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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 1 febbraio 2007
ore 09:02
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 31 gennaio 2007
ore 18:44
(categoria: "Vita Quotidiana")



Agricoltori pronti al business dell’energia
Rifkin: "Siete l’Arabia delle rinnovabili"
di VALERIO GUALERZI

ROMA - Sarà agricolo uno dei motori della prossima rivoluzione industriale. Può suonare come un ossimoro, ma è una delle tappe fondamentali nel percorso obbligato che l’umanità deve intraprendere per riconvertirsi a un’economia sostenibile, alimentata da fonti energetiche a bassa produzione di carbonio. Finalmente ad accorgersene sono stati anche i diretti interessati, gli agricoltori, che hanno deciso di raccogliere la sfida, annunciando a breve scadenza un importante salto di qualità.

"Utilizzeremo la quarta edizione di Vegetalia come palcoscenico per passare dalle parole ai fatti", ha spiegato il presidente di Confagricoltori Federico Vecchioni alla presentazione della mostra convegno dell’agricoltura in programma dal 9 all’11 febbraio alla fiera di Cremona con il significativo titolo "Il business della nuova agricoltura". Dopo tante iniziative estemporanee, l’associazione, promette Vecchioni, "ha deciso di iniziare a fare sul serio creando una società per il trading elettrico che curi tutta la filiera dell’energia di origine agricola, dalla coltivazione, alla raccolta, alla produzione e infine alla vendita sul mercato con vantaggi economici per gli agricoltori".

L’ossatura della produzione sarà garantita da decine di impianti di dimensioni medio piccole (comunque oltre il megawatt) distribuiti sul territorio e alimentati a biogas (i gas prodotti dallo stoccaggio degli scarti vegetali) e olio vegetale realizzato dalla lavorazione di piante oleose come la colza o il girasole. "Abbiamo mappato il territorio - assicura ancora il presidente di Confagricoltori - seguendo tutto il percorso dal campo al mercato elettrico e siamo in grado di assecondare in maniera esaustiva, il kilowattora verde".

Una promessa che se mantenuta risponde a tre dei cinque pilastri elencati dall’economista Jeremy Rifkin per evitare il catastrofico aumento della temperatura della Terra di tre gradi (previsto per il 2100) e gettare allo stesso tempo le basi per la terza rivoluzione industriale.

La strada annunciata dalla Confagricoltura soddisfa infatti la necessità di aumentare già nei prossimi anni in maniera esponenziale la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili, di ridurre drasticamente le emissioni di C02 (le piante per crescere riassorbono quella creata dalla loro combustione) e di sostituire l’attuale sistema centralizzato in uno basato sulla microgenerazione distribuita.

Gli altri due pilastri elencati dall’economista statunitense, anche lui presente al lancio di Vegetalia, sono: la creazione di una rete di distribuzione dell’energia flessibile e intelligente, che ne consenta lo scambio tra utenti-produttori seguendo lo stesso schema del flusso di informazioni e dati su internet; lo sviluppo di strutture per la creazione e lo stoccaggio dell’idrogeno, il miglior strumento possibile per immagazzinare energia rinnovabile, che ha tanti vantaggi ma il difetto di essere spesso sovrabbondante (il solare d’estate, ad esempio) e altrettanto spesso insufficiente (mancanza di vento).

Rifkin, plaudendo all’iniziativa della Confagricoltori, ha quindi esortato l’Italia ad abbracciare in maniera più decisa questa "exit strategy" dai carburanti fossili. "Siete l’Arabia Saudita delle rinnovabili - ha detto - avete tutto: sole ovunque, vento sugli Appennini, forza delle maree lungo le coste, geotermico in Toscana, biomasse dalle foreste. Secondo le stime più ottimistiche in un futuro non troppo lontano potreste alimentare il 30% dei trasporti con biocarburanti".

Per raggiungere questi obiettivi ambiziosi serve però un adeguato sostegno legislativo, ma il governo giura di aver già iniziato a fare la sua parte. Alla presentazione di Vegetalia sono intervenuti infatti sia il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio che quello delle Politiche agricole Paolo De Castro, rivendicando i provvedimenti e i fondi inseriti nell’ultima Finanziaria ("la più verde della storia", l’ha definita il leader del Sole che ride).

Ma il compito della politica è anche quello di richiamare al pragmatismo. Così Pecoraro Scanio ha messo in guardia chi pensa di poter approfittare della crescente sensibilità ambientale per speculare e De Castro ha sottolineato le trappole in agguato. "Massimo incoraggiamento all’energia da biomasse - ha avvisato Pecoraro - ma ci si tolga dalla testa l’idea di fare centrali vicine ai porti per utilizzare materia importata dall’estero o di assimilare i rifiuti agli scarti agricoli". De Castro ha invece ricordato che bisognerà fare i conti con un prezzo dei cereali in vertiginosa crescita, con conseguente perdita di convenienza per gli agricoltori a produrre per il mercato energetico.


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mercoledì 31 gennaio 2007
ore 14:54
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nell’Africa degli orfani dell’Aids: «Milioni di bimbi senza farmaci»
di Mario Porqueddu

KINSHASA (Congo) — Sabato di gennaio, è caldo e umido a Kinshasa. In un ambulatorio donne del Congo raccontano ai loro figli una strana fiaba. Parla di malattia e discriminazione, perché qui tutti, madri e bambini, sono sieropositivi. È la storia del leoncino Becki: «La sua mamma si è ammalata ed è morta mentre erano in viaggio per cercare le medicine di cui aveva bisogno: un pezzo di luna, l’acqua del Mar Rosso, una foglia verdissima. Un giorno il pelo di Becki diventa più chiaro: il virus l’ha colpito. Il leoncino pensa di essere l’unico piccolo malato e si nasconde per la vergogna. Ma una giovane leonessa si innamora di lui, gli spiega che quelle medicine che cercava sua madre funzionano, lo invita a tornare al villaggio per dirlo a tutti. Alla fine lei e Becki vanno a casa assieme: ogni giorno mangiano un pezzetto di luna e uno di foglia, con un po’ d’acqua del Mar Rosso». L’educatrice ripiega i fogli con i disegni degli animali e chiede «chi di voi prende medicine?»: i bambini alzano la mano. Saranno una trentina, i più piccoli hanno 2 o 3 anni, quelli grandi 8 o 9. Quasi tutti sono sieropositivi dalla nascita. E alcuni hanno già bisogno dei farmaci antiretrovirali (Arv), le sostanze che rendono possibile una vita normale a chi ha il sistema immunitario minato dall’Hiv. In Africa, però, trovarli è difficile come fare un cocktail di luna, Mar Rosso e foglie verdissime. Al Centro di trattamento ambulatoriale del quartiere Kabinda una volta al mese si riunisce il gruppo di supporto di Medici senza frontiere per i bambini malati. Qui gli Arv, quelli «generici» prodotti in India a basso costo, vengono distribuiti gratis. In tutto sono un centinaio i minori sotto terapia in questo avamposto della lotta al male che nel 2006 ha contagiato altri 2 milioni e 800 mila africani e a più di 2 milioni ha tolto la vita. Rilevazioni condotte dal ministero della Sanità sulle donne incinte, considerate un campione probante, dicono che oggi nella Repubblica democratica del Congo ci sono 7 milioni di persone sieropositive: circa 1 milione e 200 mila vivono con l’Aids e ad almeno 160.000 servirebbero gli Arv. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità li riceve un misero 5%. Nessuno sa quanti siano in città, o nel resto di un Paese che è poco più piccolo dell’Europa occidentale, i bambini che avrebbero bisogno di cure per l’Hiv. La sola cosa certa è che sono tanti e che per loro i farmaci, semplicemente, qui non ci sono. «Nel mondo — attacca Msf — si producono poche formulazioni pediatriche degli antiretrovirali perché i bambini non rappresentano un mercato appetibile per le industrie». E ancora: «Quelli che ci sono costano troppo.

Per la terapia di un bimbo di 14 chili ci vogliono circa 1.300 dollari l’anno, contro i 200 necessari a trattare un adulto». L’ostacolo principale si chiama povertà. Alcuni Arv vanno conservati in frigorifero e anche questo è un problema quaggiù: «Frigo? A volte non ce l’hanno nemmeno gli ospedali» dice Anja, una belga di 33 anni, coordinatrice del progetto Hiv di Msf a Kinshasa. Milioni di bimbi infetti Medici senza frontiere cerca di scuotere coscienze e governi: «Al mondo ci sono circa 2 milioni e 300 mila bambini affetti da Hiv/Aids; oltre 2 milioni vivono in Paesi poveri: 660 mila sono a uno stadio della malattia che richiederebbe terapie Arv, ma solo una minoranza le ottiene. Ogni giorno 1.500 bambini vengono infettati, in gran parte sono neonati e 9 su 10 contraggono il virus dalla madre, perché gli sforzi per prevenire la trasmissione materno-fetale nei Paesi del Sud sono insufficienti. Il 50% dei neonati sieropositivi muore prima dei 2 anni». Ma è davvero uno scontro tra ragioni dell’economia e diritto alla vita? Stefano Vella, dell’Istituto superiore di sanità, lavora con l’Agenzia europea per la valutazione dei prodotti farmaceutici (Emea) e da anni combatte l’Hiv: «Per l’Aids si sta cercando di portare cure dappertutto. Non è stato fatto per la malaria, né per la Tbc, che pure uccidono. L’Hiv, il solo virus venuto dal Sud del pianeta che il Nord ha conosciuto da vicino, ha cambiato la sensibilità rispetto alla disuguaglianza in materia di salute. Oggi al mondo gli Arv arrivano al 20% di chi ne ha bisogno. Non basta a battere l’epidemia, ma è una grande avventura dell’umanità ». Già,ma i bambini? «Credo che gli Arv per curarli ci sarebbero. Però è vero, l’Africa è tagliata fuori. E in generale molti farmaci vengono sviluppati solo per l’adulto. Perché quello dei bimbi è un mercato piccolo: in loro le patologie sono più rare, fare test sui minori è difficile e senza test non si può commercializzare farmaci, e poi è più immediato ed economico fare compresse per adulti invece di sciroppi o pasticche da succhiare che abbiano un gusto piacevole e funzionino ». Da GlaxoSmithKline, multinazionale del farmaco, replicano così: «Produciamo 7 antiretrovirali, tutti disponibili in forma di sciroppo e tutti, tranne uno, indicati per l’impiego pediatrico. Nei Paesi in via di sviluppo concediamo licenze volontarie per la produzione dei nostri Arv a società locali ». Però qualcosa non va se a dicembre l’Ue ha approvato un «sistema di obblighi, premi e incentivi » per fare in modo che i farmaci creati per gli adulti, inclusi gli Arv, vengano prodotti anche in dosi adatte ai bambini. «Il mercato da solo — dice il nuovo regolamento—si è rivelato insufficiente per stimolare la ricerca, lo sviluppo e l’autorizzazione di medicinali di uso pediatrico». Vella ammette: «È la prova che il problema di cui parla Msf esiste».

Quando lo si trasferisce nel Sud del mondo assume dimensioni drammatiche. Tre sorelle sieropositive Un dato italiano aiuta a capire. Grazie a terapie contro la trasmissione del virus da madre a feto l’Aids tra i nostri bambini (e quelli dei Paesi ricchi) è un evento raro: nel 2005 i casi in Italia sono stati tre. A Kinshasa, invece, ce ne sono tre nella famiglia di Papa Jean. Lui ha 56 anni ed è malato di Aids. Le figlie sono sieropositive: Ruth e Sara, le due gemelle di 4 anni, e Majoie, la grande, che ne ha 9. Ogni giorno, mattino e sera, Papa Jean spezza le grosse pastiglie di Arv con le dita, creando a occhio le dosi per le bambine. Se non riescono a buttarle giù, sbriciola i farmaci e li scioglie in acqua. Vive a Kimbanseke, quartiere periferico dove chi viene dall’Europa realizza di essere bianco, lo diventa davvero, si trasforma in «mundele»—bianco in lingua lingala—come gridano i ragazzi al passaggio di un’auto piena di tipi esotici. Davanti alla sua catapecchia Papa Jean racconta: «I miei due figli maschi sono sieronegativi. Mia moglie non ha l’Aids. Non so come si siano infettate le bimbe». Formula ipotesi che oscillano tra sfortuna e superstizione: «Magari giocando con un mio rasoio. Oppure è stato un miracolo di Belzebù». La Tbc gli toglie il fiato. Tossisce, poi riprende: «Quando sono stato male uno zio mi ha portato da un guaritore. Quello mi ha detto che erano state le bimbe a contagiarmi, che erano abitate da spiriti maligni. Non gli ho creduto. La gente intanto mi isolava, per strada mi chiamavano relitto. Dal 10 ottobre 2005 prendo gli Arv: per me è iniziata una seconda vita». Generazioni a perdere A Papa Jean è andata bene e anche alle sue tre figlie. Perché le strade di Kinshasa sono piene di bambini abbandonati: negli anni 90 l’artista congolese Papa Wemba in una canzone li ha chiamati shegue, abbreviazione di Che Guevara, per esaltarne il coraggio e lo spirito di indipendenza. Ma di poetico nelle loro storie c’è solo quel nome. Humanrights watch ne conta 30mila, per la OngMedicines du monde, che ha aperto per loro un centro di accoglienza, sono 15 o 20 mila. Finiscono in strada per tanti motivi, quasi tutti hanno a che fare con la povertà, ma spesso è anche a causa dell’Aids.

La malattia ha reso orfani molti di loro e si è tradotta in un’assurda condanna formulata dai parenti rimasti: «Avete ucciso i vostri genitori: siete stregoni». Cacciati di casa e discriminati, dormono dove capita, vivono di espedienti. Ci sono ragazze, o magari bambine, che si prostituiscono per uno o due dollari e così nel 20% dei casi diventano sieropositive. Dieci di loro, avranno 14 anni, vivono accampate vicino a un canale sulla strada che va all’aeroporto. Msf le ha visitate. Squadre di medici e consulenti cercano le prostitute di Kinshasa, distribuiscono preservativi nei quartieri poveri, insegnano alle ragazze come usarli, da maggio le invitano al centro Biso na Biso, che in lingala vuol dire «Tra di noi» perché è dedicato alle professioniste del sesso. Ci lavora Stella Egidi, 30 anni, di Viterbo. Ha lasciato l’ospedale di Perugia per spendere qui la sua specializzazione in malattie infettive. «La lotta all’Aids in Africa è difficile — racconta —. Immaginiamo di avere tutti gli Arv di cui c’è bisogno: andrebbero presi con cura e regolarità da parte del malato, dovrebbero arrivare in luoghi che magari non sono raggiungibili perché non c’è la strada. E poi bisogna mangiare bene perché il fisico li tolleri e usare acqua potabile. Cose complicate quaggiù ». Msf dà cibo ai malati, ma a volte non basta: «Trecento persone ricevono razioni mensili di provviste—spiega Raphael, l’infermiere che lavora con i bambini — ma capita che la gente divida con parenti e vicini sia i farmaci sia gli alimenti». Allora perché restare qui? «In 12 anni a Kinshasa abbiamo curato 6.900 persone con l’Hiv—dice Anja —. Per 1.900 pazienti sono partiti trattamenti Arv. Senza, sarebbero morti in pochi mesi. Invece la maggior parte è tornata a stare meglio, lavora, ha una vita sociale. Con due pastiglie al giorno. Secondo i nostri dati la probabilità di sopravvivenza nei bambini curati con gli Arv è dell’87% a 12 mesi e del 77% a 36 mesi». Dicono che è per questo che continuano a sfidare l’Aids e il Congo. Povero e vitale, disperante e pieno di fede e culti nuovi, con figure a metà fra il prete e il santone che predicano così: «Se credete in Dio non prendete pillole, lui vi guarirà».


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martedì 30 gennaio 2007
ore 18:06
(categoria: "Vita Quotidiana")



Francia, test del Dna per il furto di una moto
La polizia lo avrebbe disposto per incastrare i ladri dello scooter di un figlio del ministro Sarkozy

PARIGI - Altre nubi nel cielo sopra Nicolas Sarkozy, candidato della destra all’ elezione presidenziale francese e già al centro di polemiche per il supposto conflitto di interessi visto che continua ad occupare la carica di ministro dell’ Interno. Adesso, nei suoi confronti, è scoppiata una nuova caso, non slegato nemmeno questo dal tema del conflitto di interessi. La polizia avrebbe infatti disposto il test del Dna per incastrare i presunti ladri del motorino del figlio del ministro. Il candidato del centro alle presidenziali, Francoise Bayrou, ha detto che non si è mai applicato un provvedimento simile in questi casi. «Ci troviamo di fronte a un uso distorto della legge, a due pesi e due misure: uno per i personaggi e potenti e un altro per i cittadini normali. Il motorino di uno dei tre figli del ministro è stato recuperato dalla polizia durante un’operazione nella quale è stato rintracciato un deposito di merce rubata.

LA POLIZIA: «NESSUNA PROCEDURA SPECIALE» - La polizia avrebbe quindi usato test del Dna e analisi sulle impronte digitali di tre ragazzi sospettati del furto del motorino del giovane Sarkozy. Il furto era avvenuto a inizio mese - la denuncia è del 7 gennaio - nel quartiere bene di Neuilly-sur-Seine alla periferia di Parigi (è anche il feudo elettorale del ministro). Un poliziotto interpellato ha dichiarato che l’inchiesta era stata "ben condotta, con i mezzi classici" e il portavoce delle forze dell’ordine, Patrick Hamon, ha precisato che «non si sono adottate procedure speciali». Resta il fatto che la polemica è scoppiata e i tre ragazzi identificati sono stati denunciati a piede libero. Sull’uso abituale dei test del Dna per identificare i furti di motorini, il rappresentante di una federazione di dueruotisti, Frederic Brodziak, si è messo a ridere. «Se adesso usano il Dna, è fantastico» ha osservato, sottolineando che di solito il furto di uno scooter viene a malapena registrato.


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martedì 30 gennaio 2007
ore 16:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Si gioca la moglie a poker. E lei si risposa con l’altro
di LEONARDO COEN

MURMANSK - Tatiana e Serghei sorridono felici davanti ai fotografi. Si sono appena sposati, nel municipio di Murmansk, quasi al Circolo Polare Artico.
Hanno coronato una storia d’amore cominciata con un bluff. Quella del primo marito di Tatiana, che due anni e mezzo fa stava giocando a poker con l’amico Serghei e aveva già perso tutto quello che aveva nel portafoglio e poi in banca, ad onta del nome Viktor.

"Smettiamola qui", gli aveva suggerito Serghei.
"No! Voglio continuare. Posso rifarmi!".
"Con quali soldi? Non hai più un rublo!".
"Ma ho mia moglie. Me la gioco: ti condedo una notte con lei se perdo".
"Ti s uma soshol", "sei matto!".
Serghei perde ancora.
Il giorno dopo chiama al telefono Tatiana che fa la contabile ed è in ufficio: "Tanja, vai a casa. Ti aspetta una sorpresa. Non ti stupire di niente".

E’ lei che racconta la storia al giornale Komsomolskaja Pravda (titolo: "Marito perde la moglie a carte", pagina 11): "pensavo: forse Viktor mi ha comprato qualcosa di bello. Ero contenta.

Appena entro in casa, sento l’odore di un profumo ricercato, raffinato. Vedo dappertutto candele accese. Mi sono stupita molto: mai mio marito sarebbe stato tanto romantico, piuttosto sarebbe caduto il cielo. In cucina vedo che il forno è accesso, che un bel pollo arrosto sta rosolando lentamente. Apro il frigo e scopro che c’è una bottiglia di champagne. Quasi grido: accidenti, è un miracolo! Mi precipito in salotto, anche qui altre candele e il tavolo apparecchiato come mai l’avevo visto, sembrava una cartolina.

C’erano, in un vaso, cinque rose rosse. Allora chiamo mio marito: Vitjusha, dove ti sei nascosto? Ti vedo che sei nel balcone, torna dentro...avevo infatti notato che, dietro la tenda, c’era l’ombra di un uomo".

E’ il momento fatale. Perchè quell’uomo non è Viktor bensì il suo migliore amico Serghei.

"Viktor non ci sarà. Te lo spiego dopo il perché. Adesso brindiamo".

Stupita, Tatiana si arrende alla situazione, tanto era stata avvertita dal marito di "non sorprendersi". E lei non si sorprese più di tanto: in fondo Serghei le era stato sempre simpatico, quindi accettò di buon grado che l’amico le servisse la cena. Dopo aver cenato, bevuto e chiacchierato, i due decidono di uscire e fare quattro passi in città. Serghei piglia una busta e ci infila la bottiglia di champagne.

Ad agosto, a quella latitudine, d’estate la notte fatica ad imporsi sul giorno e c’era ancora un po’ di luce diurna per le strade. Tatiana comincia a pensare di vivere un sogno: "Mi avevano incantata le buone maniere di Serghei. Dentro di me mi dicevo: possibile che esistano ancora dei maschi così gentili, così sensibili, così a posto? Viktor era l’esatto contrario, non mi coccolava mai, non mi abbracciava in pubblico, né si prodigava come aveva fatto Serghei".

Ad un certo punto Serghei le dice:
"Fermiamoci qui, in questo parco. Beviamo lo champagne e poi ti dirò qual’è la verità".
Tatiana ora ha paura. Pensa subito: chissà cosa ha combinato Viktor.

Serghei glielo spiega: "Ti ha perso giocando con me. Una notte con te, mi ha detto, prova pure. Mi ha dato le chiavi di casa". Fu allora che Tatiana capì quanto poco contasse veramente nella scala dei valori affettivi di suo marito.

Intanto, aveva scoperto che era un giocatore d’azzardo, che guadagnava più soldi di quanto le dicesse, e quello che riusciva a mettersi in tasca lo puntava al casinò. Prima veniva il poker, poi la roulette, infine gli amici. Lei era soltanto quella che gli faceva trovare la cena calda, gli lavava la biancheria, gli preparava il letto.

Fu in quel momento che guardò con occhi diverso il vecchio amico di famiglia. Serghei led confessò che l’amava da sempre e che quella sera non aveva affatto intenzione di portarsela a letto perchè l’aveva vinta con una fortunata mano di poker.

Tornarono in silenzio, a casa, quella notte. Né lei né lui volevano vedere Viktor, tantomeno parlarci. Tatiana fece in quattro e quattr’otto le valigie, e trovò ospitalità da un’amica.

Non rispondeva alle telefonate di Viktor. Non lo voleva più vedere. E non volle più uscire nemmeno con Serghei. Dopo qualche mese ebbe la forza di incontrare il marito per dirgli che tutto era finito, che voleva divorziare.

Viktor le sorrise, e basta: "Aveva un’espressione maliziosa". Le concesse il divorzio. Qualche giorno dopo, Tatiana riceve in ufficio un mazzo di fiori. Con un biglietto: "Spero", firmato Serghei. Tatiana non resiste, è lei che chiama Serghei. Il resto, è noto: tutto è finito bene, come nelle fiabe del Grande Nord, attorno al caminetto e una promessa:
"Voglio tre figli da te".

Ci assicurano che non è la trama di una nuova telenovela made in Russia.


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martedì 30 gennaio 2007
ore 14:52
(categoria: "Vita Quotidiana")



Treni vietati ai trilli dei cellulare. Arrivano le "carrozze del silenzio"

Riservare alcune carrozze dei treni per i viaggiatori che non vogliono essere disturbati dai trilli dei cellulari. Se ne parla da tantissimo tempo, ma ora il ministro dei trasporti, Alessandro Bianchi, ha detto sì all’eventualità di "carrozze del silenzio" vietate ai telefonini. La precisazione è in risposta ad un’interrogazione del deputato di Forza Italia Enrico Costa che chiedeva di dare "seguito all’indagine di mercato avviata dalle Ferrovie in merito all’introduzione di specifiche carrozze del silenzio" dato che gli inviti ad un uso moderato delle suoneria non hanno mai avuto grande seguito. Il ministro ha comunicato che le Ferrovie stanno valutando i possibili impatti che l’iniziativa potrebbe avere sui sistemi di prenotazione e l’eventuale livello di gradimento da parte della clientela.

Il richiamo all’uso corretto dei telefonini cellulari, ha spiegato il ministro, è stato sempre presente negli annunci a bordo dei treni, con la sola eccesione di un breve periodo (alcuni mesi del 2005) durante il quale si è voluto valutare se l’uso moderato del cellulare fosse o meno divenuto un comportamento acquisito dai viaggiatori. Alcuni mesi di verifica e la risposta è stata subito chiara: in mancanza di un esplicito obbligo, gli italiani non ci pensano proprio ad abbassare il volume della suoneria. Così, "dopo tale sperimentazione, che non ha prodotto risultati apprezzabili- ha detto il responsabile del dicastero dei trasporti - l’invito è stato reintrodotto nel messaggio di benvenuto del personale a bordo".

Nel frattempo, i viaggiatori che vogliono dormire in treno cosa possono fare per combattere i trilli del cellulare del vicino? A loro non resta che rivolgersi al capotreno che, in presenza di una specifica richiesta, ha il compito di invitare la clientela a limitare l’uso del cellulare in modo da non causare disturbo". In pratica, un invito all’educazione.


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martedì 30 gennaio 2007
ore 12:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nella la città dei fiori disse chi lo vide passare
che forse aveva bevuto troppo ma per lui era normale.
Qualcuno pensò fu problema di donne,
un altro disse proprio come Marylin Monroe.
Lo portarono via in duecento,
peccato fosse solo quando se ne andò.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

E l’uomo della televisione disse:
"Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa
c’è di più bello della vita, la primavera è quasi cominciata".
Qualcuno ricordò che aveva dei debiti,
mormorò sottobanco che quello era il motivo.
Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo.
La notte che presero le sue mani
e le usarono per un applauso più forte.
Chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?

E lontano lontano si può dire di tutto,
non che il silenzio non sia stato osservato.
L’inviato della pagina musicale scrisse:
"Tutto è stato pagato".
Si ritrovarono dietro il palco,
con gli occhi sudati e le mani in tasca,
tutti dicevano "Io sono stato suo padre!",
purchè lo spettacolo non finisca.
La notte che tutti andarono a cena
e canticchiarono "La vie en rose".
Chi ha ucciso il figlio della portiera,
che aveva fretta e che non si fermò?

E così fù la fine del gioco,
con gli amici venuti da lontano,
a deporre una rosa sulla cronaca nera,
a chiudere un occhio, a stringere una mano.
Alcuni lo ricordano ancora mentre accende una sigaretta,
altri ne hanno fatto un monumento
per dimenticare un pò più in fretta.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

(F.De Gregori)




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martedì 30 gennaio 2007
ore 12:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



In classe c’è un ragazzino disabile: i genitori ritirano i figli dalla scuola

RAGUSA - E’ all’attenzione del provveditore agli Studi di Ragusa, Cataldo Dinolfo, il caso scoppiato alla scuola media "Vannantò" di Ragusa dove nella seconda della sezione G i genitori stanno attuando da una settimana uno sciopero bianco. Non mandano i loro figli a scuola perchè in classe c’è un ragazzino disabile con problemi psichici. Secondo i genitori la sua presenza non consentirebbe un regolare svolgimento dell’attività didattica. Il caso questa mattina viene affrontato dalla preside dell’istituto Lucia Aiuto con il dirigente provinciale del settore scolastico di Ragusa.

Alla base della protesta dei genitori ci sarebbe un comportamento aggressivo del bambino disabile. Anche questa mattina lo scolaro ha aggredito l’insegnante di sostegno e la preside dell’istituto è stata costretta a richiedere l’intervento di una volante del 113 per riportare la calma nella classe. Secondo quanto ha riferito la responsabile della scuola anche nei giorni scorsi si sarebbero verificati episodi simili che hanno messo in allarme i genitori degli alunni che frequentano la scuola. Da qui la richiesta di intervento da parte delle autorità scolastiche provinciali per trovare una soluzione che consenta di non emarginare il disabile e di permettere il regolare svolgimento delle lezioni.


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lunedì 29 gennaio 2007
ore 16:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



Capo della Banca Mondiale con calze bucate

ANKARA - Brutta figura per il presidente della Banca Mondiale, l’americano Paul Wolfowitz. Domenica, durante la sua visita in Turchia, ha vissuto dei momenti imbarazzanti prima di varcare la soglia della famosa moschea Selimiye a Edirne. Appena tolte le scarpe (un rituale che simboleggia la volontà di lasciare all’esterno ogni impurità) ecco venire alla luce i buchi appena creatisi nei calzini grigi di Wolfowitz. A riportare la notizia l’emittente turca Ntv che ha seguito passo passo il presidente della Banca Mondiale durante il suo viaggio ufficiale in Turchia. E la stampa del paese, ha riproposto la foto dando grande risalto alla notizia dei calzini bucati. Il commento sarcastico del quotidiano «Hürriyet»: "Il capo dei soldi ha buchi nelle calze".

PRESTITO DI 150 EURO - Non solo la visita in moschea ha avuto attimi spiacevoli per Wolfowitz: durante un tour privato in un bazar Paul Wolfowitz ha notato due braccialetti in argento da acquistare. Quando, frugando nei pantaloni, si è accorto di non avere abbastanza soldi con sè per poter pagare i gioielli, si è fatto prestare la somma dalle sue guardie del corpo. Il costo dei braccialetti era di circa 150 euro. Wolfofitz è conosciuto prevalentemente per essere stato, nel lustro passato, uno degli architetti della politica estera dell’amministrazione di George W. Bush e dell’attacco all’Iraq.



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lunedì 29 gennaio 2007
ore 13:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Ue: oltre 200mila piccoli genii ma l’Italia non sa cosa farne
di SALVO INTRAVAIA

Alunni superdotati? Spesso distratti, si annoiano durante le lezioni. In molti casi sono addirittura a rischio di insuccesso scolastico e alcuni abbandonano gli studi. Per loro le ’normali’ lezioni sono banali. I problemi derivano dal fatto che sono più intelligenti degli altri alunni e da una scuola che, almeno in Italia, non sa come interessarli. Si tratta dei cosiddetti alunni ’talentati’, cioè particolarmente dotati: piccoli geni che potrebbero fare la fortuna del Paese ma che spesso non vengono neppure individuati e valorizzati.

Secondo il la Commissione europea nelle classi italiane ce ne sono un numero compreso fra 200 e 700 mila, ma gli insegnanti non hanno neppure gli strumenti per riconoscerli. Il rapporto Eurydice (il network sull’Educazione della Commissione europea nel 1980) dal titolo ’Misure educative specifiche per la promozione di tutti i talenti in Europa’ mette in evidenza il sostanziale ritardo della scuola italiana, e dei suoi insegnanti, in materia. In Italia non esiste una legislazione che affronti la questione, non ci sono strumenti specifici per l’individuazione dei ragazzi dotati di talenti particolari e mancano, di fatto, percorsi mirati per chi mostra capacità al di sopra della norma. In più, gli insegnanti sono impreparati ad affrontare questi ’casi particolari’. In parecchie nazioni europee la questione è da tempo al centro di un ampio dibattito ed è stata affrontata in maniera organica.

La raccomandazione del Consiglio d’Europa. ’L’educazione è un diritto fondamentale per tutti (...) E’ con questo spirito che una raccomandazione del Consiglio d’Europa nel 1994 mette in evidenza i bisogni educativi dei giovani con elevate potenzialità’, spiega il documento di Eurydice . La raccomandazione insiste sulla necessità di offrire a questi alunni il sostegno di cui hanno bisogno. ’Esistono alunni con bisogni particolari - si legge nel documento - per i quali occorre adottare disposizioni speciali. Gli alunni superdotati sono fra questi, essi devono potere beneficiare di condizioni di insegnamento appropriate che permettano loro di mettere pienamente in atto le loro potenzialità, nel loro interesse e in quello della società. Nessun Paese può permettersi di sprecare dei talenti’.

Gli alunni superdotati in Italia. Sulla questione, lo studio Eurydice fa lo stato dell’arte in 30 paesi europei. In quasi tutti, Italia compresa, esiste una definizione degli alunni ’superdotati’. Ma nel nostro Paese non è stato ancora messo a punto nessun ’criterio di appartenenza’. L’individuazione del talento a scuola, in poche parole, è demandato alla sensibilità dell’insegnante. Nell’ordinamento scolastico italiano, per questi soggetti, non esistono neppure percorsi particolari da seguire: ’misure di arricchimento’ o ’attività extrascolastiche paricolari’. Nel nostro paese i talentati seguono le lezioni accanto ai loro compagni ’normalì e non possono neppure accorciare il loro percorso scolastico di uno o più anni. E gli insegnanti? Non hanno nessun obbligo di promuovere o acquisire particolari competenze sugli eventuali talenti che si trovano i classe.

Le strategie degli altri Paesi. In metà dei Paesi esaminati le cose vanno diversamente. Quindici stati o regioni (la Turchia non ha fornito informazioni) si sono attrezzati con test attitudinali o di abilità per scovare i piccoli geni in classe. Fra questi Francia, il Regno Unito, Germania e Irlanda. In 10 paesi (Francia, Spagna, Portogallo, Regno Unito e Grecia, per esempio) la legislazione include i superdotati fra gli alunni con ’bisogni educativi particolari’. Ma a prescindere dalle definizioni in quasi tutti i paesi esistono risorse educative/pedagogiche destinate ai giovani ’talentuosi’. Nel Regno Unito i superbravi hanno la possibilità di iscriversi in corsi potenziati. Gli alunni per l’apprendimento delle diverse discipline possono essere suddivisi in gruppi omogenei o possono seguire corsi extrascolastici di ’arricchimento’. In ogni caso ai piccoli geni viene offerta la possibilità di accorciate il percorso di studi tradizionale. In Francia è possibile suddividere gli alunni di una stessa classe ’in livelli’. E in alcuni casi gli alunni possono seguire sezioni con insegnamento differenziato: sport, musica e danza per coloro che manifestano un talento particolare in questi ambiti. In Spagna è invece possibile saltare anche tre anni rispetto alla durata ordinaria dei percorsi di studio.

I due modelli teorici. Tutti i paesi concordano nell’offrire agli alunni particolarmente dotati qualche chance in più. Ma esistono attualmente due visioni contrapposte: una ’integrativa’e l’altra ’segregativa’. Il primo modello si caratterizza per una politica inclusiva per la presa in carico dei giovani ’dotati’: niente definizioni né strategie o misure didattiche particolari. Gli esponenti più convinti della bontà di questo approccio sono quattro pesi nordici: Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda. Il secondo modello adotta un approccio ’altamente selettivò con definizioni criteri di appartenenza e strategie ben definite. E’ il caso di Polonia, Lettonia e Repubblica Ceca. Molti paesi adottano un modello integrato in ambiente scolastico con la formazione di gruppi separati. In Italia siamo fermi ai piani di studio personalizzati inventati dalla Moratti, ma quasi irrealizzabili i classi superaffollate.


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