Un ammasso di merdacce sioniste ANNICHILIRE una popolazione, e passare da gente perbene.
STO ASCOLTANDO
Gli altri IO, dentro di me, che urlano per venire fuori...
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
C’è chi, con molto talento, sta pensando di portare migliorie, sotto questo aspetto... ma questo è... solo aspetto.
ORA VORREI TANTO...
Avere il coraggio...
STO STUDIANDO...
Me stesso, ma niente da fare non riesco ad andare oltre la pagina 11
OGGI IL MIO UMORE E'...
Rosso, rossissimo, quasi nero.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
Nessuna scelta effettuata
MERAVIGLIE
Nessuna scelta effettuata
...e mi costrinsero a vagare in questa terra da solo, io sono Nessuno...
"le persone che parlano per metafore, dovrebbero farmi uno shampoo allo scroto"
Sono manganelli e sassi, ma alla fine ti ritrovi a far parte del sistema contro cui manifestavi... Ma lui amava la sua diversità, che non lo voleva posto dentro questa società...
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sabato 9 febbraio 2013 - ore 15:40
Quattro anni
(categoria: " Vita Quotidiana ")
A volte vorrei essere credente per poter pensare di chiederti come va. Sono quattro anni che il Pinin ti ha lasciata andare, sono quattro anni che non vieni più tenuta in vita inutilmente. Un bacio e un pensiero, Eluana.
Così è se... così è.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi sono sempre domandato quale fosse il limite di desiderio verso una persona. Nel senso: quanto è lecito desiderare di cambiare una persona per farla assomigliare al nostro ideale di bellezza/compagna/moglie ecc. E mi sono sempre risposto ZERO. Probabilmente si, è sciatteria emotiva, che mi porta ad accettare in toto e a non voler assolutamente cambiare chi mi si pone affianco con fare circospetto, girovagando tra camere e ventricoli, si insomma, di colei cui spetterebbe il posto nel mi corazon. Se mi piace una persona, mi piace come veste, mi piace la sua intelligenza ed il suo aspetto, mi piace il suo modo di fare, per quale cazzo di motivo dovrei volerla diversa? Non è poi una stronzata, se ci pensate bene. Probabilmente è perchè mi hanno colpito solo persone che fanno dello spessore caratteriale una caratteristica del proprio essere, tali da farmele apprezzare in toto, pur quando si ha delle divergenze. Non ho mai avuto paura del diverso, del resto se lui è diverso da me, tanto sono lo stesso io per lui. Perciò, si accetta di buon grado. Magari si evita di sparare puttanate utili solo ad andare a letto, creando illusioni che atterriscono... magari si perde per strada una scopata, ma magari non tutti pensano tramite il sillogismo aristotelico "Ogni lasciata è persa". Magari cè qualcuno che non si allinea alla schiera e muore pecora nera. Magari cè qualcunaltro che la schiera la osserva come esperimento sociologico, ben sapendo che è diverso, e se ne sbatte le palle di esserlo, poichè la bellezza sta solo nella diversità. A me piace osservare la diversità, mi piace studiarla, mi piace confrontarla, non mi piace viverla perchè lo faccio da troppo tempo, sono diverso e me ne sono fatta una ragione. Amatemi alla follia o semplicemente ignoratemi, chi apprezza solo una sfaccettatura, non capirà mai nè amerà mai linsieme... una cosa però la esigo: il rispetto. Per tutto il resto, fate quel cazzo che vi pare, non sarò certo io a giudicarvi.
Ho la bellezza e soprattutto la coerenza di un sasso, e forse solo uno Zio Teo, tenuto a bada dalle monache, mi può apprezzare... ma tantè, così è... se vi pare.
Come un seme nel vento
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Non lo so, non sembra essere una cosa che fa per me... non voglio vivere in questo modo... sprecare buona parte della vita lavorando, per poi prendere casa, sposarsi, mettere al mondo dei figli, continuare a lavorare, continuare a sprecare tempo, guadagnare, fare quadrare i conti, tribolare una vita per non riuscire a soddisfare nessuno... non fa per me.
No, non è una citazione da un film, non cito uno scritto, una poesia un aforisma. E’ tutta roba del mio sacco, una frase detta qualche anno fa a mia madre, una delle pochissime cose che ho condiviso con lei. Probabilmente è stata questa consapevolezza e l’essere incastrato in questo meccanismo perverso che ci è stato imposto dai signori in grado di far deviare la coscienza e la consapevolezza della gente, che ha portato alla mia impasse emozionale. Questo ed altri fattori su cui non ritornerò. Mi ritengo apolide, non riesco a considerare mia nessuna terra, nasco a Lecco e lavoro a Roma, i nonni erano valtellinesi e sabini. Non mi sento di appartenere a nessuna terra, quindi men che meno mi sento italiano. Non ho mai amato questo stato, è un guazzabuglio di culture che ha favorito la genialità propria del popolo di cui facciamo parte. Faccio parte del popolo italiano, amo la cultura italiana e l’interpretazione italiana della cultura estera, ritengo che sia un posto molto speciale, proprio perchè è talmente vario e surreale che non potrebbe essere altrimenti. La civiltà non è nata da queste parti, ma si è evoluta ed ha raggiunto il massimo livello, qui prima che in altri posti. Ma non mai accettato di farne parte. Mi sono sempre sentito stretto dentro ad un confine, dentro ad una cultura, dentro ad una terra. Mi sono sempre sentito un cappio intorno alla gola, pensando che essere nato in un posto debba per forza comportare il rispetto e l’osservanza di leggi che, potranno avere tutti i crismi di perfezione di questo mondo, ma non sono LE MIE. Sono convenzionalmente sbagliato. Troppo coerente per non essere visto come un diverso, troppo curioso di ciò che è diverso per poter essere definito normale, troppo sensibile, sotto alla corazza che mi sono creato, per poter vivere facilmente in un mondo profondamente sbagliato, troppo profondo per poter pensare di badare solo alla superficie delle cose, delle persone, delle dichiarazioni, delle situazioni. Chi ha un profondo amore per la propria terra, porta con sè anche la voglia di cambiare ciò che reputa sbagliato. Ma sono anarchico, ritengo eticamente sbagliato l’arrogarsi un diritto, o imporre il proprio volere, a discapito di un’altra persona. Lavorativamente è un periodaccio, la stupidità di certi datori di lavoro porta al dover mettere mano ad un meccanismo che gira alla perfezione, e potrebbe essere il mezzo con cui potrei dare un senso alla mia patetica esistenza. Il seme di questo pensiero ha radici profonde, e dopo anni di incubazione, sta sbocciando in un fiore di consapevolezza. I miei viaggi immaginari, sperati, sognati, agognati mi hanno portato in molte parti del mondo... molte, non tutte. Ho visto l’Europa, il Nordamerica, ho viaggiato tra le valli dell’Asia e ho provato senso di ribrezzo per il sudest asiatico... no, niente razzismo, ci sono dei posti che non rientrano nella mia visione di paradiso. Ho visto l’Oceania con le sue isole enormi e microscopiche e l’Africa, continente martoriato da conflitti mai risolti, campo di prova di armi e malattie artificiali, scientemente create per lo sterminio, continente fortemente ancorato alla terra e alle tradizioni, tradizioni non in linea con il pensiero omologante che deriva dall’occidente. Ad un continente, però, ho pensato poco, come meta di viaggio: il Sudamerica. Probabilmente perchè non intendo pianificare un viaggio, ma un trasferimento. Non credo alle coincidenze, la mente umana è insondabile e porta delle rivelazioni inaspettate. Potrei esprimermi in spagnolo, in un futuro non tanto remoto. Potrei fare qualcosa per ricambiare il favore che anni di oppressione da parte nostra hanno imposto come un giogo alle popolazioni di quelle parti.
Passione, nella nebbia.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Si erano dati appuntamento alla fontana per quella sera, ma sebbene lui si fosse già trovato a passare per quella città, ne serbava solo uno sbiadito ricordo... e avendola vista d’estate, rimase un po’ disorientato dalle persone imbacuccate nei cappotti pesanti, dalle bancarelle che agghindavano le strade del centro come foglie secche su un ramo spezzato, e dalla nebbia che avvolgeva il tutto, facendo del rione un’enorme palla di vetro con la neve dentro, scossa al punto giusto per farlo vagare ramingo in direzioni sempre sbagliate. Dopo l’ennesima svolta, finalmente si rischiara la vista, illuminando l’alta estremità della fontana, che riusciva a svettare sopra i teli dei negozi ambulanti, piangendo lacrime d’acqua, indecise se solidificare aggrappandosi alle pareti della vasca. Era in ritardo ed era mortificato, lui che si prendeva ogni anticipo per la ferma convinzione che fare aspettare le persone fosse una grave mancanza di rispetto... ma era stato un lungo viaggio, piacevole ma stancante: i mille paesaggi incrociati quel giorno erano spariti nella notte da qualche ora, e la mattina la sveglia gli aveva ricordato che il suo posto di lavoro non sarebbe stato aperto, senza di lui. Aveva fatto male i conti, si era dimenticato di tagliare la barba e in un giorno normale non se ne sarebbe curato, ma quella non era un’occasione normale, sentiva nell’aria una specie di brivido che gli attraversava le ossa... Non aveva freddo, anzi... la doccia terminata poco prima aveva infuso in lui una sensazione di benessere e un appagante senso di calore, nella galaverna che si stava formando in quel mentre... forse era paura? Forse si, era sempre stato un uomo riservato e taciturno, timido in quanto a rapporti con le persone a cui teneva e l’avrebbe vista per la prima volta, pur avendo la sensazione di conoscerla da sempre... era teso. Lei era seduta sulla fontana, intirizzita per il freddo costante di un periodo troppo complesso, sfaccettato e indisponente per regalarle il giusto tepore. Si guardarono e lei si alzò: -Buonasera signorina, scusa il ritardo... sono mortificato... era tanto che aspettavi? -No, sono arrivata da pochi minuti, ma fa freddo... andiamo a ripararci e a fare l’aperitivo. Lo prese per mano e lo portò nel locale, sito sotto ad una grande galleria commerciale, dove erano presenti i più disparati articoli e merci, come in un moderno suq, reso ancora più caotico dalle feste natalizie. Entrarono nel locale e lei ordinò i primi due bicchieri di vino bianco, ottimi allo scopo di riscaldarsi un po’ e di sciogliere il ghiaccio fra loro. Lui aveva la gola secca, così svuotò il primo, il secondo e il terzo bicchiere, mentre quelli di lei si assommavano sulla mensola affianco alla quale era seduta... il cuore rallentò un po’ la sua corsa, recuperò un po’ di stabilità e di fiducia, e cominciò a parlare con lei: -Allora, donna di poca fede, finalmente ti vedo dal vivo... non sei poi così stravagante come avevi lasciato ad intendere... anzi, direi che sei molto carina, molto elegante. Lei sorrise e si tolse la sciarpa, rivelando una collana particolare e soprattutto una scollatura non audace, ma abbastanza stordente da obbligare lui ad ordinare l’ennesimo bicchiere di vino, con qualcosa da mangiare sopra, per non ubriacarsi dopo dieci minuti. -Il mio non è decisamente uno stile abbordabile da tutti e spesso viene guardato con sospetto, ma devo anche dire che stasera mi sono data una regolata... -MOLTO regolata... -Non poi così tanto. -Allora mi trovo a doverti contraddire, non vedo niente di sbagliato in questo abbigliamento, non mi sembra tale da causare sdegno o male occhiate... anzi, lo trovo sexy. Per quanto si sforzasse di guardare i suoi bellissimi occhi azzurri, la tentazione di cedere e posare lo sguardo sul suo petto stava diventando ardua da contenere. Nel frattempo arrivò l’ordinazione ed il piccolo panino diventò il protagonista per il tempo necessario ad essere consumato, rendendo l’azione del vino più dolce e sostenibile... Ma era già tempo di spostarsi, quella sera avrebbero camminato tanto... -Prossima tappa, il bar che frequento di solito... è cambiato parecchio da quando sono stati fatti dei lavori di ristrutturazione, prima era veramente improponibile, ma avevo la sensazione di trovarmi a casa, ti presenterò un’amica. Cominciarono a camminare fianco a fianco nella nebbia, passando fra i muti palazzi bui, affastellati come pietrose canne in un un fascio, fini a sé stessi eppure così disperatamente bisognose del supporto del vicino, per trarne forza. I palazzi sono animali da branco, non vivono bene separati: un palazzo potrebbe implodere come un castello di carte, se non propriamente vissuto ed abitato, ma nel fascio rappresentato da una città o da un quartiere, questo avvenimento è molto dilazionato nel tempo, curioso come le case rispecchiano il carattere delle persone... di alcune persone. Il tempo volava, fra loro due... La situazione si stava facendo confusa: fra loro due c’era un’intesa che non aveva un reale motivo d’essere, o meglio... lui era troppo chiuso in sé stesso, bastevole a sé stesso da pensare di riuscire a trovare una persona in grado di stargli affianco. Non era particolarmente orgoglioso di questo, ma gli strati della corazza che si era costruito erano diventati talmente rigidi da imporgli di pensare a questo suo stato d’animo come alla realtà. Lei gli aveva insegnato nuovamente a vivere, aveva risvegliato in lui quella sua parte nascosta, rendendole la vista e aprendole gli occhi sulle altre sfaccettature del suo carattere. Ma ciò non era bastevole di totale accettazione e lui faceva una dannata fatica a lasciarsi andare e a non pensare intensamente ad ogni cosa, riuscendo nell’impresa di sembrare un deficiente, anche dopo aver aperto la bocca. Il locale e i suoi avventori scorsero su di loro come le gocce di pioggia su di un albero, lasciando loro poco di cui ricordare, come in costante rituale che va avanti da millenni... era una cosa già vista e poco sentita. Andarono a cena, e finalmente potevano avere la sensazione di bastarsi uno con l’altro, di parlare occhi negli occhi... dio, i suoi occhi... riuscivano a distrarlo da ogni altra cosa che volesse essere vista, riuscivano a catalizzare l’attenzione come uno spicchio di luna in una notte di tenebra. Lei raccontò quel poco della sua vita che non aveva ancora esternato, e per quanto si sforzasse a ostentare la sua semplice umanità, lui era estasiato di poter continuare a sentire di parlare di quella vita per sempre... era interessato alle storie della gente, ma non aveva mai avuto il minimo sospetto che una persona in particolare potesse colpirlo tanto da farlo restare abbacinato e inebetito per la propria pochezza emotiva, dettata appunto dalla visione del mondo attraverso quella corazza che aveva erta a baluardo di difesa. L’ottima cena e il vino, stavolta rosso, avevano avuto il grande merito di annullare le distanze fra di loro, per quanto piccole potessero essere... lo stare di fronte, seduti, a parlare e mangiare e guardarsi era stato bello ed era servito a ricoprire il solco sempre più piccolo che li separava, facendoli avvicinare del tutto. Altri locali, altro vino, altre belle e divertenti persone incrociate non potevano distorcere la realtà e andavano arricchendo una serata magica, in cui tutto giostrava intorno a loro, ponendoli al centro di tutto, affiancati e felici di questo come poche persone nel corso della storia. Ormai erano solo loro due. E la nebbia che li avvolgeva. Bella, la nebbia... riesce a inglobare le cose belle in un’aura di perfezione, riuscendo ad eliminare tutto il resto, riuscendo a ridurre il mondo in un muro, che li separava dalla vista degli altri, anche in mezzo alla gente, avevano la sensazione di essere soli, in intimità, di essere parte di una bella cosa. Poi certo, vennero i momenti più brutti, i racconti di un passato che fanno ancora male... giustamente male... e che creano una rabbia cieca, stupida e dolorosa... per quanto grandi e dure, le sue mani non potevano sostenere il confronto con un paletto di ghisa, e il giorno dopo avrebbe pagato anche l’aver dato un pugno ad un oggetto, per sfogare la propria frustrazione e la propria sensazione di impotenza nei confronti di un passato, che per quanto bramasse, volesse, AGOGNASSE di cambiare, non poteva farlo... Quel passato calò un velo sugli occhi di lei: la rese davvero vulnerabile, come un fiore staccato dal vento, in pieno potere di quell’elemento tanto bello e terribile. Si ritrovarono abbracciati. Lei si ritrovò fra le sue braccia, stretta nel suo abbraccio, piangendo, perché in quel momento non poteva essere altrimenti: aveva bisogno di quel semplice contatto umano, per tener lontani ricordi che facevano vergognare lui di essere un uomo. Le loro labbra si trovarono, e stettero così, in un momento sublime e impossibile da quantificare, un momento talmente bello da fare male al ricordo... un dolore lancinante... Tornarono sulla Terra, si liberarono dall’abbraccio e lei ritrovò la tranquillità: aveva smesso di piangere e aveva ritrovato la sua verve e il suo bellissimo sorriso. E la voglia di continuare a vagare a braccetto nella nebbia che circondava il tutto. Fermandosi ogni tanto per rinnovare il ricordo di quel momento unico ed indimenticabile, riuscendo ad estromettere il mondo da quella sera, sentendo benissimo la dipendenza all’altro e amandola per questo suo testardo attaccamento alla vita. A lui sembrava di camminare senza meta, ma lei, pur non dandolo a vedere, sapeva benissimo dove stava andando, seppure alterata dal nettare bevuto fino ad allora. Giunsero alla stanza d’albergo prenotata da lui e cedettero alla passione, assaporando ogni minimo dettaglio per non farlo fuggire nel tempo: baciarsi vestiti cadendo sul letto, spogliarsi in fretta, come se ogni dettaglio di abbigliamento fosse solo un ostacolo inutile prima del raggiungimento della libertà, come fosse un alga che ti avvolge le gambe quando stai affogando e cerchi di riemergere freneticamente a dare un’unica, disperata e VITALE boccata d’aria. Fecero l’amore, fecero ciò che due persone dovevano fare, ciò che due adulti desideravano a quel momento esatto, in cui niente ha valore se non l’appagamento profondo del contatto con l’altro. Era riuscita nel miracolo di migliorare una serata perfetta. Una serata che segna una vita, una serata che instilla la vita, in una vita, quella di lui, amalgamata da durezza, delusioni e superficialità per poco interesse verso un mondo che non l’aveva mai accettato appieno, come aveva fatto lei.
Ma quella notte finì, lasciando ferite profonde nella corazza di lui. Perché ora sapeva cosa vuol dire essere desiderato, essere veramente amato, essere parte della vita di un’altra persona... e poco importava sapere che lei non la vedeva allo stesso modo, che la considerava una bella serata culminata in un errore, che sapeva fermamente di essere incappata in una persona che gli piace, ma di cui non è innamorata. In quel momento, era certo di aver recuperato nel proprio io, una parte di sé talmente nascosta da sembrare che non ci fosse. Ora era certo che sarebbe stato in grado di tutto per una persona, oltre a sé stesso... era certo di non essere anaffettivo, era certo di poter capire una persona anche usando il cuore, e non il cervello, come aveva sempre fatto. Era di nuovo vivo.
Son maestro di follia, vivo la mia vita sulla fune che separa la prigione della mente dalla fantasia. Il mio futuro è nel presente ed ogni giorno allegramente io cammino sul confine immaginario dell’orizzonte mentre voi, signori spettatori, mi guardate dalla strada, cuori appesi ad un sospiro per paura che io cada ma il mio equilibrio è in cielo come i sogni dei poeti, mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
Son maestro di pazzia e vola sulla corda la mia mente a rincorrere i pensieri ad inseguire l’utopia di catturare almeno un oggi prima che diventi ieri e provare a far danzare il tempo.
Signori spettatori lo spettacolo è finito, vi saluto con l’inchino, sempre in bilico sull’orlo del destino e un sorriso avrò per tutti voi, che vediate nel funambolo un buffone o che vediate in lui un artista e ringrazio chi ha disegnato questa vita mia perché mi ha fatto battere nel petto il cuore di un equilibrista.
Oggi avrei proprio voluto prendere e partire, fare un bel giro in macchina e andare oltre alla desolazione della periferia capitale... avrei voluto guidare su una strada piena di foglie, che svolazzando mi avrebbero accompagnato il passaggio. Così, in pace, tra il fumo di una sigaretta e le note e la voce di un De Gregori, dei Ratti, del Guccio, dei Pitura e via dicendo. Giornate come queste sono fatte per vedere e godere del mondo e arrivare alla sera, cercando da dormire e un posto col vino buono. A chi si stupisce di 500 km di viaggio come di un’odissea, rispondo come sempre ho risposto.
...caminante no hay camino, se hace camino al andar...
Quando raggiungi una stretta simbiosi con la tua lei, al punto di poterla considerare "tua", quando capisci che passeresti volentieri il tuo tempo restante con lei, e l’amassi come se fosse l’unica cosa illuminata in un mondo buio. Vi è mai capitato di pensare che un figlio potrebbe cambiare le cose? No, non è così semplice la domanda, è chiaro che un figlio cambierebbe tutto, ma potrebbe ristabilire la tua scala di valori? Potrebbe soppiantare la madre nel ruolo di "amore della tua vita" o semplicemente le si metterebbe affianco? Onestamente è una cosa che mi dà da pensare e mi preoccupa un po’. Che ne pensate?
Celato da un’iridescente, eterea, corazza.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dovendo affrontare una vita come la mia, che non si è mai palesata nella sua bellezza, ma che per fare vedere la propria bellezza, ha imposto sacrifici, lotte, pianti, delusioni e miseria, ho dovuto creare una barriera mentale che mi imponesse come centro del mio universo, cementando codesta protezione con la cultura, che è strumento di comprensione, ma abbinata alla barricata mentale propria del mio Io, è anche causa di un allontamento progressivo dalle dinamiche sociali. Ogni caduta, ogni schiaffo, insomma... ogni delusione è stato un mattone posto per erigere questo muro. E’ un meccanismo di difesa, lo so... pur ostentando una sicurezza e una naturalezza e, perchè no, una bonaria cattiveria che sfocia nel sarcasmo più nero, sono sempre lo stesso bambino che, spensierato, passava i pomeriggi dietro ad un pallone. L’ho sempre saputo... ho continuato a guardare la vita tramite gli occhi di quel bambino, amando ogni cosa che potesse interessarmi e facendola mia, continuando a nutrire quella curiosa voracità di vita propria dei più piccoli. Vedevo in cosa mi stessi trasformando... non mi piaceva, ma continuavo a vedere il cambiamento... vedevo prima il bambino, poi l’adolescente, poi l’uomo, continuare a poggiare mattoni su mattoni, tanto che ad un certo punto mi sono sporto dall’impalcatura e ho visto che non potevo più scendere. Così, resomi conto di essere in una posizione di stallo, ho pensato bene di continuare il mio lavoro... certo che, in fin dei conti, non cambiasse più di tanto. Non ero consapevole che quella scala lontana ed ormai irraggiungibile, rappresentasse l’unica via di ritorno a quel bambino divenuto ormai uomo... avevo lavorato così duramente per ergere una barriera, che non sarebbe servita a niente, se non a scoraggiare il mondo esterno dal disturbare quell’uomo. Poi, ai piedi della torre si ferma una ragazza. Non sa niente dell’involontario prigioniero, come tutte le persone si limita ad osservare la costruzione senza senso. Lei però, a differenza degli altri ha un udito molto sviluppato e riesce a percepire i tristi argentei lamenti del ragazzo, rimanendo colpita. La ragazza, pur non essendone a conoscenza, era in possesso di uno strano potere: tramite la propria cultura, poteva evocare la pioggia in grado sciogliere il cemento che teneva assieme il fabbricato. Così, armata di pazienza certosina, ha divelto mattone dopo mattone, liberando il bambino fattosi uomo dalla corazza che si era creato. Quel bambino, adesso, può rivedere la luce del sole, che era diventato solo una lampada atta a illuminare l’irraggiungibile estremità della torre. Quel bambino è uscito dalla torre, è ritornato alla vita... è nato per l’ennesima volta ed è riuscito a vedere la sua liberatrice. Era tanto tempo che non vedeva niente di così bello, di così fragile, niente così dannatamente forte eppure così inerme, allo stesso momento. La ragazza non riteneva di aver fatto niente di così utile da meritare un ringraziamento, non riusciva a credere di aver impressionato quel giovane ragazzo, celato dall’arcigna corazza, non sapeva di avergli restituito la libertà. E’ vero che il ragazzo era appena rinato, ma aveva conservato tutta la sua curiosità e la sua cultura e il ricordo della torre, alle quali pensava come ad una vita precedente, come ad un bagaglio culturale con cui interpretare quel mondo nuovo... La ragazza non era pronta a ricevere il suo sguardo ed era timorosa... così, per ringraziarla, da quel giorno lui considerò lei come una creatura da proteggere, perchè prima di lei, la sua vita non era degna di essere vissuta. Da quel giorno, lei era diventata sua madre, sua sorella, sua amante, sua figlia... da quel giorno, per sempre.
Dedico questa mia riflessione a quella meravigliosa ragazza. Ma vorrei che queste parole potessero convincere anche tutte voi, donne... perchè potreste imbattervi in una torre, senza conoscere i vostri poteri, e potreste udire un lamento soffocato...