![]() |
|
|
![]() |
![]() Vitto, 5 anni spritzina di Paperopoli, ma periferia. CHE FACCIO? essere minchia, però con laurea. Sono middle [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO Francesco TRENTO, Aureliano AMADEI, VENTI SIGARETTE A NASSIRYA HO VISTO ho visto nascere il Torelli Sudati Rugby Club. e scusate se è poco. STO ASCOLTANDO PIXIES, DE ANDRE’ ABBIGLIAMENTO del GIORNO La felpa del Torelli Sudati Rugby Club ORA VORREI TANTO... Un passaporto malese. E chiamarmi Yanez. STO STUDIANDO... Sono alla ricerca di me stesso. Oh...eccomi! ero sotto al comò. OGGI IL MIO UMORE E'... non so dove sia. ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE 1) leccare il Poli !!! BLOG che SEGUO: JOHNTRENT MARILESA MIKNESIAC MRSTRENT THELMA RAC SPUATCH JANE_D LAFLETCHER ICY83 BEATRIX_K CHICKFIT ODUM VIOLANTE DRAMAQUEEN SHAULA BOPPE KILLERCOKE CERES SABRY8 APINA HARLOK CATEYE MENTIRA MIRò CHOBIN DANKO ZILVIO VAMPINA DI0 CRUSCA CARAVITA SQUALONOIR BAJI LAH ADEMARKI AZURA TELETE TEMPORALE OSHùN FECK-U DRAUEN ANDREA1000 MATAN TWILIGHT UèUè BOOKMARKS Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti! UTENTI ONLINE: |
![]() BENVENUTI NEL BLOG DI DON VITTO LE IMMAGINI DELLA PRIMA CELEBRAZIONE. QUESTO BLOG SUPPORTA SEBASTIEN CHABAL, MA NON SUPPORTA LA NAZIONALE FRANCESE DI RUGBY. ALLO STESSO MODO, QUESTO BLOG SUPPORTA ROSY BINDI, MA NON IL PARTITO DEMOCRATICO. TORELLI ARROGANTI giovedì 26 maggio 2011 - ore 11:20 Humus. Manifesto del contadino impazzito Amate pure il guadagno facile, laumento annuale di stipendio, le ferie pagate. Chiedete più cose prefabbricate, abbiate paura di conoscere i vostri prossimi e di morire. Quando vi vorranno far comprare qualcosa vi chiameranno. Quando vi vorranno far morire per il profitto, ve lo faranno sapere. Ma tu, amico, ogni giorno fa qualcosa che non possa essere misurato. Ama la vita. Ama la terra. Conta su quello che hai e resta povero. Ama chi non se lo merita. Non ti fidare del governo, di nessun governo. E abbraccia gli esseri umani: nel tuo rapporto con ciascuno di loro riponi la tua speranza politica. Approva nella natura quello che non capisci, perché ciò che luomo non ha compreso non ha distrutto. Fai quelle domande che non hanno risposta. Investi nel millennio... pianta sequoie. Sostieni che il tuo raccolto principale è la foresta che non hai seminato, e che non vivrai per raccogliere. Poni la tua fiducia nei cinque centimetri di humus Che crescono sotto gli alberi ogni mille anni. Finché la donna non ha molto potere, dai retta alla donna più che alluomo. Domandati se quello che fai potrà soddisfare la donna che è contenta di avere un bambino. Domandati se quello che fai disturberà il sonno della donna vicina a partorire. Vai con il tuo amore nei campi. Risposati allombra. Quando vedi che i generali e i politicanti riescono a prevedere i movimenti del tuo pensiero, abbandonalo. Lascialo come un segnale della falsa pista, quella che non hai preso. Fai come la volpe, che lascia molte più tracce del necessario, diverse nella direzione sbagliata. Pratica la resurrezione. W E N D E L L B E R R Y traduzione di Giannozzo Pucci LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK martedì 10 maggio 2011 - ore 01:36 discrepare. ho un urlo di munch dentro. peccato che fuori si senta solo una serenata di Apicella. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK sabato 30 aprile 2011 - ore 02:22 progredire. Nella vita, a volte, sera trovato di fronte ad ostacoli difficili da superare: la ricerca del lavoro a 13 anni, la morte della madre a 16, la morte del padre a 18, e i quattro fratelli più piccoli a cui badare, negli anni a seguire. Ogni volta, G. aveva chinato la testa, messo su uno sguardo più duo, aggrottato la fronte, e aveva fatto quel che cera da fare. Aveva lavorato, aveva scavato la fossa, ne aveva scavata unaltra,aveva mandato i fratelli a serventa da altre famiglie più ricche, giù, in pianura. Per anni era rimasto solo, a lavorare allofficina di Elio, tutto il giorno a fresare, ribattere, bucare, stampare lamiere. La sera a casa seguiva lorto, falciava il prato in stagione, e curava le bestie, galline tisiche e una vacca dalle ossa pericolosamente sporgenti. Nel ripetersi dei gesti quotidiani, non vera alcun luogo per riflessioni sula trascendenza, sul significato delle proprie azioni, sulla libertà di scelta, sulla possibilità o meno dellesistenza di Dio. La sua realtà era data. Iniziava al ponte piccolo, in fondo al paese, dirimpetto al locale dellofficina, e finiva sotto le coperte ruvide, le stesse che una volta usavano i suoi genitori. Non che credesse fossero domande o dubbi inutili, quelle sulla fine della vita, su inferno o paradiso, su dio o non dio, sulla libertà o sulla servitù. Semplicemente, non ci pensava. Non poteva pensarci. Nessuno glielo aveva insegnato. Nessuno gli dimostrava, nelle cose di tutti i giorni, che esisteva, forse, unalternativa. Come fosse nato cieco, non sapeva di poter scegliere. Non sapeva di poter porre domande, anche a se stesso. Era convinto dessere una brava persona, rispettosa e diligente, ma nella realtà delle cose, che a noi lettori esterni è data a vedere, era semplicemente servo. I più gretti di noi lo consideravano, e tuttora lo considererebbero, se fosse ancora vivo, uno stupido, un ignorantone, un ingenuo, un idiota. I più ipocriti, versavano lacrime per il suo destino. I più studiati, cercavano una soluzione ai suoi problemi (che lui non sapeva di avere...) La più forte di noi, lo amava. E lo sposò senza por tempo in mezzo. Facendoci vergognare tutti, facendone un uomo migliore, facendosi una donna migliore. LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK sabato 23 aprile 2011 - ore 12:29 “Fra un secolo si immaginerà che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva sulla nuova costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri, di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file... nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovanetti partigiani. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili ed oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”. Piero Calamandrei, da un discorso all’Assemblea Costituente nel 1947 LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK mercoledì 23 marzo 2011 - ore 23:23 Tattoo o tatoo, uguale non fa. Nostàlghia. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 14 marzo 2011 - ore 12:37 Poi un giorno succede che vinci con la Francia. LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK giovedì 24 febbraio 2011 - ore 12:05 Consumati consumisti. lo dissi tempo fa, lo ribadisco ora: abbiamo davvero bisogno, come società, di 12 marche e 123 gusti di Yogurt? LEGGI I COMMENTI (8) - PERMALINK lunedì 21 febbraio 2011 - ore 10:11 Simple thing called MAESTRO ![]() "Qualè la capitale del Perù? La risposta è...trovala su Google!" Questo recita il banner pubblicitario in questi giorni nel mio blog. La capitale del Perù è Lima. Senza che stiamo qua a cercarla su Google. Perchè lo so? Perchè ho frequentato le elementari. Perchè in terza elementare si imparano le città e regioni dItalia, in quarta elementare si imparano città, nazioni e climi dEuropa, e in quinta elementare si imparano città, nazioni e climi del mondo. Quindi anche la capitale del fottutissimo Perù. Si imparava questo. E il maestro ci faceva disegnare lUmbria (non so perchè lUmbria, forse aveva parenti là), eci faceva disegnare la Polonia (forse aveva parenti anche là, o era devoto di Wojtila), e ci spiegava come si accoppiano i conigli, e come si formano i fossili, e di come i conigli polacchi si fossilizzino se vanno a disegnare in Umbria. Un sacco di belle cose che, sono sicuro, potrei trovare anche su Google o chi per esso, ma che sinceramente son felice di saper già. LEGGI I COMMENTI (11) - PERMALINK giovedì 17 febbraio 2011 - ore 23:55 CINERA GRAMSCI. So che tanto non le leggete, ma ci son cose che valgono la vostra distrazione. Le ceneri di Gramsci I Non è di maggio questa impura aria che il buio giardino straniero fa ancora più buio, o l’abbaglia con cieche schiarite… questo cielo di bave sopra gli attici giallini che in semicerchi immensi fanno velo alle curve del Tevere, ai turchini monti del Lazio… Spande una mortale pace, disamorata come i nostri destini, tra le vecchie muraglie l’autunnale maggio. In esso c’è il grigiore del mondo, la fine del decennio in cui ci appare tra le macerie finito il profondo e ingenuo sforzo di rifare la vita; il silenzio, fradicio e infecondo… Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri – non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio. Non puoi, lo vedi?, che riposare in questo sito estraneo, ancora confinato. Noia patrizia ti è intorno. E, sbiadito, solo ti giunge qualche colpo d’incudine dalle officine di Testaccio, sopito nel vespro: tra misere tettoie, nudi mucchi di latta, ferrivecchi, dove cantando vizioso un garzone già chiude la sua giornata, mentre intorno spiove. II Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo. Scelte, dedizioni… altro suono non hanno ormai che questo del giardino gramo e nobile, in cui caparbio l’inganno che attutiva la vita resta nella morte. Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno che mostrare la superstite sorte di gente laica le laiche iscrizioni in queste grigie pietre, corte e imponenti. Ancora di passioni sfrenate senza scandalo son arse le ossa dei miliardari di nazioni più grandi; ronzano, quasi mai scomparse, le ironie dei principi, dei pederasti, i cui corpi sono nell’urne sparse inceneriti e non ancora casti. Qui il silenzio della morte è fede di un civile silenzio di uomini rimasti uomini, di un tedio che nel tedio del Parco, discreto muta: e la città che, indifferente, lo confina in mezzo a tuguri e a chiese, empia nella pietà, vi perde il suo splendore. La sua terra grassa di ortiche e di legumi dà questi magri cipressi, questa nera umidità che chiazza i muri intorno a smotti ghirigori di bosso, che la sera rasserenando spegne in disadorni sentori d’alga… quest’erbetta stenta e inodora, dove violetta si sprofonda l’atmosfera, con un brivido di menta, o fieno marcio, e quieta vi prelude con diurna malinconia, la spenta trepidazione della notte. Rude di clima, dolcissimo di storia, è tra questi muri il suolo in cui trasuda altro suolo; questo umido che ricorda altro umido; e risuonano – familiari da latitudini e orizzonti dove inglesi selve coronano laghi spersi nel cielo, tra praterie verdi come fosforici biliardi o come smeraldi: “And O ye Fountains…” – le pie invocazioni… III Uno straccetto rosso, come quello arrotolato al collo ai partigiani e, presso l’urna, sul terreno cereo, diversamente rossi, due gerani. Lì tu stai, bandito e con dura eleganza non cattolica, elencato tra estranei morti: Le ceneri di Gramsci… Tra speranza e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato per caso in questa magra serra, innanzi alla tua tomba, al tuo spirito restato quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa di diverso, forse, di più estasiato e anche di più umile, ebbra simbiosi d’adolescente di sesso con morte…) E, da questo paese in cui non ebbe posa la tua tensione, sento quale torto – qui nella quiete delle tombe – e insieme quale ragione – nell’inquieta sorte nostra – tu avessi stilando le supreme pagine nei giorni del tuo assassinio. Ecco qui ad attestare il seme non ancora disperso dell’antico dominio, questi morti attaccati a un possesso che affonda nei secoli il suo abominio e la sua grandezza: e insieme, ossesso, quel vibrare d’incudini, in sordina, soffocato e accorante – dal dimesso rione – ad attestarne la fine. Ed ecco qui me stesso… povero, vestito dei panni che i poveri adocchiano in vetrine dal rozzo splendore, e che ha smarrito la sporcizia delle più sperdute strade, delle panche dei tram, da cui stranito è il mio giorno: mentre sempre più rade ho di queste vacanze, nel tormento del mantenermi in vita; e se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai, se in esso mi feriva il male borghese di me borghese: e ora, scisso – con te – il mondo, oggetto non appare di rancore e quasi di mistico disprezzo, la parte che ne ha il potere? Eppure senza il tuo rigore, sussisto perché non scelgo. Vivo nel non volere del tramontato dopoguerra: amando il mondo che odio – nella sua miseria sprezzante e perso – per un oscuro scandalo della coscienza… IV Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro te; con te nel core, in luce, contro te nelle buie viscere; del mio paterno stato traditore – nel pensiero, in un’ombra di azione - mi so ad esso attaccato nel calore degli istinti, dell’estetica passione; attratto da una vita proletaria a te anteriore, è per me religione la sua allegria, non la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza: è la forza originaria dell’uomo, che nell’atto s’è perduta, a darle l’ebbrezza della nostalgia, una luce poetica: ed altro più io non so dirne, che non sia giusto ma non sincero, astratto amore, non accorante simpatia… Come i poveri povero, mi attacco come loro a umilianti speranze, come loro per vivere mi batto ogni giorno. Ma nella desolante mia condizione di diseredato, io possiedo: ed è il più esaltante dei possessi borghesi, lo stato più assoluto. Ma come io possiedo la storia, essa mi possiede; ne sono illuminato: ma a che serve la luce? V Non dico l’individuo, il fenomeno dell’ardore sensuale e sentimentale… altri vizi esso ha, altro è il nome e la fatalità del suo peccare… Ma in esso impastati quali comuni, prenatali vizi, e quale oggettivo peccato! Non sono immuni gli interni e esterni atti, che lo fanno incarnato alla vita, da nessuna delle religioni che nella vita stanno, ipoteca di morte, istituite a ingannare la luce, a dar luce all’inganno. Destinate a esser seppellite le sue spoglie al Verano, è cattolica la sua lotta con esse: gesuitiche le manie con cui dispone il cuore; e ancor più dentro: ha bibliche astuzie la sua coscienza… e ironico ardore liberale… e rozza luce, tra i disgusti di dandy provinciale, di provinciale salute… Fino alle infime minuzie in cui sfumano, nel fondo animale, Autorità e Anarchia… Ben protetto dall’impura virtù e dall’ebbro peccare, difendendo una ingenuità di ossesso, e con quale coscienza!, vive l’io: io, vivo, eludendo la vita, con nel petto il senso di una vita che sia oblio accorante, violento… Ah come capisco, muto nel fradicio brusio del vento, qui dov’è muta Roma, tra i cipressi stancamente sconvolti, presso te, l’anima il cui graffito suona Shelley… Come capisco il vortice dei sentimenti, il capriccio (greco nel cuore del patrizio, nordico villeggiante) che lo inghiottì nel cieco celeste del Tirreno; la carnale gioia dell’avventura, estetica e puerile: mentre prostrata l’Italia come dentro il ventre di un’enorme cicala, spalanca bianchi litorali, sparsi nel Lazio di velate torme di pini, barocchi, di giallognole radure di ruchetta, dove dorme col membro gonfio tra gli stracci un sogno goethiano, il giovincello ciociaro… Nella Maremma, scuri, di stupende fogne d’erbasaetta in cui si stampa chiaro il nocciolo, pei viottoli che il buttero della sua gioventù ricolma ignaro. Ciecamente fragranti nelle asciutte curve della Versilia, che sul mare aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi, le tarsie lievi della sua pasquale campagna interamente umana, espone, incupita sul Cinquale, dipanata sotto le torride Apuane, i blu vitrei sul rosa… Di scogli, frane, sconvolti, come per un panico di fragranza, nella Riviera, molle, erta, dove il sole lotta con la brezza a dar suprema soavità agli olii del mare… E intorno ronza di lietezza lo sterminato strumento a percussione del sesso e della luce: così avvezza ne è l’Italia che non ne trema, come morta nella sua vita: gridano caldi da centinaia di porti il nome del compagno i giovinetti madidi nel bruno della faccia, tra la gente rivierasca, presso orti di cardi, in luride spiaggette… Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata passione di essere nel mondo? VI Me ne vado, ti lascio nella sera che, benché triste, così dolce scende per noi viventi, con la luce cerea che al quartiere in penombra si rapprende. E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto, intorno, e, più lontano, lo riaccende di una vita smaniosa che del roco rotolio dei tram, dei gridi umani, dialettali, fa un concerto fioco e assoluto. E senti come in quei lontani esseri che, in vita, gridano, ridono, in quei loro veicoli, in quei grami caseggiati dove si consuma l’infido ed espansivo dono dell’esistenza - quella vita non è che un brivido; corporea, collettiva presenza; senti il mancare di ogni religione vera; non vita, ma sopravvivenza – forse più lieta della vita – come d’un popolo di animali, nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per l’operare quotidiano: umile fervore cui dà un senso di festa l’umile corruzione. Quanto più è vano – in questo vuoto della storia, in questa ronzante pausa in cui la vita tace - ogni ideale, meglio è manifesta la stupenda, adusta sensualità quasi alessandrina, che tutto minia e impuramente accende, quando qua nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina il mondo, nella penombra, rientrando in vuote piazze, in scorate officine… Già si accendono i lumi, costellando Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero Testaccio, disadorno tra il suo grande lurido monte, i lungoteveri, il nero fondale, oltre il fiume, che Monteverde ammassa o sfuma invisibile sul cielo. Diademi di lumi che si perdono, smaglianti, e freddi di tristezza quasi marina… Manca poco alla cena; brillano i rari autobus del quartiere, con grappoli d’operai agli sportelli, e gruppi di militari vanno, senza fretta, verso il monte che cela in mezzo a sterri fradici e mucchi secchi d’immondizia nell’ombra, rintanate zoccolette che aspettano irose sopra la sporcizia afrodisiaca: e, non lontano, tra casette abusive ai margini del monte, o in mezzo a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi leggeri come stracci giocano alla brezza non più fredda, primaverile; ardenti di sventatezza giovanile la romanesca loro sera di maggio scuri adolescenti fischiano pei marciapiedi, nella festa vespertina; e scrosciano le saracinesche dei garages di schianto, gioiosamente, se il buio ha resa serena la sera, e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio il vento che cade in tremiti di bufera, è ben dolce, benché radendo i capellacci e i tufi del Macello, vi si imbeva di sangue marcio, e per ogni dove agiti rifiuti e odore di miseria. È un brusio la vita, e questi persi in essa, la perdono serenamente, se il cuore ne hanno pieno: a godersi eccoli, miseri, la sera: e potente in essi, inermi, per essi, il mito rinasce… Ma io, con il cuore cosciente di chi soltanto nella storia ha vita, potrò mai più con pura passione operare, se so che la nostra storia è finita? PPP, 1954. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK lunedì 7 febbraio 2011 - ore 23:33 Bon. Il problema delle minoranze etniche risolviamolo così: I Palestinesi di troppo li mettiamo in Alto Adige. Ai Curdi diamo metà provincia di Rovigo. Poi mandiamo i Valdostani ad occupare parte del Tajikistan, che tanto son sempre montagne. E siamo a posto così. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
|||