Kiyoaki
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NICK: Kiyoaki
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ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata




“Così intravidi un altro sole, diverso da quello che per lungo tempo mi aveva concesso i propri benefici, un sole saturo delle fiamme di un'oscura passione, un sole che non bruciava mai la pelle, che aveva un fulgore ancora più strano: il sole della morte. ”

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mercoledì 3 novembre 2004
ore 13:15
(categoria: "Vita Quotidiana")





che popolo di imbecilli...e noi seguiamo a ruota...


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martedì 2 novembre 2004
ore 09:57
(categoria: "Vita Quotidiana")


0211

La mutazione procede inarrestabile e senza possibilità di ritorno.
Mi riconosco in un entomologo che osserva sé stesso nella metamorfosi in insetto, senza alcun orrore, senza alcuna meraviglia, ma con l’acribia e la lucidità proprie dell’uomo di scienza.
Una stele votiva o una lapide, nell’immenso tempio o cimitero che ci circonda e riscalda.



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mercoledì 27 ottobre 2004
ore 14:57
(categoria: "Vita Quotidiana")


Lohengrin

Credo sia così che tutto ha inizio. Il disorientamento strisciante, trafitto poi dallo stupore e arso vivo dal dilatarsi dello sguardo. Non ero del tutto sicuro che quello che gravitava intorno, nella sua fissità austera, fosse un segnale, un avvertimento o addirittura una rivelazione. Sotto le ruote scorreva fluido il fiume di petrolio, solido al contatto ma orridamente liquido nei riflessi dei lampioni piegati e vividi. Una qualche reazione chimico-fisica ignota, come il resto, del resto, appunto...
Dove sono finiti gli alfieri e le torri, la scacchiera stessa, oltre che nebulosa, deforme. Non deformata, bada bene, deforme. Cerca sul dizionario. I concetti sono molto diversi. E tuttora, niente da fare. Lo sono per qualcosa, ma la dialettica propriamente detta inganna, travisa, falsifica, induce. Deforme è dio, deformato è il quadro appeso in chiesa...
Nel frattempo la mia carne si sta corrompendo, NO, così credevo, in realtà si sta trasformando, si rende inanimata e solida, sonora, metallica. Riflette e onora la luce e i suoni, perdo la vista e indietreggio, ma resto in realtà immobile. Avanzo nei pensieri, coi pensieri, sempre più affilati. Taglienti. Precisi e rapidi. Qualcosa a metà tra l'aggressione di un crotalo e il bagliore al buio di una spada appena forgiata.
Non mi riconosco, ma non sono mai stato così splendidamente me stesso. Niente maschere, niente personalità, non in senso stretto. Sono un rettile, questo sempre, un rettile d'argento, che si fa albero, si fa nuvola, si fa esplosione nel plesso solare, e poi bagliore specchiato in un vetro rotto, e la lama si incarna ancora e ancora affonda e insegue il sangue che scende, ora lo riconosco, dal mio braccio destro. Dolce e così lontano il ricordo sul palato.
Lohengrin crolla, sta morendo, sto morendo, è stupendo. Il male sta nella resurrezione, ciclica, eterna, interminabile, devastante.



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martedì 26 ottobre 2004
ore 10:34
(categoria: "Vita Quotidiana")


The Tiger

William Blake

TIGER, tiger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?
 
In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?
 
And what shoulder and what art
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand and what dread feet?
 
What the hammer? what the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?
 
When the stars threw down their spears,
And water'd heaven with their tears,
Did He smile His work to see?
Did He who made the lamb make thee?
 
Tiger, tiger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?





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venerdì 22 ottobre 2004
ore 15:04
(categoria: "Vita Quotidiana")


Considerazioni sul proibizionismo

Il proibizionismo, ovvero il principio in base al quale alcune sostanze psicoattive debbano essere vietate dalla legge, non è ispirato, come affermano i suoi fieri assertori, dalla necessità di tutelare la salute dei cittadini.
Prescindiamo dal fatto che, se si dovesse vietare ogni cosa che può nuocere alla salute degli individui, alcool, tabacco e altre "sostanze" dovrebbero essere bandite.
Il proibizionismo, oltre che atteggiamento frutto di ottusità, ignoranza e ristrettezza mentale, è in realtà un gigantesco monumento all'ipocrisia.
I nobili proibizionisti infatti, non fanno mai riferimento ai REALI motivi per cui il loro atteggiamento mentale è tuttora vincente nella maggior parte del mondo occidentale.
Attribuiscano pure questi ultimi le mie considerazioni a "delirio paranoico da tossicodipendenza", a differenza loro non escludo nulla a priori o per partito preso.

Perché l'alcool non è classificato come droga? "Motivi culturali, sociologici, storici, bla, bla, bla". Tutto vero. Per carità. Il fatto che la nostra civiltà sia nata da radici ebraico-cristiane è strettamente legata al fatto che la "droga istituzionale" dell'occidente sia l'alcool. E strettamente legato a questa combinazione è anche il fatto che lo sviluppo di una società industriale e successivamente consumistica, sia avvenuto proprio in occidente.

Le sostanze psicoattive vietate dalla legge hanno, tra gli effetti sulla psiche, un'indubbia alterazione della percezione del tempo e un'alterazione della percezione del "sé stesso".

Il tempo si deforma, perde la peculiare caratteristica di linearità, per dilatarsi, o restringersi, lungo una traiettoria curva, arcuata.
Il tempo lineare è il tempo della produzione, il tempo del profitto.
Conoscere l'esistenza di un tempo "altro" comporta inevitabilmente la messa in dubbio di quello "normalmente" percepito. Conseguentemente, il dubbio si estende al nostro sistema di vita, che, riassunto è "produci consuma crepa". Un simile atteggiamento critico è evidentemente pericoloso per l'ordine costituito, è potenzialmente sovversivo.

Allo stesso modo, l'alterazione della percezione della propria identità, della propria partecipazione con l'universo, frantuma l'idea dogmatica e immutabile della divinità, così come da secoli ci viene presentata dalle chiese cristiane, solido sodale dei meccanismi di produzione e alienazione consumistica. In altre parole, altra faccia del potere costituito.

Sono queste, io credo, le ragioni occulte per cui il proibizionismo è così radicato. Egli è florido, si nutre di ignoranza, di protervia, ma soprattutto di ipocrisia e prospera grazie a campagne d'informazione terroristiche, per raggiungere scopi ben diversi da quelli di facciata. Prova ne sia la sua assoluta inefficacia nell'arginare qualsiasi tipo di tossicodipendenza come di tossicofilia.
Ma si sa, l'ipocrisia non ha scopo teleologico, ma puramente ontologico. Non ha interesse in alcun fine, ma solo nel perpetuare la propria corrotta esistenza.



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giovedì 21 ottobre 2004
ore 12:58
(categoria: "Vita Quotidiana")


Alterità

Spesso compaiono nei miei sogni e nelle mie visioni nugoli di insetti. Brulicanti e senzienti mosaici di tessere identiche. Mobili, sinuosi, piccoli fori irregolari e sfumati sulla superficie della realtà o multicolori variazioni di riflessi metallici. A volte precipito nel tempo, a ritroso, quando da bambino sollevavo sassi tra l'erba del prato dietro casa, scoprendo con stupore e muta ammirazione l'estensione strisciante e ctonia della vita estiva. Oppure, anni dopo, quando spostando sacchi di sabbia, comparivano legioni diafane e eleganti di scorpioni del deserto.
La sensazione, vaga e indefinita, il segnale del termine prossimo, è quella del ritorno a casa, della momentanea quiete che prelude ad un nuovo, futuro movimento. In genere il pullulare d'insetti è un'immagine associata alla putrefazione, all'aspetto sgradevole e ripugnante della vita che si inoltra in territori ignoti. Come tutte le immagini, palesi o inconsce, credo nasconda esistenze che sfuggono ai nostri sensi.
Gli insetti rappresentano un mistico trait d'union.



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venerdì 15 ottobre 2004
ore 10:06
(categoria: "Vita Quotidiana")


J'ai plus de souvenirs que si j'avais mille ans



Didascalia (probabilmente postuma): qualcuno, qualcosa, somiglianze dal fall-out. Malcelata confusione mattutina.

Detto ciò, in attesa di recuperare un minimo di lucidità, cito un brano della canzone che ho magnificato ieri sera (almeno così ricordo), a sua volta citazione da "Sole e acciaio" di Mishima, cui va, assolutamente, lode. Majiakoski invece (non il maiale malfatto), non mi è mai particolarmente piaciuto.

esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell'epoca in cui vivo



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giovedì 14 ottobre 2004
ore 11:25
(categoria: "Vita Quotidiana")


Ricordo di una nostalgia

Riconosco, ora, reso acuminato da una notte insonne, presunto, postumo, disgusto tardivo e compiaciuto, tra le ripetizioni e il lungo esercizio di equilibrio, forse ancora precario. Apro gli occhi. Ritrovo, ammirato, la mano destra divorata dalle formiche, rassicuranti necrofori. Non ho rimpianti, ma rimorsi nebulosi e sparsi, lievi e diffusi, come tinta mimetica, come crema idratante, come maschera mortuaria, come i recessi della tua bocca.
Certe nostalgie vanno estirpate, senza rimpianto, con una lacrima furtiva tutt’al più, o nutrite di ferocia cieca e consapevole, con l'istinto più nitido e il più devastante delirio di distruzione. Il volto silenzioso e sorridente, nascosto dalle carezze, il volto dimenticato dell'amore. La genuina spinta ad estinguere il fuoco nel sangue.
Il vago ricordo soffocato dalla notturna e brulicante memoria di un prato di ottobre, del mancato coraggio di porre il sigillo sul viaggio autunnale e rivelatore dell'inganno, ulteriore passo all'ascensione verso la libertà assoluta del nulla.




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martedì 12 ottobre 2004
ore 17:42
(categoria: "Vita Quotidiana")


Tempo fa avrei detto "lucidità"

Quando ci si affaccia dalla caverna delle ombre e dei simulacri, trovandosi abbacinati dalla potenza delle idee e si realizza pienamente, compiutamente, ineluttabilmente la loro infinita presenza, allora anche le parole, i vocaboli, le etimologie appaiono create dal gesto benevolo della divinità, al solo scopo di descrivere i mondi celati allo sguardo dalle cataratte della nebbiosa e dolente esistenza produttiva.
E così, in un periodo prolungato e inefficace, si fatica a trovare un modo che trascenda l’ormai obsoleta e rugginosa dialettica, per esprimere la momentanea e precaria visita in quel continuum, fuggito casualmente e profondamente rifiutato.
Questo è uno di quei momenti di *ritorno*, di licenza del di-nuovo-a-casa, giusto che mi si riveda come mi si ricordava. Avrei usato il termine "lucidità", ma "termine" significa "fine", termine di una strada, e ora le connessioni mentali non sono più così rigide, si sforzano in questi momenti di *lucidità* per rientrare nell'alveo della *razionalità*.
Fatico così a esprimermi senza tradirmi, senza tradire il mio *nuovo* percorso. Non tutto è così limpido e meraviglioso. "Heaven and hell. E l'inferno è ben più fondo e orrendo del pallido predecessore. Ma il paradiso è ben più estatico e meraviglioso di quanto si potesse lontanamente immaginare.
I ricordi, i sentimenti, le vite sfiorate, i desideri appagati e quelli incompiuti, e ancora i timori, le disperate fughe, le delusioni sul filo dell'abbandono, le confuse notti e le albe devastanti, tutto. Ogni cosa, ogni contrario, ogni percorso confluisce in un unico grande estuario, che sfonda gli argini dello stupore e della consapevolezza, spingendo il limite verso l'assoluto, verso il disinganno e il ricongiungimento con il Mistero.




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lunedì 11 ottobre 2004
ore 17:43
(categoria: "Vita Quotidiana")


Verso il termine della notte

La lama riluceva fluida sotto i neon malaticci. Sottili scalfitture ne segnavano la superficie gelida, simili a memorie di vaghi desideri. Passò lievemente le dita sull'impugnatura, sfiorando le figure finemente intarsiate, osservandone i dettagli con stupore infantile. Improvvisamente lo afferrò, stringendo convulsamente la mano sinistra sulla superficie di avorio, quasi a voler imprimere sul palmo i tratti di demoni e guerrieri. I profili in rilievo rammentavano in modo troppo evidente, troppo preciso e tagliente quella pietra. Era stato, se non l’inizio, il suggello, la testimonianza tangibile che la strada intrapresa era “la” strada. Allora era giunta alla piena coscienza, alla realizzazione, luminosa e dolorosa come ogni rivelazione, della devastante spirale che racchiudeva l’esistenza, ogni esistenza, la sua esistenza. I segni, le visioni, i dettagli per tutti insignificanti, ma per lei nitidi come gli occhi azzurri di suo padre. Il percorso era stato difficile da riconoscere, all’inizio, con le voci che vorticavano intorno, con la stanchezza devastante e la volontà ferrea e dolente nel non voler rinunciare al viaggio.
“Vorrei fosse la mia carne levigata e liscia, quasi schifosa nella sua grazia ed armonia, a corrompersi con il solo pensiero, a farsi livida, poi nera, a ritrarsi alle carezze, offendersi agli sguardi, imputridire di disgusto, farsi ricca di sorrisi distorti e folli, dissolversi nell’orrore di una passione distrutta prima di nascere…”
Trovava difficile riconoscere nel sorriso da rivista della fotografia il disgusto di ogni cosa che le chiudeva la gola, il vomito stranito e prepotente di chi non mangia da tre giorni, le acute maledizioni che arabescava su uno sfondo indaco da ormai tre settimane. Uscì dalla stanza e si mosse pigra verso la spiaggia, immersa negli ultimi atti del tramonto autunnale.
La lama riluceva ancora, più lieve di come ricordasse, un passatempo di scarso impegno eppure così raffinato, ma nelle venature, nelle sottili scalfitture, ravvisava con un incresparsi di labbra impressioni, sole nascente, voci viste con D. dal naso rotto tamponato in continuazione. Capiva a fatica quello che diceva, poi lo dimenticava. Ma pure lui si confondeva, quasi andando fiero del fazzoletto schifosamente impregnato di sangue. “Spine di rosa nelle zampe”. Così si giustificava. Mai nessuno era stato così dolce e distratto. Poi era sparito, dietro una striscia di passi storti e gocce di sangue nella sabbia.
Col sole ormai ridotto a una striscia rossastra all’orizzonte, aprì la mano, riconobbe i demoni e i guerrieri, riconobbe lui. Sfiorò con la lingua la lama, fluida e dolciastra. Prese il viso tra le mani, lo carezzò, quasi non fosse il suo. Dopo aver vomitato prese dal taschino la capsula che gli aveva lasciato. Ingoiarla era più delicato, ma la aprì, inalando il contenuto dopo averlo sparso con cura sulla lama.
Strinse di nuovo la mano intorno all’impugnatura e piantò il pugnale nella sabbia. Poi, piangendo, sputò e si lasciò cadere sul dorso della mano due gocce dalla fiala lattiginosa. Succhiandole con calma, si incamminò piena di speranza verso il termine della notte.



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