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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 16 novembre 2004
ore 18:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
non era meglio con l'aperol?!
Dopo la messa, aperitivo ai fedeli
Savona,cocktail e tartine dopo l'omelia Un happy hour decisamente alternativo è quello che propone una parrocchia di Savona che dopo la messa solenne del sabato sera offre l'aperitivo a tutti i fedeli. Dopo le preghiere nella chiesa di Nostra Signora della neve, i parrocchiani si possono brindare con un cocktail a base di frutta, rigorosamente analcolico, servito dai volontari della parrocchia. "E' un'occasione per conoscersi" assicura l'ideatore, don Alessandro Capaldi.
L'iniziativa è stata sperimentata in questo periodo dal giovane parroco del quartiere savonese delle Fornaci, per offrire alle persone un'occasione di incontro e di fraternità in più e per conoscere gente nuova. L'aperitivo viene servito ogni sabato dopo la messa delle 17,30 ed è rigorosamente analcolico, accompagnato con tartini e salatini.
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martedì 16 novembre 2004
ore 18:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
non era meglio con l'aperol?!
Dopo la messa, aperitivo ai fedeli
Savona,cocktail e tartine dopo l'omelia Un happy hour decisamente alternativo è quello che propone una parrocchia di Savona che dopo la messa solenne del sabato sera offre l'aperitivo a tutti i fedeli. Dopo le preghiere nella chiesa di Nostra Signora della neve, i parrocchiani si possono brindare con un cocktail a base di frutta, rigorosamente analcolico, servito dai volontari della parrocchia. "E' un'occasione per conoscersi" assicura l'ideatore, don Alessandro Capaldi.
L'iniziativa è stata sperimentata in questo periodo dal giovane parroco del quartiere savonese delle Fornaci, per offrire alle persone un'occasione di incontro e di fraternità in più e per conoscere gente nuova. L'aperitivo viene servito ogni sabato dopo la messa delle 17,30 ed è rigorosamente analcolico, accompagnato con tartini e salatini. Il giovane sacerdote aveva parlato di questa sua idea durante il recente incontro della vicaria di Savona in Seminario ed è piaciuta
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venerdì 12 novembre 2004
ore 18:23 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Processo Sme, l'accusa dei Pm "Berlusconi pagava Squillante"
La Boccassini ha sottolineato che nelle dichiarazioni spontanee, Berlusconi aveva detto che questo "è un processo dove mancano il morto e l'arma del delitto". E ha sostenuto che sulla base di precise documentazioni dimostrerà che quello che Berlusconi ha detto non è vero. "La corruzione di un magistrato - ha concluso il pm - tocca il pilastro su cui si regge uno Stato democratico".
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venerdì 12 novembre 2004
ore 11:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
L'ECCEZIONE di Aldo Grasso
E' stato un addio inaspettato ma difficile da dimenticare: Enrico Mentana ha atteso che fosse finito un drammatico servizio su Nassiriya firmato dal suo miglior inviato, Toni Capuozzo, poi si è rivolto al pubblico. Per congedarsi in maniera franca e inusuale. Per comunicare agli spettatori che Mediaset venerdì lo aveva sollevato dall'incarico (non si è dimesso, come ha detto Ezio Greggio a «Striscia»), per dire che la cosa gli dispiace, pur senza gridare al regime, per ribadire che il suo Tg5 è stato una felice eccezione nell'informazione italiana. Il che è vero. Adesso che non è più direttore glielo possiamo dire: è il più bravo. Nessuno come Mentana ha saputo interpretare il ruolo del conduttore: per ritmo, per senso della notizia, per autorevolezza. Le volte che ci è capitato di richiamare una pagina di un tg particolarmente efficace, un momento su cui riflettere, una sequenza di grande giornalismo tv, la mente è sempre corsa a quella sera del 2001 quando Mentana, commentando i tragici eventi della morte di Carlo Giuliani durante gli scontri del G8 a Genova, era riuscito a costruire un tg di rara intensità e di grande mestiere. Da antologia.
Il Tg5 è il più moderno fra i tg italiani: cucito come un abito di sartoria sul suo direttore, ha fatto della cronaca l'ariete contro l'invadenza della politica e l'enfasi stucchevole del politichese. E' moderno perché sa che in un palinsesto la vitalità di una proposta dipende da un prima e da un dopo. La coabitazione con «Striscia la notizia» lo ha indotto inoltre a dare una cadenza e un taglio alle notizie sconosciuti ad altri tg. Una volta Mentana ha spiegato la sua filosofia: «Sono cresciuto con la tv, appartengo alla generazione dei computer e credo di aver imparato una certa sintassi della comunicazione, per cui se un avvenimento è poco importante si danno due righe, se lo è abbastanza si fa un servizio, se è importantissimo si fa un collegamento».
Qualcuno lo ha accusato di furbizia: il dare più spazio alla cronaca che alla politica è stato il modo di affrancarsi dalle pressioni del suo editore, che si chiama Silvio Berlusconi. Non sarà facile percorrere una via diversa. E comunque, così facendo, Mentana si è liberato di quell'indecenza che si chiama pastone e dalle litanie dei «panini» e della finta par condicio. A differenza di molti suoi colleghi, ha capito che anche in tv l'unica forza cui aggrapparsi è la credibilità. Un fantasma cui è bene credere e utile affrontare.
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venerdì 12 novembre 2004
ore 11:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 12 novembre 2004
ore 10:46 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il telegiornale normalizzato di CURZIO MALTESE
ROMA - È arrivato per primo anche l'ultima sera. Stavolta la notizia era lui, Enrico Mentana cacciato dal Tg5, il notiziario che aveva fondato e diretto per tredici anni. Una brutta notizia per l'informazione italiana, già molto malconcia. Un segnale di disperazione politica da parte di Berlusconi.
Stavolta non ci sono state finzioni. Il tono del messaggio di addio di Mentana era inequivocabile: "Venerdì i vertici dell'azienda mi hanno convocato per comunicarmi la decisione di cambiare direttore". È stato epurato per far posto a Carlo Rossella, reduce dalla berlusconizzazione forzata di Panorama. Berlusconi voleva "levarsi dai piedi" il fondatore del Tg5 da almeno un anno.
Non ha mai mantenuto una promessa ma le minacce sì, tutte, dai tempi di Montanelli. Aspettava soltanto "un'occasione decente" che poi non è arrivata. In fondo ormai l'indecenza è la normalità e "certe cose non si fanno sotto elezioni". Per la primavera del 2006 gli elettori avranno dimenticato la cacciata di Mentana come oggi non ricordano quasi più quelle di Biagi e Santoro.
Le epurazioni cominciano dai nemici e finiscono con gli amici, partono dai troppo liberi e si chiudono con i non abbastanza servi. Enrico Mentana non era abbastanza servo per i gusti del padrone, assai volgari in materia ma molto assecondati dalla corte giornalistica. Il Tg5 ha sempre difeso gli interessi fondamentali del Cavaliere: la guerra alla giustizia, la difesa di Previti e Dell'Utri, il conflitto d'interessi. Ma l'ha sempre fatto nel quadro di una decenza personale e professionale e di una grande tecnica televisiva. In Mentana alla fine è forte l'istinto del cronista. Non ha quasi mai cancellato le notizie sgradite a Berlusconi, come fanno molti suoi zelanti colleghi, al massimo le ha un po' nascoste. L'effetto paradossale è che negli ultimi tempi una quota di pubblico di sinistra preferiva il telegiornale di Canale 5 a quella specie di filmato Luce del berlusconismo che è diventato il Tg1 di Mimun. Per anni la quantità minima e a uso personale di decenza esibita dal tg di Mentana è stata la foglia di fico del conflitto d'interessi. In qualche modo il Tg5 ha incarnato, con tutte le sue ambiguità, la finzione liberale del berlusconismo nascente, l'illusione che portasse "più libertà di scelta".
Oltre a costituire di fatto l'unica identità forte di Canale 5, rete ammiraglia del gruppo e quindi l'ideologia incarnata del gruppo. Ora s'è deciso che persino la foglia di fico non era più sopportabile per fronteggiare le urgenze pre-elettorali del Cavaliere. Nel tardo berlusconismo fatto regime perfino la parvenza del pluralismo, non parliamo della sostanza, è diventata intollerabile. Tanto più con i sondaggi in caduta libera e le promesse di tagli fiscali che slittano all'anno prossimo, per il quarto anno consecutivo. Rossella ha il compito di trasformare il Tg5 in un puro strumento di lotta e propaganda politica, come fece Vittorio Feltri quando accettò di scippare a Montannelli, suo "caro maestro", il giornale che aveva fondato. Il nuovo direttore è in grado di compiere la missione.
Si calcola, forse a torto, che gli spettatori rimarranno perché non hanno scelta. Se in Italia esistesse un libero mercato dell'informazione, domani Mentana verrebbe strappato a suon di milioni da un'altra rete televisiva e probabilmente replicherebbe altrove il successo del Tg5. Ma in Italia chi osa fare uno sgarbo al padrone unico? La Rai è più governativa di Mediaset, la Sette è una specie di premio di consolazione per i cortigiani non adatti alla prima serata. Sky News, che pure è proprietà dell'amico Murdoch, è in questi giorni oggetto di un pestaggio da parte della stampa berlusconiana e finirà per inchinarsi all'avvertimento dei bravi. Si parla già di editori spaventati e di un probabile allontanamento del direttore, accusato di essere "politicamente corretto". Non stupisce che nelle classifiche internazionali sulla libertà d'informazione l'Italia figuri nel gruppo dei Paesi africani, oltre il sessantesimo posto.
Il clamoroso licenziamento di Mentana conferma che se qualcuno in Italia sopravvaluta il peso delle televisioni non sono gli antiberlusconiani ma lo stesso Berlusconi. È di queste ore la notizia che il premier avrebbe barattato l'ennesima e grottesca retromarcia sulle tasse con l'abrogazione della par condicio e la conferma del vertice monocolore alla Rai, vincendo i dubbi di Fini e Follini. È convinto che gli italiani credano alla televisione più che alle loro tasche. Se il calcolo è sbagliato l'operazione Mentana si rivelerà un boomerang colossale e forse anche l'ultimo utile idiota pseudo liberale dovrà ammettere l'esistenza di un vero e proprio regime dell'informazione. Se invece ha ragione Berlusconi, toccherà un giorno ricominciare dalle scuole dell'obbligo, una volta rimosse le macerie culturali e materiali di questa brutta avventura. In ogni caso dobbiamo prepararci ad assistere, da qui alla primavera del 2006, alle più squilibrate e irregolari campagne elettorali che si siano mai viste in una democrazia occidentale.
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sabato 6 novembre 2004
ore 10:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
God, guns, George lo slogan delle 3 G
VITTORIO ZUCCONI Per sfiorare l'anima dell'America, si deve cercarla dove finisce il suo corpo. Guidare l'automobile oltre l'ultima cintura di asfalto attorno alle Sodoma e Gomorra, alle grandi metropoli. Andare dove il profilo dei super shopping mall suburbani scende verso la valle dei modesti bottegoni orizzontali, e i negozi di Tiffany cedono la clientela ai "pawn shops", ai banchi dei pegni ingombri di chitarre elettriche impolverate e di anellini di fidanzamento ossidati. Andare dove il mercato di Dio esplode in mille versioni della stessa fede affettata come un infinito sushi bar della redenzione, pentecostali, presbiteriani, avventisti, battisti, episcopali, fratelli cristiani, luterani, metodisti, cattolici, apostolici, carismatici, biblici indipendentisti, ebrei per Cristo, nazareni, ortodossi, universalisti unitari e, per non disgustare nessuno, anche i "non denominazionali".
Duecentoventi templi ufficialmente registrati soltanto qui nella contea di Columbia, South Carolina, una chiesa per ogni 500 dei 120 mila abitanti, più di medici, dentisti, letti d'ospedale, ristoranti, danzatrici topless e persino di McDonald's e Burger King. La immensa, ignorata, dileggiata, spiritualità dell'America profonda che ha vinto e che inonda la nazione, anno dopo anno, in quella marea di "revival" cristiano che la destra ha saputo cavalcare e che ha travolto la sinistra.
Con Internet si possono trovare 126 mila libri di ispirazione cristiana. Nella grande libreria Barnes and Noble qui, i libri di "re-fi", di fiction religiosa, romanzi alla 007 sulla lotta apocalittica fra Bene e Male (ricorda qualcosa?) sono sempre in vetrina e in testa alle vendite. Per trovare un libro che parli di omosessualità si deve cercare in una piccola sezione chiamata "Sociology". È impossibile non sentire l'eco dei discorsi di Bush nel motto scolpito su una tavola all'ingresso di un'altra chiesa, la Eastside Baptist Church che accoglie i fedeli esortandoli a "difendere e propagare la fede e combattere la battaglia che ci rende liberi". Una jihad cristiana? E a quale "combattimento" alludono i fedeli?. "Alla battaglia quotidiana per abbandonare completamente la nostra vita a Lui e sottometterci", mi spiega il diacono Hurley. Curioso, anche "Islam" significa abbandono, sottomissione. "Support our troops, support president Bush, support America", invocano gli adesivi sui paraurti delle macchine che fanno un po' di ingorgo, tanto per sentirsi importanti, all'uscita dalla città nella sera.
Soltanto la ragazza nera che mi accoglie alla reception dell'Holiday Inn, Dwane Coleman, e porta ancora il piccolo sticker con scritto "I voted", "Ho votato" che davano nei seggi, mi risponde con aria sfrontata: "Ho votato per Kerry". Ah, questi neri incorreggibili.
Se ho scelto la Carolina del Sud per cominciare un viaggio nell'America che ha votato per le tre "G", "God, Guns and George", è perché questo Stato è il gancio orientale di quella cintura della Bibbia che si estende da qui, dalle coste dell'Atlantico, ininterrottamente fino alla California resistente, non si sa per quanto, al "revival" evangelico. Da un isolotto nell'estuario del vicino porto di Charleston, Fort Sumner, fu sparato il primo colpo di cannone che segnò il via di quella secessione fra Nord e Sud che ancora continua, fortunatamente soltanto a colpi di voti.
Qui era venuto e qui è finito colui che Kerry si era affiancato illudendosi che l'anagrafe potesse rovesciare i pronostici, il carolinian John Edwards. E qui, proprio nella contea di Columbia, Bush aveva costruito la sua prima vittoria, nel 2000, rintuzzando la sfida del senatore repubblicano John McCain, che fu accusato di avere avuto "un figlio illegittimo da una donna nera". Dunque peccatore due volte e non si sa quale peccato fosse più grave tra i due, nello Stato dello zio Tom. Non era affatto vero, era la prima di molte bugie a venire, ma tanto bastò per lanciare George Bush verso due vittorie. Era uno sporco trucco, ma anche un segnale. Non fu capito.
Nell'interno della South Carolina ci si arriva soltanto per scelta, e non di passaggio, lungo strade di tabacco e di fango che il partito democratico un tempo controllava. L'ultima volta, ci venni sei anni or sono, per vedere un laghetto, dentro il quale c'era una automobile, e dentro l'automobile due bambini di tre e cinque anni, uccisi dalla mamma che voleva lasciare il marito e aveva spinto l'auto con i due figli dentro il laghetto, ben legati con le cinture.
Eppure un tempo lontanissimo, cioè tre giorni or sono, questa era terra dominata dai democratici del Sud, dai dixiecrats, i signori di Dixieland, che sapevano coniugare lo stato sociale con lo stato di Grazia, Roosevelt e re Salomone. Ma il due novembre, un tale Jim DeMint, che aveva messo al primo punto del proprio programma elettorale l'impegno a "cacciare dalle nostre scuole pubbliche tutti gli insegnanti omosessuali" ha strappato un seggio senatoriale ai Democratici. Al secondo punto del suo contratto, c'era la privatizzazione completa delle pensioni federali e al terzo la liberalizzazione assoluta del commercio internazionale, togliendo le difese dell'industria un tempo regina, grazie al cotone, l'industria tessile. Persino molti repubblicani non pensavano che elettori dipendenti dalla pensione sociale per la loro ansiosa vecchiaia od operai aggrappati a un posto in filanda potessero votare per chi prometteva di togliere loro anche quel poco.
Ma pur di difendere i "valori", per credere nel mito di una famiglia da sussidiario che esiste ormai più nei desideri che nella realtà, i fedeli delle 220 chiese si sono detti disposti a sacrificare il posto e a rischiare la pensione giocandola in Borsa. L'America povera si vota contro, per difendere i sogni dei ricchi. Sorpresa. Sbigottimento. Eppure lo sapevano tutti, e da tempo, che l'Architetto, come Bush ha chiamato il suo regista elettorale Karl Rove, che i repubblicani avrebbero puntato senza scrupoli sulle "virtù", sui valori, sulla paura non di Osama ma di Sodoma. Ora gli analisti delle elezioni, bravissimi nel prevedere il passato come gli analisti di Borsa, sbalordiscono a leggere i sondaggi di opinione post voto che indicano nella parola magica, i "valori tradizionali", la prima motivazione di voto in tutto il paese, ma è troppo tardi. Chi ha disprezzato le paure profonde di questa gente, ha avuto in cambio il loro disprezzo, non il loro voto. Chi scende lungo la "Interstate 95", la "autostrada del sole" americana che costeggia tutte le città del "male", deve lasciarla poco dopo avere superato la capitale. Si vira verso l'interno, si imbocca la "85" dove comincia la terra della Bibbia e della pena capitale. Ma quando la "85" sbuca da foreste talmente folte e solitarie da far temere un'imboscata dei Cherokee che un tempo le abitavano, ed entra nella Carolina del Sud, dal nulla si trova a Monaco. Di Baviera. È il "Zentrum" il centro direzionale e stabilimento della Bmw negli Stati Uniti, dove gli ingegneri tedeschi progettano e i devoti cristiani di Spartanburg costruiscono, quelle spider "Z4" che non potranno mai comperare. Proprio la vecchia Europa esecrata da Rumsfeld è il primo datore di lavoro da queste parti. "A job is a job", un posto è un posto, mi dice una guida dello showroom della Bmw e dove 100 mila jobs sono volati via verso l'Asia, i posti non abbondano. E lei ha votato? "Bush, naturalmente".
Non è questa la prima né l'ultima scossa che attende il viaggiatore venuto dagli stereotipi della sinistra metropolitana per entrare nella terra incognita delle tre G, George, Guns and God. Le due Caroline, Nord e Sud, come la vicina Georgia, sono le incubatrici che producono il massimo numero di soldati per la US Army. Un terzo dei caduti o feriti veniva da qui, dove i 18 mila dollari all'anno di stipendio che il sergente reclutatore dei Marines nello shopping center offre a studenti di liceo senza avvenire, non fanno schifo.
All'aeroporto di Columbia, tra gli stand colorati dei rent-a-car Hertz Avis Budget brilla quello dell'esercito, come se noleggiasse la guerra e ci sono almeno un centinaio di bambinoni con la testa rapata, che aspettano di essere imbarcati. Non riesco a non pensare che, statistiche alla mano che danno un soldato americano ogni 20 ucciso o ferito in Iraq, almeno tre o quattro di loro non torneranno interi, se sono fortunati. Ma ridono, parlano ad alta voce, eccitati, hanno voglia di dire, anche a uno straniero come me che li accosta, che stanno andando a "kick ass, yeah", a fare il culo a quei bastardi.
Un sergente solo un po' meno bambino, con la targhetta del nome, Grove, sulla divisa, in Iraq c'è stato e li guarda silenzioso. Ci provo: per che cosa vanno a morire questi bambini? "Per la loro libertà e quella dei loro figli" mi risponde lui e poi a bassa voce "per il nostro Dio". Ma è a New York, a San Francisco, a Washington che i pacifisti protestano, non qui, dove la guerra fanno davvero e la pagano.
"La Bibbia insegna che sempre ci saranno guerre e rumori di guerra, di quello non ci preoccupiamo - mi conferma con la sua voce sonora, da pulpito, il pastore Ron LaFlam che da 27 anni guida il gregge del Columbia Baptist Temple, in una strada chiamata profeticamente Faraway Road, la strada lontano lontano- quello che ci ha spinto a votare è vedere la nostra nazione incamminata nella direzione sbagliata, sesso, lascivia, aborto, distruzione della vita, soprattutto omosessualità, la devastazione dei valori morali. Abbiamo dimenticato che questa nazione è stata costruita sui valori cristiani e per questo è diventata la nazione faro del mondo". E Bush è l'uomo che ha riacceso la luce in cima alla torre del faro? "Così pensiamo, perché è un cristiano come noi".
Anche in Europa, pastore LaFlam, nella Costituzione.... "Ah, l'Europa è ormai talmente lontana dalla Parola che non ci interessa più. Noi vogliamo salvare la nostra America". Cerca di trovare la citazione giusta della Bibbia attraverso Internet a banda larga, dal suo computer. Questa valle del Giordano è anche una piccola Silicon Valley. La Carolina del Sud ha più utenti di Internet a banda larga di quanti ne abbia Milano, il 73% degli abbonati al telefono.
Con Internet si possono trovare 126 mila libri di ispirazione cristiana. Nella grande libreria Barnes and Noble qui, i libri di "re-fi", di fiction religiosa, romanzi alla 007 sulla lotta apocalittica fra Bene e Male (ricorda qualcosa?) sono sempre in vetrina e in testa alle vendite. Per trovare un libro che parli di omosessualità si deve cercare in una piccola sezione chiamata "Sociology". È impossibile non sentire l'eco dei discorsi di Bush nel motto scolpito su una tavola all'ingresso di un'altra chiesa, la Eastside Baptist Church che accoglie i fedeli esortandoli a "difendere e propagare la fede e combattere la battaglia che ci rende liberi". Una jihad cristiana? E a quale "combattimento" alludono i fedeli?. "Alla battaglia quotidiana per abbandonare completamente la nostra vita a Lui e sottometterci", mi spiega il diacono Hurley. Curioso, anche "Islam" significa abbandono, sottomissione. "Support our troops, support president Bush, support America", invocano gli adesivi sui paraurti delle macchine che fanno un po' di ingorgo, tanto per sentirsi importanti, all'uscita dalla città nella sera.
Soltanto la ragazza nera che mi accoglie alla reception dell'Holiday Inn, Dwane Coleman, e porta ancora il piccolo sticker con scritto "I voted", "Ho votato" che davano nei seggi, mi risponde con aria sfrontata: "Ho votato per Kerry". Ah, questi neri incorreggibili. Eppure un tempo lontanissimo, cioè tre giorni or sono, questa era terra dominata dai democratici del Sud, dai dixiecrats, i signori di Dixieland, che sapevano coniugare lo stato sociale con lo stato di Grazia, Roosevelt e re Salomone. Ma il due novembre, un tale Jim DeMint, che aveva messo al primo punto del proprio programma elettorale l'impegno a "cacciare dalle nostre scuole pubbliche tutti gli insegnanti omosessuali" ha strappato un seggio senatoriale ai Democratici. Al secondo punto del suo contratto, c'era la privatizzazione completa delle pensioni federali e al terzo la liberalizzazione assoluta del commercio internazionale, togliendo le difese dell'industria un tempo regina, grazie al cotone, l'industria tessile. Persino molti repubblicani non pensavano che elettori dipendenti dalla pensione sociale per la loro ansiosa vecchiaia od operai aggrappati a un posto in filanda potessero votare per chi prometteva di togliere loro anche quel poco.
Ma pur di difendere i "valori", per credere nel mito di una famiglia da sussidiario che esiste ormai più nei desideri che nella realtà, i fedeli delle 220 chiese si sono detti disposti a sacrificare il posto e a rischiare la pensione giocandola in Borsa. L'America povera si vota contro, per difendere i sogni dei ricchi. Sorpresa. Sbigottimento. Eppure lo sapevano tutti, e da tempo, che l'Architetto, come Bush ha chiamato il suo regista elettorale Karl Rove, che i repubblicani avrebbero puntato senza scrupoli sulle "virtù", sui valori, sulla paura non di Osama ma di Sodoma. Ora gli analisti delle elezioni, bravissimi nel prevedere il passato come gli analisti di Borsa, sbalordiscono a leggere i sondaggi di opinione post voto che indicano nella parola magica, i "valori tradizionali", la prima motivazione di voto in tutto il paese, ma è troppo tardi. Chi ha disprezzato le paure profonde di questa gente, ha avuto in cambio il loro disprezzo, non il loro voto.
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venerdì 5 novembre 2004
ore 14:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")

Il vuoto che lascia è enorme. E questo vuoto si spalanca proprio mentre il presidente americano rieletto comincia il suo secondo ed ultimo mandato. Adesso Bush non è più condizionato dai gruppi di pressione, non deve più affrontare voti, in teoria è quindi più libero di agire in Medio Oriente. George W. Bush, come Ariel Sharon, rifiutava di parlare con Arafat. Lo riteneva responsabile del terrorismo e non lo considerava un interlocutore valido.
La scomparsa del raìs dalla scena politica e la simultanea supposta disponibilità di Bush potrebbero consentire una ripresa non solo del dialogo ma anche di veri negoziati. L'ostacolo del logoro, tenace Arafat è caduto. E i dirigenti che dovrebbero succedergli sono più che disponibili: il primo ministro Abu Ala e il segretario generale dell'Olp, Abu Mazen, sono dei moderati.
Il vuoto è tuttavia anche una breccia di cui i movimenti terroristici, quali la Jihad islamica e Hamas, possono approfittare per allargare l'aria di potere già sottratta da tempo ad Arafat. In queste ore Abu Mazen e Abu Ala cercano di coinvolgere quei gruppi estremisti nelle consultazioni riguardanti la successione. Ma questo non rassicura certo Israele, da un pezzo intransigente nell'esigere dall'Autorità palestinese la loro messa al bando. Il recupero di Hamas e della Jihad islamica, e delle altre organizzazioni che forniscono kamikaze, è indispensabile, e al tempo stesso è un ostacolo alla ripresa del dialogo con Sharon.
Dar loro la caccia, adesso che Arafat non può più impedirlo, potrebbe significare la guerra civile tra palestinesi. In questi giorni di forti emozioni gli animi si accendono più facilmente. Se Ariel Sharon persiste nel rifiutare al raìs una tomba a Gerusalemme, nella moschea di Al Aqsa, dove lui voleva essere sepolto, ci potrebbe essere la prima fiammata del dopo Arafat
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venerdì 5 novembre 2004
ore 11:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 5 novembre 2004
ore 10:16 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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