità. E per sedersi al cospetto della commissione occorrerà avere superato anche tutti i debiti formativi degli anni precedenti (a partire dal 2008/2009). La novità senz’altro più temuta riguarda le commissioni che torneranno ad essere a maggioranza ’esterna’. Dopo la parentesi del governo Berlusconi, si ritorna alla commissione composta per metà da docenti esterni e da membri interni. In tutto, non più di sei professori guidati dal presidente, anche questo esterno.

Cambia anche la modalità di assegnazione del capo della commissione che dovendo seguire i lavori di due classi (o al massimo di 70 alunni) - avrà la possibilità di osservare più da vicino le performance dei ragazzi. Novità in arrivo anche per le prove d’esame. Per gli studenti degli istituti tecnici e professionali, che rappresentano la maggioranza dei maturandi, la seconda prova (quella di indirizzo) si trasformerà in una prova da svolgere in laboratorio anche in più giorni. Un modello simile a quello attualmente in vigore per i licei artistici e gli istituti d’arte che svolgono la seconda prova in tre giorni. E per i più bravi sarà a disposizione la lode.

Sarà, invece, vita difficile per i cosiddetti diplomifici, che avranno meno margini di manovra sui cosiddetti candidati privatisti - coloro che si presentano agli esami senza avere seguito neppure un giorno di lezione - , costretti a sostenere un esame preliminare e a presentarsi in una scuola statale o paritaria del comune di residenza, e per i saltanti per merito che per approdare direttamente all’esame, dalla quarta classe (senza cioè frequentare il quinto anno), oltre ad essere promossi con almeno otto in tutte le materie al quarto anno dovranno avere una carriera scolastica immacolata: almeno sette in tutte le materie degli anni precedenti e neppure una bocciatura.

I dati della maturità. Sono proprio i dati delle ultime tornate della maturità ad avere convinto Fioroni che era necessario cambiare. Da quando il governo Berlusconi ha modificato la composizione delle commissioni - fino allo scorso giugno formate per intero da docenti interni alla scuola - il numero dei bocciati si è quasi azzerato passando dall’8,3 per cento del 1999 al 3 per cento del 2006.


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