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MelaAcerba, 18 anni
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Sto (ri)leggendo "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano.

HO VISTO

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Voglio vedere oltre, voglio vedere da altre prospettive, voglio vedere da testa in giù.

STO ASCOLTANDO



ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Jeans corti e canottiera

ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...

Studio tutto l’anno. Con alti e bassi, ovviamente.

OGGI IL MIO UMORE E'...

Altalenante.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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martedì 16 settembre 2008 - ore 16:40


obviously, school sweet school
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Quel suono rimbomba nelle orecchie, fa a pugni con i timpani, ma il match non lo vince nessuno.
Il suono scappa via.
Guardo in alto, come per vederlo svanire… non vedo altro che il soffitto che delimita il primo piano, dal piano terra di quell’edificio che ha custodito le cose della mia testa per questi quattro anni. Oggi ha inizio il quinto.
Cerco di vedere oltre, ma non vedo niente. Immagino le scarpe che lo calpestano in cerca della meta. Rivolgo lo sguardo davanti a me, e vedo la stessa scena che poco prima avevo in testa, come riportata a terra con la sola forza del pensiero.
Forte, eh.
Mi sento in gabbia. Sono attorniata dalle ragazze di classe mia, che mi fagocitano in mille domande dal senso poco compiuto. Intrappolata dall’ipocrisia, non lascio trasparire nulla, se non l’indifferenza a cui non avevo mai chiesto aiuto prima.

[….]

Cammino, in mezzo a quel fiume di gente, che spaesata cerca la propria ‘’sala d’attesa’’. Io ormai, conosco come le mie tasche le disposizioni…. infatti, cammino ad occhi chiusi.
Sento che una mano si appropria dolcemente dei miei capelli, non più raccolti.
Non mi giro.
Non ho la più pallida idea di chi tu sia, e anche se mi incuriosisce scoprire la tua identità, sono troppo impegnata a placare il mio interiore.
Sento le labbra che si appoggiano tra la fronte e l’attaccatura dei capelli, e un buongiorno euforico.
Mi fai cenno di passare avanti.
Ti sorrido e scappo.


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martedì 16 settembre 2008 - ore 14:01



(categoria: " Musica e Canzoni ")




Richard Wright è morto, e io non mi sento tanto bene.

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lunedì 15 settembre 2008 - ore 13:11


Divagazioni di un pranzo domenicale.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Si avvicina l’ora di pranzo, mentre io mi avvicinano alla tavolata, obbligata da quel presuntuoso e prepotente impulso di fame, che a volte mi è tanto facile da governare. Una tavolata rosso amaranto con ricamati intrecci di un tono più scuro. Il rosso è un colore che mi turba è colore di sangue, di vita, dei “coppi” del tetto, della mia ex-felpa-alias-coperta-di-linus, dell’accendino che mi tiene sempre compagnia in borsa, del tramonto che il giorno dopo ci assicura il bel tempo, del rossetto della donna che mi sta fissando in questo momento, del pesce rosso che sognavo di vincere alla sagra quando ero piccola, è il colore che alcuni affetti da daltonismo confondono con il marrone, del libro di matematica (che sistematicamente detesto).. dell’abbandono alla passione. Ed è per questo che mi infastidisce, perché (tralasciando questi esempi futili), mi fa palpitare l’iride, per quanto razionalmente sia impossibile.

Divagazioni a parte, riprendo il filo del discorso.

Al centro di questa tavolata, una bottiglia capeggiava in mezzo ad altre tre, vuoi per la forma diversa, più affusolata ed elegante rispetto ai tozzi vetri d’acqua, vuoi per il colore più palpabilmente appetibile: rosso. Una bottiglia di vino rosso, con un etichetta molto elaborata, contornata da stemmini dorati dell’azienda in cui era stata imbottigliata e rifinita a dovere. La curiosità mi fa andare oltre la forma.. già aperta, non esito a versarmene metà bicchiere, immedesimandomi in una “somelier all’assaggio”. Giro e rigiro quel liquido che ad ogni movimento mi sembra diventare sempre più fluido, sembra prendere la consistenza densa dell’olio, distolgo lo sguardo, lanciando l’ennesima occhiata alla composizione di bottiglie e tornando sul vortice by my self mi accorgo che era tutta un’impressione, ottica o psicologica, da qualcosa doveva pur essere dettata.
Un altro sguardo malizioso verso quell’affascinante forma, affusolata e smagliante. Non mi sono ancora arresa, nonostante sia l’ennesimo senza risposta, senza segni di approvazione, di compiacimento o di turbamento. Impassibile. Il non essere ricambiata mi butta giù a tal punto da vedere quante altre persone l’hanno amata prima, e hanno lasciato un segno del loro passaggio scrivendo almeno un paio di tutte quelle lettere che compongono l’etichetta posteriore.




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venerdì 12 settembre 2008 - ore 16:39



(categoria: " Fotografia e arte.. ")




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venerdì 12 settembre 2008 - ore 00:19


Nottenotte
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho sempre creduto fosse semplice raccontarsi, raccontare… e invece, ora che mi sono indirettamente messa alla prova scopro quanto la semplicità sia impalpabile in questo frangente.

Stavo in silenzio, mi raggomitolavo per non farmi notare, parlavo solo quando mi veniva chiesto e non a sproposito… ascoltavo… offrivo una metaforica palestra in cui sfogarsi… ragionavo… e mi chiudevo a riccio se una cosa iniziava a farmi sentire quella fitta al petto, che solo qualcosa di appuntito è in grado di scatenare. In questo ero davvero brava.
Chiudermi per poi autodistruggermi.


E chi ha detto che le favole sono per forza a lieto fine? Dove sta scritto?

Per fortuna da nessuna parte, non devo avvalermi di “licenza poetica” anche in questo caso.

Cappuccetto Rosso poteva tranquillamente rimanere incastrata nelle fauci del lupo per l’eternità. Biancaneve non essere risvegliata dal Principe. E così via…


Io, non ho ancora raggiunto la fine della mia favola. Sono solo incespicata su qualche sasso del bosco dove Cappuccetto amava passeggiare… Ho solo dato un morso ad una mela rossa, sorprendendomi che non fosse avvelenata. Il senso della sorpresa mi ha generato una grande smorfia, girata di 180 gradi, rispetto ad un normale sorriso. Probabilmente perché ero in uno stato di disprezzo allo stato puro.


So solo che ora, a poco più di un quarto delle pagine che sono state scritte di me, so sorridere con tutta la forza che ho in corpo.

Piccola consapevolezza, che è in grado di espandersi nel mio corpo tanto da occuparlo tutto.

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giovedì 11 settembre 2008 - ore 10:42


Delirio di mesi fa.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il seme dell’insicurezza non era stato seminato lì apposta, nessuno aveva prima arato il terreno, niente era previsto. Quella pianta nacque come nascono comunemente le sterpaglie intrise di poca importanza, ed è proprio quello il loro mezzo di sostentamento. Come migliaia di spighe che si nutrono solo della luce del sole… che perlomeno è un po’ più dignitosa come fonte di nutrimento.
Scalda, riempie di gioia i polmoni (a chi ancora è in grado di respirare) e fornisce un appoggio di notevole importanza per chi vuole tentare una salita, aggrappandosi ai suoi stessi raggi.
Eppure sporadicamente, oltre a erba e fiori indesiderati, nemici ai campi ordinati, capita di incontrare quella strana pianta.
Nessuno semina intenzionalmente per averne una o addirittura qualcuna, e quando inizia a crescere, chi ha “l’onore” di averla sotto il cospetto dei suoi occhi, viene catturato in maniera radicale… diventando così incapace di estirparla alla radice, in modo da non farla più ricrescere, in modo da togliere quella cosa indecorosa, inadeguata a tutto quello che invece si è costruito attorno volutamente.
Dannoso quel seme, giunge al terreno per mezzo del vento, oppure di uccellini che lo prendono in asilo nel loro becco, indistintamente da altri semi, sicuramente meno insipidi.
Il vento lo accarezza per l’ultima volta, attendendo che si appoggi al suolo, magari in una cunetta già presente per assurdo e che cominci, piantando le prime radicelle, la sua infinita crescita.
Lo stesso vento continua come un vortice a girare su di essa, quasi a voler vegliarla … questo turbine d’aria è come invogliasse il seme ad esplodere. Ed esplode, in un completo mutismo.
Si, perché seguendo la credenza comune, le piante non essendo munite di favella… non possono parlare.
E invece io lo so che, se solo potesse essere ascoltata, lei qualcosa direbbe…. E se anche sembrerebbe parlare a sproposito, continuerebbe. Non ha bisogno di altro, se non di far traboccare tutte le parole che riempiono quel vaso in cui affoga tutta la sua tristezza.

Dopo il periodo di raccolta, dopo tutte le ore che i contadini passano chini a contare le graminacee. Raccogliendo solo gli steli di grano, lasciando da parte gli altri.
Dopo che l’asino sente il peso schiacciante della leggerezza del raccolto, sulle spalle, trainandolo fino all’impossibilità delle scale che conducono al mulino.
Dopo aver aspettato i mesi che dividono il contadino dall’euforia della semina successiva.
Spunta dal terreno un rametto, non verde come tanti altri… sembra già fare capolino con il “bulbo sbagliato”, con una voglia innata di rimanere in quel buio dettato dalla terra. Si sente quasi costretto a venire fuori dal ventre della madre, forse costretto dal ritmo naturale delle cose e quindi da un qualcosa di incontrollabile, che si deve solo accettare.
Accetta, infatti e si trova a dover fare un bilancio con più sfavori che cose positive. Non ha ombrello, è e sarà perennemente senzatetto, non ha una lira e quindi campa di quello che può, se si annoia… beh, cercherà qualcosa per distrarsi… annoiandosi ulteriormente.
Lo circondano in pochi, quelli che ancora non hanno preso altre strade, quelli che non sono stati già sradicati per passare direttamente a miglior vita, quelli che selezionati direttamente da lei, hanno intrecciato le loro radici. Pochi. Prescelti.

Non si mangia, non si beve, non si può ricavare niente da questa particolare varietà di sterpaglia. È troppo debole, o forse lo sta solo diventando a poco a poco con il passare del tempo. Non odora. Non emana niente.
Non scatena niente.
Meraviglia? Emozione? Stupore? No, nulla di tutto ciò.
Non porta alcun colore con sé, se non quello verde, naturale… che sfuma in qualche vena malinconica color giallo.
Suscita malinconia, credo.
Un senso di inadeguatezza ti si inietta negli occhi, forse per riflesso del sole sul suo corpicino. Almeno, questo è quello che ho provato io scrutandola dall’alto del mio “metroesettantacinquecirca”.
Quando invece l’ho accarezzata, sfiorandole quell’unico ciuffetto di foglie che porta ancora decorosamente da un lato, ho sentito la vera consistenza di quell’esistenza già segnata. Tremava. Tremava eppure batteva un sole accecante su quel campo.
La tristezza che le era penetrata dentro, probabilmente attraverso le radici, era addirittura tangibile. Sembrava l’unica in quell’appezzamento di terreno a non ricevere acqua da giorni, non era rigogliosa, non era contenta di essere lì in mezzo.

Non era rigogliosa. In fase di crescita eppure morta.
Come se una carestia avesse percosso solo quel mezzo metro quadrato in cui ha piantato le radici.
Arida, di un’aridità patologica.

Ho provato a chiederle il perché di quella sua condizione, cortesemente, con tono dolce senza varcare il confine dello sdolcinato… eppure, seguendo il moto del sole, camuffandosi momentaneamente da maestoso girasole senza chioma, si è girata verso di lui, ha fatto precipitare il silenzio stesso su di sé accasciandosi a terra.
Non mi capacitavo della cosa. Non ho chiesto nulla di sgarbato.
Paura generale e paura di non poter far nulla, più comunemente definita impotenza. Questo ho sentito in quel preciso momento.


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