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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 17 novembre 2005
ore 16:10
(categoria: "Vita Quotidiana")



Giocano a pallone, leggono libri e vanno a teatro: i bimbi del 2005
di ROSARIA AMATO

Quando sono piccoli preferiscono bambole, palloni e automobiline ai videogiochi. Quando crescono leggono libri, giocano molto con gli amici, praticano gli sport, vanno a teatro, al cinema e in misura minima ma crescente vanno anche ai concerti di musica classica. Sfata molti luoghi comuni sull’infanzia e l’adolescenza l’indagine presentata stamane dall’Istat, "La vita quotidiana dei bambini 2005".

I palloni battono i videogiochi. Si parla di crisi dei giocattoli tradizionali, ma non è ancora il momento di pensionare bambole e trenini a favore di giochi di tipo tecnologico. Infatti, rileva l’indagine Istat , le bambole rimangono in cima alle preferenze delle bambine dai 6 ai 10 anni con uno schiacciante 71,7%, mentre il pallone lo è in cima a quella dei bambini (71,6%, in deciso vantaggio sui videogiochi (65,2%. Automobiline e trenini sono i giochi preferiti dei maschietti dai 3 ai 5 anni (73,5%.

Più interesse per i libri. E quando crescono, i bambini leggono libri: nel 2005 la percentuale di bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni che ha letto almeno un libro è aumentata del 4,5% rispetto al 2000, arrivando al 53,5%. Il 39% ha letto due o tre libri. E seguono corsi extrascolastici: la percentuale di partecipazione a corsi di musica, sport, lingue straniere e informatica è aumentata dal ’98 a oggi di quasi il 5%.

In aumento la frequenza di musei e teatri. E’ aumentata inoltre la percentuale di bambini e ragazzi che frequentano mostre e spettacoli dal vivo. Nella fascia d’età compresa tra i 3 e i 17 anni tra il 2000 e il 2005 sono aumentati coloro che sono andati al teatro (dal 22,8% al 30%, al cinema (dal 64,7% al 79,2%, hanno visitato musei e mostre (dal 41,7% al 43,6%, hanno assistito a spettacoli sportivi (dal 40,2% al 42,7%. In crescita anche la percentuale di bambini e ragazzi che sono andati ai concerti di musica classica, passata dal 6,4 all’8,4%.

Bene anche le relazioni sociali. Bambini e ragazzi apprezzano molto le relazioni sociali, più che negli anni passati: tra il 1998 e il 2005 i bambini e ragazzi che frequentano coetanei passano dal 76,1% al 78,8%. Oltre i tre quarti dei bambini e ragazzi dai 3 ai 17 anni frequenta coetanei nel proprio tempo libero.

Sempre più diffuse le tecnologie. Il rinnovato interesse per mostre, libri e teatri naturalmente si affianca all’uso e alla scoperta sempre maggiore delle tecnologie. Dal 2000 è passata dal 41,7% al 57,1% la percentuale dei bambini al di sopra dei 3 anni che usa il pc. In crescita, quasi il doppio (dal 28,5% al 52,5% anche l’uso di Internet.

Boom dell’uso del cellulare. Ma a crescere è in primo luogo l’uso del cellulare. Considerando quelli da 11 a 17 anni, tra il 2000 e il 2005 si è passati dal 55,6% all’83,6%. La crescita maggiore si è verificata tra i più piccoli.

La mamma compagna di giochi più del papà. In generale, protagonista dei giochi dei bambini è la mamma che svolge con loro, in media, 3 attività ludiche rispetto alle 2,3 dei padri. E’ la mamma poi la principale lettrice di fiabe e racconti (80,4% fra i 3-5 anni; 50% fra 6-10) mentre i padri sono al di sotto di ben 30 punti percentuale.

Ma agli spettacoli sportivi si va con il papà. Protagonista la mamma anche nelle attività che hanno a che fare con la musica: il 54,6% dei bambini, canta, balla o suona con lei (34,6% con i padri) e il 63,3% (contro il 45,4% ascolta insieme a lei la musica. Ma agli spettacoli sportivi i figli vanno più spesso con i padri (13,1% rispetto al 10,4 di quelli che vanno con la madre).

Diminuiscono le madri casalinghe. Nel 2005, rispetto al 1993-94, sono aumentati i bambini ed i ragazzi fino a 17 anni con entrambi i genitori occupati, dal 36,3% al 43,4%, mentre sono diminuiti quelli con padre occupato e madre casalinga (dal 45,2% al 36,1%.

Più figli unici o con un solo fratello. Confermata la tendenza del figlio unico (24,4% e i bambini con un solo fratello (52,9%, diminuiscono i bambini che hanno 2 o più fratelli (22,7%. Il figlio unico è più diffuso al Nord: al Nord-Ovest raggiunge il 31%, nel Centro il 28% mentre al Sud il 17,8% e nelle Isole il 16,5%.


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giovedì 17 novembre 2005
ore 14:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Decine di migliaia in Italia per il giorno mondiale degli studenti
di DANIELE SEMERARO

Migliaia di studenti in oltre 70 città d’Italia stanno prendendo parte da questa mattina alle manifestazioni del 17 novembre, considerato il "primo maggio" dei giovani, in ricordo dell’uccisione, nel 1939, di centinaia di ragazzi cecoslovacchi che si opponevano alla guerra. L’iniziativa, rilanciata dal social forum di Porto Alegre, è giunta quest’anno alla seconda edizione: una occasione per rivendicare il diritto allo studio, migliori condizioni di apprendimento e lo status di portatori di diritti.

"Siamo tantissimi in ogni parte del Paese - ha dichiarato il portavoce dell’Unione degli Universitari (l’associazione che, insieme all’Unione degli Studenti e alla Mutua Studentesca, ha promosso l’iniziativa) per una manifestazione che non vuole essere politica, ma vuole affermare con forza i diritti di noi studenti". In particolare, gli studenti chiedono, tra le altre cose, la possibilità di autogestire spazi e tempi di vita e formazione, il diritto di accesso al sapere anche al di fuori di scuole e università, l’abolizione del numero chiuso e il diritto ad avere strutture adeguate allo studio. All’iniziativa hanno aderito anche numerosi personaggi della cultura e della politica, da Dario Fo (presente al corteo di Milano) a Rita Borsellino (che ha sfilato insieme agli studenti palermitani) allo scrittore Luis Sepulveda a Don Luigi Ciotti.

I cortei più numerosi a Genova, Torino, Palermo, Perugia, Trieste e Gorizia (qui si è protestato anche per gli scarsi standard di sicurezza negli istituti), Napoli (dove i ragazzi hanno mandato il traffico in tilt), Roma e Milano. In particolare, a Roma, dove la marcia (a cui hanno aderito circa ventimila persone) si è conclusa davanti al Ministero della Pubblica Istruzione, sono stati accesi fumogeni e imbrattati i muri di alcuni palazzi. Lungo il percorso della manifestazione è stata presa di mira anche una banca, verso la quale sono stati lanciati alcuni palloncini di vernice rossa. Momenti di tensione anche a Milano: fumogeni e petardi sono stati "esplosi" contro la sede di Assolombarda. A Catanzaro una ragazza è rimasta lievemente ferita dallo scoppio di un petardo lanciato probabilmente per scherzo. A Palermo un quindicenne è stato denunciato per aver imbrattato con vernice spray il muro di Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione Sicilia.


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giovedì 17 novembre 2005
ore 09:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



2005 fuga da Microsoft
Esodo di cervelli. Burocrazia soffocante. Nervosismo ai vertici. Il colosso di Gates è in crisi. E c’è chi dice che rischia l’estinzione
di Enrico Pedemonte

Centinaia di importanti ricercatori che se ne vanno. Il presidente Steve Ballmer che lancia sedie contro i ’traditori’. Molti analisti che vedono nero. Possibile che in un’azienda come Microsoft, che l’anno scorso ha macinato 12,3 miliardi di dollari di profitti (e l’anno prossimo supererà i 13 miliardi) ci sia aria di crisi? "Oggi l’azienda di Bill Gates ricorda l’Ibm della seconda metà degli anni Ottanta", dice Michael Cusumano, professore alla Sloan School of Management del Mit di Boston. Allora l’Ibm sottovalutò la rivoluzione del pc: capì troppo tardi che il suo strapotere nei grandi calcolatori sarebbe presto stato vanificato dall’emergere dei personal computer. Impiegò anni per riprendersi e trovare una nuova strategia.

Oggi un analogo ribaltone potrebbe essere dietro l’angolo per Microsoft: il suo monopolio nei pc appare più fragile di ieri in un ambiente dove il centro del mondo non è più il computer, ma Internet. Il settimanale ’Business Week’ ha rivelato che qualche mese fa due giovani ricercatori della Microsoft, Kentaro Toyama e Sean Blagsvedt, hanno inviato un memo a Bill Gates invitandolo a cambiare rotta: "Tutti ormai capiscono quanto sia imminente la crisi", affermano i due, suggerendo "dieci pazze idee per scuotere la Microsoft" dall’immobilismo. I due sono convinti che Microsoft non possieda gli anticorpi in grado di rivelare le tempeste in arrivo e quindi non sappia prendere le radicali contromisure necessarie per la difesa. In particolare non riesca a far rifiorire la creatività interna e battere una soffocante burocrazia. Sicché propongono addirittura una ’polizia interna anti-burocrati’.

Ma Toyama e Blagsvedt non sono gli unici a lanciare fulmini contro Gates. Su Internet centinaia di siti e blog fanno a gara nell’elencare le recenti battute d’arresto del colosso di Redmond e discutere, in un clima da tifoseria calcistica, sulle strategie alternative possibili. Microsoft viene accusata di avere perso la carica innovativa, di non essere più il sogno segreto dei giovani che escono dall’università, di avere una strategia datata e troppo legata alla centralità del pc. Oltre la metà delle risorse dell’azienda sono impegnate a creare nuove versioni di Windows e di Office, i due monopoli che garantiscono i profitti, o a tamponare le falle delle vecchie versioni, che ogni giorno vengono attaccate dagli hacker.

Cusumano spiega che parte dei problemi di Microsoft è stata provocata dalle sentenze dei processi antitrust che ormai negano il diritto di aggiungere al sistema operativo nuovi prodotti, per esempio Media Player, il software per ascoltare musica. Così Microsoft sta progettando una nuova versione di Windows dove tutte le funzioni siano integrate insieme, e quindi non più separabili. Ciò ha reso necessario far collaborare gruppi di lavoro fino a ieri separati, riunificando l’attività di migliaia di ingegneri per la produzione di un colossale software che ormai conta 60 milioni di linee di codice. Un’impresa titanica dove tutto è interconnesso e tutto procede con esasperante lentezza. Anche per questa ragione la nuova versione di Windows, battezzata Vista, non arriverà prima della fine del 2006, cinque anni dopo l’uscita di Windows XP. Molte delle novità previste sono state cancellate, e altre sono state già lanciate da aziende più agili, che fino a ieri non venivano nemmeno citate nell’elenco dei concorrenti, e ora tolgono spazio a Microsoft non solo nella popolarità su Internet, ma anche nella produzione di software. Si tratta di società come Google, Yahoo!, Skype, solo per citarne alcune.

I più severi dei critici dicono che Microsoft ormai non fa più innovazione, ma solo manutenzione di Windows, e che la creatività si è spostata altrove. E in effetti nessuna delle novità più importanti che negli ultimi anni hanno scosso il mondo dell’informatica è uscita dal campus di Redmond. È stata Skype, con i suoi centri di ricerca in Lettonia, a lanciare il popolarissimo programma che consente di chiacchierare gratis sul Web e sta mettendo in crisi le società di telecomunicazioni. Ed è stata Google a diffondere un software per fare ricerche sui singoli computer, battendo sul tempo Microsoft.

Google è la vera spina nel fianco di Gates. Dopo il successo di Google Earth (vedi ’L’espresso’ n. 39) e di Google Talk (per chiacchierare sul Web), anche altre piccole innovazioni stanno facendo furore: per esempio un sistema che consente di tradurre istantaneamente in un’altra lingua ogni parola incontrata su Internet, puntando semplicemente il mouse. Persino nel settore dei browser, che sembrava monopolizzato, Microsoft è stata messa sotto scacco da una piccola azienda come Mozilla, che con Firefox sta sbaragliando Explorer. Di fronte a questa esplosione di creatività nelle aziende di Internet, da Microsoft è cominciata la fuga dei cervelli. Nell’ultimo anno oltre 200 ricercatori e manager eccellenti hanno presentato la lettera di dimissioni. Se n’è andato Lenn Pryor, uno dei direttori della ricerca su Windows, che ha accettato una proposta di Skype. Si sono dimessi Joe Beda e Gary Burd, emigrati a San Francisco per occuparsi di Google Talk. E davanti a questa processione di addii, il presidente Steve Ballmer, noto per il suo carattere bollente, ha cominciato a perdere la pazienza. Le versioni sul suo comportamento divergono. Sarà vero, per esempio, che ha tirato una sedia addosso a Mark Lucovsky, stella di prima grandezza del software, quando ha appreso che questi si era licenziato per passare a Google? Ballmer assicura che si tratta di un’esagerazione. Ma Lukovsky lo ha scritto nero su bianco in una dichiarazione giurata al giudice. E ha aggiunto che in quell’occasione Ballmer si è messo a urlare volgarità di ogni genere. Per esempio: "Eric Schmidt (presidente di Google, ndr) è un fottuto frocio. Lo sotterrerò, quel bastardo. E ucciderò Google". Non contento, sul suo blog Lukovsky ha infierito così: "Fino a ieri pensavo che Microsoft, dove ho lavorato per 16 anni, fosse in grado di produrre e distribuire del buon software. Oggi mi chiedo se sia ancora capace".

Ma forse il nome più prestigioso a lasciare l’azienda di Redmond è stato l’ex vicepresidente Kai-Fu Lee, esperto mondiale di riconoscimento automatico del linguaggio parlato, anch’egli passato a Google. Quando si è trovato davanti al giudice che doveva decidere sui termini del diritto di esclusiva vantato da Microsoft (che lo pagava oltre un milione di dollari all’anno) Lee ha usato parole grosse. Ha accusato l’azienda di essersi comportata da ’incompetente’ sul mercato cinese. E ha spiegato le proprie dimissioni con il desiderio di trovare un posto innovativo dove lavorare.

Per capire questo improvviso terremoto, Cusumano, che recentemente ha pubblicato ’The business of software’, dice che Microsoft si trova davanti a una duplice sfida. Da una parte la concorrenza sta facendo calare i prezzi del software e rende sempre più difficile vendere prodotti costosi ad aziende ormai sature di software. Dall’altra il mercato si sta spostando sempre più verso i servizi Internet, garantiti da piccole aziende innovative che offrono software leggeri e poco costosi. La risposta di Steve Ballmer a questa ondata di critiche è arrivata il 20 settembre, con un grande piano di riorganizzazione: i 60 mila dipendenti saranno divisi in tre divisioni autonome, ciascuna con un suo presidente. Ma a molti è sembrato un pannicello caldo. Raj Reddy, professore di Computer Science alla Carnagie Mellon University, dice che ci vorrebbe una cura ben più robusta, e propone di fare di Microsoft uno spezzatino di piccole società, finanziate con i 38 miliardi di dollari di liquidità che l’azienda ha in banca grazie ai profitti da favola garantiti da Windows e Office.
Gates e Ballmer rispondono alle critiche sicuri che la loro strategia è quella giusta. È vero che la crescita dell’azienda rallenta e per la prima volta nella sua storia è a una cifra sola: 8 per cento. Ma quale impresa si lamenterebbe di un simile risultato? È vero anche che quasi tutti i settori in cui Microsoft è impegnata (a parte Windows e Office) continuano a perdere soldi, ma il denaro accumulato in banca consente di pensare a lunga scadenza e di rispondere a ogni sfida. E poi c’è la convinzione profonda che la vecchia strategia - cioè puntare su grandi software rivolti al mercato di massa - sia quella giusta.

è per questo che Microsoft continua a investire enormi somme di denaro nel mercato dei videogiochi, anche se questa avventura si è rivelata fino a oggi un bagno di sangue finanziario. La prima generazione della console Xbox, che ha venduto 22 milioni di esemplari contro gli oltre 80 della Playstation Sony, ha accumulato una colossale perdita, 4 miliardi di dollari, che avrebbe convinto chiunque a battere in ritirata. Ma Microsoft ha deciso di andare avanti e a fine novembre lancerà Xbox-2, con l’obiettivo di raddoppiare al 40 per cento la quota di mercato e realizzare finalmente profitti.

E’ testardo, Gates. Vent’anni fa era lui il piccolo David che sfidava il gigante Ibm. Ma oggi che è lui il colosso del software, vuole dimostrare che Golia può vincere, anche se i piccoli David che oggi popolano Internet sono ormai più innovativi e più agili di lui.


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 19:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ubbidisci a mamma. «Silvio è molto stanco con tutto quello che ha da fare tra il lavoro e gli insulti. Spesso gli dico: ma chi te lo ha fatto fare? Visto che anziché apprezzare ti attaccano, perché non pianti lì tutto e lasci che gli italiani si arrangino da soli?».

Rosa Bossi, madre di Silvio Berlusconi, Ansa 15 novembre


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 18:46
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 16 novembre 2005
ore 18:44
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 16 novembre 2005
ore 18:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



Web, gli Usa vincono ai punti
Tutto rinviato per cinque anni

La decisione è di decidere tra cinque anni, forse. L’accordo raggiunto al Summit mondiale sulla società dell’informazione è più o meno questo. La montagna di diplomazia che si è riunita a Tunisi da giorni a porte chiuse e da oggi a venerdì in udienza pubblica ha partorito un topolino. L’impegno, ribadito stamani dal segretario generale dell’Onu Kofi Annan, di discutere all’interno di un forum internazionale quale dovrà essere l’evoluzione di internet. Chi farà parte di questo forum ("istituzioni, società civile, imprese" si è detto), di che cosa esattamente si parlerà per il momento non è dato sapere.

Tra i due litiganti -gli Stati Uniti accusati di controllare lo sviluppo del web attraverso la società privata Icann, e un gruppo di paesi (tra cui Cina, Iran e Brasile) che reclamavano la fine di questo monopolio- ha vinto il primo. Perché, in pratica, da domani non cambierà niente: la californiana Icann continuerà a gestire l’assegnazione dei domini (gli indirizzi internettiani) mentre il consesso internazionale discuterà di come, eventualmente, inventarsi un’entità che la sostituisca. Una "terza via", questa, sostenuta anche dall’Italia, qui rappresentata dal ministro dell’Innovazione Lucio Stanca, che spingeva per una soluzione di compromesso, più moderata di Francia e Germania, particolarmente critici nei confronti di Washington.

Un falso problema, per molti analisti. "L’idea di impadronirsi dell’Icann è un po’ un’assurdità" ha detto nei giorni scorsi al New York Times Robert Kahn che, assieme a Vinton Cerf, fu uno dei due inventori dell’infrastruttura telematica che oggi chiamamo internet. Perché, ha spiegato, non è attraverso l’assegnazione dei domini che si controllano i contenuti delle pagine web: la censura avviene, benissimo, già adesso e responsabili non sono gli americani ma i governi che decidono di farla (molti dei quali proprio i più strenui sostenitori della gestione multilaterale della rete).

Quindi il problema, che non è ozioso, è più politico che tecnologico. Si ripropone nel mondo virtuale la contrapposizione del mondo reale tra unilateralismo statunitense (che su internet sin qui ha funzionato bene) e multilateralismo onusiano, soluzione teoricamente assai migliore ma che incontra nella pratica una quantità di ostacoli tecnologici ancora da risolvere. Preoccupazione che si è accentuata da quando l’amministrazione Bush, a giugno scorso, ha dichiarato di voler mantenere una "supervisione a tempo indeterminato" sull’Icann attraverso il ministero del Commercio che sin qui non si è mai troppo immischiato nelle scelte dell’organismo.

Discussioni, però, che hanno lasciato in ombra molti altri temi importanti messi sul tavolo nella fase preliminare del Summit che si tenne a Ginevra nel 2003. Allora si promise che, entro il 2015, ogni villaggio del mondo sarebbe stato collegato a internet. Ma non si stanziarono fondi e da allora a oggi nessuno sembra essersi particolarmente interessato al tema, derubricato anche a Tunisi nella categoria delle "varie ed eventuali".

Stasera Nicholas Negroponte, fondatore del Media Lab del Mit e Annan presenteranno il computer da 100 dollari pensato per i paesi poveri e che vorrebbe cominciare nei fatti a colmare il drammatico divario di alfabetizzazione informatica tra nord e sud del mondo. Ma non è che un primo passo.

Il segretario generale Onu ha ripetuto, nel suo discorso di apertura, che bisogna "passare dalla diagnosi ai fatti", che si deve uscire da Tunisi con delle "soluzioni" che "espandano le opportunità digitali per tutti". E, a scanso di equivoci, ha ripetuto come immagina il ruolo della sua organizzazione: "Deve essere assolutamente chiaro che l’Onu non vuole controllare internet ma assicurare che i suoi immensi benefici siano disponibili per la maggior parte della popolazione del mondo".

Intanto, fuori dai tendoni del vertice, la Tunisia si è come fermata. Una bolla di sicurezza di più di un chilometro, poliziotti ogni 2-300 metri per strada dalla capitale ad Hammamet, dove molti degli oltre 20 mila delegati sono stati sistemati.

Prosegue, in città, lo sciopero della fame di sette persone (magistrati, avvocati, giornalisti) che dal 18 ottobre non mangiano per protestare contro gli abusi del governo di Ben Alì, particolarmente attivo nel reprimere ogni forma di dissidenza, inclusa quella cyber.

Nei giorni scorsi sono stati picchiati un giornalista francese e altri belgi che lavorano a un’inchiesta sui diritti civili nel paese ospite e sono stati oscurati, tra gli altri, i siti di repubblica.it e di vari gruppi che si occupano di libertà di stampa come quelli italiani di Lettera 22 e di Amisnet. Un triste paradosso a margine di un convegno che si occupa di come fare arrivare l’informazione in ogni angolo del mondo.


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 13:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



Internet, a Tunisi per discutere chi deve governare la grande rete
di CRISTINA NADOTTI

L’esito più probabile è che si rimandi ancora, ma la questione è stata ormai messa sul piatto. I rappresentanti di 175 stati e di organizzazioni internazionali stanno lavorando a un progetto per stabilire chi governerà internet. Mercoledì a Tunisi, nel corso del World Summit on the Information Society, la proposta sarà resa pubblica. Da un lato ci sono gli Stati Uniti che tengono duro perché la gestione dell’assegnazione dei domini e, di fatto, degli "snodi" fondamentali della rete globale, resti all’Icann, l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers che ha sede in California, dall’altro alcuni paesi come Cina, Brasile, Russia, Cuba, Iran, Siria e altri stati arabi, che vorrebbero sottrarre questo predominio agli americani.

Il rischio è che la rete mondiale si frantumi in tanti piccoli sistemi nazionali, controllati da singoli stati, con il rischio di maggiore controllo politico rispetto a quello, piuttosto blando finora, degli Stati Uniti.

Il summit. L’obiettivo del summit di Tunisi, che mercoledì entra nella seconda fase di un processo cominciato nel dicembre 2003 a Ginevra, era molto più ampio della pur importante discussione della gestione di internet. Le Nazioni Unite, come d’uso con i loro summit, hanno aperto un confronto planetario sullo sviluppo della società dell’informazione. Nei documenti sulla dichiarazione di principi si parla della costruzione della società dell’informazione come di "una sfida globale del nuovo millennio" nella quale i paesi si impegnano a "costruire una società dell’informazione che mira allo sviluppo dei popoli, centrata sulle persone e che includa tutti", un’informazione con la quale "tutti possono creare, avere accesso, utilizzare e condividere informazioni e conoscenze".

Il ruolo di internet per questi obiettivi è considerato primario e all’interno della rete la "sicurezza e la fiducia sono tra i pilastri fondamentali della società dell’informazione". Perché questi principi siano validi, dicono ora alcuni paesi, bisogna rivedere il governo di internet. Per questo i paesi partecipanti hanno chiesto "al Segretario Generale delle Nazioni Unite di costituire un gruppo di lavoro sul governo di internet" per "sviluppare una definizione pratica del governo di internet", "identificare le politiche importanti per il governo di internet", "sviluppare un accordo comune dei rispettivi ruoli e responsabilità dei governi, delle organizzazioni internazionali e di altri forum già esistenti sia del settore privato che di quello pubblico di paesi sviluppati e in via di sviluppo". In altre parole: l’Icann non deve più fare tutto da solo o con lo sguardo attento dei soli Stati Uniti.

Il ruolo dell’Icann e la politica Usa. Internet e Stati Uniti sono un binomio inscindibile. E’ stato grazie al governo americano se la rete è nata, quando il progetto di comunicazione veloce tra computer in punti diversi della nazione doveva servire alla difesa. Poi la rete si è sviluppata in ambito universitario, collegando per primi i computer di quattro atenei, ma è stata l’Icann che dal 1998 ha avuto la responsabilità di assegnare gli indirizzi IP (Internet Protocol) e di gestire il sistema dei nomi a dominio di primo livello (Top-Level Domain) generico (gTLD) e del codice internazionale (ccTLD).

Gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno mantenuto al gratuità di base di internet e interferito con il lavoro dell’Icann solo raramente, ma alcuni episodi la dicono lunga del potere a disposizione della società californiana. Un esempio: l’Icann aveva proposto di registrare il dominio .xxx da assegnare ai siti porno, i conservatori hanno protestato e la cosa non si è fatta. L’International Herald Tribune ricordava ieri che l’Icann un anno fa ha bloccato per cinque giorni tutti i domini internet (e-mail incluse) con suffisso .ly, proveniente dalla Libia. E’ bastato questo per isolare in modo consistente il paese dal resto del mondo commerciale e dell’informazione.

La posta in gioco. Non è un caso che l’attacco al ruolo statunitense venga da paesi come la Cina, che non sono nuovi a controlli su internet. Il colosso orientale non fa mistero della censura sul web, come non lo fanno paesi come alcuni stati arabi e Cuba. Viviane Reding, Commissario europeo per la società dell’informazione e mezzi di comunicazione, durante le riunioni di preparazione al meeting ha messo in guardia contro una chiusura delle trattative, sostenendo che, se non si arriverà a un approccio multilaterale, paesi come Cina, Russia, Brasile e alcuni stati arabi potrebbero cominciare a usare loro versioni di internet e la condivisione che ha fatto il successo del web sparirà.

L’America fino ad ora ha mostrato su internet uno dei suoi lati migliori (con tutti i distinguo), perché le università che per prime usarono la rete per scambi di informazioni e conoscenze (come si legge negli intenti del Summit) diedero a internet quel taglio progressista e liberale che oggi ancora la contraddistingue. Tuttavia internet, anche ora, non è "libera" come ad alcuni pare. I sistemi di controllo (e lo dimostra il caso cinese) funzionano comunque, e all’Icann, o chi per lui, basterebbe nulla per "interrompere" uno degli snodi fondamentali sui quali si basa internet.

Il ruolo dell’Unione Europea e dell’Onu. Tra la posizione dei paesi che contestano il predominio americano e gli Stati Uniti l’Unione Europea si è proposta come mediatore. Uno dei negoziatori dell’Ue, citato dal quotidiano britannico "The Guardian" ha descritto così la proposta europea, che ha scatenato gli applausi di paesi come l’Arabia Saudita, l’Iran e la Cina: "Pensiamo a una struttura di governo che sia estremamente agile, nella quale la supervisione delle autorità sulle funzioni di internet sia limitata solo alla lista dei compiti essenziali".

L’Onu, per voce di Kofi Annan in persona, ha già escluso che il ruolo di governo possa essere affidato alle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti rispondono che le nazioni che chiedono un governo di internet non sono sostenitori della libertà della rete, ma anzi, vogliono in realtà controllarla meglio. Michael Gallagher, il consigliere di Bush per internet e capo del dipartimento per le telecomunicazioni e l’informazione, ha già detto che non acconsentiranno a "burocratizzare, politicizzare e rallentare la gestione dei domini". "Non raggiungeremo un accordo in novembre e non lo faremo a settembre 2006". La chiusura è totale, non solo per il summit di Tuinisi, ma anche per quelli successivi.

Forse il governo attuale è il male minore, forse qualcosa di meglio si può fare, certo il rischio, se non si giungerà a un accordo, è che la rete diventi un sistema di comunicazione non diverso da quello telefonico, in cui per parlarsi da un paese all’altro sono comunque necessari accordi economici tra i singoli stati.


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 12:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



La radio grande amore degli italiani
Ogni giorno all’ascolto in 37 milioni

"Amo la radio, perché arriva tra la gente...". Lo cantava Eugenio Finardi negli anni Settanta. Erano i tempi delle radio libere, nate da un giorno all’altro per l’iniziativa di ragazzini avventurosi o di belle speranze. Ma oltre trent’anni dopo quell’amore non si è spento. Le radio sono cambiate, e all’entusiasmo vagamente naif sono seguiti business, marketing e professionismo. Ma l’amore è rimasto intatto. Gli italiani adorano la radio. E la prova sono i dati di una ricerca commissionata da Audiradio, l’"auditel" delle emittenti radiofoniche.

Più dell’80% di noi la ascolta. Tantissimi, il 72%, quando sono in casa o quando guidano (il 63%. Ma la radio fa compagnia, informa, rilassa anche mentre si lavora (il 23%, si fa jogging o altri tipi di sport (il 13%, si cammina (il 7%, si va in bici (il 5%. Tra tutto questi, c’è perfino lo "zoccolo duro": sono il 16% del totale quelli che la ascoltano, ovunque, qualsiasi cosa stiano facendo. Quelli che vivono con al radio accesa.

La ricerca che fa il punto sul rapporto tra gli italiani e la radio sarà presentata da Felice Lioy, presidente di Audiradio, e dal sociologo Enrico Finzi, presidente di Astra Ricerche. "E’ un mezzo sempre più presente nella vita degli italiani - ha detto Finzi - ascoltato da oltre 37 milioni di persone ogni giorno".

Sulla base dei risultati dell’indagine, realizzata attraverso oltre 2000 interviste a persone dai 15 anni in su, Audiradio ha deciso di dar vita ad una vasta campagna istituzionale a favore della radiofonia che, pur costituendo un fenomeno molto diffuso, e’ ancora ben lungi dall’espletare tutte le sue potenzialità, come invece è avvenuto in molti Paesi europei ed extraeuropei.

Per i suoi ascoltatori - sono spunti della ricerca - la radio è anzitutto un’amica che tiene compagnia (l’85% e regala emozioni (per il 75% gioia, il 57% ricordi, il 54% fantasia). Un mezzo che procura allegria (per il 78%, divertimento (72%, distrazioni (63%, calma (59%, anti-depressione (52%. Ed è il sottofondo preferito della vita quotidiana: il 77% degli ascoltatori la usa per tenersi informata e il 55% l’utilizza anche per pensare, comprendere, avere nuove idee.

In molti, poi, la preferiscono a tv e cinema: perchè c’è poca violenza (54%, poca volgarità (54%, poche notizie iper-ansiogene e - per definizione - nessuna immagine tragica (40%. Inoltre la radio è sinonimo di libertà per tre ascoltatori su quattro: permette di fare altre cose contemporaneamente (77%, è poco invadente o aggressiva (53%, è articolata nell’offerta di moltissime emittenti (62%. E ancora, la radio, suggerisce e lascia libera l’immaginazione (74%, oltre ad essere insostituibile - e senza concorrenti - per alcuni milioni di lavoratori artigiani, camionisti, taxisti, lavoratori notturni, persone con problemi di vista. Come cantava Finardi, trent’anni fa, la radio insomma "libera la mente".


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mercoledì 16 novembre 2005
ore 09:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



E’ morto Age, la metà di Scarpelli, cronisti della trasformazione dell’Italia

E’ morto oggi a Roma, a 86 anni, lo sceneggiatore Agenore Incrocci, meglio conosciuto come Age e autore, insieme a Furio Scarpelli, di alcuni dei più popolari e significativi film della commedia all’italiana. Fra questi, La banda degli onesti, del 1956, I soliti ignoti (1958), La Grande Guerra (1959), L’armata Brancaleone (1966), C’eravamo tanto amati (1974). Insieme, Age e Scarpelli hanno creato personaggi per interpreti come Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Nino Manfredi, caratterizzando il costume italiano per almeno un quarantennio e offrendo un ritratto ironico e spesso amaro dei suoi mutamenti.

Age era nato a Brescia nel 1914 (Scarpelli invece è romano, cinque anni più giovane). Figlio di attori, trascorre l’infanzia in giro per l’Italia, per seguire gli impegni professionali dei genitori. Nel 1935, dopo una prima esperienza come doppiatore per il primo film diretto da Mario Monicelli, I ragazzi della via Paal, passa alla radio e comincia a scrivere battute per il varietà. Nel frattempo si iscrive all’università, Giurisprudenza, ma lascerà a pochi esami dalla laurea.

Durante la guerra, il suo percorso come militare è piuttosto tortuoso: quattro anni in Francia fra esercito francese e prigioni tedesche, poi la fuga e l’arruolamento nell’esercito americano, per un anno. Tornato dalla guerra riprende l’impegno con la radio e scrive per alcune riviste teatrali, oltre a collaborare con la celebre rivista Marc’Aurelio, "palestra" di Federico Fellini, Steno, Vittorio Metz, Marcello marchesi, Cesare Zavattini.

Difficile scindere la sua esperienza professionale, e di vita, da quella del collega e amico Scarpelli, una collaborazione iniziata nel 1949 con il film Totò cerca casa. Da lì, sono seguito quarant’anni di sodalizio durante i quali insieme hanno raccontato la metamorfosi del pensiero popolare in Italia, guardandolo con l’occhio della satira. Ne fecero un mezzo d’indagine e giudizio attraverso il quale restituirono abitudini, tradizioni, temperamenti, soprattutto debolezze di un popolo intero.

Fra le opere firmate dalla coppia (che poi si separerà nel 1985), ci sono film che hanno segnato un’epoca, come La marcia su Roma (1962), di Dino Risi, Sedotta e abbandonata (1964) e Signore e signori (1965), entrambi di Pietro Germi, I compagni (1963) di Monicelli, La terrazza (1980) di Ettore Scola. Fra i riconoscimenti ricevuti dalla coppia, tre Nastri d’argento e un David di Donatello, nel 1975, per Romanzo popolare, anche questo di Monicelli.

"E’ un’altra foglia dell’albero che cade, siamo rimasti in pochi": così commenta la notizia della scomparsa di Age Dino Risi, che con la coppia aveva lavorato per la realizzazione, fra l’altro, di I mostri, Il mattatore, Straziami, ma di baci saziami. "Si deve a loro, che erano venuti dall’esperienza della rivista Marc’Aurelio, la capacità di passare da un registro comico semplice fino a film di valore: la commedia all’italiana, con la sua leggerezza e profondità, si deve proprio a loro".


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