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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 7 giugno 2005
ore 08:56 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 6 giugno 2005
ore 17:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Gli revocano la patente in quanto gay il Tar sospende il provvedimento
CATANIA - Gli avevano ritirato la patente in quanto omosessuale, ma la decisione è stata sospesa dal Tar al quale il giovane ha presentato ricorso. A denunciare la vicenda è stato l'avvocato di M. D. G., 23 anni, commerciante, al quale la Motorizzazione civile di Catania ha ritirato la patente dopo che aveva dichiarato la propria omosessualità nel corso della visita di leva ad Augusta.
Una decisione che M. D. G. ha impugnato davanti al Tribunale amministrativo regionale di Catania che ha accolto la sua richiesta disponendo un'ordinanza di sospensione cautelare in attesa di entrare nel merito del caso. "L'omosessualità - si legge nell'ordinanza della terza sezione del Tar - non può essere considerata un fatto che fa sorgere subbi sull' idoneità psico-fisica del titolare della patente di guida". "E' evidente - scrivono ancora i giudici - che le preferenze sessuali non influiscono in alcun modo sulla capacità del soggetto di condurre con sicurezza veicoli a motori" e inoltre "non può considerarsi una vera e propria malattia psichica, essendo per l'appunto una mero disturbo della personalità" tanto da "giustificare l'esonero dal servizio di leva" ma "non certo l'adozione di ulteriori misure 'sfavorevoli'".
L'accaduto, ha commentato l'avvocato Giuseppe Lipera, è ''talmente scandaloso ed offensivo per tutte le coscienze che ci obbliga a darne la massima divulgazione". Il giovane, oltre a chiedere la revoca della sospensione della patente, con una denuncia al tribunale civile di Catania ha chiesto anche un risarcimento di 500 mila euro ai ministeri dei Trasporti e della Difesa.
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lunedì 6 giugno 2005
ore 16:47 (categoria:
"Vita Quotidiana")
L'Aja, Corte penale internazionale apre inchiesta su crimini nel Darfur
Un'inchiesta "imparziale e indipendente" per fare luce su quanto è accaduto nel Darfur, la regione del Sudan dove dal 2003 i ribelli hanno lanciato un'offensiva contro il governo di Karthoum. La Corte penale internazionale dell'Aja ha oggi annunciato che è partita un'inchiesta sulle atrocità commesse nella regione, dove ancora oggi si combatte e ci sono milioni di profughi.
In un comunicato diffuso oggi, il procuratore capo, Luis Moreno Ocampo, l'ha definita come la più grande mai lanciata dalla Corte. "L'inchiesta richiederà la cooperazione delle autorità nazionali ed internazionali - ha dichiarato Ocampo - Sarà parte di uno sforzo collettivo, che coinvolge l'Unione africana e altre iniziative per mettere fine alla violenza in Darfur e promuovere la giustizia".
"I meccanismi tradizionali africani - si legge ancora - possono essere uno strumento importante da utilizzare per raggiungere la riconciliazione locale". "Sarà una indagine imparziale e indipendente, che si concentrerà sui singoli che hanno le maggiori responsabilità per i crimini commessi nel Darfur", ha detto ancora Ocampo. Nel comunicato della Corte penale internazionale non vengono fatti nomi di possibili sospettati.
La decisione di aprire l'inchiesta segue il voto del Consiglio di sicurezza dell'Onu dello scorso marzo. Per arrivare alla risoluzione era stato necessario che gli Stati Uniti si astenessero, dopo aver avuto garanzie che i cittadini americani presenti in Sudan sarebbero stati esentati da eventuali processi a loro carico.
E' la prima volta che il massimo organismo dell'Onu deferisce una questione alla Cpi e la decisione è stata presa dopo le pesanti accuse al governo sudanese di non fare abbastanza per fermare le violenze delle milizie arabe contro i villaggi cristiani. L'apertura dell'indagine è stata ordinata dal procuratore capo Luis Moreno Ocampo, che ha ricevuto i documenti della Commissione internazionale di inchiesta sul Darfur.
Si tratta di nove pesanti faldoni, contenenti i materiali del gruppo di lavoro voluto dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan e guidato dal giurista italiano Antonio Cassese. Gli inquirenti, dopo un lavoro sul terreno durato alcuni mesi, hanno rilevato gli estremi per l'ipotesi di reato di crimini contro l'umanità. L'ufficio del Procuratore, si legge sul comunicato, ha "raccolto informazioni da una varietà di fonti e migliaia di documenti".
Le Nazioni Unite accusano il governo sudanese di aver fatto poco o niente per disarmare le milizie arabe che compiono saccheggi, stupri di massa e devastazioni nei villaggi non arabi. Si sa che lo scorso aprile Annan ha consegnato alla Corte penale internazionale una lista segreta di 51 persone sospettate di crimini contro l'umanità. Benché i nomi non siano resi noti, si ritiene che tra di loro ci siano ufficiali di alto grado dell'esercito e del governo sudanese, capi della milizia e comandanti e ribelli anche stranieri. Per parte loro i ribelli hanno affermato che consegneranno alla Corte penale internazionale qualunque membro sia indicato dai giudici come passibile di giudizio.
Il governo sudanese non ha ancora ricevuto la notifica dell'apertura dell'inchiesta. Il ministro degli Esteri Najeeb Al Kheir Abdul Wahab ha commentato: "La priorità della comunità internazionale dovrebbe essere quella di assicurare un cessate il fuoco in cui la gente possa confidare perché sia fatta giustizia".
La situazione in Darfur è tuttora drammatica. I ribelli lanciarono l'offensiva nel 2003 accusando il governo centrale di discriminare le tribù non arabe delle regioni più aride. Si formò in opposizione a queste richieste una milizia araba, accusata di aver compiuto stupri di massa e distruzione di villaggi. I ribelli sostengono che ad armare i miliziani sia proprio il governo di Karthoum. Secondo dati dell'Onu, dal 2003 sono morte circa 180 mila persone e oltre due milioni hanno dovuto scappare dai loro villaggi.
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mercoledì 1 giugno 2005
ore 15:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Prete arrestato a Milano abusava di una donna siciliana
SIRACUSA - Violenza sessuale, lesioni e minacce. Con queste accuse è stato arrestato a Milano un sacerdote di 44 anni da agenti della squadra mobile di Siracusa. M. P per un anno avrebbe obbligato a avere prestazioni sessuali una giovane donna minacciandola, in caso contrario, di farle togliere i tre figli piccolissimi di cui lui era stato temporaneamente nominato tutore.
Secondo gli investigatori il prete, che era tutore del progetto educativo di recupero della donna, avrebbe fatto pressioni sulla vittima, minacciandola di farle revocare la patria potestà, costringendola ad avere rapporti sessuali anche di natura violenta. Per la Procura di Siracusa, il sacerdote avrebbe fatto minacciare da altre due persone a lui vicine anche il compagno della donna per convincerlo a interrompere la relazione con la vittima.
Nei suoi confronti il Gip di Siracusa su richiesta del sostituto procuratore Enzo Musco ha emesso un ordine di custodia cautelare, agli arresti domiciliari. I fatti contestati sarebbero avvenuti tra il settembre del 2003 e l' ottobre del 2004.
L'arcidiocesi di Siracusa, in una nota, precisa il religioso non è siracusano, ma ha operato nella diocesi di Siracusa pur non dipendendo dall'arcidiocesi. Appartiene invece a una congregazione religiosa e da qualche tempo era stato trasferito in altra sede.
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lunedì 30 maggio 2005
ore 17:21 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Radicali: "Offensiva inaudita dopo la Cei, ora anche il Papa"
ROMA - "Siamo dinanzi a un'offensiva senza precedenti, che punta a mettere la democrazia italiana sotto tutela vaticana". Il segretario radicale Daniele Capezzone protesta contro l'intervento di Bendetto XVI sul referendum sulla legge sulla procreazione assistita. "Puntuale e prevedibile" ha detto, "dopo il proclama di Ruini, è giunto quello del Papa in persona". E la voce di Capezzone non è isolata. "La partecipazione attiva, militante, martellante dei vescovi italiani alla campagna referendaria è grave e lesiva della libertà del pronunciamento popolare" afferma la diessina Gloria Buffo. Mentre Pierluigi Mantini, invita a non "strumentalizzare" le parole di Benedetto XVI: "Sono affermazioni comprensibili e condivisibili nel loro valore assoluto e che certo non rispondono ai quesiti specifici posti dal referendum. Attenzione a non strumentalizzare il Papa per scopi di parte"
Toni ancora più duri arrivano dai radicali. "Insisto, non è in discussione la libertà d'opinione degli ecclesiastici" ribadisce Capezzone. "Il punto è invece che non può essere ammesso che le gerarchie in quanto tali si mettano a fare campagna elettorale interferendo con il voto di un Paese che dovrebbe essere sovrano".
L'esponente radicale si rivolge poi al presidente Ciampi. "Spero che le istituzioni intervengano a difesa della libertà e della dignità della Repubblica e che il capo dello Stato faccia quello che farebbero tutti i leader di tutte le democrazie avanzate, e cioè ricordare alle gerarchie che la laicità dello Stato rappresenta la miglior difesa anche per la libertà religiosa. A meno di accettare che le donne e i malati italiani debbano essere definitivamente considerati donne e malati vaticani".
Chi invece invita alla "riflessione" è il ministro di An, Gianni Alemanno: "Il messaggio di Benedetto XVI deve far riflettere chi fino ad ora ha considerato questo impegno solo come una arbitraria interferenza della Cei nella politica italiana. Si tratta invece di una scelta di civiltà di fronte a cui tutta la Chiesa non ha potuto non dare una forte e chiara indicazione".
La polemica era già scoppiata dopo le parole del presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, a favore dell'astensione al referendum del 12 e 13 giugno. "Trovo sconvolgente" è stata la replica di Emma Bonino, "una scesa in campo così esplicita da parte di chi, più che da pastore di anime, agisce da capo fazione umiliando così anche i cattolici e i credenti che stanno facendo emergere le proprie posizioni in nome della libertà religiosa".
Di un "capopartito" la cui "ingerenza nella politica italiana sarebbe "impensabile" in qualsiasi altro Paese occidentale ha parlato anche Capezzone, rispondendo alle dichiarazioni di Ruini e chiedendo l'intervento delle istituzioni italiane.
"La sistematica opera di ingerenza che il cardinale Ruini e la Cei stanno conducendo" ha detto il segretario dei Radicali, "sarebbe impensabile in qualunque paese dell'Occidente avanzato. Intanto, mi spiace che un pastore scelga di vestire i panni del capofazione, che indica e prescrive scelte di voto o di non voto. Ma è ancora più grave che le istituzioni italiane non tutelino la libertà e la dignità della Repubblica".
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lunedì 30 maggio 2005
ore 17:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Fecondazione, il Papa in campo "Illuminate le scelte dei cattolici"
CITTA' DEL VATICANO - "Siete impegnati ad illuminare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti sulla procreazione assistita". Benedetto XVI interviene così nel corso dell'assemblea generale della Cei, ribadendo la difesa della vita e della famiglia. Parole sottolineate da un applauso della platea dei vescovi: "Vi sono vicino - ha scandito Ratzinger - con le parole e la preghiera, non lavoriamo per gli interessi dei cattolici ma per la difesa dell'uomo, creatura di Dio".
"Siete attualmente impegnati - ha continuato Benedetto XVI - a illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum sulla procreazione assistita ormai imminenti. Proprio nella sua chiarezza e concretezza questo vostro impegno è segno della sollecitudine di voi pastori verso ogni essere umano che non può mai essere ridotto a mezzo ma è un fine come insegna Cristo e come ci dice ragione umana".
Benedetto XVI ha inoltre dedicato ai giovani la parte conclusiva del suo discorso: "I giovani sono oggi esposti e sballottati dalle onde di qualsiasi vento di dottrina. Ma sono la grande speranza della Chiesa". Nel ribadire che si recherà a Colonia il prossimo agosto per la Giornata mondiale della gioventù, il Papa si è rammaricato perchè "tanti di loro non sono in grado purtroppo di cogliere l'insegnamento della Chiesa. Ed è proprio a questi ragazzi che non credono che noi dobbiamo insegnare ad avere fiducia nella Chiesa".
Il Papa, infine, ha puntato l'attenzione sull'Italia. Anche nel nostro paese, ha osservato, è presente "quella forma di cultura basata su una razionalità puramente tecnica che tende ad escludere il cristianesimo, ma la sua egemonia non è totale e niente affatto incontrastata. Anche tra i non credenti c'è chi avverte che una tale forma di cultura mutila l'uomo".
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lunedì 30 maggio 2005
ore 12:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Uno smacco per l'Europa che fa male all'Eliseo di BERNARDO VALLI
IL RISULTATO del referendum è brusco. Brutale. Suona come un verdetto. La maggioranza dei "No" uscita dalle urne ieri sera, attesa, quasi scontata, ma robusta (54,4 %), è stata accolta, sul momento, come una inesorabile condanna dell'Europa. Era la prima condanna, nella storia unitaria, uscita dalle trippe di un grande paese fondatore, e ha suscitato una comprensibile, forte emozione. La passione che aveva acceso il dibattito nelle settimane scorse si è riversata nelle reazioni all'annuncio del risultato. Un risultato con una precisa impronta popolare. La Francia si è mobilitata, l'affluenza ha toccato quasi un record (più del 70 %).
Non si può certo negare la consistenza del rifiuto. Ma neppure l'intensità dello stupore di fronte a quel rifiuto di massa. E' stato come se l'Europa in costruzione si scoprisse all'improvviso senza una delle sue principali colonne portanti: la Francia. Quindi si sentisse barcollante. Non pochi hanno denunciato una sensazione di vuoto. La valanga di No è stata paragonata a una mannaia che ha decapitato l'Europa.
C'è chi ha parlato di una mutilazione. Altri di una diserzione. Altri ancora di un baratro. Elenco queste eccessive manifestazioni di sgomento perché rivelano che l'Europa appena maltrattata, appena punita, sta molto più a cuore di quanto il verdetto del referendum lascia pensare. Le trippe hanno reagito nei due sensi. E adesso? Anzitutto, superata la sorpresa e vinta l'emozione, va detto che i francesi non hanno respinto l'Europa ma bocciato il Trattato costituzionale che le avrebbe dato una dimensione politica più precisa. Jacques Chirac non ha perso tempo. Si è affrettato a ricordare, comparendo alla televisione, che la Francia resta fedele all'Europa, nella sua qualità di paese fondatore. Questa appartenenza non è minimamente in discussione.
Sebbene il suo ruolo non venga favorito dal risultato del referendum. Nel frattempo, nell'attesa di ridiscutere la Costituzione, l'Unione funzionerà secondo il trattato di Nizza, attualmente in vigore. Non sarà facile per Chirac assecondare nei futuri negoziati gli elettori di sinistra che hanno giudicato la nuova Costituzione troppo liberista sul piano economico e troppo avara su quello sociale; e al contempo gli elettori di estrema destra che al contrario l'hanno bocciata perché troppo invadente e irrispettosa nei confronti dello Stato nazionale.
Insieme, i due rifiuti hanno vibrato uno schiaffo che lascerà l'impronta. Non è escluso che la manifestazione di sfiducia metta in agitazione i mercati e pesi sull'euro nelle prossime ore o giorni. Essa getta soprattutto lo scompiglio nella società politica europea. Che fare? La crisi covava da tempo nell'Unione. I francesi l'hanno fatto scoppiare. I motivi che li hanno spinti sono in gran parte discutibili, ma sono gli stessi che si trovano negli altri paesi occidentali.
La causa principale dell'euroscetticismo esploso ieri nelle urne risiede nella mondializzazione. In sostanza nei limiti da porre all'abbattimento delle frontiere. Il "modello europeo" non è più ritenuto capace di mantenere un equilibrio tra liberalismo economico e solidarietà sociale. Le direttive impartite dall'Unione appaiono deliranti, perché considerate di ispirazione anglosassone, e quindi impregnate di troppo liberismo, e prive di equità.
Capaci soltanto di arricchire i ricchi e di impoverire i poveri. La demagogia populista ha un vasto terreno di manovra. Durante la campagna del referendum francese ha moltiplicato i No .
Quei No hanno investito in pieno Jacques Chirac e il suo governo. Il presidente esce politicamente massacrato da questa prova che ha voluto, nella speranza di ottenere una maggioranza di Sì, e di rinverdire cosi la sua immagine in patria e in Europa.
Nell'indire il referendum egli guardava all'appuntamento decisivo del 2007, quando si terranno le elezioni presidenziali. Il risultato è stato deludente: ha provocato una doppia crisi: in Patria e in Europa. Ieri sera ha annunciato un cambio nella politica del governo, e implicitamente quella del primo ministro Raffarin, da tempo sul piede di partenza, e destinato nei prossimi giorni ad essere sacrificato sull'altare del referendum.
Ma l'uscita di scena di Raffarin era scontata e non sarà sufficiente. Già ieri sera, neppure un'ora dopo il risultato del referendum, comparendo sui teleschermi lasciati liberi da Chirac, Nicolas Sarkozy ha aperto il fuoco. Ha definito gravissima la crisi aperta dai No alla Costituzione europea e ha indicato come responsabile la politica del governo. Sgradito pretendente alla successione di Chirac, Sarkozy ha fretta, e nella sua qualità di responsabile del partito di maggioranza ha a sua disposizione molti strumenti per boicottare domani il nuovo primo ministro, e rendere sempre più difficile la vita del presidente della Repubblica. Quest'ultimo non ha alcuna intenzione di dimettersi. Non è nel suo stile.
Nella Quinta Repubblica il solo capo dello Stato che perse un referendum (sulla riforma delle regioni e del Senato nel'69) fu de Gaulle. Il quale si dimise. Mitterrand ne indisse uno, nel '92, per approvare il trattato di Maastricht, e annunciò che non si sarebbe dimesso nel caso avessero prevalso i No. I Sì ebbero una maggioranza risicata. E il problema non si pose. I prossimi due anni si annunciano difficili per Chirac. Anche perché il risultato di ieri sera ha affondato la sua speranza di riproporsi nel 2007 per un terzo mandato.
Il partito socialista, principale partito della sinistra, esce a pezzi dalla prova. Questo è il solo obiettivo raggiunto da Chirac. L'opposizione è in frantumi. Non ha più candidati validi, accettabili dall'insieme del partito, da presentare alle prossime presidenziali. Dopo avere vinto tutte le elezioni amministrative negli ultimi anni, e di avere buone possibilità di conquistare la massima carica dello Stato, il partito socialista si è spaccato in due: da un lato Laurent Fabius, capo fila del No; dall'altro François Hollande, capo fila del Sì. Non sarà facile rinconciliarli. Essi figurano tra le rovine provocate dal referendum su una Costituzione, che pochi hanno letto. Conta 448 articoli e quasi cinquecento pagine.
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venerdì 27 maggio 2005
ore 11:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"A Guantanamo ci furono le offese al Corano" ALBERTO FLORES D'ARCAIS
Alcuni prigionieri detenuti nel centro di detenzione Usa di Guantanamo (Cuba) interrogati nel 2002 e nel 2003 hanno raccontato agli agenti del Fbi che i militari-secondini hanno in diverse e ripetute occasioni offeso il libro sacro dei musulmani. Lo "scandalo del Corano" è tornato ieri di attualità, sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nei telegiornali dei vari network. Meno di un mese dopo la denuncia di Newsweek (un breve articolo nella pagina Periscope) e a una decina di giorni dalla ritrattazione dello stesso settimanale.
È tornato di attualità grazie alle nuove 55 pagine di un rapporto (di 300 pagine) del Federal Bureau of Investigation ottenute, e rese pubbliche mercoledí pomeriggio, dall'American Civil Liberties Union (Aclu). E tra le 55 pagine c'è anche il documento in cui si parla del famoso "Corano gettato nella toilette" che nell'ultimo mese ha provocato violente proteste (e una quindicina di morti) nei paesi islamici e in particolare in Afghanistan.
L'Aclu, l'organizzazione che si batte da anni contro l'amministrazione Bush - accusata di restringere e violare le libertà civili - ha ottenuto il rapporto del Fbi dopo che i suoi avvocati ne hanno fatto richiesta sulla base del Freedom of Information Act; si tratta di 55 pagine top secret (di cui molte "sbianchettate" per motivi di sicurezza nazionale) in cui gli agenti del Fbi diligentemente riportano i contenuti degli interrogatori fatti dalla primavera del 2002 ai prigionieri di Guantanamo, considerati allora tutti potenzialmente terroristi legati ad Al Qaeda. Il documento principale è quello in data 1 agosto 2002. Vi si puó leggere che "durante due interrogatori, il primo del 22 luglio e il secondo del 29 luglio", compiuti da un agente speciale del Fbi alla presenza di due "interpreti specialisti", un prigioniero (il cui nome come quello di chi lo interroga è cancellato) che "personalmente non ha nulla contro gli Stati Uniti, che in tutti gli interrogatori precedenti ha dato risposte veritiere, che puó leggere il Corano, che ha un libro con citazioni del Profeta Maometto, che segue gli insegnamenti del Corano e che si professa un buon musulmano, che attualmente non è in jihad (guerra santa)" ha parlato di "guardie nel centro di detenzione che non lo trattano bene, che hanno un brutto comportamento, che cinque mesi fa hanno picchiato i detenuti e che hanno gettato un Corano nella toilette".
In un'altra pagina del rapporto un altro prigioniero spiega agli agenti del Fbi che lo stanno interrogando di essere stato "catturato insieme ad altri e portato prima in una prigione americana di Kandahar e poi trasferito al Camp X-Ray di Gitmo" (Guantanamo) dove ha riconosciuto tra i prigionieri diversi militanti talibani, "che non è a conoscenza di altri possibili attacchi contro gli Stati Uniti", che le conversazioni tra i detenuti riguardano in genere le famiglie a "piccoli colloqui di conversazione generale". Poi aggiunge che "nessun detenuto dice agli altri di non parlare agli investigatori e nessuno spiega agli altri cosa devono dire, ma ha notato che alcuni detenuti sconosciuti rifiutano di parlare per rappresaglia contro un incidente in cui le guardie hanno preso a calci un Corano".
In un altro documento un prigioniero - scrivono sempre gli agenti del Fbi - si "rifiuta di cooperare perché ha visto una delle guardie "umiliare il Corano" mentre interrogava un altro prigioniero". Nelle 55 pagine di rapporto ci sono ovviamente molte altre testimonianze e racconti sulla vita e le condizioni dei prigionieri islamici a Guantanamo, ma sono soprattutto gli episodi che riguardano "l'offesa al Corano" quelli che hanno riaperto una polemica solo apparentemente chiusa dalla "ritrattazione" di Newsweek.
"Quanto riportato dal rapporto non è credibile", ha dichiarato il portavoce del Pentagono Lawrence Di Rita, ricordando come i militari Usa hanno interrogato nuovamente il prigioniero che aveva denunciato "il Corano nella toilette" il 14 maggio: "E' stato molto collaborativo e ha risposto a tutte le domande, ma non ha avvalorato quanto dichiarato il primo agosto 2002: "Queste accuse fantasiose contro i nostri ragazzi, di offendere il Corano per indebolire i detenuti, non sono credibili". Secondo il Pentagono i detenuti di Guantanamo avrebbero strappato pagine del Corano o la copertina da soli per dare poi la colpa alle guardie, mobilitando così gli altri prigionieri e fomentando manifestazioni di protesta nel carcere.
Di diverso avviso l'Aclu. Stando all'organizzazione per le libertà civili i documenti dimostrano come i funzionari americani abbiano sootovalutato le denunce di "offesa del Corano" che erano a conoscenza del governo da molto tempo e che solo in seguito a queste denunce vennero presi provvedimenti e instaurate nuove procedure negli interrogatori per evitare che simili episodi si ripetessero. Da allora, secondo altri interrogatori più recenti (sempre fatti da agenti del Fbi), le cose sono decisamente migliorate.
La pubblicazione di questi nuovi documenti rischia di infiammare nuovamente i militanti islamici in Afghanistan, Iraq e in altri paesi musulmani. Ieri il presidente pachistano Musharraf - il più prezioso alleato americano nell'area - è tornato a chiedere una "profonda e completa" inchiesta sulle accuse lanciate dai prigionieri di Guantanamo e raccolte dagli agenti del Fbi.
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giovedì 26 maggio 2005
ore 10:44 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La dissipazione dell'alleanza di Massimo Giannini
HANNO colpito ancora. Brucando i mazzi di cicoria, scorticando le radici dell'Ulivo, le "capre pazze" del centrosinistra (come le ha felicemente battezzate Massimo Cacciari) hanno devastato ancora una volta la loro già precaria metà campo. Con l'ennesima dissipazione di capitale politico, e la consueta operazione di cupio dissolvi, il solito gruppo di leader ha terremotato l'alleanza che dovrebbe governare l'Italia nel 2006. L'epicentro è la Margherita. Ma la distruzione rischia di estendersi. Dai Ds allo Sdi, fino a coinvolgere le ali estreme, da Rifondazione ai Verdi. Il dramma è che siamo solo alle prime scosse. A un anno esatto dalle elezioni, il sisma può durare mesi. E lasciare sul campo solo macerie.
Tra Romano Prodi e Francesco Rutelli si è consumato uno scontro irrimediabile e ormai forse inevitabile. In una rovinosa combinazione di azioni e reazioni, estreme ma quasi obbligate secondo i rispettivi punti di vista, i due leader scivolano ormai su un piano inclinato di una rottura senza ritorno. La contesa tattica è nata sulla lista unitaria, ma com'è ormai evidente a tutti nascondeva una divergenza strategica. Ora tutto è rimesso in discussione. L'identità del futuro centrosinistra e gli strumenti attraverso i quali deve operare. Il profilo interno del nuovo soggetto e la sua collocazione tra le famiglie politiche europee. La selezione dei gruppi dirigenti e ormai, a questo punto, anche la scelta della leadership.
Rutelli lo nega, ma ha assestato il primo affondo. Il no alla lista unitaria nella quota proporzionale delle prossime elezioni è stata una decisione legittima e democratica. Ma al di là dei suoi tentativi di ridimensionarne la portata, considerandola "solo" una scelta tecnica improntata all'efficienza coalizionale e all'efficacia elettorale, il presidente della Margherita non poteva non prevedere il micidiale "effetto a catena" che quella mossa avrebbe determinato. Non poteva non sapere che quella lista Prodi l'aveva inventata nel luglio 2003, e che a quella lista, piaccia o no, il Professore aveva legato la sua trionfale "ridiscesa in campo" dopo la lunga esperienza europea. Non poteva non capire che rifiutare il "listone" proprio adesso, dopo averlo mal sopportato alle europee e tollerato solo in parte alle amministrative, avrebbe riaperto una ferita interna al suo partito. Avrebbe riallargato il fossato tra la Margherita e la Quercia, che a sua volta era riuscita con qualche fatica a far digerire la lista unitaria al "correntone". Avrebbe inferto un colpo esiziale all'asse riformista della coalizione, moltiplicando le frecce all'arco di Bertinotti e a chi, nell'Unione, coltiva più il miraggio della Izquierda unida che non il sogno del partito riformista.
Rutelli sapeva tutto questo. Ma ha deciso di andare avanti lo stesso. Perché, al fondo, ha in testa un'idea diversa. Non vuole che, attraverso la Margherita, si risolva il secolare dilemma della riunificazione della sinistra italiana. Non vuole che, attraverso una confluenza che teme "egemonica", i post-comunisti e i neo-socialisti si rifacciano una verginità storica a spese della cultura cattolico-democratica. Attraverso la chimerica promessa del "grande partito democratico", la sua chiara opzione neo-centrista tende in realtà ad autonomizzare il centro moderato fino a far scolorire la sinistra dall'orizzonte politico. Ma alla fine, avendo accettato fino in fondo tutti i rischi che la sua decisione si portava dietro, oggettivamente Rutelli ha anche colpito al cuore la leadership del centrosinistra.
Volente (perché con un sottile ma ostinato gioco di interdizione ha dato comunque l'impressione di volerla intralciare) o nolente (perché non accetterebbe mai di passare alla storia come il "killer" di Prodi). Ha provato a dire "Romano resta il leader". Sta di fatto che, in questi giorni difficili, ha dato carta bianca a Ciriaco De Mita e a Franco Marini, che invece sono convinti che "il candidato premier andrebbe cambiato, ma ormai è troppo tardi".
Di fronte a tanto "fuoco amico", Prodi ha reagito contrattaccando. Ha accettato la sfida di Rutelli, rilanciando la contraddizione nell'orto del suo partito. Non rinuncia alla lista unitaria, ma anzi la lega indissolubilmente alla sua missione politica. Va avanti "con chi ci sta", dentro la Margherita e tra gli altri alleati della federazione. È pronto a sua volta a rimettere in gioco la sua leadership, rievocando le primarie. Il Professore è ancora convinto che sia possibile evitare il "centrosinistra col trattino", fondendo le sue componenti in un progetto più vasto, che tenga insieme le due grandi "post-culture" del Novecento italiano (quella comunista e quella democristiana). È ancora convinto che, attraverso l'Ulivo, sia possibile assicurare all'alleanza un baricentro riformista forte sul piano identitario e visibile anche sul piano della simbologia elettorale.
Non poteva non sapere che, rispondendo con tanta asprezza al no di Rutelli, avrebbe esposto la Margherita al pericolo di una scissione. Non poteva non prevedere che la sua mossa avrebbe a sua volta innescato un bradisismo pericolosissimo in tutta la coalizione. Non poteva non capire che, a questo punto, anche il suo futuro personale si fa incerto. Ma per le ragioni uguali e contrarie a quelle del suo "avversario", il Professore alla fine ha accettato questi rischi. Se l'ha fatto, è perché forse non si fida di Rutelli, e teme le sue manovre al centro con i transfughi e i naufraghi del berlusconismo. Forse si sente lui stesso la "preda", in questa caccia al leader che sembra essersi aperta dentro l'opposizione.
Tutti e due, Rutelli e Prodi, portano in varia misura la responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo. L'ex sindaco di Roma, per apparenti ragioni di bassa ingegneria delle coalizioni, ha mancato di generosità e di visione. E oggi, paradossalmente, il leader che ha la pretesa di dar voce ai moderati, alla borghesia produttiva e all'elettorato cattolico è un politico che viene dalle marce e dalle lotte radicali degli anni 70 e 80. L'ex premier, per evidenti carenze di esercizio del comando e in nome di una retorica ulivista tanto mitica quanto inefficace finché si illude di galleggiare fuori o al di sopra dei partiti, non è riuscito a farsene uno suo. E oggi, paradossalmente, il candidato premier dell'opposizione non è il capo del suo primo partito, come succede in tutte le democrazie occidentali. Ma, di fatto, si ritrova ad essere solo l'ispiratore della "corrente di minoranza" del secondo partito della coalizione.
Nel frattempo, il Paese vive un'emergenza economica e finanziaria che non ha precedenti. Dalla crescita ai conti pubblici, è uno stillicidio di moniti e di allarmi. Dall'Ocse a Eurostat, dall'Istat alla Commissione Ue. La "forbice" tra i rendimenti dei Btp e i bund tedeschi che, due giorni fa, ha battuto un nuovo record, superando i 20 centesimi. Di fronte a questo bollettino di guerra quotidiano, di cui la maggioranza di centrodestra porta tutta intera la responsabilità, l'opposizione di centrosinistra avrebbe un solo dovere. Soprassedere o rinviare al dopo la resa dei conti sui contenitori, e mobilitarsi compatta sui contenuti, per garantire al Paese una via d'uscita realistica e responsabile.
Servirebbe davvero, a questo punto, uno spirito da moderno "Cln", per assicurare agli italiani uno sbocco condiviso e non traumatico da questa crisi di fiducia e di prospettiva. Un programma serio, un'alternativa credibile. Un progetto di risanamento e di rilancio, messo a punto dai leader e dalle numerose personalità del centrosinistra. Fuori dalle faide di Piazza Santi Apostoli, fuori dalle "fabbricotte" bolognesi.
E invece, proprio nel momento di massima involuzione del centrodestra e di estrema consunzione del berlusconismo, accade che anche il centrosinistra si disgrega. Si guarda l'ombelico con narcisistico autolesionismo, fino a bruciare tutte le sue risorse. Si crogiola nelle sue formule alchemiche, fino a regredire allo stato gassoso. È incapace di parlare al Paese. Davanti a tanto disastro, può succedere di tutto. Di fronte a un possibile default economico-finanziario, può accadere che a forza di evocarne lo spettro finisca addirittura per auto-avverarsi la profezia di un governo di emergenza istituzional-centrista, che rischierebbe di far calare una seria ipoteca sul bipolarismo della prossima legislatura. Di fronte al tracollo dell'Unione, può accadere che il Cavaliere rivinca le elezioni. Oppure il contrario: di fronte al collasso della Cdl, può accadere che l'Unione vinca lo stesso nel 2006. Una cosa è certa. Su queste basi, il centrosinistra può anche riuscire miracolosamente a vincere. Ma non riuscirà mai a governare.
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giovedì 26 maggio 2005
ore 10:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Marziani, ultracorpi e scimmie è la festa della Fantascienza di CLARA CAROLI
Ci sono tutti. I marziani e gli ultracorpi, i ragni e le scimmie, gli astronauti e gli scienziati pazzi. Ci sono King Kong e Alien, E. T. e Blob, Kubrick e Spielberg, Metropolis e Guerre Stellari. Nella grande festa della fantascienza al Museo del Cinema di Torino, che si è aperta martedì scorso con l'anteprima della copia restaurata del capolavoro di Friz Lang e proseguirà fino a novembre con film ed eventi sotto il bel titolo "Cose da un altro mondo", non manca nessuno.
Trainata dall'uscita dell'ultimo episodio della saga trentennale di George Lucas, "La vendetta dei Sith", e dalla febbre planetaria per Star Wars, la manifestazione è insieme filologica e spettacolare. La parte principale è la mostra a cura di Nicoletta Pacini che raccoglie 300 tra manifesti, locandine e fotografie scelti tra gli 800 che il Museo ha selezionato dalle sue sterminate raccolte (341.440 pezzi che documentano 19.530 film) e digitalizzato e che sono disponibili in rete nel sito della mostra. Un percorso cronologico che parte da "Voyage autour d'une étoile" del 1906 di Georges Méliès, padre della fantascienza cinematografica, e arriva fino a "Matrix" passando per "Metropolis", "King Kong", "La guerra dei mondi", "L'invasione degli ultracorpi", "Blob", "2001 Odissea nello spazio", "Robocop", "Independence Day", "The Day After Tomorrow". Di particolare valore è il manifesto di "Frankenstein", di proprietà di una privata, Guia Croce, assicurato per 200mila euro.
La parte di esposizione più divertente è quella dedicata a "Guerre stellari", con oltre 600 "action figures" messe a disposizione dal torinese Fabrizio Modina, che raccoglie giocattoli e modellini di fantascienza dai tempi di Mazinga e possiede con i suoi oltre 1500 pezzi una delle collezioni più vaste del mondo. La sezione ricostruisce in parallelo la vicenda cinematografica e quella del merchandising della saga di Lucas, un fenomeno unico, una produzione a rischio che si è trasformata in uno dei più grandi business della storia del cinema e del giocattolo. A margine di "Star Wars", alla Mole ci sono poi gli oggetti di scena e le sceneggiature dei film di genere, tirati fuori dai magazzini, e c'è persino un'astronave.
"Cose da un altro mondo" è naturalmente anche una retrospettiva di film, a cura di Stefano Boni, articolata in varie sezioni: la prima è dedicata alle "Città del futuro" (da "Fuga da New York" a "A. I." di Spielberg), la seconda, "Alien & C.", orbita attorno al capolavoro di Ridley Scott e ai suoi ispiratori ("L'invasione degli ultracorpi" di Siegel), la terza propone "Conquiste spaziali" e "Ultimatum alla Terra" mentre la quarta con titoli come "La mosca" di Cronenberg e "Dr. Cyclops" di Schoedsack esplora il mondo della "(Fanta)scienza" e dei suoi folli e visionari ideatori. "Cose da un altro mondo" è infine anche un catalogo, a cura di Nicoletta Pacini, con i 120 manifesti migliori e un saggio di Goffredo Fofi.
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