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ONU - XX Assemblea Generale (1965):
"La XX Assemblea Generale dell’ONU (1965) dichiara la legittimità della lotta da parte dei popoli sotto oppressione coloniale, per esercitare il loro diritto all’ autodeterminazione e all’indipendenza.
Inoltre, l’Assemblea invita tutti gli Stati a fornire assistenza morale e materiale ai movimenti di liberazione nazionale nei territori coloniali".

ONU - Risoluzione 1514
"L’Assemblea Generale dichiara che: la soggezione dei popoli a dominio straniero, conquista e asservimento costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali, è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un impedimento alla promozione della pace e della cooperazione mondiali.
Tutti i popoli hanno diritto all’ autodeterminazione; in virtù di tale diritto essi devono liberamente determinare il loro status politico e liberamente perseguire il loro sviluppo economico, sociale e culturale".

Convenzione di Ginevra, Protocollo Addizionale I (1977):
"La lotta armata può essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione".

Tribunale penale internazionale
"In base allo Statuto del Tribunale penale internazionale, sono definiti “crimini di guerra”:
(1) attacchi lanciati intenzionalmente contro popolazione civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità;
[...]
(4) attacchi lanciati intenzionalmente nella consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti i vantaggi militari previsti".



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LE MOTIVAZIONI DEL NOME NO USA

(Ho voluto "recuperare" il vecchio nome di un gruppo studentesco nato e scioltosi ai tempi del liceo, modificando il significato delle iniziali, in omaggio ai vecchi tempi. L’idea del nome venne a un mio vecchio compagno di scuola)

CLICCA QUI





60 MINUTES

Lesley Stahl on U.S. sanctions against Iraq:
We have heard that a half million children have died. I mean, that’s more children than died in Hiroshima. And, you know, is the price worth it?

Secretary of State Madeleine Albright:
I think this is a very hard choice, but the price--we think the price is worth it.








Lesley Stahl, riguardo alle sanzioni economiche contro l’Iraq:
Ho sentito dire che mezzo milione di bambini sono morti. Un numero maggiore dei bambini che morirono in Hiroshima. Secondo lei, è un prezzo necessario?

Segretario di Stato Madeleine Albright:
Credo che sia stata una scelta molto difficile, ma il prezzo – noi pensiamo che sia un prezzo necessario da pagare.

(L’embargo economico in Iraq, durato 10 anni, provocò la morte del 12% dei bambini, che morirono a causa di stenti, denutrizione, malattie, mancanza di cibo e medicinali. L’embargo, voluto dagli Stati Uniti, ha vietato per anni l’importazione di viveri di prima necessità, di medicinali, di attrezzi agricoli per il ripristino della rete elettrica, di cloro per disinfettare l’acqua, mentre sanzioni economiche accessorie imponevano che buona parte del ricavato derivante dalla vendita del petrolio fosse trattenuto per riparazioni di guerra ed il sostentamento delle Nazioni Unite).



VECCHI POST:


RABBIA
LA VISIONE E LA LETTURA DI QUESTO POST SONO CONSIGLIATI AD UN PUBBLICO ADULTO E NON IMPRESSIONABILE



SERIE The New World Order

Premessa (tiredbrain)

INTRO - Lost in translation (tiredbrain)

PARTE I - 9/11: Segnali di congiura (tiredbrain)

PARTE II - La fabbrica delle illusioni (SebackiZ)

Parte III - DNA e codice a barre (666) (SebackiZ)

PARTE IV - 9/11: Un piano inesistente/L’ipotesi alternativa (tiredbrain)
Parte V: Il vero obiettivo è l’Iran (SebackiZ)

PARTE VI - 1 - Il programma dei Protocolli dei Savi di Sion (SebackiZ)

PARTE VI - 2: Protocolli dei Savi di Sion - PROTOCOLLO 1 (SebackiZ)

PARTE VI - 3: Protocolli dei Savi di Sion - PROTOCOLLO 2 (SebackiZ)

PARTE VI - 4: Protocolli dei Savi di Sion - PROTOCOLLO 3 e 4 (SebackiZ)

PARTE VI - 5: Protocolli dei Savi di Sion - PROTOCOLLO 5 (SebackiZ)

PARTE VII - 9/11, Medio Oriente e Nuovo Ordine Mondiale (tiredbrain)

PARTE VIII - IL NEMICO: 1) Il circolo Pinay (SebackiZ)

Parte IX - Imperialismo americano: 60 anni per un Nuovo Ordine Mondiale (tiredbrain)

PARTE X - IL NEMICO: 2a) Il Gruppo Bilderberg (tiredbrain)

Parte XI - Censura e controllo dell’informazione (tiredbrain)




SERIE Terrorismo di Stato: Lo Stato fascista di Israele

Parte I

Parte II

Parte III

Parte IV

Parte V



POLITICA E INFORMAZIONE

La fine di Internet

(ANSA - Cuba)

Crude Designs

Arab Woman’s blues

Ricordare Sabra e Chatila

Attività nucleari iraniane

Il manifesto censura i palestinesi

The Decider

In risposta a Pogues!

La mercificazione della donna

Dalla parte di ...

Lettera aperta al presidente della repubblica italiana (di Mauro Manno)

Venite adoriamoli

Meglio tardi che mai

Tutto è cominciato da...

Come si diventa terrorista?

United cruelties of Benetton

Torniamo a parlare di ambiente



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CONTR-AZIONE

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EINSTURZENDE NEUBAUTEN

WIM MERTENS - EINSTURZENDE NEUBAUTEN

DEEP PURPLE

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OPERATION IVY

STOOGES



SVAGO (Aneddoti, curiosità, storie di vita quotidiana, vacanze, escursioni, ecc...)

Er Buchetto

Stream of Consciousness

Jobs & Careers - II

Jobs and Careers - I

Le dodici fatiche di Asterix

Tofana di Rozes

Versace ... n’artro goccio (di plasma)

Makalu

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Aquile orfane









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lunedì 22 ottobre 2007 - ore 11:45


IL DECRETO LEVI-PRODI
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Mentre andava in scena la “democratica” ratatouille del Partito Democratico, solo due giorni prima - zitti zitti, il 12 ottobre del 2007 – il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge (ricevuto come “legge delega”, lo stesso strumento tanto “combattuto” quando era Berlusconi a servirsene).
[Carlo Bertani, www.carlobertani.it]

Articolo 2, comma 1: Definizione del prodotto editoriale :
“Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso"

Quindi:
1) Finalità di informazione, divulgazione, ecc.;
2) Destinato alla pubblicazione;
3) A prescindere da forma e mezzi.

Domanda: Il contenuto di un blog come questo o come altri su spritz potrebbe essere compreso nella categoria? Probabilmente sì

Andiamo avanti

Articolo 5: Definizione di Attività editoriale
“Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative".

Quindi:
1) OGNI attività diretta alla realizzazione e distribuzione
3) Anche in forma non lucrativa o imprenditoriale

Riassumendo: il contenuto di ciò che scriviamo nei blog è compreso nel generale concetto di prodotto editoriale.
Tenere un blog, quindi il blog in sé, sembrerebbe assimilabile all’attività editoriale

E CON QUESTO?

Andiamo avanti

Articolo 6 comma 1: Tutela della trasparenza (??????)
“Ai fini della tutela della trasparenza, della concorrenza e del pluralismo nel settore editoriale, tutti i soggetti che esercitano l’attività editoriale sono tenuti all’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione , di cui all’articolo 1, comma 6, lettera a), numero 5, della legge 31 luglio 1997 n. 249. Sono esclusi dall’obbligo della registrazione i soggetti che operano come punti finali di vendita dei prodotti editoriali.”


In pratica: devi iscriverti a questo fantomatico Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC).

Con buona pace di quei poveri illusi che pensano che il concetto di censura dell’informazione sia estraneo alla nostra civiltà e democrazia ...
L’era del controllo globale dell’informazione è giunta, e in Italia non potevamo certo essere da meno.

Si tratta solo di vedere a che livello applicheranno questa legge. Probabilmente è una legge "ad personam" al contrario, ideata per personaggi diventati scomodi come Beppe Grillo. Ma se l’applicazione dovesse essere estensiva...Chiuderanno i nostri blog?



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venerdì 19 ottobre 2007 - ore 10:47


RISPARMIO ENERGETICO
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Utilizzare NEROOGLE come motore di ricerca e impostarlo come pagina iniziale







P.S.: Grazie pippiri


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venerdì 19 ottobre 2007 - ore 08:09


La crisi globale sulla pelle dei cittadini
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Ancora un altro episodio di cronaca che scuote l’opinione pubblica e getta ombre e panico in questa nuovo sistema economico in cui viviamo. Un operaio si è suicidato all’interno della fabbrica in cui lavorava perché temeva di non riuscire più a pagare la rata del mutuo. La sua vita fatta di precarietà e di pressioni da parte delle banche, hanno usurato la sua esistenza, decidendo così di togliersi la vita.


La morte di un operaio a causa dell’usura delle banche, è l’ennesimo episodio che dovrebbe spingere a riflettere l’intera opinione pubblica sul reale cambiamento del sistema economico in cui siamo intrappolati. I rappresentanti sindacali porgono le loro condoglianza alla famiglia, ricordando che "c’è un problema di salari e di accesso al credito, che riguarda migliaia di famiglie italiane", e per tale motivo occorrerebbe che "il sistema del credito dia maggiore disponibilità a ricontrattare le condizioni dei mutui", oltre al dovere di "aumentare i salari netti e stabilizzare il lavoro precario" . Sono tutti bei propositi, sono parole della coscienza sociale di ognuno di noi, ma fino a che punto poi diventano reale impegno a cambiare il sistema? Oggi i sindacati dicono di combattere contro il precariato, per i diritti dei lavoratori e per le loro pensioni, tuttavia ogni giorno devono scendere a compromessi, firmare l’ennesimo protocollo welfare che dà, nei fatti, mandato alla Confindustria e al Governo di decidere del proprio futuro, senza considerare che i lavoratori sono diventati solo dei numeri, delle statistiche, solo la massa della manodopera. Non sono più degli individui, ma solo "numero" da consegnare, a seconda del buono o del cattivo tempo, al "partito democratico" di turno, che ne frattempo è riuscito a riciclarsi per rigettarsi nella mischia.

Ciò che invece non ci dicono, forse perché se ne vergognano troppo, è che nessuno oggi è in grado di gestire questo sistema economico che abbiamo creato, ma riescono solo a dominarlo con l’usura e il totalitarismo della disinformazione. La politica viene data in pasto alla massa che vuole vivere di illusioni e di idealismi privi di significato, mentre le lobbies e chi governa il denaro decide chi sarà il prossimo leader: stavolta all’Italia è toccato un uomo dal viso onesto, che collabora con "le fondazioni umanitarie" ed è stato ospite di alcune riunioni del Bilderberg, come ogni futuro premier che si rispetti. Cambia l’attore ma non cambia il risultato, in quanto l’intero tessuto politico-sociale sta degenerando sempre più, ci avviciniamo allo stato sociale americano in cui vi è il dualismo del partito "repubblicano" e "democratico" ma vi è la medesima lobby che decide le guerre, gli investimenti e trattative di pace. In realtà, la vera politica si fa nei consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali: il nostro etnocidio è nell’economia.

Oggi stiamo vivendo un particolare momento storico, quello che molti vogliono chiamare come "crisi globale" e che le grandi potenze definiscono "terza guerra mondiale", ma in realtà è il cedimento lento i un sistema economico che fallisce, per fare il posto ad uno nuovo, quello della cybernetica. Abbiamo assistito nel mese di Agosto alla crisi dei mutui subprimes, e così abbiamo visto come il serpente del sistema bancario, che si basa su titoli e derivati di fatto inesistenti, ha mangiato la sua stessa coda, imputando la colpa alla crisi dell’insolvenza. Di fatto la crisi di liquidità, che preesisteva, ha riversato sul mercato speculativo finanziario migliaia di risparmiatori, che sono caduti poi nella tela delle grandi Banche. Successivamente l’onda d’urto delle perdite subite, e dei milioni di dollari di capitalizzazione virtuale, si è riversata sul mercato del credito, e così sulle famiglie, sui lavoratori, sulle imprese. Ora, dopo l’infezione finanziaria globale, veicolata dall’indebitamento americano, porterà probabilmente al cedimento delle borse, in particolare in Asia e negli Stati Uniti. Si attende ora lo scoppio delle bolle immobiliari mondiali, dal Regno Unito alla Spagna, poi in Francia e nei paesi emergenti, che provocherà quella che possiamo definire "tempesta monetaria" in cui la volatilità della moneta sarà massima. Il dollaro continuerà a svalutarsi fin quando anche il petrolio continuerà ad aumentare - ora si attesta intorno agli 89$ e preso potrebbe arrivare a 100$ - per poi rivalutarsi , ponendo così in atto grandi speculazione. Tale sbalzo improvviso provocherà la stagflazione dell’economia globale, con la recessione negli USA, e minore crescita in Europa .

La Grande Depressione negli Stati Uniti, incrinerà ancor di più la crisi sociale e porterà al potere i militari : in questo secondo gli analisti dovrebbe inserirsi l’attacco sull’Iran, il caos in Medioriente dopo la frammentazione dell’Iraq, e crisi energetica, che condurrà alla dipendenza nei confronti della Russia. La vera guerra mondiale, la sentiremo su di noi, come già adesso la percepiamo. La crisi energetica verrà mascherata dall’eccessivo rialzo delle bollette,e ognuno di noi dovrà combattere in trincea per arrivare alla fine del mese con il credito al consumo e l’indebitamento nei confronti delle Banche. Il fallimento del mercato dei derivati verrà anch’esso occultato dalla crisi finanziaria, e di risposta creerà la finanza "creativa" del Mifid, in cui ogni singolo investitore deve essere responsabile per sé. La sfiducia e l’insostenibilità del tenore di vita, diventerà instabilità sociale e allora solo i grandi partiti venditori di illusioni potranno governare la massa informe degli "eterni insoddisfatti", che hanno fatto della "piramide" e dell’usura la propria schiavitù.






tratto da

http://etleboro.blogspot.com/
19/10/2007


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giovedì 18 ottobre 2007 - ore 18:57


ANSA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



(ANSA) - LONDRA, 5 OTT - Lo ’’sviluppo sostenibile’’ puo’ essere stato al centro dei discorsi di molti politici in questi ultimi tempi ma, secondo un recente studio, il paese dove lo si puo’ vedere realizzato e’ uno solo: Cuba. Una ricerca del Global Footprint Network, ripresa dal settimanale britannico New Scientist, ha infatti messo a confronto le condizioni di vita (in termini di Pil individuale, istruzione, sanita’, aspettativa di vita, ecc.) di 93 paesi con la loro ’’impronta ecologica’’, un indice che misura l’impatto ambientale dello stile di vita di una determinata nazione. Lo studio, che sara’ pubblicato sulla rivista Ecological Economics, fa parte della ricerca piu’ vasta su 150 Paesi che viene presentata nel giorno del debito ecologico mondiale, domani. I risultati sono stati, in larga misura, quelli attesi: i paesi occidentali hanno standard di vita molto elevati ma consumano troppe risorse. Gli scienziati autori della ricerca hanno addirittura calcolato che servirebbero cinque pianeti come la terra se tutta la popolazione mondiale vivesse secondo gli standard statunitensi. All’altro capo della scala, i Paesi dell’Africa, dell’America Latina e di buona parte dell’Asia consumano le risorse della Terra in proporzione sostenibile - tanto che il nostro pianeta basterebbe tranquillamente a farci vivere tutti come un cittadino, ad esempio, della Malaysia - ma gli standard di vita sono troppo bassi. L’unica nazione dove lo sviluppo sembra andare d’accordo con la sostenibilita’ e’, sorprendentemente, il paese guidato da Fidel Castro. ’’I cubani - spiega Mathis Wackernagel, coordinatore dello studio - hanno alti livelli di istruzione e di aspettativa di vita, e sono stati costretti dall’embargo petrolifero ad avere una piccola ’impronta ecologica’ ’’. ’’Nessuno ha il coraggio di dire cosa sia veramente la ’sostenibilita’ - aggiunge lo scienziato - ma noi crediamo di averne fornita una misurazione solida’’.
(ANSA). Z08-NS
05/10/2007 12:51


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mercoledì 17 ottobre 2007 - ore 10:14


DA OGGI SI CAMBIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Niente più commenti. Se vi va di leggere, leggete. Se volete comunicare con me, ci sono gli speedy.
Suggerimenti e critiche (quando costruttivi) sempre apprezzati.
Per dire la vostra avete il vostro blog.



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lunedì 15 ottobre 2007 - ore 10:39


QUANTO VALE UN CANE?
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Pomeriggio di sole ieri, anche se una piacevole brezza attenuava il caldo. In macchina è stato necessario abbassare i finestrini, in caso contrario il caldo, a lungo andare, sarebbe stato insopportabile.
Parcheggio del supermercato, circa le tre di pomeriggio. Periferia della città. Il parcheggio è molto grande, c’è sempre posto, e chi ci mette la macchina non sempre è cliente del supermarket. Quest’ultimo, in quel caldo pomeriggio di una domenica d’ottobre, era in effetti praticamente deserto. Poca fila alle casse, in pochi minuti una bella spesa.
All’uscita, noto un’automobile parcheggiata con all’interno un cane di media taglia, salito sul ripiano posteriore, che sembrava avere piuttosto caldo.
"Povera bestia" penso. Magari il proprietario è andato un attimo a comprare qualcosa.
Tuttavia, si decide di aspettare qualche minuto per verificare che il proprietario tornasse.
5, forse 10 minuti, niente.
Il cane si è nel frattempo spostato sotto il sedile, forse aveva caldo.
A pochi metri c’è una stazione dei carabinieri. Decido di andare a segnalare il fatto.
A quell’ora, solo uno in portineria (stando a quanto dichiarato da lui stesso). Domando cosa succede in questi casi, e mi risponde:
"Cosa vuole che succeda?"
E io: "Ma sarebbe reato... oppure diventa reato solo quando muore il cane?"
E il tutore dell’ordine, paladino della giustizia e difensore del cittadino, mi risponde: "No, il maltrattamento di animali è già di per sé un reato. Però i confini sono molto soggettivi. Magari adesso il proprietario esce. E comunque cosa posso fare? Da qui io non posso uscire, e non posso certo chiamare una pattuglia per farla venire. Che faccio? chiamo una pattuglia per un cane? Magari provi a vedere se c’è qualche vigile in zona".
Al ritorno, il cane era ancora lì. Dopo un’attesa di circa 10 minuti, sempre lì.
A malincuore, e vergognandomi un po’ di me stesso per non aver sfasciato il vetro della macchina, me ne sono andato.


LEGGI I COMMENTI (9) - PERMALINK



mercoledì 10 ottobre 2007 - ore 10:20


CRUDE DESIGNS
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Il post precedente (Arab woman’s blues) può considerarsi una specie di premessa a questo. Quando ho letto il blues della donna araba non ho potuto fare a meno di riportarlo integralmente, anche perché ha molto a che fare con questo post al quale sto lavorando da un po’. Purtroppo non ho più il tempo per scrivere che avevo una volta, e a volte a malincuore devo limitarmi al copia e incolla da altri blog, cercando di raccogliere il pensiero di altri quando si avvicina al mio.

Tutta quella rabbia verso un intero popolo non è condivisibile per tanti. Forse dovremmo prendercela contro un governo o una determinata politica estera, e non con un’intera nazione.

Ma il messaggio oltre le righe è comunque significativo: parla di un popolo esasperato, di un popolo depredato, delle proprie ricchezze, della propria identità, e di tante vite. Di un popolo consapevole che, quando tutto sarà finito, non resteranno che sassi, e un’intera nazione ridotta alla fame.

Con questa consapevolezza, odiare riesce facile.

Qualcuno, come pippiri, ha colto subito nel segno, individuando il reale spirito del post ("tanto va la gatta al lardo...").

Qualcun altro è rimasto aderente al testo, condividendone o meno le idee.

Qualcuno poi (non faccio nomi) ha messo in dubbio la reale esistenza della donna, o che davvero vivesse in Iraq, nella convinzione che chi arrivi a scrivere una cosa del genere non sappia davvero come stanno le cose, pertanto si nasconde dietro il blog di una fantomatica donna araba per ragioni esclusivamente politiche di critica verso il governo americano. Rifiutando non tanto di credere, ci mancherebbe altro, quanto piuttosto di porsi domande, di verificare se ci sia un fondamento di verità.

Mi chiedo se invece noi sappiamo davvero come si vive in Iraq dopo che "abbiamo portato la democrazia".

Tuttavia, ad una dichiarazione esplicita di odio, più che chiedersi se sia resa da una persona realmente esistente, più che sostenere che questa persona dice il falso perché non sa di cosa parla (E noi? Che cosa sappiamo? Quello che ci dicono i giornali?), bisognerebbe invece chiedersi se ci sia un fondamento di verità in ciò che dice.

Una donna che scrive su un blog non è una fonte attendibile? Benissimo. Andiamo in cerca di fonti attendibili.

Cosa è successo immediatamente dopo l’invasione e la deposizione di Saddam Hussein? Quale "democrazia" abbiamo portato? Quale "libertà"? E soprattutto, a quale prezzo?

Possiamo evidenziare due aspetti terribilmente in contrasto tra loro, diretta conseguenza dell’intervento dell’occidente, di cui solo l’occidente può considerarsi responsabile, e nessun altro


1) L’EMERGENZA UMANITARIA



Cosa ha davvero significato per il popolo iracheno la guerra?

Stendiamo un velo pietoso sul vergognoso embargo economico che l’ha preceduta. Dieci anni, e centinaia di migliaia di vittime, tra cui tanti bambini (e una vergognosa dichiarazione di Madeleine Albright, secondo cui "era necessario" che ho riportato sulla testata del blog insieme alla traduzione).

Dopo il primo intervento in Iraq, un embargo imposto dagli USA ha vietato l’importazione di viveri di prima necessità, attrezzi agricoli, medicinali, ecc, provocando centinaia di migliaia di morti per malnutrizione e malattie.

Questa situazione protrattasi per anni è stata aggravata durante i bombardamenti che hanno causato la distruzione di abitazioni ed infrastrutture e la morte di altre decine di migliaia di civili.

Rispondo quindi subito alla obiezione: quella donna non sa come si vive in Iraq.

Forse questi signori lo sanno:
Dal sito della Croce Rossa Internazionale (chissà se esiste o è finto, e se le persone che scrivono ci sono state davvero o raccontano cazzate perché sono antiamericani), potete tranquillamente scaricarvi un report sull’attuale situazione di crisi umanitaria in Iraq

http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/html/iraq-report-110407


Oppure leggervi un po’ di articoli
http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/htmlall/iraq?opendocument&link=home

In Iraq è in atto una vera e propria catastrofe umanitaria. Il conflitto ancora in atto sta infliggendo terribili sofferenze alla popolazione. La piaga della situazione dei civili iracheni ci ricorda giorno dopo giorno il fallimento nel rispetto della dignità e della vita umana.

Sparatorie, bombardamenti, operazioni militari, omicidi, ed altre forme di violenza stanno costringendo milioni di persone a lasciare le loro abitazioni per cercare la salvezza altrove, in Paesi confinanti.

Si segnalano mancanze di cibo in vaste aree, e la malnutrizione è cresciuta rispetto all’anno scorso. L’acqua non potabile e la carenza di infrastrutture rappresentano un rischio per la salute pubblica.

L’eredità di distruzione del precedente conflitto e gli anni delle sanzioni internazionali imposte all’Iraq hanno esacerbato la crisi.


So già che qualcuno potrebbe obiettare: "ma le bombe, le sparatorie e gli omicidi sono dovuti ai terroristi che ancora si oppongono alle forze di pace".

E chi ha bombardato le infrastrutture e le fabbriche?

Chi ha imposto le sanzioni mettendo in ginocchio il Paese e giudicando la morte di mezzo milione di bambini "un prezzo necessario da pagare"?

E soprattutto: NON DOVEVA PARLARSI DI RICOSTRUZIONE?

Come viene attuata oggi la "ricostruzione" in Iraq?

Per fare fronte al disastro umanitario, alle carenze strutturali, ai civili, uomini donne e bambini che muoiono, che NOI abbiamo contribuito a provocare tagliando i viveri al vecchio regime, cosa stiamo facendo oggi, una volta che il regime di Saddam Hussein è stato rovesciato?

Abbiamo forse rimediato?

Ci chiediamo se tutte quelle morti fossero un prezzo necessario da pagare per rovesciare Saddam. Ammettendo che lo fosse (ma chi sostiene questo è un criminale di guerra), non saremmo forse oggi in debito verso quella popolazione di civili che si è trovata in mezzo?

Serve acqua, servono viveri, servono infrastrutture, servono impianti = servono soldi. Risorse. E dove le prende le risorse un Paese? in teoria riavviando la produzione, prendendo misure e facendo investimenti per l’occupazione, e godendo dei benefici in termini di ripartenza dell’economia, e soprattutto entrate fiscali.

È quello che accade in Iraq? Assolutamente no

È quando si parla di ricostruzione che si scopre il vero movente di fondo di tutta l’operazione militare: investire milioni di dollari e sacrificare qualche migliaio di bravi soldati (che saranno morti da eroi per aver combattuto il terrorismo) per riavere tutto con gli interessi.

LO SFRUTTAMENTO SISTEMATICO DELLE RISORSE DEL PAESE, che quando sarà spremuto fino all’osso farà la fine di tutti gli altri Paesi poveri depredati dall’occidente civilizzato, come le ex colonie africane o in America Latina.

2) RICOSTRUZIONE O SACCHEGGIO?

Iniziamo dal petrolio

Crude Designs - The rip off of Iraq’s oil wealth
È il rapporto elaborato da alcune organizzazioni non governative occidentali tra cui War On Want
( www.waronwant.org)
e The New Economics Foundation
( www.neweconomics.org),
liberamente scaricabile da internet in formato pdf a questo indirizzo:
http://www.waronwant.org/download.php?id=377

L’analisi dei ricercatori ci mostra le conseguenze della guerra sulla produzione e sulla vendita della maggiore risorsa economica della nazione: il petrolio. Ne ho tradotto alcune parti.


Mentre il popolo iracheno lotta per definire il proprio futuro tra caos e violenza, il destino della sua più importante risorsa economica è già stato stabilito a porte chiuse.

Questo rapporto rivela come una politica di regolamentazione sul petrolio che ha origine negli USA stia per essere adottata in Iraq subito dopo le elezioni di dicembre, senza alcun coinvolgimento della popolazione ed al prezzo di enormi perdite potenziali.

Gli accordi prevedono la destinazione della maggior parte delle riserve petrolifere dell’Iraq – almeno il 64% del totale – allo sviluppo delle compagnie petrolifere multinazionali.

L’opinione pubblica in Iraq si oppone fermamente al controllo dello sviluppo petrolifero in mano straniera. Ma attraverso il coinvolgimento attivo del governo statunitense e britannico, un gruppo di potenti politici e tecnocrati sta esercitando pressioni per un sistema di contratti a lungo termine che si pongano al di fuori de controllo della giustizia, dell’opinione pubblica o della democrazia in Iraq.

Le proiezioni economiche mostrano che questo modello di sviluppo proposto costerà all’Iraq centinaia i miliardi di dollari in termini di mancato guadagno, regalando invece enormi profitti alle multinazionali straniere.

Al prezzo di 40$ al barile l’Iraq può perdere tra i 74 e i 194 miliardi di dollari per tutta la durata dei contratti proposti ( vorrei ricordare che oggi il prezzo del petrolio si aggira sugli 80$ al barile ), soltanto per le 12 aree petrolifere analizzate.

Alle condizioni imposte dagli accordi, il tasso di ritorno degli investimenti delle compagnie petrolifere sarebbe tra il 42% e il 162%, molto di più della media di settore, che si aggira su un target minimo del 12%.

Privatizzazione = proprietà legale delle riserve.

Questo concetto ha permesso alle compagnie di negare che vi sia stata privatizzazione. Ma importanti questioni non sono state affrontate.

Il modello di sviluppo promosso in Iraq, e supportato da figure chiave come il ministro del petrolio, è basato su contratti conosciuti come PSA (Production Sharing Agreements), che esistono sul mercato dal 1960. gli esperti concordano sul fatto che i propositi di questi accordi sono prevalentemente politici.

Tecnicamente essi mantengono in mano allo Stato la proprietà legale delle riserve, ma in pratica permettono alle compagnie di stessi risultati che avrebbero con accordi di concessione.

I PSA sono sottratti al dibattito ed alle decisioni pubbliche, e vincolano i governi in termini economici per decenni.

Nel caso dell’Iraq questi contratti, sottoscritti quando il governo è nuovo e debole, la situazione in termini di sicurezza è precaria, e il Paese è sotto l’occupazione militare, le condizioni di un accordo sono estremamente sfavorevoli, e potrebbero persistere per più di 40 anni.

Nel dire la loro, le compagnie petrolifere sostengono che i PSA sono l’ipotesi standard dell’industria petrolifera, e che l’Iraq non ha altre soluzioni per finanziare lo sviluppo.

Nessuna di queste affermazioni è vera.

Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, i PSA sono utilizzati solo sul 12% delle riserve mondiali, in Paesi dove i giacimenti sono piccoli, la produzione ha alti costi, e l’esplorazione mostra prospettive incerte.

Nessuno di questi casi può applicarsi all’Iraq. Nessuno dei maggiori produttori del Medio Oriente utilizza PSA. Alcuni governi, come la Russia, che hanno sottoscritto questi accordi in passato, ora si pentono di averlo fatto (in Russia, con la veloce privatizzazione degli anni ’90, la sottoscrizione dei PSA è costata miliardi di dollari. È facile fare un parallelo con l’Iraq).

"Nel 2010 avremo una domanda di ulteriori 50 miliardi di barili al giorno. Perciò da dove dovrà provenire il petrolio? Benché molte regioni offrano grandi opportunità, il Medio Oriente, con i 2/3 delle riserve di petrolio e a prezzi più bassi, resta ancora il luogo in cui si trova ciò che cerchiamo. Sebbene le compagnie siano ancora ansiose di avervi accesso, si procede ancora a piccoli passi"
[Dick Cheney, "Speech at the Institute of Petroleum in London", 15/11/1999].

Due anni dopo, uno dei primi atti dell’amministrazione Bush fu quello di nominare Cheney vice presidente, dandogli l’incarico di dirigere la task force che si sarebbe occupata del reperimento delle fonti di energia destinate a soddisfare la domanda degli USA nel medio-lungo termine.

"In base agli studi, il petrolio del Medio Oriente resterà la risorsa centrale per le scorte mondiali. Il Golfo sarà l’obiettivo primario della politica energetica americana internazionale".
[National Energy Policy Development Group, "National Energy Policy Report", p. 8-5].

Le politiche energetiche statunitensi e britanniche sono coordinate.

"Al di fuori dell’Europa i nostri interessi sono più probabilmente influenzati dagli eventi del Golfo e del Mediterraneo. Instabilità in quell’area comporta rischi maggiori. Abbiamo interessi particolarmente importanti e vicine amicizie nel Golfo. L’offerta proveniente dal Golfo è cruciale per l’economia mondiale"
[Ministero della Difesa Britannico, "White Paper: Modern forces for the modern world (strategic defence review)", Luglio 1998, cap. 2 pag. 40].

"Le attuali previsioni nel settore petrolifero stimano la domanda globale nel 2030 a circa 120 milioni di barili al giorno, circa 45 milioni in più rispetto ad oggi. Benché si riconosca la crescente importanza della Russia e degli altri produttori non-Opec, una larga percentuale della domanda mondiale di energia, la capacità corrente installata nel Golfo (23 milioni di barili al giorno) potrebbe aver bisogno di essere portata a 52 mbd."
[Dipartimento USA del Commercio, Memorandum per il Presidente, "Transmittal of the Report of the US-UK Energy dialogue", 30/07/2003].

Come si può notare, è richiesta una capacità aggiuntiva. In questo contesto stupisce poco che nel programma di ricostruzione post-bellica il governo inglese abbia incentivato gli investimenti in Iraq.

In tutti i Paesi del mondo eccetto gli Stati Uniti, le riserve sono proprietà legale dello Stato. Non è mai stata una previsione realistica quella di poter privatizzare le riserve in Iraq. Infatti la nuova Costituzione lascia la proprietà legale in mano allo Stato. In realtà l’asse della questione andrebbe spostata su chi controlla e chi di fatto guadagna.

Sul finire degli anni ’60 furono introdotte in Indonesia nuove forme contrattuali: i PSA.

Con un meccanismo ingegnoso, i PSA lasciano la proprietà allo Stato, e come nel caso delle concessioni, gli investimenti delle compagnie straniere sono remunerati dallo Stato stesso. Da un punto di vista finanziario ed economico non c’è molta differenza tra PSA e concessioni. Ma politicamente sono molto diversi.

Nella concessione, lo Stato garantisce alla compagnia privata una licenza per l’estrazione del petrolio, che diventa di proprietà della compagna una volta estratto. La compagnia paga royalties e tasse.

Nei PSA il controllo dell’estrazione è formalmente in mano allo Stato. La compagnia privata estrae sotto contratto (come nelle concessioni), ma con la differenza che lo Stato è parte appunto di un contratto.

La prima parte di petrolio estratta va alla compagnia finché non ha recuperato tutti gli investimenti. Una volta recuperati i costi, i profitti si dividono. La compagnia è di solito tassata sui profitti ( l’imposta introdotta in Iraq dalla fine della guerra farebbe invidia a un paradiso fiscale: 15% ). Infine, i contratti sono blindati: proteggono le compagnie dai cambi di politica economica e dall’alternanza dei governi.


Ma non è finita qui. Il petrolio è sicuramente l’aspetto più importante, ma c’è ben altro.

Sul sito
http://www.export.gov/iraq/bus_climate/businessguide_current.html
che è il portale del ministero degli esteri americano, compare una bella guida agli investimenti in Iraq, che si può riassumere in una serie di punti facenti parte di un piano per creare una sorta di paradiso, anche fiscale, destinato al profitto delle multinazionali estere.
Il regime di politica economica imposto di fatto in Iraq è una autentica manna per gli investitori esteri, che negli anni che seguiranno potranno investire senza limiti nel Paese, detenendo partecipazioni fino al 100%. Lo Stato non avrà praticamente in mano niente. I capitali entreranno, frutteranno extrarendimenti, e i profitti usciranno senza portare praticamente benefici a lungo termine, senza essere reinvestiti, finché ci saranno risorse disponibili, e poi basta. E cosa ricaverà lo Stato da tutto questo? Niente altro che perdite. Perdite di introiti, mancati guadagni che andranno a finire nelle tasche delle multinazionali straniere. Poche entrate = quasi nessuna possibilità di ricostruire le infrastrutture e di effettuare investimenti che servirebbero oggi all’Iraq per rialzarsi in piedi.

A riprova del fatto che l’Iraq non era altro che una mucca da mungere e da spremere fino all’osso, basti pensare che già dal 2003 circolavano negli Stati Uniti progetti di ricostruzione.
"Negli scorsi mesi l’Amministrazione ha sviluppato un piano per ricorstruire l’economia e il sistema finanziario iracheni. E’ nostra informazione che le fasi iniziali sono contenute nel documento Moving the Iraqi Economy from Recovery to Sustainable Growth che sta circolando fra le aziende private americane in cerca di appalti" [Report for Congress, Received through the CBS web, Iraq’s economy: past, present, future , June 3, 2003, by Jonathan E. Sanford Coordinator foreign affairs, Defense and Trade division. Citato in P. Barnard, Perché ci odiano, BUR, Milano 2006 pag. 86].

"Appare evidente che già prima che gli slogan sull’urgenza di invadere l’Iraq per disarmare Saddam Hussein (già ampiamente disarmato) fossero dati in pasto alle opinioni pubbliche, esisteva una strategia a fini di lucro di cui erano informate le maggiori multinazionali statunitensi nel settore ricostruzione e non solo loro. Infatti uno dei capisaldi della pianificazione testé descritta era di privatizzare le aziende irachene di Stato, aprendole ai capitali esteri, che in Iraq significa vendere praticamente tutta l’economia nazioale dall’industria pesante all’agricoltura, dai servizi di ogni genere alla sanità, e ciò allettava diversi businessmen americani" [Barnard, cit. p. 87].

Sul sito
http://www.cpa-iraq.org/regulations/
è contenuto l’impianto principale della regolamentazione stabilita dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, elaborato dalla Coalition Provisional Authority, nata per gestire la famosa fase transitoria nell’attesa che l’Iraq fosse stato in grado di avere jun governo stabile.
Con le ORDINANZE, si sono posti i presupposti di fatto per attuare la privatizzazione ed il conseguente saccheggio del Paese, petrolio escluso, perché per quanto riguarda il petrolio si è provveduto con l’imposizione dele forme contrattuali di cui ho parlato sopra.

RIASSUMENDO (chi non avesse avuto voglia di leggere tutto il post può farsi un’idea da qui in poi):


Da un lato, il decennio di sanzioni imposte all’Iraq dagli Stati Uniti, e la successiva guerra per rovesciare il regime di Saddam Hussein con il pretesto che avesse armi di distruzione di massa (MAI trovate peraltro), hanno provocato l’emergenza umanitaria attuale. La popolazione ed il territorio sono oggi in stato di degrado, con gravi carenze di generi di prima necessità, energia ed infrastrutture.

Dall’altro lato, dopo aver spinto il Paese alla povertà (in quanto era l’unica strada possibile ed era il prezzo necessario da pagare per portare la democrazia), erano già pronti i programmi per le multinazionali in cerca di guadagni, che sono piombate come avvoltoi a depredare il Paese.

Questi i punti salienti del saccheggio:

- Accordi capestro per il governo iracheno, che mantiene la proprietà formale del petrolio, ma che gode in misura limitata dei profitti derivanti dall’estrazione e dalla vendita. Tali accordi vincolano lo Stato contattualmente per decenni, ed assicurano lauti profitti alle controparti, multinazionali estere del petrolio.

- Introduzione del Diritto di proprietà intellettuale per la protezione dei brevetti e dei copyright stranieri, in particolare americani (Ordinanze 80, 81 e 83). Con questa stessa legge oggi le multinazionali farmaceutiche vendono in Africa farmaci salvavita a prezzi che le popolazioni povere non possono assolutamente permettersi, rendendo di fatto possibile la morte di migliaia di persone per malattie che in occidente sono perfettamente curabili. Grazie a questa stessa legge si è creata un’importante premessa per il riconoscimento dell’Iraq nel contesto del libero mercato internazionale.

- Tassazione degli utili aziendali e individuali ANCHE PER GLI INVESTITORI ESTERI all’aliquota del 15% (Ordnanze n. 37, 49 e 84). Probabilmente in nessun altro Stato al mondo esiste una tassazione così bassa, e soprattutto, estesa anche ai redditi dei soggetti non residenti. Una vera e propria manna, un paradiso fiscale per chi investe. A scapito ovviamente delle entrate dello Stato, che a questi livelli, unitamente ai mancati profitti derivanti dallo sfruttamento del petrolio, dispone di risorse davvero scarse da reinvestire nel Paese.

- Nessun dazio doganale e nessuna restrizione alle importazioni (Ordinanze n. 12 e 54). Il Paese viene letteralmente inondato di prodotti a bassissimo costo provenienti dall’estero grazie ai sussidi di Stato o grazie al basso costo del lavoro, come per il prodotti cinesi. Questo è un altro duro colpo per la già disastrata economia del Paese. Centinaia di migliaia di tonnellate di grano provenienti dagli Stati Uniti sono entrate in Iraq, infliggendo un colpo durissimo ai contadini iracheni
[http://www.globalpolicy.org/security/issues/iraq/attack/consequences/2006/08agriculture.htm]
Per non parlare delle sementi OGM, che obbligano il coltivatore al riacquisto in quanto il prodotto finito non genera a sua volta semi.

- Con l’Ordinanza n. 94 del 2004 è consentito un numero illimitato di banche straniere, e la possibilità che un qualsiasi gruppo straniero possa arrivare a detenere fino al 100% di una qualsiasi banca irachena.

- L’Ordinanza n. 39 permette la privatizzazione delle aziende di Stato e dei Servizi, di sanità, trasporti, istruzione, energia elettrica, comunicazioni, acqua, carceri e molto altro. "In Iraq, un Paese a pianificazione centrale, questo significherebbe in pratica la vendita dell’intera nazione ai capitali esteri. Anzi, sarebbe meglio dire la svendita, e per una ragione molto nota: la mancanza totale di ordine pubblico e di sicurezza in quel Paese fa sì che chi oggi vende debba farlo a prezzi stracciati, per convincere l’investitore a correre alti rischi" [Barnard, cit. p. 91].

- Dulcis in fundo, con l’Ordinanza n. 14 vengono posti forti vincoli all’informazione. Fra le attività proibite dalla stampa interna vi è qualsiasi attività idonea ad incitare disordini civili, dicitura molto generica che si presta di fatto all’attuazione di qualsiasi censura a scopo preventivo.

Con questo ho terminato.
Qualcuno obietterà che i disordini civili e la lentezza della ricostruzione soo dovuti ai continui attentati terroristici (questo è per lo meno quello che ci dicono i media ufficiali).
Qualcuno magari inizierà a pensare che, nonostante vi siano gruppi di resistenza armata che compiono attentati, gran parte dei problemi li abbiamo portati noi e la nostra "democrazia".
Io penso che chi oggi resiste in Iraq, chi oggi lotta contro l’invasore, abbia un bel po’ di ragione da vendere, e sicuramente rabbia, tanta rabbia. Forse lotta con mezzi sbagliati...non lo so. Dovrei trovarmi nella stessa situazione forse per capire, non a casa mia, dietro un computer, con un bicchiere di vino e tante cose da mangiare, sopra una sedia comoda, con la luce e l’acqua calda in casa.

Comunque sia, quello che ho appena scritto proviene, come sono solito fare, da fonti attendibili, come chiunque può verificare semplicemente cliccando nei link riportati.
Chi avesse qualcosa da obiettare può farlo via speedy esprimendo il proprio pensiero, specificando appunto che si tratta della propria opinione.
Chi invece volesse spingersi a negare ciò che è scritto, potrà farlo solo a condizione di citare fonti altrettanto attendibili che affermino il contrario.




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martedì 25 settembre 2007 - ore 17:55


ARAB WOMAN’S BLUES
(categoria: " Vita Quotidiana ")


C’è qualcosa in Iraq che gli americani non hanno distrutto? Una cosa qualsiasi?

E osate stupirvi del perché vi detesto così tanto… e avete l’audacia di scrivere al mio blog per chiedermi delle mie origini, di dove abito, dove sono le mie radici, il mio senso di appartenenza…

Qual è la vostra razza? Che razza di gente siete?

Sì, ho detto gente, non governi. Non sono politicamente corretta. Il vostro governo è parte di voi e voi di esso. Che vi piaccia o no. E non venite con l’aria rassegnata a dirmi quello che so già troppo bene: “Oh, ma io non ho votato per questo governo.”

Non me ne frega un accidenti per chi avete o non avete votato. Non è un problema mio. Il mio problema siete voi. La vostra cultura, il vostro comportamento, la vostra mentalità, il vostro carattere, la vostra presunzione, la vostra arroganza, il vostro falso orgoglio, le vostre smentite, la vostra stupidità collettiva, il vostro accento, che è un affronto alle mie orecchie… e ai miei sensi.

Voi non mi piacete. Punto.

Lo so, lo so, tra voi ci sono anche brave persone…

Lo so, lo so, l’America non è un gruppo omogeneo. Conosco tutta ‘sta merda. Non fa alcuna differenza per la mia vita o per quella degli altri iracheni.

Non me ne frega più niente delle vostre appartenenze, di quale tendenza politica siete, quanto buoni o quanto cattivi siete… Non significa nulla per me e per innumerevoli altre persone.

Le nostre vite sono state rovinate, completamente rovinate… Non ci frega un accidenti delle vostre appartenenze. Tutto quello che so è che voi avete distrutto il mio Paese. Irreparabilmente.

Il passato – lo avete depredato e distrutto, cercando di cancellare la nostra memoria storica collettiva… Le nostre radici, da dove veniamo, cosa fecero i nostri antenati, cosa riuscirono ad ottenere, i loro esperimenti, le loro statue, i loro scritti…

Voi non conoscete la storia, voi siete gli scarti della storia. Voi non avete storia. Non avete un passato, non avete nulla… voi siete nulla.

Non siete altro che orchi del consumismo. Non solo di cose materiali, ma vi ingozzate di qualsiasi cosa potete. Voi inghiottite persino per intero la storia degli altri.

Siete gente ingorda, avida, golosa, vorace, gelosa, invidiosa… Siccome non siete niente, la vostra nullità contamina tutto il resto…

Distruggete e vi autodistruggete…

Senza futuro – Voi non avete futuro, perché dentro di voi il vostro futuro è limitato al vostro piccolo ego personale. Piccoli ego non hanno un futuro. I piccoli ego sono amebe, parassiti che si cibano degli altri… Voi pensate di avere una visione, ma la vostra visione riguarda soltanto il vostro stomaco, le vostre tasche e quello che avete tra le gambe… E questo è tutto.

Si ferma tutto lì. Di certo questo non fa di voi degli idealisti…

Qual è il vostro contributo al mondo? Qualcosa di concreto? Niente. Soltanto forza bruta… e la vostra disgustosa cultura che è vuota quanto lo siete voi.

E siccome non avete un vero futuro, ci avete derubato del nostro. Non siete che un’accozzaglia di criminali, ladri, teppisti e depravati del peggior stampo.

Dal vostro maledetto 11 settembre avete distrutto due Paesi, l’Afghanistan e l’Iraq. E non vi siete fermati neanche un giorno, neanche un’ora…

Volevate un cambio di regime in Iraq – ora lo avete.

Avete anche cambiato noi, me, siamo irriconoscibili. Non vi ho mai odiato prima. Adesso sì. Vi odio per davvero.

Mi disgustate tutti. Persino i nostri antichi dei e spiriti della Mesopotamia sono disgustati da voi. Ogni singola lettera dell’alfabeto è disgustata da voi. La terra, i fiumi, il cielo, le montagne, gli alberi, gli uccelli di tutto l’Iraq sono disgustati da voi… Il cosmo è disgustato da voi…

Ogni volta che vedo uno di voi da vicino e sento quel vostro brutto accento, io scappo via… Vi evito come la peste. Non sopporto né di vedervi né di sentirvi. Per me voi rappresentate soltanto morte e distruzione.

La vostra bruttezza pervade tutto.

Tutte le volte che accendo il televisore o la radio e vedo o sento uno di voi, cambio canale. Vorrei potervi incanalare fuori della mia vita una volta per tutte.

Lo so, sto ripetendomi, ma anche voi continuate a ripetere le stesse azioni.

L’Iraq sta finendo, con il suo passato e il suo futuro.

Posso soltanto promettervi una cosa, non importa quanto tempo ci vorrà, ma vi faremo finire con noi.




LAYLA ANWAR

Fonte: http://arabwomanblues.blogspot.com/
Link: http://arabwomanblues.blogspot.com/2007/09/no-past-no-future.html
17.09.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA



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lunedì 24 settembre 2007 - ore 11:39


THINK LOCALLY, FUCK GLOBALLY
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Qui potrebbe aprirsi un vasto e complesso campo di riflessione sul tema della ricchezza e della povertà, anche su scala mondiale, in cui si confrontano due logiche economiche: la logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni, che non sono in contraddizione l’una con l’altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato. La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico. Giovanni Paolo II così scrisse nell’Enciclica Centesimus annus: "la moderna economia d’impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi" (n. 32). Tuttavia, egli aggiunse, il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica (cfr ivi, 35). L’emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile.

BENEDETTO XVI
ANGELUS
Palazzo Apostolico, Castel Gandolfo
Domenica, 23 settembre 2007



Il nostro modello di sviluppo è sbagliato, non solo da un punto di vista strettamente ambientalista, ma anche da un punto di vista economico e di buon senso. La ricerca del benessere individuale è sempre crescente, l’innovazione aumenta a ritmi vertiginosi. La produzione stessa, attraverso i mass media e la divulgazione di modelli e stili di vita che diventano status symbol, anche grazie all’enorme flusso di informazioni da cui siamo bombardati, non solo soddisfa i nostri bisogni, ma è in grado di influenzarci “creandone” di nuovi. È una produzione non finalizzata alla soddisfazione della domanda, bensì finalizzata ad autoalimentarsi attraverso l’induzione a domandare sempre di più, attraverso la trasformazione degli individui in masse omologate di consumatori. Tutto questo, oltre a portare immensi profitti ai gruppi di multinazionali che sempre più controllano e influenzano le scelte di chi ci governa, è causa di un sempre maggiore sfruttamento di risorse, che stanno cominciando davvero a scarseggiare. Questa scarsità crea tensioni e conflitti, di natura etnica, religiosa e sociale: perché non ce n’è per tutti; perché grazie all’informazione a portata di click i poveri vedono come vivono i ricchi; perché è ormai chiaro a tutti che la popolazione mondiale è suddivisa in due categorie, sfruttatori e sfruttati; perché il commercio globale spinge tutti a correre per entrare a far parte della prima categoria, per conquistarsi la fetta di benessere che sembra giustamente un diritto di tutti. Che succederà nei prossimi anni alle risorse energetiche (e quindi agli equilibri politici ed economici internazionali) quando il miliardo e mezzo e più tra cinesi e indiani che stanno inserendosi nel commercio mondiale reclameranno la loro fetta di torta?
Come dicevo, non ci sono risorse sufficienti per farci vivere tutti nel lusso. Così, aumenterà ancora di più il divario tra ricchi e poveri. Le risorse del pianeta si esauriranno. Ci saranno guerre. E per l’umanità verrà la fine.
Tiredbrain – 08/03/2006



Cazzo! Avrà letto il mio blog?



Dal sito
http://lists.peacelink.it/africa/msg02003.html


21 Agosto 2002
A Johannesburg arrivano in questi giorni migliaia di rappresentanti di «organizzazioni non governative» (Ong), movimenti sociali, sindacati, organizzazioni di donne, di contadini senza terra, gruppi indigeni,
ambientalisti. Il 23 agosto sarà ufficialmente inaugurato il Global Forum, il «forum globale» della società civile, parallelo al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (che comincia invece il 26), convocato dalle Nazioni unite dieci anni dopo il Vertice della Terra di Rio de Janeiro. Già da ieri, lunedì, nel Expo Centre della metropoli sudafricana è cominciato un «pre-summit» per formare i diversi caucus (coordinamenti) tematici. Un «villaggio» sta prendendo forma, con stand di organizzazioni e movimenti venuti da tutto il mondo. […] Nel suo «Appello all’azione e alla lotta», diffuso via internet (www.worldsummit.org.za), il Coordinamento delle Ong sudafricane (Sangoco) fa appello a «far sentire le voci dei poveri del Sudafrica» durante il vertice di Johannesburg. «Dopo anni di lotta contro l’apartheid il sogno di una società libera dalla povertà, in cui tutti gli sfruttati e gli oppressi abbiano diritti umani e dignità, è lontano dall’essere realizzato. Sette anni dopo l’avvento della democrazia, vediamo crescenti disparità tra ricchi e poveri; vediamo peggiorare disoccupazione, povertà, fame, malattie e analfabetismo; aumenta la violenza contro le donne; la pandemia di Aids/Hiv si espande su un tessuto sociale debole, e a sua volta lo indebolisce; continua a peggiorare l’eco-sistema da cui dipendiamo per il nostro benessere».
[…]
Che tipo di dibattito si è svolto in Sudafrica in preparazione del Global Forum? Fakir, che ne è stato parte attiva, parla di un lungo processo di incontri e forum locali: «I temi dominanti sono stati la terra, la povertà,
le questioni sociali come la disoccupazione, l’Aids. Il risultato è un ordine del giorno non dominato dagli ambientalisti, e forse questa è la vera particolarità del Forum sudafricano: a differenza di quello di Rio, sarà più centrato sullo sviluppo». Nell’ordine del giorno infatti troviamo il commercio mondiale, la «Nuova partnership per l’Africa» o Nepad, («verso cui tutti noi siamo molto critici»), le istituzioni internazionali che governano l’economia mondiale. E poi diritti di cittadinanza, povertà e globalizzazione, la salute, l’Aids. Molti insisteranno su pace, diritti umani, sicurezza. Altri su modelli economici alternativi.



Habemus papam "No Global"?




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giovedì 20 settembre 2007 - ore 11:30


TANTI AUGURIII AAAA TEEEE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Buon compleanno PIPPIRI


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