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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Rendersi conto di essere soli... Di aver avuto accanto un Angelo... E di averlo ucciso... Di aver sbagliato e di non poter tornare indietro... Vivere sospesi tra l'indecisione e la paura... Ogni giorno ti svegli e lei nn c'è... e così per sempre... ti svegli, ma in realta dormirai per sempre senza lei accanto... Vivi la vita con una maschera per nn far vedere a chi ti stai accanto che in realta sei morto... Ti circondi di persone che nn ti conoscono perché loro nn possono vedere che hai perso la felicità... Un giorno era venuto un angelo per me e io l'ho ucciso... Nn ti scorderò mai Piccola...
2) la falsità
3) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
3) Essere felice e nn capire perchè, rendersi conto di nn essere mai soli e di sentire tante persone che ti sono vicine... sentire che conti per qualcuno.
perderci anche la testa avere 27 anni ma sentirsene 17


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venerdì 24 febbraio 2006 - ore 22:17


Giovedi Grasso:Notte a venezia
(categoria: " Vita Quotidiana ")












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giovedì 23 febbraio 2006 - ore 11:35


Benvenuta Dana
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri sera è finalmente arrivata Dana ... sn tr0pp0 felice

ne c0mbinerem0 delle belle...
sicuramente verrem0 anche alla festa spritz in maschera

che bell0 bell0


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lunedì 20 febbraio 2006 - ore 12:55


Carnevale in Sardegna :a ORISTANO La Sartiglia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CARNEVALE DI
ORISTANO LA Sartiglia




Il fuoco dei cavalli conduce in volo cavalieri audaci.
Il volto coperto dalla maschera impenetrabile.
Soli in groppa, non possono fallire: la stella d’argento deve essere infilzata.
Si lanciano al galoppo, senza esitazioni, pronti a ingaggiare l’ennesima gara con la sorte.




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mercoledì 15 febbraio 2006 - ore 18:27


Carnevale in Sardegna :a OTTANA (NU)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CARNEVALE DI OTTANA



A Ottana, in Barbagia, le maschere del carnevale sono la singolare testimonianza di riti e tradizioni di una cultura che il tempo non ha scalfito: andateci, in febbraio, e coglierete nelle maschere ottanesi quel senso del mistero che tutto nasconde e tutto rivela

LA MASCHERA



I merdules
La maschera dei merdules rappresenta una figura di bovaro rozzo, gobbo e sgraziato, con pelli ovine addosso e con il viso nascosto da una maschera antropomorfa dai lineamenti grotteschi,
sa carazza, quasi sempre di pero selvatico, talvolta arricchita da intarsi e colorate fioriture impresse sulla superficie.

I boes
I boes indossano anch’essi pelli di pecora con addosso un pesante tracollo di campanacci: portano sa carazza ’e boe, maschera facciale raffigurante un bove.

Le altre maschere
A questi che sono i protagonisti del carnevale di Ottana si accompagnano altre figure zoomorfe e antropomorfe, da su porcu all’asino, dal cervo a sa filonzana, una filatrice sempre china ad angolo retto, con scialle nero e vestito femminile curiosamente abbinato a gambali di cuoio tipici del pastore.

Vi sono, inoltre, sas mascaras serias, eccentriche maschere
danzanti ricoperte di stracci, camicie, lenzuola e persino tappeti.


LA SCENA



carnevale, le strade di Ottana allargano i loro spazi all’incontenibile prorompere delle maschere: sembra quasi di sentirli, i campanacci de sos boes, confusi nell’aritmia del greve passo de sos merdules, a fare da sfondo ad una esibizione di cui anche il pubblico, alla fine, sarà parte.

E’ un disordinato corteo che riproduce mimeticamente, facendone un evento rituale, apotropaico e totemico, l’azione dell’uomo sulla bestia.
L’aggiogamento come avvenimento naturale, tipico del mondo agreste, si carica di simbologie soprannaturali, quasi demoniache: alla fine la specie umana si confonde con quella animale, a vincere è l’antropobovino, una sorta di bòe muliàche, figura drammatica e ambivalente, consueta nelle credenze profane della tradizione popolare barbaricina.
Il tutto diventa una performance basata sulla complementarità di azione tra merdules e boes.



Il merdule, impertinente e mordace, sostenuto nel suo incedere
pesante da un bastone, tiene legato ("insogau") il boe tramite
una fune.

Il boe, sempre muto, tenta goffamente di limitare le smodatezze
e le aggressioni del suo conduttore il quale corona spesso la sua
azione scenica coinvolgendo e talvolta travolgendo il pubblico.

Intanto sa filonzana, tenendo in mano una conocchia avvolta
da fili di lana grezza (simbolo efficace della fragile vita umana),
minaccia continuamente di reciderli, quasi invocando la fine su
chi non le offre un bicchiere di vino.

Non è raro, infine, che la rappresentazione sia accompagnata da
s’affuente, un piatto di bronzo battuto ritmicamente con una
grossa chiave.


ORIGINE E SIGNIFICATO

L’origine di questa "processione danzata" richiama senz’altro la stessa radice storica e culturale delle altre maschere barbaricine e, probabilmente, i riti apotropaici di alcune antiche civiltà del Mediterraneo.

Le suggestioni evocate e i significati culturali più forti riconducono al ricco patrimonio di credenze sacre e pagane del mondo agreste e pastorale, in particolare al culto del bove, risalente all’età protosarda e presente anche in età romana.



L’uomo, su merdule, aggiogando su boe, è portato inesorabilmente a "si bovare", a delirare e a perdere i suoi connotati umani trasformandosi in animale.
Il carnevale ottanese riesuma ogni anno il pericolo di questo capovolgimento, evidenziandone il forte risvolto ironico, quasi a voler esorcizzare il rischio che quanto avviene a carnevale non diventi realtà per chi, come il pastore di Barbagia, ha fatto delle bestie il docile oggetto del proprio lavoro.
Il carnevale diventa allora finzione grottesca e insieme drammatica,
celebrazione e simbolizzazione, quasi rito di purificazione.






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martedì 14 febbraio 2006 - ore 10:34


Che giornata.......
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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domenica 12 febbraio 2006 - ore 12:36


Che carino sto speedy...mi rispecchia davvero
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"bello.. tu sei un pò come il
> piccolo principe.. nella tua terra
> coltivi un fiore e hai deciso di
> conoscere gli altri pianeti.. poi
> hai incontrato gli uomini e hai
> visto quanto fossero strani.."


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sabato 11 febbraio 2006 - ore 22:00


BLOG
(categoria: " Vita Quotidiana ")






Uff... ogni volta che apro sto blog mi viene da piangere...
gli altri sn tutti cosi curati e puliti
il mio è un incasinamento...
anzi mi scuso con i miei bloglettori per la mia incapacità grafica di sistemarlo un pò e renderlo almeno un pò più leggibile



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sabato 11 febbraio 2006 - ore 14:52


Carnevale in Sardegna :a SAMUGHEO (OR)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CARNEVALE DI SAMUGHEO
Il sacrificio de S’Urthu e la danza dei Mamutzones




Mamutzones coperti di pelli di capra, corna grandi su copricapi alti di sughero, sul corpo campanacci, il volto nero di nerofumo.
Danzano scomposti intorno a s’Urtzu per metà caprone, per metà uomo e su ’Omadore lo tormenta fino alla suo sacrificio.
Nel carnevale di Samugheo l’eco e i simboli di antichissimi riti pagani.


LE MASCHERE


Su mamutzone è la maschera del silenzio.
Vestita di fustagno nero e coperta di pelli di capra, calza i gambali e cinge gli stinchi di pelle di capra, ha la vita cinta di trinitos e campaneddas e il petto appesantito da due paia di campanacci, in bronzo o in ottone.


Ha il volto annerito dal sughero bruciato e tiene in mano un bastone nodoso e tondeggiante all’estremità.
L’elemento che distingue su mamutzone dalle maschere barbaricine è l’acconciatura della testa, munita di un recipiente di sughero, su casiddu o, più raramente, su moju, rivestito all’esterno di lana caprina e coronato all’estremità da affusolate corna bovine o caprine.


S’urtzu, altra figura del carnevale samugheese, tragica e triste, ha la testa di un capro, indossa un intero vello di caprone nero, porta sul petto pelli di capretto e un cinturone da cui pende un grosso campano. Un tempo, dicono gli anziani di Samugheo, si chiamava ocru.

S’urtzu, come il boe ottanese e s’urtzu di Ulà Tirso, è la bestia, la vittima da soggiogare: un tempo, sotto le pelli, portava pezzi di sughero la cui corteccia consentiva la resistenza alle percosse dategli dal suo guardiano, su’omadore, figura di pastore interamente avvolto in un lungo gabbano nero, dotato di soga e bastone, catena e pungolo per i buoi..


L’EVENTO



Muovendosi e saltellando come un gregge di capre, is mamutzones provocano una cadenza scandita dal cupo tintinnare delle campane e dei campanacci.

Le maschere intercalano il loro incedere disordinato incornandosi e mimando il combattimento delle capre in amore.
La tradizione popolare dice che se le capre si incornano il tempo sta per cambiare: la tenzone d’amore si fa allora rito propiziatorio che chiede la pioggia, la finzione diventa invocazione.

Può anche succedere che is mamutzones tolgano il copricapo, su casiddu, e lo pongano ciascuno l’uno accanto all’altro, formandovi intorno un cerchio danzante.

Intanto, s’urtzu fa il suo percorso zoppicando, danzando goffamente e, talvolta, avventandosi sugli astanti.
Si voltola nelle pozzanghere, si rialza, si scuote e si ributta a terra, muggendo: solo su’omadore può limitarne l’intemperanza, battendolo fino a farlo sanguinare e pungolandolo per farlo ridestare.
S’urtzu è grondante e la terra si colora di rosso, ma è solo l’espediente scenico dato da una vescica di sangue e acqua nascosta sotto le vesti, pronta a cedere alla pressione del corpo che cade.
S’urtzu cade ancora, e la torma di mamutzones gli danza intorno esultante, quasi ad eseguire un ballo di invasati.





ORIGINE E SIGNIFICATO

Per capire il carnevale di Samugheo bisogna rifarsi alle credenze, ai miti e ai riti della cultura pastorale tipica della Sardegna centrale.
Il significato delle maschere di Samugheo appartiene al sacro e al pagano insieme.

La figura de s’urtzu, come attestano alcuni gocius (canti sacri rimati e cantati), aveva un tempo un carattere sacro e si chiamava Santu Minchilleo, nome curioso che ne indicava sì la sacralità, ma anche la semplicioneria.


Tutte le maschere, a Samugheo, cominciavano a comparire in occasione della festa di Sant’Antonio abate, richiamate in piazza dal suono di un corno e pronte a sfilare per le vie del paese.
E’probabile che tra queste maschere ci fosse, sostiene qualcuno, anche sa filadora, figura affine a "sa filonzana" ottanese.
La festa del carnevale si protraeva fino ai primi riti della quaresima, confondendo gli strepiti e le abbuffate di zeppole e vino agli austeri rituali annuncianti la Pasqua.

Secondo Dolores Turchi, studiosa di tradizioni popolari, anche nelle maschere di Samugheo sono evidenti le tracce degli antichi culti del Mediterraneo arcaico.
In particolare il culto del dio Dioniso. Anzi, secondo la Turchi, il Carnevale sardo tutto è la "commemorazione di Dioniso che ogni anno rinasceva a Primavera come la vegetazione" (Maschere, Miti e feste della Sardegna; Dolores Turchi - Newton Compton).

Ecco gli elementi principali che conducono a questa interpretazione:



La parola "Mamutzone":
ha la stessa radice di alcuni epiteti con i quali veniva chiamato Dioniso.
E il comportamento dei Mamutzones è simile a quello dei seguaci di Dioniso, così come viene descritto dalle fonti classiche.



S’Urtzu
rappresenta il dio che viene immolato, ha le sembianze di un capro e questo era uno dei modi nei quali, più frequentemente, si manifestava Dioniso.
Il sacrificio de s’Urtzu-Dioniso è "cruento": sotto le pelli di capra tiene una vescica piena di sangue e acqua. E quando cade a terra, sotto le percosse de su ’Omadore, la vescica si spacca e la terra si impregna di sangue.
Dioniso rinasce dopo una morte sofferta, la terra è nuovamente fertile e prodiga di frutti dopo la "morte invernale", ma solo dopo che il sacrificio cruento si è compiuto.



Sos Mamutzones
invece rappresentano i seguaci del dio: portano copricapi cornuti mentre s’Urtzu ha il capo interamente coperto dalla testa di un caprone.
Imitano il dio, lo adorano, si dimenano scomposti, danzano, cercano di raggiungere l’estasi per farsi possedere dal dio.
Il parallelo è con le menadi seguaci di Dioniso. La parola mainades in greco sgnifica "le pazze".



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venerdì 10 febbraio 2006 - ore 18:52


Provate a fare questo test
(categoria: " Vita Quotidiana ")


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venerdì 10 febbraio 2006 - ore 11:22


Carnevale in Sardegna :a MAMOIADA (NU)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I MAMUTHONES DI MAMOIADA


"E se vuoi un Carnevale che non ce n’è un altro sulla terra,
vattene a Mamoiada
vedrai l’armento con maschere di legno,
l’armento muto e prigioniero,
i vecchi vinti, i giovani vincitori:
un carnevale triste, un carnevale delle ceneri:
storia e misura di ogni giorno,
gioia condita con un po’ di fiele e aceto, miele amaro."

Salvatore Cambosu



LA MASCHERA

I Mamuthones




ombre silenti, misteriosi personaggi, i mamuthones nascondono la loro sembianza dietro la maschera, sa bisera.
Sa bisera è nera, di legno - si usa quello di pero selvatico (ma oggi anche quello d’ontano) - con naso, mento e zigomi fortemente pronunciati e con due fori per occhi e bocca.
La testa è coperta da un fazzoletto marrone annodato sotto il mento.

Sa bisera, drammatica e grottesca, priva di qualsiasi carattere antropomorfo, è immagine di silenzio e impassibilità.

Su pelli nere di pecora che nascondono il consueto abito di velluto marrone, i mamuthones portano sa garriga, un sonoro groppo di campanacci (su ferru), trenta chili di strepito che neutralizzano il silenzio dei volti.
Davanti, poi, un grappolo di campane, tenute insieme da cinghie di cuoio.

Gli Issohadores



accompagnano i mamuthones, indossano un giubbetto di panno rosso, abbracciato trasversalmente da una cintura con bubboli di bronzo e ottone.
Portano calzoni di tela bianchi (un tempo in velluto scuro), un variopinto scialletto sfrangiato sui fianchi, una berritta tenuta legata da un fazzoletto annodato sul viso.
Gli issohadores portano in mano sa soha, una fune di giunco.
Alcuni (quelli che si affidano a una particolare interpretazione dell’esibizione) hanno il viso coperto da un’austera maschera bianca.


LA SCENA



Come si muovono i mamuthones
solitamente a gruppi di dodici, procedono appaiati e balzano grevemente, facendo risuonare i loro campanacci con impeccabile sincronia.

E’una "processione danzata", un incedere ritmico distinto in balzi singoli che si chiudono regolarmente con una triplicazione del balzo stesso.

Cosa fanno gli issohadores
La ripetitività dei suoni e la linearità del corteo non è distratta nemmeno dagli agili movimenti degli issohadores, in genere non più di otto.
S’ issohadore fa volteggiare sa soha, e la lancia verso il pubblico: trovarsi improvvisamente imbrigliati è, come tradizione vuole, segno di buon auspicio.



E’ davvero suggestivo intravedere la danza dei mamuthones oltre la tremolante pellicola del calore delle braci: è un’immagine che appaga l’occhio e l’anima.


Ma non basta, bisogna tornarci a carnevale, a Mamoiada, la domenica e il martedì grasso, a partecipare ancora di una rappresentazione che non è puro revival, ma momento della memoria di una comunità che merita davvero di essere condiviso.



ORIGINE E SIGNIFICATO

le maschere dei mamuthones e degli issohadores si prestano senz’altro a più di una interpretazione.

Si può pensare che la loro esibizione celebri la vittoria dei pastori di Barbagia (gli issohadores) sugli invasori saraceni fatti prigionieri e condotti in corteo (i mamuthones).

Oppure vi si può leggere "un rito totemico di assoggettamento del bue", o una processione rituale fatta dai nuragici in onore di qualche nume agricolo e pastorale.
I mamuthones, dunque, come una torma di buoi ammansiti dagli issohadores loro mandriani o, ancora, i mamuthones come uomini imbovati, pastori che si immedesimano nel bove coprendo il volto con una maschera che ne riproduce le fattezze, come segno di venerazione quasi mistica per un animale così utile e prezioso per l’uomo.

Secondo Dolores Turchi, studiosa di tradizioni popolari, i Mamuthones hanno origine in tempi ancora più remoti: sarebbero da mettere in relazione con ancestrali riti di fertilità, riconducibili a culti dionisiaci diffusi in tutto il Mediterraneo.

Altre autorevoli interpretazioni hanno visto nella mascherata la rappresentazione della pratica mitica del geronticidio (l’uccisione del vecchio), altre ancora vedono nella maschera del mamuthone l’effige di un qualche spirito demoniaco.



Ma lasciamo che le maschere di Mamoiada ci parlino ancora con quel silenzio che non necessita di troppe congetture, lasciamo che il secco risuonare dei campani e la lignea impassibilità dei volti accompagnino la memoria del cuore, ricordancoci che val la pena di tornare a Mamoiada, l’anno prossimo, a vivere un carnevale "...che non ce n’è un altro sulla terra".










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