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NICK: raggioverde
SESSO: m
ETA': 33
CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
STATUS: sistemato

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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere


HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle


STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto


ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema


OGGI IL MIO UMORE E'...
strano


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)

 


MERAVIGLIE

1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)





“Cosa sarebbe un raggioverde? Una parte dell’ arcobaleno, una scossa elettrica che attraversa uno spazio dove manca l’aria, un fenomeno meteorologico, forse anche un estratto da un film futuristico...

"Dicen que soy medio tocado
pero yo soy lo que soy..."

(Erick de Timbiriche, "Amame hasta con los dientes")

Certo che "lo que soy" è tutto un altro mistero! E come ogni mistero che si rispetti, va rivelato piano piano...

Io sono più o meno così:
sono l’ unico portoricano che ha lavorato per un’ emittente radio di greci pontici (=venuti dal Mar Nero)
parlo cinque lingue e mezza, ho cominciato lezioni di una settima per poi lasciarle, ma mi piacerebbe imparare anche altre (soltanto non il tedesco per favore!)
il mio nome completo consiste di 4 parole
ho scritto un romanzo che non riesco a far pubblicare, mi piacerebbe scrivere anche altre cose ma spesso le comincio e poi non le finisco
ho delle tazze di caffé provenienti da
Taiwan, Cipro, Salonicco e Alessandropoli, nonché un posamatite da Belgrado, bicchieretto da Thasos e una rana peluche che fa "Coquí... coquí"
ho mandato un organizzatore di convegni a quel paese in cinese (non lo parlo ma lo parla il mio fratellone) davanti all’ ambasciatore della Cina
su una scheda per aspiranti lavoratori ho scritto sotto la rubrica "altre attitudini" che so "aiutare i gatti a fare le fusa"
ho fatto dei viaggi intercontinentali per motivi di studio a 16 e 17 anni
ho trasformato il futuro in un melone
canto quando non ascolta nessuno
insomma, sono sicuro come un canguro, esatto come un gatto, matto come un mattone e fuori come una piazza!

Ancora non si capisce un cavolino di Bruxelles? Allora leggetelo sto blog e forse tutto diventerà un pò più chiaro... e forse no! ”

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giovedì 21 agosto 2003
ore 15:37
(categoria: "Vita Quotidiana")


Ci siamo... (-7)
Non direi che mi faccio paranoie anche se ho ancora dei preparativi da fare... direi che l'anticipazione, le aspettative cominciano a impadronirsi di me.

Questo è il periodo di prova per il lavoro... se mi offrono un salario decente, se riesco a lavorare bene in questa ditta, cosa mi fanno fare. E anche per Napoli stessa: se mi piace (e se non mi piace quali alternative ci sono), cosa riesco a scoprire, che sensazioni sperimenterò. Ovviamente un mese non sarà abbastanza tempo per fare vere amicizie, ma spero almeno di fare alcuni contatti simpatici.

Forse dovrò cercare una casa. Non so se potrò avviare la procedura dell' assunzione di già, o se i documenti che avrò con me saranno sufficienti per certificarmi come traduttore / interprete e sfuggire ai mostri delle quote migratorie.

Insomma, ricomincierò assolutamente da zero... e per prima volta dopo vari anni, dovrò cominciare il lavoro alle 08.30 (mi sa che mi porto il frappeggiatore in ufficio).

Comincio già a salutare amici e amiche, tutti lo sanno che poi tornerò tra un mese, ma cominciano anche loro ad abituarsi all' idea che stavolta potrei veramente partire. Questo fine settimana saluterò Kostas e Stavros... e anche le spiagge della Calcidica.

Chi mi suggerisce una bella colonna sonora per la mia avventura napoletana... o una canzone per chi arriva in una nuova città per rifarsi la vita da capo?

Mi dico sempre "vai coniglio vai..." -- sono restato in sosta da troppo tempo, adesso occorre spiccare un salto in avanti. Basta freni emozionali, passione al massimo!

Sempre ho in mente gli unici obiettivi importanti:
1) Abitare in un posto che sentirò come bello...
2) Abitare in un posto che sentirò come mio, dove sarò accettato dalla gente lì come se fossi anch' io dello stesso luogo (o da abbastanza gente)
3) Una donna, quella che sarà amante e amica, compagna di gioie e lotte, di viaggi e riposi, quella che mi bacerà l'anima e la bacerò dappertutto...

Come direbbe Umberto Eco, restum valet un fico seco...


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domenica 17 agosto 2003
ore 16:26
(categoria: "Poesia")


Finale di "Stella Sbandante" (L'incontro con Franco Amantia)
Che emozione -- oggi ho finito di scrivere il mio romanzo!

Ecco l'ultima parte dell' ultimo capitolo, fresca appena sfornata:
(N.B.: Franco Amantia, Salvatore Amantia e Luca Strazzera sono tutti personaggi veri)

“Adesso non sei più una stella sbandante, Marina,” le disse Ivo mentre guardavano l’entrata dei naveganti, “sei una stella annacante.”
“E noi siamo i portatori incoraggiati,” aggiunse Piero in un tono quasi solenne, “e voi le nostre fonti d’ ispirazione.”
C’era qualcosa nell’ atmosfera, nella musica o nei colori, o forse era anche la sensazione di sentirsi ancora dedicati alla processione, che impediva a loro di partire. Anche se si allontanavano brevemente per prendere un caffé o qualcos’ altro da bere, o per sgranchirsi le gambe, poi tornavano allo stesso posto. I gruppi continuarono ad arrivare, ognuno inserendo qualche tocco particolare di maestria nella sua entrata: forse una marcia insolita, un movimento diverso nel modo di avvicinare il mistere alla chiesa, qualche effetto visivo creato dal modo degli addobbi di argento di riflettere il sole mattutino del sabato. E mentre la processione avanzava lentamente verso il suo fine, parlavano principalmente di questa, dei suoi dettagli, di quello che avevano visto e sentito, le differenze tra essere spettatore e partecipare.
Appena prima dell’ arrivo del ceto del popolo, i quattro amici notarono qualcosa che non era successo nelle altre entrate. Venivano vicino all’ entrata della chiesa molti massari in divisa, consoli che riconoscevano come quelli di altri ceti e altre persone che non conoscevano, sopratutto molti uomini in giacca e cravatta. Alcuni arrivavano quasi correndo. Il pubblico, che aveva già cominciato a scarseggiare dopo le prime cinque entrate, adesso diventava nuovamente numeroso, con tanti sguardi pieni di anticipazione.
Quando si avvicinò il mistere dell’ ascesa al Calvario, si notava che un uomo basso e baffuto, coi capelli castani e gli occhiali, guidava il mistere. Il suo sguardo sereno ricordava a Marina l’ espressione di Cristo in alcuni dei gruppi sculturali. Altri invece, vicino a lui, non erano per niente sereni: i due portatori alle punte delle aste anteriori, uno in divisa da massaro e l’ altro in giacca e cravatta, piangevano in silenzio mentre tenevano il mistere sulle loro spalle, senza che l’emozione alterasse il ritmo della loro annacata. E poi Marina ricordò dove aveva visto quell’ uomo.
“Floriana,” chiese alla sua amica, “quel signore non l’abbiamo visto anche mercoledì, davanti alla barraca dove si incontrano le due Madonne? Se mi ricordo bene, teneva un cero lungo.”
“C’era allo scambio del cero, hai ragione,” rispose Floriana, “ma non so chi è.” Si girò per chiedere qualche spiegazione a un giovane massaro che stava accanto a lei e guardava il mistere.
“Si chiama Franco Amantia,” rispose il massaro in una voce tremula che difficilmente riusciva a controllare, “sta male da mesi, è il migliore di tutti noi…” e poi si allontanò, coprendosi il viso con le mani, lasciando gli altri ancora più perplessi di prima.
“Cerchiamo anche noi di entrare nella chiesa,” propose Piero, “quando entreranno i nostri qualcuno ci potrà spiegare, forse uno dei consoli o dei ragazzi.”
Mentre i portatori eseguivano l’annacata finale dell’ entrata, condotti da Franco Amantia, l’emozione dei presenti diventava sempre più evidente. Sguardi alterati, teste abbassate, occhi piangenti e asciugati da fazzoletti. Con accordo tacito, Marina, Ivo, Piero e Floriana rimasero a guardare l’entrata del gruppo in chiesa fino alla partenza della banda. Sentivano il nome di Franco Amantia ripetuto in tante conversazioni attorno a loro, ma non riuscivano a cogliere cosa si diceva. Muovendosi lentamente tra la gente, i quattro amici girarono l’angolo a sinistra, andando in senso contrario alla processione. Arrivava il mistere della sollevazione della croce, quello che curavano i falegnami, carpentieri e mobilieri. Più lontano, i pittori e decoratori portavano il gruppo della crocifissione, col soldato romano che colpiva il costato di Gesù con la sua lancia.
Per motivo della presenza di tanta gente, arrivarono nel cortile della chiesa dopo più di cinque minuti, poi entrarono alla chiesa stessa dalla porta laterale. Anche lì dentro succedevano tante cose contemporaneamente. I massari portavano nella chiesa il mistere della sollevazione, e dopo un ultimo colpo di ciaccola lo posarono accanto agli altri misteri già entrati. Due uomini si sforzavano per togliere le aste dalla piattaforma del gruppo dell’ ascesa al Calvario. I portatori e i consoli dei gruppi che avevano già concluso il loro contributo alla processione si scambiavano gli auguri per la Pasqua, con tante strette di mano e tanti abbracci; alcuni di loro uscivano dalla porta del cortile, mentre altri restavano per vedere le entrate restanti, aspettavano qualcuno o semplicemente si aggiravano nella chiesa, vogliendo ancora cogliere l’atmosfera della processione. Arrivò nella piazzetta davanti alla chiesa la crocifissione e molti cercarono una posizione strategica all’ interno che permettesse a loro di osservare quello che potevano dell’ annacata attraverso il portone. Anche la musica delle bande si poteva sentire dentro.
Eseguirono le loro entrate i gruppi della crocifissione, della deposizione e del trasporto al sepolcro. Restava soltanto il mistere di Cristo nell’ urna, quello che anche Marina aveva portato, e poi ci sarebbe il momento culminante della processione, l’ entrata della Madonna Addolorata. Ivo, guardando verso la piazzetta quando arrivò la processione dei pastai, disse a Marina, “Potevamo esserci anche noi.”
“Hai ragione, tesoro,” gli rispose, “ma così abbiamo potuto vedere tutte le processioni insieme. Non dirmi che ti sta venendo la malinconia.”
“Accanto a te? No, no,” Ivo scuoteva la testa, “hai fatto bene a portarmi qui. Adesso devo portarti a Montréal, conoscerai anche i miei.”
“Se hanno portato te al mondo, saranno certamente gente ottima,” Marina gli disse con un sorriso. E poi tutti e quattro si misero a guardare in silenzio l’ arrivo, l’annacata finale, la spinta dei consoli e l’entrata e la posata finale di quello che era diventato il loro mistere. Senza il bisogno di dirsi niente, si avvicinarono ai loro compagni di processione, scambiandosi gli auguri con loro. Alcuni dei massari chiedevano se Ivo e Piero ci sarebbero anche il prossimo anno.
“Senza rancore,” disse Ivo al caporale Catanzaro, “io dovevo accontentare Marina e non mi scuso per questo. Auguri.” Il caporale sembrava ancora un pò stupito. Floriana e Giulia parlavano del matrimonio di questa, che si svolgerebbe pochi giorni prima di Ferragosto, forse anche Floriana potrebbe esserci. “Prima che io torni su, parla con Enrico e così ci incontriamo tutti.”
Dopo di aver salutato tutte le ragazze e anche alcuni dei portatori, Marina trovò il capoconsole Marettimo, che era stato anche il suo datore di lavoro.
“Signor Natale, vorrei ringraziarla per tutto quello che ha fatto…” cominciò, ma la interruppe alzando la mano. “Cosa dici, Marina, Floriana è anche nipote mia. E poi, adesso che sei stata anghe sutta le aste, non devi più chiamarmi Signore, soltanto zu’ Natale.”
“Ma io il ringraziamento lo devo dare comunque, zu’ Natale,” rispose lei, abbracciandolo spontaneamente. “Per tutto, non soltanto la processione.”
“Marina, sei ‘na piciotta in gamba,” il capoconsole le pizzicò la guancia, “e mi hai portato anche due massari. Io ti chiedo soltanto questo, ogni volta che torni a Trapani, vieni all’ albergo per suonare o cantare un pò.” Ma poi si ricordò qualcosa. “Aspetta, c’è qualcuno che il tuo ragazzo e tuo frate dovrebbero conoscere. Dopo la trasuta dell’ Addolorata, falli venire un attimo.”
Tutta la gente del ceto si era scambiata gli auguri, ma nessuno andava via, perche tutti aspettavano l’ arrivo della Madonna. Prima della statua stessa, arrivava il corteo delle devote vestite di nero, col capo coperto, che portavano i ceri lunghi. Non erano tutte vecchie, c’erano anche molte di meno di trent’anni; era il corteo più grande di tutta la processione. Alcune di loro erano pure scalze. Poi arrivò nella piazzetta l’ Addolorata stessa, con l’abito nero coperto di voti, cosparso di petali di fiori lanciati da qualche balcone in una strada vicina. I suoi massari indossavano un abito particolare, bianco e rosso, di una tonalità tra il rosso e il granata, in un tentativo evidente di ricordare le casacche delle vecchie confraternite. Anche questa volta, l’annacata finale, la statua che entrava in chiesa col volto verso il pubblico, come un ultimo saluto al popolo trapanese. E poi si chiuse il portone della chiesa, era finita la processione per quest’ anno.
Marina portò Ivo, Piero e Floriana vicino a Natale. Lui li condusse a un lato della chiesa, davanti al mistere dell’ ascesa al Calvario. Lì stava un massaro maturo, non molto alto, coi capelli scuri ricciuti, lo sguardo stanco, gli occhi rossi.
“Auguri, Salvatore,” gli disse Natale e gli strinse la mano, toccandogli la spalla con l’altra. I quattro amici si guardarono all’ istante, lo stesso pensiero invase le loro menti contemporaneamente: era figlio di Franco Amantia, era lo stesso uomo che avevano visto portare il mistere nella chiesa!
“Auguri, Natale,” disse Salvatore, abbracciandolo. “Chi sono i tuoi amici?”
“Ragazzi,” disse Natale dirigendosi verso loro, “vi presento Salvatore Amantia, caporale massaro. La sua famiglia sta nella processione da generazioni, come anche lui da quando era ragazzino. Salvatore, ti presento mia nipote Floriana, Marina, e i miei portatori nuovi Piero e Ivo.”
Strinsero tutti e quattro la mano di Salvatore. Tutti avevano le stesse domande in mente, ma non osavano dire niente.
“Voi non abitate a Trapani, vero?” chiese Salvatore.
“No, abitiamo tutti ad Aisievi,” rispose Floriana.
“Di noi soltanto Floriana è trapanese,” aggiunse Marina, “mio fratello ed io siamo di Aisievi e Ivo… lo diventerà.” Ma poi si rese conto che Salvatore sembrava un pò distratto, guardava intorno, faceva cenno di avvicinarsi a qualcuno più in là.
“Papà,” disse Salvatore, guardando alla sua destra. “Pensavo saresti tornato a casa.” Anche tutti gli altri guardarono nello stesso senso, videro che Franco Amantia si avvicinava a loro. La somiglianza tra padre e figlio era evidente.
“Non potevo perdermi a trasuta di Maria,” rispose Franco. “Buongiorno, Natale.” Strinse brevemente la mano del capoconsole e poi il si fermò al vedere Floriana. “Tu sei nipote di Aurelio e Luisa Adragna, vero?”
“Sì, sono la figlia di Gasparre e Lucia,” rispose lei, sorpresa di essere riconosciuta. “Ma come mai lo sapeva?”
Franco sorrise. “Somigli alla tua madre quando anche lei stava nella processione dei pastai. E poi ricordo tua nonna che di notte portava il caffé a noi massari, quando non c’erano ancora le macchine. Non è soltanto la mia famiglia che sta nei misteri da anni.”
Natale presentò anche gli altri. “Marina cantava e suonava la chitarra nel mio ristorante l’anno scorso, non so se l’hai sentita. Piero è suo frate, Ivo è quello che spacca tutto per lei.” Ovviamente qualcuno gli aveva raccontato tutti i particolari del battibecco con Giovanni Catanzaro.
“E voi ragazzi,” disse Franco, dirigendosi a Piero e Ivo, “avete portato l’ urna adesso per prima volta, vero?”
“Floriana e Marina ce l’hanno chiesto da gennaio,” disse Piero, “non potevamo dire di no.”
“L’ ha portato anche Marina,” aggiunse Ivo, tenendola per mano.
“Avete fatto bene,” rispose Franco, “u mistere si deve portare con amore. Ricordo anch’ io com’ era stare sutta la vara per prima volta, non si dimentica, ho visto anche tanti altri alla loro prima battuta.” Era così la processione, cambiavano i nomi e i volti, ma rimaneva sempre l’emozione. “Vedete quel signore?” Con la mano, segnalò un uomo alto in giacca scura, coi capelli ricciuti e gli occhiali, di circa quarant’ anni, evidentemente stanco, che stava accanto a una delle colonne rosse della chiesa. Lo stesso che era entrato alla chiesa in lacrime, in punta d’asta accanto a Salvatore. “Era un piciotto di dodici anni e camminava accanto al mistere ‘Ecce Homo’ che portavo anch’ io, appoggiava la mano sulla vara e seguiva il nostro passo. Un carabiniere cercava di cacciarlo via, io ho detto ‘è figghiu meu, sta con me’ e gli ho messo il mio berretto in testa, durante l’entrata mi appoggiavo su di lui. Ora è il maestro cerimoniere di tutta la processione, si chiama Luca Strazzera. Luca, vieni qua!”
Si avvicinò anche Luca, ma era troppo commosso per dire molto. I ragazzi si congratularono con lui per la processione, si espresero onorati di aver potuto partecipare. Lui li ringraziò con cortesia.
“Siete stati nella processione tutti insieme per prima volta,” disse Franco. “Per me è stata l’ultima volta. Il prossimo anno, quando tornerete ‘n Trapane pi misteri, ricordatevi di me, perche non ci sarò più.”
“Ma, Signor Franco… lo sa?” chiese Marina, in una voce debolissima. Apriva e chiudeva gli occhi velocemente. Voleva che fosse il contrario, sarebbe restata volentieri per ore intere con questo signore ad ascoltarlo raccontare i suoi ricordi della città vecchia e dei misteri, magari anche sentirlo consigliare anche i ragazzi sul modo di portare un mistere.
“Lo sappiamo.” Salvatore e Luca dissero allo stesso momento. Anche Natale annuì senza parole.
“Dai, figghia, non piangere.” E Franco Amantia abbracciò Marina, come fosse dovere suo di consolarla. “Canterai una marcia per me.”
“Ci saremo, è una promessa,” disse Ivo, guardando brevemente in alto. Tutti e quattro si abbracciarono con Franco, con Salvatore, con Luca. Si scambiarono l’ addio, gli auguri per la Pasqua. E poi uscirono dal cortile della chiesa, tornarono prima nella piazzetta quasi vuota e poi in Corso Vittorio Emmanuele, dove i poliziotti stavano togliendo le ultime transenne. Le nuvole si ammucchiavano lentamente, ma ancora scorgeva il sole.
“Andiamo a casa di zio Ciccio, ci aspettano per il pranzo,” disse Floriana, “e poi dobbiamo riposarci un pò, semu stanchi morti.” Prese la mano di Piero e cominciarono a camminare verso Palazzo Cavaretta.
Marina guardò indietro per un attimo. Poi portò il suo braccio attorno al corpo di Ivo. Salutò il suo enigma e riprese la sua strada.


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domenica 17 agosto 2003
ore 00:41
(categoria: "Accadde Domani")


Conti alla rovescia...
E ora che è passata anche la mezzanotte italiana, siamo ufficialmente a -11 dalla partenza:
Restano ancora tante altre cose da fare, tra l'altro devo far riparare una porta che da sul balcone, tradurre la mia dichiarazione dei redditi, legalizzare alcuni documenti, portare la gattona dal veterinaio (sarebbe bello che arrivasse anche il rinnuovo del mio permesso di soggiorno qui)... quasi mi viene di chiedermi cosa devo dimenticarmi di fare!

Mi metto già a chiedermi cosa farò durante il mio primo fine settimana, come sarà il nuovo lavoro, chi potrò incontrare (purtroppo la mia speranza di farmi una rete di futuri conoscenti scovati con l'aiuto di amici non sembra potersi avverare, quindi dovrò avvalermi delle proprie dubbiose capacità di conoscere gente nuova senza l'aiuto di una tastiera)... per fortuna riceverò alcune visite simpatiche!

Ma la tappa decisiva non sarà durante questo mese che viene (soltanto dal punto di vista che se mi fa schifo Napoli, meglio scoprirlo subito), sarà dopo, quando dovrò mangiarmi tutte le procedure per l'assunzione ufficiale e poi l'ottenzione del visto... potrebbe durare da 2 settimane a una quantità indeterminabile di mesi (se si esauriscono le quote). Quindi non mi affretto a cantare vittoria, a sentirmi già trasferito...
Comunque almeno conoscerò qualcosa di nuovo! Se dipendesse da me, partirei anche domani.

C'è anche un altro conto alla rovescia... quello del romanzo. Infatti spero di finirlo domani, mi manca soltanto scrivere l'incontro con Franco Amantia. Alcuni forse penseranno che il capitolo finale (una specie di epilogo dopo la risoluzione della trama) sia troppo lungo, ma so che c'è molta gente che comprerà questo libro principalmente per leggere quel capitolo (vedi trapanesi). E poi avrò finalmente la soddisfazione non soltanto di essere diventato uno scrittore, ma sopratutto di aver portato a termine qualcosa a cui ci tenevo e ho dedicato molto tempo (visto che è da un pò meno di 2 anni che lo scrivo). È una cosa che sento molto mia, parlo anche con amici miei di Ivo e Marina come se fossero delle persone vere.

E poi dovrò prepararmi per due cose che non mi ispirano molto: cercare casa (per poi fare un trasloco) e cercare un editore (che forse vorrà un sacco di soldi, o vorrà che io cambi cose che ho scritto, etc.)

Potrei anche prendere in considerazione i "conti" nel senso banale della parola, ovvero quanto guadagnerò dal nuovo lavoro a Napoli (che non so ancora come sarà a livello quotidiano), che tipo di spese mi toccherà fare, etc. ma per ora manco ci penso, questo è soltanto un dettaglio, una delle parti meno importanti di tutta questa faccenda.
Comunque, l'importante è andare avanti... e se credessi che questi due fronti (Napoli e romanzo) non fossero dei passi in avanti, avrei rinunciato tempo fa!


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giovedì 14 agosto 2003
ore 10:44
(categoria: "Poesia")


Poemino dedicato alla simpaticissima Emily
In onore del nostro "giochettaggio" di ieri sera (troppo TROPPO divertente)dedico il poema seguente ad Emily...

Ti offro in omaggio
Assieme a questo messaggio
Un ramo di fiori di maggio
Da questo strano personaggio
Che adora mangiare formaggio
Ma nei confronti del tatuaggio
Malgrado qualsiasi sondaggio
Adotta un totale boicotaggio
(Cavoli! Non sono saggio
adesso rischio un pestaggio
forse anche un linciaggio
o mi prenderanno in ostaggio
assieme a qualche vile paggio
o parente di Roberto Baggio
o discendente di Joe DiMaggio
e farò la fine di uno scarafaggio)

Ti offro un bel passaggio
Fino allo scalo d’ alaggio
A vedere navi all’ ancoraggio
O nel bacino di carenaggio
Di grande o piccolo cabotaggio
Esempi della storia e del retaggio
Forse anche ancora in imballaggio
O con la carena di legno di faggio
Senza recarti nessun oltraggio
O paure di abbordaggio
Al massimo facciamo un arrembaggio
Dimostrando il nostro coraggio
Arrivando per via del cablaggio
E poi ci prendiamo un assaggio
Accompagnato da qualche beveraggio
Evitando però ogni sovradosaggio
Sulle barche di salvataggio
(Sei stanca? Ti faccio un massaggio!)

Questo breve in rima saggio
Non è oggetto di sciaccallaggio
Nemmeno frutto di copiaggio
Ma se vuoi farne un cortometraggio
Faccio volentieri ogni speakeraggio
O forse anche il doppiaggio
Nascosto nell’ ombra del sottopassaggio
Per sfuggiare allo spionaggio!

Ti “abbraggia” il tuo Raggio.


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martedì 12 agosto 2003
ore 18:24
(categoria: "Pensieri")


Regali virtuali per varia gente
Volevo scrivere qualche descrizione delle mie miniferie ma manco di ispirazione oggi... quindi scrivo che regali vorrei fare a vari spritzini e varie spritzine con cui ho parlato qualche volta.


Webmaster Davidoff: un aiutante (così avrà più tempo libero)
Strega: abbiamo già fatto un accordo, mozzarella di bufala e caffé turco (altrimenti le regalerei un gattino nero)
Tia77: l'attrezzatura per fare la sua gelateria
Ivory: un elefantino senegalese (sto parlando di una statuetta, naturalmente!)
Morgana: una zanna di mastodonte (lei sa cosa farne) e una copia di "tutti i diritti del lavoratore"
Giulietta: visto che non lo trova da sola... il suo specchio
Mirror: lei è già uno specchio, quindi... una bella cornice!
Albxxx: un chilo di un certo formaggio greco...lui sa quale
Algot: biografie di giornalisti
Fgth: un consulente per la prossima campagna politica
Cesca-80: visto che sta in costume da bagno e non deve prendere freddo, un bel asciugacorpo multicolorato
Emily: un libro di filosofia cinese
Corivorivo: un completo nautico per la nostra skipper!
Jessicaus: un peluche esotico (un pappagallo tropicale?)
RickyM: per l'uomo sportivo... una mountain bike
Laurina: una poltrona massaggiante da tenere in cooperativa
Emiglino: alcune bombole di vernice spray per la sua carriera di writer
Phelt: liquori tradizionali greci di varie frutte (ne ho trovato anche di noci!)
Irenek: una bandiera della pace

Queste sono le idee che mi vengono in mente finora. Statemi bene! (e se ho dimenticato qualcuno, non prendertela... forse non ci conosciamo ancora abbastanza bene, o forse non ho trovato ancora il regalo giusto per te!)


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lunedì 4 agosto 2003
ore 22:57
(categoria: "Accadde Domani")


Sarò fuori...
Non fuori di testa... perche lo sono già.
Non fuori combattimento... perche quella è soltanto una condizione provvisoria che ho conosciuto varie volte, però poi mi sono sempre risollevato.
Non fuori orbita... perche non sono un astronauta.
Non fuori gioco... perche quando gioco a calcio d'abitudine sono un difensore.

Invece la risposta giusta è: fuori città!
Accade domani.. parto per vedere il mio amico Pashalis a Komotinì, insieme gireremo per la Tracia, mi porterà in alcune spiaggie poco conosciute della zona, vediamo se lo convinco ad andare anche alla riserva naturale del delta del fiume Evros!

Tornerò lunedì probabilmente.
se vi manco... lasciatemi un messaggio!


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venerdì 1 agosto 2003
ore 21:44
(categoria: "Poesia")


più del Capitolo 23 di Stella Sbandante -- la battuta di Marina
Tutte queste strade erano ormai delle vecchie amicizie per Marina, le riconosceva dopo pochi passi. Le strade strette dove appena riuscivano a passare i misteri e i portatori, le piazze dove si girava, gli edifici che passavano. Il percorso attraversava il centro storico, poi prendeva il Corso Italia per una breve distanza, cambiando varie strade, passando anche davanti alla stazione ferroviaria, fino ad arrivare a Piazza Vittorio Veneto e poi Piazza Vittorio Emanuele, dove il vescovo concederebbe la benedizione tradizionali ai misteri alle otto di sera.
Dopo di aver fatto il giro della piazza, i portatori posarono il mistere, come avevano fatti anche quelli degli altri ceti. Anche i musicisti delle bande potevano posare i loro strumenti e concedersi una pausa. I consoli davano a ognuno dei portatori e processanti una piccola tessera che li permetteva di prendersi qualcosa da mangiare gratis da uno dei bar vicini. I trapanesi ammiravano i gruppi sculturali da vicino, alcuni fotografi e turisti passavano da un mistere all’ altro scattando fotografie. La gente di ceti diversi si incontrava all’ estremo della piazza o nelle strade vicine, tutti parlavano soltanto della processione.
I quattro amici si unirono di nuovo, si abbracciarono tutti insieme. “Ammonì a pigghiari un pocu ri mangiari,” disse Sandro, uno dei massari, al passare accanto a loro. Aveva portato il mistere davanti a Piero durante l’ ultima ora.
“Nun ti preoccupari, facemu n’tempu,” rispose Floriana mentre massaggiava la spalla di Piero. Anche loro andarono verso i bar dove si dirigevano gli altri partecipanti del loro ceto. L’ afflusso di tanti clienti in un breve periodo rendeva la situazione all’ interno dei bar leggeramente caotica. Camminare per ore intere, anche senza l’asta sulle spalle, metteva fame. Lì si incontravano tutti, i portatori, i consoli, i processanti, gli amici, i parenti e tanti altri che seguivano la processione.
“Come vi sembra la processione finora?” chiese Marina ai ragazzi una volta che tutti avevano preso del cibo, un panino o un trancio di pizza.
“Impressionante,” disse Ivo mentre teneva in mano un trancio di pizza coi pomodorini, “ancora più di quanto mi dicevi.” Poi fece sparire il trancio in meno di un minuto.
“Meno male che ci avevate detto di allenarci,” aggiunse Piero, ma con un sorriso che dimostrava che le sue parole erano prive di amareggiamento o cattiveria.
“Per noi che siamo di Trapani,” disse Floriana, “è tutta un’ emozione particolare. Ci sono tanti che la vedono ogni anno dallo stesso posto, che da alcune settimane prima non riescono a parlare di altro.”
Immediatamente dopo di aver mangiato, tornarono nella piazza per la funzione religiosa e il discorso del vescovo. Quelli che avevano portato un mistere, quelli che avevano sfilato davanti o dietro, tutti si riconoscevano, si salutavano pure alcuni sconosciuti. A volte Floriana presentava agli altri qualche persona che conosceva dalle processioni degli anni precedenti o dal quartiere di Trapani dove abitava prima. Per queste ore, tutti appartenevano al popolo dei misteri. La dispersione della gente di tanti ceti nelle varie zone della piazza la faceva diventare un mare di colori, attorno ai colori delle sculture stesse e degli addobbi floreali.
Il discorso del vescovo cercava di spiegare legami tra le sofferenze di Cristo raffigurate dai misteri e le sofferenze presenti nel mondo di oggi. Marina lo ascoltava, accanto alle tre persone che aveva di più nel suo cuore, e le parole che sentiva assumevano anche altri significati. Anche lei stava lì, come diceva il vescovo, monsignor Miccichè, “per soddisfare un bisogno dell’ anima.” Lui accennava all’ immagine del Calvario, non per caso il mistere che apparteneva al popolo intero: “Le nostre case, scuole, uffici, piazze, strade sono calvario in cui si consumano le tragedie di tante vite spezzate, crocifisse, ferite. Famiglie dove non si respira amore…” Sì, anche Marina aveva conosciuto questo, sapeva che molto facilmente anche la sua vita avrebbe potuto risultare così. “… dove ognuno rimane solo con i suoi crucci, i suoi drammi e le sue tragedie.” Ma per fortuna lei non era restata sola. Poi questo giorno e questa processione non servivano soltanto a ricordare la crocefissione di Gesù e la sua morte, ma anche la sua resurrezione che si festeggerebbe dopo altri due giorni. Come Marina aveva sofferto il suo proprio martirio, ma ormai, dopo tanto tempo, aveva potuto ricominciare, trovare una vita nuova. Prese la mano di Ivo, la portò alla sua spalla, lo abbracciò senza parole, stringendosi contro di lui. E lui capiva, Marina si accorgeva, vedendo come il suo sguardo si girava verso di lei, sentendo le mani di lui attorno alla sua vita, forse entrambi pensavano alle stesse cose. Rimasero abbracciati così fino a quando una ciaccola li richiamò alla realtà: la processione ricominciava, anche il dovere. Adesso tutti i gruppi dovrebbero avanzare per la Via Fardella, la strada principale della Trapani moderna, fino a Piazza Martiri d’ Ungheria e poi tornare verso il centro. Una gran parte della notte si impegnerebbe così; i portatori cercherebbero di avanzare rapidamente con le “arrancate”, muovendosi in avanti senza l’accompagnamento della musica, per evitare ritardi e distacchi troppo grandi tra i gruppi. Vederli tutti partire di nuovo era come una seconda uscita, anche una nuova affermazione: la città cambiava, tante vite e tanti ruoli cambiano, ma la processione ci sarebbe ogni anno.
Lungo tutta la via, c’era tantissima gente che guardava la processione, ma la loro non era soltanto attenzione passiva, vari erano amici o parenti dei partecipanti e parlavano o camminavano brevemente con loro quando si presentava l’occasione. Poco a poco cominciavano a venire anche altri ragazzi per permettere alcuni minuti di riposo ai portatori. Se erano parenti o amici della gente del ceto, venivano accolti con piacere, con sorrisi e gesti simpatici. Altri, meno conosciuti e spesso più giovani, dovevano chiedere permesso ai massari, che non lo concedevano sempre. In un momento Marina si girò indietro e vide Nino chiedere e ricevere il permesso di portare il mistere; il suo posto era davanti e a sinistra. Cinzia, la moglie di Agostino Marettimo, portò dei bicchieretti di caffé ai portatori; il figlio di un massaro teneva una ventina di boccette d’ acqua per tutti in una busta plastica. I consoli venivano ad avvertire che si doveva avanzare più velocemente, i salinai cominciavano a prendere un distacco. I colpi di ciaccola, le alzate e i passi striscianti, il mistere avanzava illuminato dai ceri lunghi ai bordi del gruppo.
Durante le ore notturne, sopratutto dopo la girata della processione in Piazza Martiri d’ Ungheria e l’inizio del ritorno verso il centro, tutto diventava un pò più libero. Marina poteva andare un pò più avanti, però senza passare il limite dello stendardo del ceto. Riusciva a vedere la scultura del trasporto di Cristo al sepolcro portato dai massari e più lontano, le ragazze dei salinai vestite di nero, come di lutto. Poteva anche parlare brevemente con Floriana o alcune delle altre ragazze, come Sonia che lavorava all’ albergo, o Giulia Di Giacomo, che era andata alle elementari con Floriana e si sposava quest’ estate. Tornava anche indietro, lanciando alcuni sguardi fugaci verso la statua espressiva della Madonna Addolorata che seguiva, annunciando la fine della processione. Aveva visto la statua anche nella chiesa, ma coperta dal manto nero e dai voti prendeva ancora di più le sembianze di una donna vera che aveva perso il figlio.
Mentre avanzavano i minuti e il gruppo, Marina trovava un nuovo ruolo. Andava vicino al sepolcro e ai portatori per parlare anche con loro, sapeva che non avevano per niente un compito facile. Con alcuni sorrisi, alcuni complimenti, anche alcune battute di spirito cercava di incoraggiarli tutti, non soltanto Ivo e Piero. Naturalmente se Ivo prendeva una pausa Marina si avvicinava e camminavano brevemente tenendosi per mano, e se Piero usciva parlava anche con lui, ricordandogli che dopo di aver portato il mistere, portare Argenta o forse anche Floriana in braccio sarebbe una cosa da niente. Ma senza negare la serietà della processione o l’importanza delle emozioni coinvolte, queste le capivano tutti soltanto guardando in avanti. A Marina toccò anche più tardi il compito di consolare Nino, quando dovette uscire perche gli faceva male il collo e si sentiva scoraggiato, incapace di portare bene il mistere come i grandi. Lo abbracciò, gli accarezzò la testa e gli disse “Nino, non è una cosa facile portare un mistere, molti non ci hanno neanche provato. Floriana ti farà un massaggio dopo e ti sentirai meglio, e se ti alleni bene il prossimo anno sarai più forte. Guarda come fanno gli altri, vedi che si stanno sforzando. A quindici anni non ero poi così brava con la musica, ci vuole del tempo.” E in un’ altro momento, quando stava accanto a Ivo, lui le disse “Amore, vieni un pò più vicino e fammi da appoggio.” Lei eseguì e Ivo posò il suo braccio sinistro sulla spalla di lei, trasferendole un pò del peso che sosteneva, fino alla prossima volta che i portatori posarono il mistere. Marina sorrise: quanti ragazzi avrebbero preferito anche farsi male prima di chiedere l’aiuto di una donna? E poi tornò al suo posto davanti al mistere, mentre il suo sguardo esplorava. Guardava i misteri che stavano più in avanti, gli alberi intorno alla via e la gente che seguiva la processione, coglieva il contrasto tra la tranquillità di una città normalmente addormentata a quest’ ora e la concentrazione dei portatori, dei consoli e dei processanti.
Il ritorno della processione nel centro storico creava un’ atmosfera particolare. Le candele e le forme delle statue creavano dei giochi affascinanti di luce e ombra sulle pareti degli edifici accanto alla strada. Anche a quest’ ora, c’era della gente che usciva al proprio balcone per vedere i misteri, alcuni calavano delle offerte usando dei cestini collegati a delle puleggie. Dopo la monotonia di Via Fardella, le strade strette che appena facevano posto ai misteri, le girate dei portatori, il percorso che non prendeva sempre la via più diretta, erano dei cambi benvenuti. Spontaneamente, quando i pastai si avvicinavano a Piazza Magistrale, Marina passò dietro e chiese ai portatori se potrebbe avere l’onore di fare una battuta con loro.
“Vediamo come si fa,” disse Massimo, “tu vorrai stare con Ivo e Piero, no? Allora se io mi sposto a sinistra e Sandro va un pò avanti…”
“Sto io in punta d’asta,” disse Piero. Cominciò una breve discussione tra i portatori di quale sarebbe la posizione giusta per Marina e come si sposterebbero loro per accommodarla. “Alla prossima calata, vieni dietro me,” le disse Ivo, toccando con la sua mano destra il punto esatto dell’ asta dove lei dovrebbe stare. Ma il caporale storceva il naso ante quest’ idea.
“Ma chi fissaria stai cumminannu,” disse ad Ivo con lo sguardo pieno di sdegno, “mettiri na’ fimmina sutta l’asta? Nunnè accussì chi si fa a prucissioni!”
“Ascuta!” rispose Ivo, guardando Catanzaro negli occhi. “Se non la lasci, parlo con Natale e tu non ci sei il prossimo anno. E adesso perderai tre portatori.”
“Quattru massari c’appizzi,” disse Salvatore Vattiata, il massaro giovane che faceva il balloncino.
“Cingue,” aggiunse Valerio, che lavorava a Varese e scendeva ogni anno per partecipare alla processione. “Idda, è una di niautri.” Perdere cinque portatori, addirittura i tre più alti, sarebbe una difficoltà seria.
“Stava babbianu, nun ti pigghiari a malu,” Fabio, che faceva il massaro da più di vent’ anni, cercò di calmare il caporale, “è soltanto una battuta.”
“Soltanto una,” annuì Marina.
“A posto, piciotti!” La voce del capoconsole Marettimo dominò il momento. Tutti i portatori presero i loro posti in mezzo secondo, anche Marina si mise sotto l’asta destra, dove le aveva indicato Ivo, mettendo la sua spalla sotto una piccola spugna attaccata all’asta. Piero stava dietro di lei. “Alza con le gambe, non con la schiena,” le disse tra il primo e il secondo colpo di ciaccola. E poi alzarono il mistere e cominciarono ad avanzare, strisciando i piedi in modo coordinato. Destra, sinistra, destra, sinistra.
“Sei sempre il mio balcanico ossessionato,” sussurrò Marina nell’ orecchio di Ivo e gli fece il suono di un bacio.
“Marina, mettiti a spadda chiù avanti, accussì nun ti pisa troppu,” le disse Valerio, che le stava a sinistra.
“E tienimi se vuoi,” aggiunse Ivo, “tutti ci stringiamo qui.” Marina portò avanti le sue braccia, aggrappandosi a lui. Il suo petto gli toccava la schiena. I loro sforzi si combinavano, non si potevano più distinguere, il peso del mistere li univa. La battuta durò pochi minuti, ma Marina sapeva che la ricorderebbe per anni. Quando si fermarono e Marina uscì da sotto l’asta, Piero le disse “Vedi quanta forza hai dentro di te, sorellina?”
L’itinerario continuò: Via Torrearsa, dove tanti anni fa Natale Marettimo aveva aperto il suo ristorante, il vasto spazio aperto della Casina delle Palme dove ora c’era il chiosco dell’ Azienda Provinciale Turismo, poi Piazza Lucadelli col vecchio ospedale. Dopo si tornava tra le strade strette come Via Nunzio Nasi, Via Custonaci e Via Corollai. Agostino si allontanò brevemente dalla processione, tornando immediatamente dopo con uno scatolone di dolci e un vasoio di bicchieretti di espresso da distribuire tra tutti gli integranti della processione.
Poco dopo arrivò l’alba. I gruppi precedenti erano ormai arrivati nella zona del porto peschereccio, a Piazza Scio i primi, altri al Largo delle Ninfe o più indietro, allo Scalo d’ Alaggio. In quella zona ricominciarono a suonare le bande dei ceti dei pescatori e dei pescivendoli. La stanchezza di tutti, ma sopratutto dei portatori, era visibile, adesso portavano il mistere e andavano avanti quasi meccanicamente. Alcuni avevano il volto più rosso di prima o le occhiaie, o il cappello macchiato dalla cera. Ma quando ricominciarono a suonare le bande, e i portatori ad eseguire le annacate, ognuno ritrovava la forza dentro di sé per eseguire ogni movimento. Anche la gente che li guardava sembrava avere ricuperato un nuovo entusiasmo. Poi, in una fermata, il capoconsole chiamò vicino a lui Marina, Floriana, Ivo e Piero.
“Avete fatto più che la vostra parte, ragazzi, e vi sono proprio riconoscente,” disse Natale, “ma visto che Ivo e Piero sono venuti qui per prima volta, è meglio se andate a vedere le entrate di tutti i gruppi, è qualcosa da non perdersi. Vi lascio liberi, so che vorrete stare insieme.” Dopo alcune proteste vane, i quattro amici salutarono velocemente tutti i loro compagni di processione di queste ore e attraversarono velocemente le strade del centro per arrivare vicino alla Chiesa del Purgatorio appena prima dell’ entrata del primo gruppo. La banda suonava la marcia “Ah! Si versate lacrime” che ormai tutti e quattro avevano imparato; Marina non poteva evitare di cantarla. L’ annacata finale del gruppo era un capolavoro di disciplina: i portatori attraversavano lo spazio davanti al portone della chiesa, avvicinavano il mistere all’ entrata e poi lo giravano, tornavano indietro, ripetendo questi movimenti più di una volta, come se non volessero che finisse la processione. Questo durava fino a quando tutti i consoli si schierarono dietro il mistere a dargli una spinta simbolica, e durante le ultime note della marcia, i portatori, senza interrompere l’annacata, portarono il gruppo sculturale dentro la chiesa mentre il pubblico applaudeva. La banda tirava dritto senza entrare nella chiesa.
“Ogni anno almeno un console piange durante l’entrata”, disse Floriana quando era entrato il gruppo, “l’emozione è tanta. Il lavoro di tanto tempo, poi tutta la processione, e poi vedi che finisce.” Rimasero dietro le transenne all’ altro lato della strada dall’ entrata della chiesa, vicino a dove Franco riprendeva le entrate con la sua telecamera. Guardavano le annacate finali dei gruppi, ascoltavano le marce, si scambiavano pochissime parole perche a volte le emozioni non ne avevano proprio bisogno. Come anche durante le entrate, Marina sentiva che le note delle marce scorrevano dentro di lei, e vedendo i volti di Ivo e di Piero, sapeva che per loro non si trattava più di una curiosità o qualche specie di folclore: erano diventati parte della processione e la processione era diventata parte di loro, era un legame in più che li univa tra di loro e li univa anche ai portatori che facevano entrare i misteri nella chiesa, ai musicisti che suonavano, a quelli che si facevano gli auguri e poco a poco cominciavano a partire, a tornare ognuno alla propria vita.


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lunedì 28 luglio 2003
ore 08:48
(categoria: "Musica e Canzoni")


Testi scombinati per teste scombinate 2
l'avevo promesso, quindi eccomi di nuovo...

Ragazze che non sanno mai che cosa c'è nel loro cuore hanno fame di soldi, hanno fame d' amore e corrono a cento all' ora. Fermati un istante, dove vai? La notte sembra perfetta... se vuoi andare in montagna ti porto, ma prima resta un pò con me, guardami dentro gli occhi e non verranno i briganti.

Quanta strada ho lasciato, quanti posti ho conosciuto, quante volte ho traslocato per cercare di più. Chi mi ha fatto le carte? Ma io non ci sto più e i pazzi siete voi!

Ti porterò alle spiagge d'oro, ti parlerò di quando c'era il mare, tu riderai, amica mia, e ancora, ancora giocherai con me. E senza fame e senza sete, senza ali e senza rete voleremo via mentre fa l'amore il sole con la luna.

C'era una gatta che aveva una macchia nera sul muso. Dimmi perchè siamo tutti matti, anche io e te, come cani e gatti. Alice, guarda i gatti!

Marco vuole andar lontano. Tu guardi l'ora, sai che col treno tra poco partirai nell' azzurrità di questi giorni, in una città troppo grande, una città che morde, che protegge e che minaccia.

Avevi le unghie laccate, negli occhi tuoi voglia di vivere il sogno più grande. Quanti mascalzoni avrai conosciuto? Non so chi vedrai, dove andrai, se crederai a qualcuno. Con uno sguardo solo capirai, non devi sospettare di quest' uomo particolare.

Generale, dietro la stazione il più grande conquistò nazione dopo nazione, arrivò davanti al mare e si sentì un coglione (probabilmente lo era). Chi è? Ama solo sé stesso, non vale la pena neanche di capire.

La storia siamo noi, siamo tutti matti, lui non sta con te, è vero, son poco per lei, ma qualche cosa non va. La cercherò su un' altra via, con un altro nome. Qualcos' altro apparirà.


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domenica 27 luglio 2003
ore 21:32
(categoria: "Musica e Canzoni")


Chi va, chi torna, chi parte, chi ricorda...
Due canzoni a questo riguardo:
UN DIA SE FUE (José Ramón)

Un día se fue
hacia una ciudad
un día se fue
queriendo otra oportunidad
un día se fue
buscando otro mundo
un día se fue

Y un día llegó
a esa ciudad
entonces buscó
amor y amistad
entonces buscó
la felicidad
cuando llegó

Y llegó a enamorarse
y llegó a ser feliz
y llegó a encontrarse
hasta que se tuvo que ir

Y un día se fue
no se quiso marchar
un día se fue
sin poderlo evitar
un día se fue
pensando en regresar
un día se fue

Y extrañó
a una bella mujer
y extrañó
a su amigo fiel
y extrañó
esos días de placer
todo extrañó

El tiempo pasó
y la felicidad
no la encontró
como en la ciudad
de noche soñó
con lo que pudo encontrar
el tiempo pasó

Pero con tanto tiempo
con la ciudad en el corazón
el deseo fue tan fuerte
que un día regresó

Y un día volvió
a la misma ciudad
de que se marchó
y se puso a buscar
lo que vivió
en aquel mismo lugar
cuando volvió

Y no encontró
a ese feliz ayer
no encontró
a su amigo fiel
y entonces lloró
por el perdido placer
entonces lloró

Lo que olvidó
es que no vuelve el ayer
que antes vivió
de que un día se fue
ya se marchó
la ciudad, como él
un día se fue

AHORA QUE ME MARCHO (José Ramón)

Te quiero decir
ahora que marcho
no me apagues el sol, no me cambies las calles
de otros años

Me preguntarán
"¿Amigo, de dónde eres tú?"
Y tu nombre diré, y sentiré algún orgullo
porque de aquí salí

Mantendré una imagen de mi tiempo junto a ti
tú eras mi pueblo y yo era tu hijo
quédate como antes como un favor a mi

No te puedo olvidar
me hiciste ser quien soy ahora
te recordaré, primera estación

El día llegó
que no me esperaba
ya que un niño no soy, siento que no es posible
más quedarme

Algo me pasó
que me empuja más allá
no lo puedo explicar, es algún deseo
de abrir las alas y volar

No borres lo que a través del tiempo conocí
las caras y los lugares que he querido
quiero que me estén enfrente cuando vuelva aquí

Te tengo en mi corazón
y prometo que un día de éstos
estaré aquí para volverte a ver

¿Mas qué te pedí?
Lo reconozco muy bien
que el día en que regrese yo, ya no seré
el niño aquel que recuerdan
el niño aquel que esperarán
no sé quien seré cuando te vuelva a ver

Los años se irán
y tú también cambiarás
las caras y los nombres se renovarán
otros a enamorarse
otros a estar en soledad
y otro cantará igual que yo
pero

Mantendré una imagen de mis años junto a ti
y la escribiré dentro de mi alma
que quede hasta una casa que la vuelva a ver

No te puedo olvidar
me hiciste ser quien soy ahora
te recordaré, primera estación

Te quiero decir
ahora que me voy, quien sea
que yo llegue a ser, te recordaré...


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sabato 26 luglio 2003
ore 23:34
(categoria: "Pensieri")


Humacao, Bucarest y otras sensaciones...
L' umidità è un argomento particolare per me, trovo che a Salonicco l'umidità non sia veramente tanta anche se la gente se ne lagna quasi continuamente. Dopo l'umidità portoricana e quella di Hong Kong (brevemente conosciuta nel 1989), la Grecia mi sembra un paese asciutto.

Stavolta, stasera però l'umidità mi ha fatto un piccolo scherzo. Oggi si è rinnovato il ciclo di caldo -- molto caldo -- evaporazione -- caldo insopportabile -- agglomerazione di nuvole e poi pioggia. Ovvero ha piovuto un casino per un' ora e mezza tra il pomeriggio e la sera. In qualche momento circa mezz' ora dopo la fine della pioggia, mi ero alzato dalla scrivania ed ero entrato in cucina per prendermi un bicchiere d'acqua. In quel momento ho sentito un odore particolare, meglio dire un misto di profumo e umidità, che mi ricordava proprio la casa dei miei nonni a Humacao, in Puerto Rico, dove non ci sono stato da 4 anni.

L'olfatto è un senso particolare, può anche svegliare ricordi. Nel 1994 ricordo quando in un momento l'odore del caffé "greco" (=turco) mi faceva tornare la sensazione che la Grecia mi mancasse. In una presentazione di whisky dove ho lavorato alcuni anni fa, il presentatore spiegava come insegnava alla gente a distinguere i gusti dei vari tipi di whisky prima attraverso l'olfatto e soltanto dopo provandoli in bocca. Anche altri profumi mi hanno portato delle memorie spontanee, non mi sono mai opposto a questo.

E così vedevo davanti a me il pavimento della loro cucina, di linoleo bianco con macchiette nere, lo spazio aperto della marquesina (come un salotto semiaperto, d'abitudine dove si mette l'amaca, in questa casa serve come passaggio dalla parte principale della casa (cucina, salotto, corridoio stretto e stanze) al giardinetto che sta dietro. Poi pensavo che non so proprio come e quando potrò tornare lì, in ogni caso so che non sarà più come prima, adesso che la nonna non vede più e siamo noi a dover cucinare per lei e il nonno è appena uscito da un ricovero in ospedale per un trauma intestinale e deve stare a letto.

Comunque l'immagine torna, la casa con decorazioni di vetro giallo e rosso al finale della Calle 13, il piccolo giardino, il posto davanti alla porta dove mettevamo l'albero a Natale. Appena ricordo i nomi dei vicini -- Gilberto e Lourdes da una parte, Don Angel (se vive ancora) all' altro lato della strada. In basso, oltre il giardino e il cancello, dopo la discesa della barranca (l'ultima volta che sono stato a Humacao, il nonno -- "el abuelito" per me -- curava ancora le piante lì), il piccolo ruscello chiamato Río Humacao. Prima c'era più acqua, ci nuotavamo dentro da bambini.
Ma questo mondo non lo conoscerò più così.

Inoltre ogni volta che torno lì mi sento un pò più extraterrestre. I miei parenti ormai sono quasi degli sconosciuti. Chi non mi conosce (ovvero quasi chiunque) mi prenderà per straniero perche non ho l'accento tipico dell' isola (tanto i miei genitori non volevano che l'avessi perche a loro non piaceva). La vita mi sembrerà noiosa come mi è sembrata tante altre volte, mi dirò sempre "non so cosa fare, non ho niente da fare". Ho conosciuto troppo del resto del mondo per sentirmi al mio agio in un posto piccolo.

Con tutto questo in mente (per l'ennesima volta), sono uscito al balcone, vedendo il mio panorama attuale. Le mura di Salonicco ad ovest, la casa non ancora costruita in faccia, qualche gatto che camminava per strada, dovevo anche sentire la musica stupida che ascoltano i miei vicini sconosciuti in due palazzi diversi.

Potrei aver deciso di fare una telefonata dai miei nonni (anche se non so quanto potrebbero parlare, prima la "abuela" faceva telefonate-fiume ma adesso con la sua salute non ce la fa). Invece ho telefonato due volte al mio amico Adrian (siamo stati coinquilini per 4 anni qui a Salonicco mentre lui faceva il dottorato), la prima volta lui non c'era e ho parlato con la sua madre. La seconda volta l'ho trovato e abbiamo conversato circa 40 minuti (tutto in romeno, la mia sesta lingua va meglio di quanto credessi!). Comunque non so se ce la farò in tempo a visitarlo a Bucarest (dove siamo andati insieme anche una volta nel 1997, sarebbe interessante vedere come sono cambiati la città e il paese in genere) o Piatra Neamt (la sua città natale)... tra l'altro ho promesso di visitare Pashalis a Komotinì e forse potrei anche ricevere un'altra visita dall'estero, insomma non mi bastano i giorni, considerando anche i lavori che devo svolgere!

Di nuovo mi trovo impegnato a lottare con le distanze, sia di spazio che di tempo... perchè non so che cambi porterà anche il futuro che si avvicina.

Stavolta non ci sono conclusioni, frasi fatte o riassunti. Escribo sólo lo que pensé, eso es todo.


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