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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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venerdì 26 gennaio 2007
ore 10:50
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Scala torna all’antico: cravatta sempre d’obbligo
di PAOLA ZONCA

MILANO - Abito scuro per le "prime", giacca e cravatta per tutte le rappresentazioni, e per le donne "abbigliamento consono al decoro del teatro": la Scala da questa stagione ha deciso di stampare sul retro dei biglietti una sintesi (in italiano e inglese) delle norme di corretto comportamento da tenere durante gli spettacoli, abiti compresi. E promette, per il futuro, controlli discreti: nessuno sarà cacciato, dicono, ma invitato a osservare le regole. Una scelta che fa discutere e divide artisti e pubblico: c’è chi è assolutamente in linea col sovrintendente Stéphane Lissner, sostenendo che la Scala è un’istituzione storica che merita rispetto, chi invece teme che l’invito a presentarsi con una "divisa" possa allontanare ancora di più dalla musica lirica e classica il grande pubblico.

"Sono d’accordo: è bello che in una sede storica come la Scala gli spettatori abbiano un atteggiamento, non dico reverenziale, ma che onori il luogo" sostiene il direttore d’orchestra Riccardo Chailly. Un’opinione non scontata la sua, visto che ha lavorato a Londra e ad Amsterdam, dove il pubblico spesso va ai concerti con un look casual. "In Olanda, poco manca che si presentino in mutande" aggiunge "ma alla Scala no, la sua tradizione impone un atteggiamento diverso".

Anche l’ex sovrintendente scaligero, Carlo Fontana, sostiene che la battaglia è giusta: "Ho l’imprinting di Paolo Grassi, che diceva: Lenin ha fatto la rivoluzione in giacca, cravatta e panciotto". La regola, però, non vale per i musei. "Il teatro è un momento aggregante" aggiunge Fontana "Ci vuole rispetto per chi lavora sul palcoscenico". Secondo il compositore Fabio Vacchi, "la diseducazione del pubblico è un oceano molto vasto, dove trovano posto sia il vestirsi con abiti pseudo-casual, che magari costano il triplo di quelli normali, sia far squillare il telefonino, applaudire tra un movimento e l’altro di una sinfonia, sbattere le porte dei palchi. La scelta della Scala è un richiamo all’avanguardia, contro il conformismo dilagante", perché presentarsi in jeans e maglione è "un atteggiamento ostentato e sbruffone".

Favorevole anche l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Vittorio Sgarbi: "Bisognerebbe costringere i turisti a vestirsi in modo consono quando visitano i monumenti, e questo vale anche per i teatri".

Meno drastico il parere del capo dell’ufficio indagini Figc Francesco Saverio Borrelli, assiduo frequentatore della Scala. "Mi pare una pretesa eccessiva ripristinare un rigore nei costumi" dice. "Certo, nessuno entrerebbe in una chiesa in costume da bagno, quindi è giusto l’appello a non assistere agli spettacoli in pantofole e camicia aperta sul petto villoso. Ma da qui a esercitare dei controlli... Così si rischia di rendere i teatri delle roccaforti del passatismo e di tenere lontano il grande pubblico".

"Brutto segno", sostiene il Premio Nobel Dario Fo. "È l’uomo che fa l’abito, lo stile, non viceversa. Credo che la Scala preferisca avere spettatori tutti molto simili, meglio se persone soltanto di un certo rango. È una forma di discriminazione". Il giovane direttore Antonello Manacorda, ex violinista pupillo di Abbado, è il più critico: "Mi viene da ridere: cosa vuol dire fare dei controlli? Sono d’accordo sull’eleganza, che non fa male a nessuno, come la bellezza. Ma perché identificarla con giacca e cravatta? E poi si vogliono trascinare i giovani a teatro: se li obblighiamo a vestirsi come i loro genitori, non li vedremo mai. E noi, per chi li faremo questi concerti?".


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venerdì 26 gennaio 2007
ore 09:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il nuovo pericolo
di Pierluigi Battista

Giorgio Napolitano ha il merito di aver sottratto la Giornata della memoria alle atmosfere retoriche che ne imbalsamano il significato e di aver indicato nell’«antisionismo» fanatico e viscerale una delle nuove, e ancor più insidiose, manifestazioni dell’antisemitismo contemporaneo. Incombe la minaccia «negazionista» di Ahmadinejad, che invoca l’annichilimento di Israele come esito di una guerra santa di sterminio. Ma incombe anche il pregiudizio diffuso che, sono le parole del presidente della Repubblica, alimenta in forme oblique l’ansia di «negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico», contestandone la fondamentale ragion d’essere, rifiutandone la base morale e culturale (il sionismo) come premessa di una delegittimazione globale della sua stessa esistenza.

L’antisemitismo camuffato da antisionismo impone la sua presenza in ambiti mentali impensati, lontanissimi dall’odio antiebraico di conio più schiettamente nazista e neo-nazista. Si fa discorso seduttivo, si ammanta di una nobiltà che ne fa scudo protettivo dei nuovi deboli (i palestinesi) perseguitati dai nuovi potenti prepotenti (gli ebrei di Israele), si sublima nella difesa di una Causa buona e giusta: la tutela dei nuovi diseredati e dei nuovi reietti. Non critica singoli atti dei governi israeliani ma scredita la natura stessa di Israele come esito di un’usurpazione. In Occidente protende i suoi tentacoli ideologici persino nella prosa di un ex presidente americano, Jimmy Carter, che squalifica Israele come «l’apartheid in Sudafrica» mentre esalta il dittatore nordcoreano Kim il Sung come «uomo energico e intelligente». Incendia i giudizi di premi Nobel come Harold Pinter e José Saramago, che ha paragonato Israele nientemeno che ad Auschwitz. Fornisce una giustificazione a un’icona della sinistra culturale come Mikis Theodorakis, così imbevuto di odio anti-israeliano da dettargli le invettive contro la «lobby ebraica» che dominerebbe «banche, media e musica», senza per questo essere deplorato dalla comunità intellettuale. Arma la penna di uno stimato sociologo francese come Edgar Morin, che ha brutalmente, insensatamente definito Israele come «un cancro» da estirpare.

Tempo fa Valentino Parlato e Furio Colombo non hanno nascosto la loro disperazione per le sbavature antisemite che deturpavano alcune lettere inviate al «manifesto» e all’«Unità» da lettori esaltati dal sacro fuoco «antisionista». Esprimevano la stessa preoccupazione cui Giorgio Napolitano ha dato solennemente voce nel discorso di ieri.
Si interrogavano sull’indifferenza distratta con cui viene accolta, nell’Occidente, la minaccia di Ahmadinejad all’essenza stessa dello Stato di Israele ottenuta attraverso la negazione della Shoah come giustificazione storica di un’ostilità assoluta per gli ebrei raccolti nel loro Stato. Fino a chiedersi come mai, ha detto ancora Napolitano, sia così facile, così poco contrastato, così agevole negare alla radice «le ragioni della nascita, ieri, e della sicurezza oggi» di uno Stato sottoposto, come viene detto, a un attacco concentrico di tipo «esistenziale», cioè globalmente condannato per il solo fatto di esistere e meritevole perciò di essere annientato con ogni mezzo, anche il più cruento e apocalittico. Non una critica ai singoli atti dei suoi governi democraticamente eletti, come è legittimo al pari di ogni altra critica a qualunque governo di qualunque Stato.
Ma un’ostilità pregiudiziale e feroce verso un’entità malvagia che deve soltanto scomparire. E così come è ovvio non squalificare come antisemita la critica ai governi israeliani, è altrettanto ovvio che la delegittimazione in quanto tale di Israele costituisce la nuova versione, pericolosa come quella vecchia, dell’antisemitismo moderno. Che non dura solo un giorno e non riguarda solo la dimensione della memoria.


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venerdì 26 gennaio 2007
ore 08:48
(categoria: "Vita Quotidiana")



Anno 2050, anche l’India sorpassa gli Usa
il gigante spinto dal boom demografico
DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI

DAVOS - Il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti è fissato tra soli 28 anni, nel 2035. Poi nel 2050 sarà l’India a superare l’economia americana agganciando quella cinese. A quel punto la gara tra i due giganti asiatici potrà dare un esito sorprendente.
Per non aver saputo controllare il boom delle nascite, è l’India ad avere una marcia in più: la forza lavoro più giovane del mondo. Lo scenario elaborato dalla banca Goldman Sachs domina l’attenzione del World Economic Forum. "Shifting Power", lo spostamento del potere, è il titolo di questa edizione del summit di Davos. I leader del capitalismo globale riuniti in Svizzera concordano sulla direzione di marcia: lo spostamento del potere è dagli Stati Uniti verso Cindia. Le dinamiche della competitività e la forza della demografia giocano in favore dell’Asia. Il declino americano - secondo gli studiosi di storia imperiale Paul Kennedy e Nial Ferguson - sarà accelerato dai costi di una presenza politico-militare troppo dilatata. Ma se quasi nessuno mette in dubbio il crepuscolo dell’Occidente, si profila all’orizzonte una nuova sfida per il primato mondiale, tra Cina e India. A breve termine i numeri promuovono Pechino: crescita del Pil, produttività, esportazioni, attrazione degli investimenti esteri.

Ma in pochi decenni l’equazione può essere sovvertita dalla demografia. Il successo della Repubblica popolare nel controllare le nascite - con la politica del figlio unico - ha un costo inevitabile. "Per il rapido invecchiamento della sua popolazione - rivela il rapporto Goldman Sachs - la Cina già oggi assomiglia ai paesi ricchi nella sua struttura generazionale. In meno di 20 anni la popolazione cinese sarà più vecchia di quella americana". A Davos Min Zhu, vicepresidente della Bank of China, spiega che la Cina oggi risparmia il 50% del suo Prodotto interno lordo e accumula 1.000 miliardi di dollari di riserve valutarie proprio perché è obbligata a preparare lo choc economico dell’invecchiamento. Nei prossimi vent’anni la popolazione cinese sarà cresciuta di altri 150 milioni, raggiungendo il miliardo e mezzo, ma l’incremento sarà concentrato nelle generazioni anziane.

L’India avrà 300 milioni di abitanti in più, arrivando anche lei a quota 1,5 miliardi, ma l’aumento sarà quasi tutto di giovani. Quando la Cina dovrà consacrare risorse crescenti al sistema previdenziale, la forza lavoro indiana sarà ancora nel fiore della giovinezza.

"Oggi l’India ha 200 milioni di giovani fra i 15 e i 24 anni di età, cioè più dell’intera popolazione del Brasile - dice il demografo dell’università di Harvard David Bloom - e il 70% dei suoi abitanti hanno meno di 35 anni". "Siamo esattamente complementari ai vostri paesi ricchi - commenta il presidente della Confindustria indiana Seshasayee - perché abbiamo la risorsa che a voi mancherà di più: una sovrabbondanza di giovani competitivi, motivati, entusiasti e pieni di fiducia nel futuro".

Per mezzo secolo l’India avrà il vantaggio di essere il colosso più giovane del pianeta. Naturalmente questa risorsa comporta anche responsabilità e rischi. Samuel Huntington, il teorico del "conflitto di civiltà", ha osservato che le società con una elevata proporzione di giovani sono più facilmente soggette a conflitti sociali violenti. "La chiave - dice il presidente della Confindustria indiana - è se riusciremo a offrire un’istruzione adeguata a tutti. La fama mondiale dei nostri Politecnici non deve illudere: le università d’eccellenza in India formano una élite straordinaria ma è una minoranza. L’insieme del nostro sistema scolastico non è a quei livelli, tutt’altro. Gran parte delle scuole pubbliche sono mediocri, e solo il 10% dei ragazzi arrivano alla media superiore".

Il modello di sviluppo cinese fondato sull’industria è più efficace quando si tratta di assorbire sul mercato del lavoro i 20 milioni di contadini che ogni anno emigrano nelle città. La punta avanzata della competitività indiana è nei servizi, in particolare il settore del software informatico: un settore modernissimo, ma che non può da solo risolvere il problema dell’occupazione per un paese di queste dimensioni. Il settore dei servizi impiega 107 milioni di persone, la manodopera indiana supera abbondantemente il mezzo miliardo. Ingegneri e programmatori nell’information technology sono appena lo 0,1% della forza lavoro. "Anche se continuerà il flusso di delocalizzazioni dal resto del mondo verso l’informatica indiana - prevede la Goldman Sachs - al massimo creerà cinque milioni di posti in un decennio".

La sfida indiana richiede altri sforzi: investimenti nell’istruzione, nelle infrastrutture, una liberalizzazione più spinta per attirare investimenti esteri, flessibilità del mercato del lavoro e riduzione dei lacci burocratici. Per sorpassare la Cina, l’India dovrà assomigliarle un po’ di più: nella modernità di autostrade e aeroporti, nello sviluppo manifatturiero, nell’apertura ai mercati globali. Montek Ahluwalia, presidente della commissione Pianificazione di New Delhi, ammette che anche nella politica delle nascite gli càpita di invidiare un po’ la Cina: "Non dico che vorrei la regola del figlio unico, ma non mi dispiacerebbe avere una media di due figli per coppia.

Il fatto è che noi, a differenza della Cina, queste scelte non possiamo imporle alle famiglie. Sono i limiti della democrazia. La riduzione della natalità da noi avviene lentamente, con l’evoluzione del costume, l’urbanizzazione, l’istruzione delle donne". I demografi e gli economisti lo rassicurano: in questo caso la democrazia ha regalato all’India un vantaggio competitivo sul suo grande vicino.


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giovedì 25 gennaio 2007
ore 14:59
(categoria: "Vita Quotidiana")



A Bari il parcheggio dell’amore
Sesso in auto invece del motel


Buone notizie per le giovani coppie baresi in cerca di intimità. Presto, infatti, verrà inaugurato il primo "Lovely Park", un luogo appartato, sicuro e di facile accesso allestito appositamente per gli amanti desiderosi di un po’ di privacy in auto. Ideato dall’imprenditore Giuseppe Foggetti, il parco dell’amore si trova tra le campagne di Carbonara, alla periferia di Bari, e il comune di Modugno.

All’apertura ufficiale della struttura mancano ancora alcuni giorni, ma, si vocifera, nella zona si registra già un intenso e focoso movimento notturno. "Mi manca l’ultima autorizzazione che dovrà essere rilasciata dal Comune", spiega Foggetti a Libero. L’obiettivo del progetto è quello di realizzare un’area sicura dedicata espicitamente a chi vuole trascorrere momenti di intimità in auto senza doversi preoccupare di quello che accade intorno. "Intendo offrire sicurezza e privacy alle giovani coppie", precisa il padre dell’iniziativa.

Addio dunque al lungomare barese, alle strade buie e alle vie pericolose. In futuro, chi vorrà fare sesso in macchina, potrà recarsi nel Lovely Park e concentrarsi solo sul suo partner. Per pubblicizzare la novità, prima iniziativa del genere in Italia, è stato distribuito anche un depliant informativo nei bar e nelle pizzerie della città. Semplice e chiaro l’annuncio. L’ingresso al parco costa tre euro per la prima ora o frazione di ora. Per ogni ulteriore frazione di 30minuti occorrono invece 1,5 euro in più. Nel prezzo non sono compresi ulteriori plus quali cibi o bevante. Del resto, non si tratta di un luna-park, ma di un drive-in del sesso, dove l’unico spettacolo va in scena nelle rispettive alcove a quattro ruote.

L’intimità dei clienti del Lovely Park di Bari verrà garantita da una recinzione esterna e da un sistema di divisioni interne che separano i singoli posti auto l’uno dall’altro. "Niente box chiusi, ma separè in legno e reti ombreggiate per garantire la privacy. - spiega Foggetti - Anche se non è detto che chi verrà qui lo farà solo per fare sesso". Una volta inaugurato, il parco darà lavoro a cinque persone, ma in molti si sono già interrogati sulla legalità dell’iniziativa.

A tutti gli scettici risponde l’avvocato Francesco Paolo Sisto, noto penalista barese: "L’iniziativa, che può definirsi eufemisticamente singolare, da quanto è possibile conoscere, non mi pare di per sé produttiva di illeciti penali. L’area è evidentemente privata, recintata, sorvegliata, ad accesso volontario e comunque pare garantisca la riservatezza e la concreta non visibilità dall’esternoe dall’interno. A tanto va aggiunto che, teoricamente, non è affatto detto che si ricerchi un luogo molto rpivato per porre in essere atti offensivi dell’onore e del pudore sessuale. Maggiore riservatezza, meno crimini, maggiore libertà".


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giovedì 25 gennaio 2007
ore 12:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sarli sfida il codice anti-anoressia: in passerella Xiuli, taglia 38
di GIOVANNA VITALE

Si chiama Xiuli, viene dalla Cina, ha 18 anni: è una taglia 38. Talmente sottile da sembrare un ideogramma: 55 chili per un metro e ottanta, e 58 centimetri di giro-vita. Sarà lei sabato pomeriggio, primo giorno di sfilate, a incarnare la sfida al manifesto di autoregolamentazione contro l’anoressia voluto dal ministro Melandri per mettere al bando le modelle-grissino. Siglato un mese fa da AltaRoma e Camera nazionale della Moda, piace poco ai nostri stilisti. Che infatti si preparano a fare di testa di loro.

Decretando in passerella la disfatta del protocollo anti-magrezza. Dice Fausto Sarli: "Appena ho visto Xiuli ho capito che era perfetta: altissima, esilissima, sinuosa come un giunco. Non mi sono certo messo lì con la bilancia, a calcolare il suo indice di massa corporea. L’ho presa e ho deciso di farle aprire il mio défilé dedicato all’Indocina: nessuna meglio di lei avrebbe potuto farlo". Non teme critiche né censure il maestro napoletano: "Alcune delle top che anche quest’anno sfileranno per me l’hanno appena fatto a Parigi per Valentino: penso ad Agnese ed Eva Riccobono, taglia 38-40.

La stessa della maggior parte delle modelle, che non a caso vestono alla perfezione gli abiti di alta moda realizzati su manichini di quella misura. Allora non capisco perché ciò che vale per Valentino in Francia non deve valere per me in Italia: le indossatrici appartengono a un circuito internazionale che le vuole dritte e magre, perciò le regole o si cambiano per tutti o finiscono per restare sulla carta".

Eppure, al contrario di quanto stabilito in Spagna, nel manifesto italiano non compare alcun obbligo o divieto, solo la richiesta di un certificato di buona salute. "Che però non spetta a noi produrre", insiste Sarli, "semmai alle agenzie, anche straniere, alle quali noi ci rivolgiamo pagando profumatamente perché ci garantiscano un prodotto chiavi in mano, ossia ragazze sane e professionali. Ma anche questa mi pare un’ipocrisia inutile".

Anche perché: "Io chiedere un attestato medico alle modelle? Non ci penso nemmeno, c’è di mezzo la privacy", replica Francesca Ambrosetti, titolare dell’agenzia Zoe. Tanto "rispetto a prima non ha cambiato nulla", precisa: "Su 20 ragazze finora confermate subito dopo il casting, 13 avevano già sfilato l’anno scorso. Significa che sono state scelte con gli stessi criteri di sempre. E dire che io le avevo avvertite del protocollo. Ma nessuna mi ha riferito di essere stata esclusa per eccessiva magrezza". Eppure stanno tutte sotto la taglia 42.

"Come capita in tanti lavori dove sono richiesti determinati requisiti fisici", polemizza Ambrosetti, "la modella deve essere alta e magra, ma questo non significa che sia anoressica". Ma allora, se gli stilisti se ne infischiano, le agenzie lo ignorano, a cosa serve il "codice Melandri"? "A difendere un ideale di donna sana, positiva, che sia di esempio per le nuove generazioni", replica il presidente di Altaroma Stefano Dominella. "Certo io non posso obbligare nessuno a prendere indossatrici più in forma. Ma confido nel buon senso degli stilisti. In Spagna si sono dati regole precise, in Inghilterra pure, la Francia credo si adeguerà a breve: più siamo a sostenere "magro è bello se è sano" migliore sarà il servizio che renderemo alla moda, oltre che alla società".



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giovedì 25 gennaio 2007
ore 11:37
(categoria: "Vita Quotidiana")





Lo scheletro del marsupiale gigante (Thylacoleo Carnefix) fa parte del più grande tesoro di fossili dell’era del Pleistocene, in ottimo stato di conservazione, mai trovato in Australia. Il ritrovamento mostra che l’area ospitava un tempo almeno 69 specie di mammiferi, uccelli e rettili, fra cui 23 differenti tipi di canguri, da quelli piccoli come gatti ai giganti di tre metri.


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giovedì 25 gennaio 2007
ore 10:18
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’identikit dell’hacker del Duemila: "La criminalità al posto dell’etica"
di MATTEO TONELLI

ROMA - Il fine ultimo è chiaro: definire le differenze tra hacker "puri" e hackers "criminali". Fornire un quadro dettagliato di un mondo di cui spesso si sa poco e quel poco che si sa è tutt’altro che preciso. Per questo è nato il progetto Hpp-hacker’s profiling project. In pratica una delle più grandi ricerche sul mondo hacker fatta fino ad oggi. E’ partita con l’invio di un questionario (diffuso attraverso la realizzazione di un sito internet), a circa 600 hackers di tutto il mondo. Un questionario che, pur essendo solo il punto di partenza dello studio, offre però interessanti spunti di discussione. Ne parliamo con Raoul Chiesa, uno degli autori della ricerca.

Si può definire una figura di hacker tipo?
"Esattamente come nel "mondo normale", dove ogni persona è differente dall’altra, anche nel mondo dell’hacking ogni hacker è una persona a sé, con i suoi gusti, abitudini, cultura, esperienze, hobby. Ad oggi il progetto Hacker’s Profiling ha identificato nove categorie di hacker, ognuna delle quali è spinta da motivazioni differenti, opera verso obiettivi diversi e, soprattutto, rientra in fasce di età e comportamenti nettamente dissimili: Wannabe Lamer (l’incapace), Script Kiddie (il ragazzini degli script), Cracker (il distruttore), Ehical Hacker (l’hacker "etico"), Quiet, Paranoid & Skilled Hacker (l’hacker "paranoico"), Cyber Warrior (il mercenario), Industrial Spy (la spia industriale), Military Hacker (arruolato per combattere "con un computer")".

Che età hanno?
"Si parte dai 9, 10 anni di età delle prime categorie, sino ad arrivare a figure esperte di 40, 50 o 60 anni".

Stando ai dati, perché si diventa kacker?
"La risposta standard è ’per curiosità’. Curiosità di imparare un nuovo sistema operativo, scoprire una nuova vulnerabilità. Volontà di non subire il mezzo informatico ma, anzi, di gestirlo attivamente".

A che età si diventa hacker?
"L’ultima generazione di hacker sta iniziando molto presto, complice l’enorme diffusione di internet e dei personal computer già nell’età prescolare. La precedente generazione iniziava invece all’Università, non essendo presente in quegli anni una diffusione delle telecomunicazioni e dell’informatica com’è invece oggi".

L’hacker è un Robin Hood del 2000 o un criminale?
"Purtroppo l’hacking ha man mano abbandonato, quello spirito gioviale e puro, per sposarsi in alcuni casi, che aumentano però oramai quotidianamente, con la criminalità. Questo significa che oggi, a differenza di anni fa, è possibile assoldare hacker, per scopi ed obiettivi ovviamente illegali: spionaggio industriale, furto di credenziali di accesso bancarie o identità personale, danneggiamento di sistemi informativi e così via. Resiste, per fortuna, lo spirito hacker iniziale, grazie al quale sono proprio gli ethical hacker a scoprire vulnerabilita’, frodi e truffe che potrebbero colpire l’utene ignaro e che, invece, vengono scoperte e denunciate da coloro che hanno deciso di utilizzare la propria conoscenza per fini benevoli".

Etica hacker? Che significa?
"In principio, l’etica hacker di base consisteva in una serie di regole chiare e semplici: non danneggiare i sistemi informativi che attacchi, non danneggiare economicamente l’utenza privata, rispetta il sistema
operativo e le reti che violi, non mischiare l’hacking con il denaro e la politica. Nel corso degli anni queste regole hanno subito delle variazioni, sono diventante più "elastiche" da un lato, e meno restrittive dall’altro. Si sono anche scontrate con l’evoluzione della tecnologia e dei mercati, oltre che con le sempre più pressanti richieste della criminalità organizzata, nazionale ed internazionale. Oggi ci si può trovare di fronte a 15enni che, senza batter ciglio, accettano 5.000 euro in contanti per attaccare il sito di un’azienda concorrente, ed allo pseudo hacker "etico", che in realtà non lo è, a rubare informazioni per cifre di poco superiori, come si legge sui giornali. Siamo quindi di fronte a problematiche serie, dove solo l’etica può fare l’effettiva differenza tra il serio professionista e coloro che hanno deciso di sposare la criminalità".

Dal questionario viene fuori che non temono le conseguenze legali: ma che rischi si corrono realmente?
"Un dato veramente particolare è quello relativo alle legislazioni anti computer-crime. Queste leggi, oramai, sono presenti nella maggior parte dei paesi del mondo eppure, abbiamo visto come per nessun hacker queste leggi comportino un "blocco", una sorta di effetto deterrente. Questo nonostante l’asprezza, nella maggior parte dei paesi, di queste leggi: in Italia si richia da un minimo di due o tre anni, unitamente al pagamento di salate multe; negli Usa si può addirittura richiare il divieto di utilizzare computer ed internet per un certo periodo; in altri paesi ancora, come la Cina o Singapore, vi sono punizioni corporali ed, in alcuni casi, la pena di morte. Quello che è incredibile è proprio il fatto che, nonostante queste dure legislazioni, hacker di tutto il mondo continuino a fare hacking, consapevoli dei rischi, certo ma, quasi in una sorta di "estasi e dipendenza da droga" (Hacking Addiction, ovverosia dipendenza dall’hacking) dalla quale non riescono a staccarsi".

Prende piede una nuova figura di hacker, quelli militari? Di che si tratta?
"Il Military Hacker ha visto la luce durante la prima Guerra del Golfo, agli inizi degli anni ’90. Questo in quanto i governi di vari paesi (USA, Korea del Nord e del Sud, Cina) e la nascente minaccia del terrorismo hanno iniziato una compagna di Information WarFare, "guerra dell’informazione". Oggi le guerre sono sempre più combattute con il supporto della tecnologia, ed oggi più che mai "l’informazione significa potere", come affermano da sempre gli hacker. E’ stato quindi naturale vedere la nascita di queste unità speciali, dove spesso troviamo ex-hacker, legalmente arruolati all’interno di corpi speciali di stampo militare".


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mercoledì 24 gennaio 2007
ore 18:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Smetti di fumare con un reality
Milano,idea Istituto nazionale tumori

Due fumatrici incallite parteciperanno nei prossimi tre mesi a un reality radiofonico per cercare di guarire dalla dipendenza dalla nicotina. L’esperimento sarà guidato dal direttore del centro antifumo della Fondazione IRCCS Istituto nazionale dei tumori di Milano, Roberto Boffi. E andrà in onda su Radio24 nella trasmissione "Essere e benessere" condotta da Nicoletta Carbone.

Un reality radiofonico per smettere di fumare Un’iniziativa ‘in diretta’ con due volontarie, promossa da Radio24 e dal Centro Antifumo della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano Milano, 20 Gennaio 2007 - In un mondo di appassionati di reality e di internet, Radio 24 ha lanciato una nuova iniziativa: con l’aiuto del Direttore del Centro antifumo della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Roberto Boffi, la comunità di fumatori ed ex fumatori da mesi protagonisti del forum sul fumo www.radio24.it cercherà di convincere a smettere per sempre di fumare due ascoltatrici di "Essere e benessere", la trasmissione quotidiana dedicata alla salute e al benessere in onda dal lunedì al venerdì dalle 12 alle 13 e condotta da Nicoletta Carbone.

Intervenute (giovedì in diretta radiofonica al forum sul fumo attivo sull’emittente da mesi) per chiedere un aiuto a sconfiggere la dipendenza dalla nicotina, Francesca, di Roma, e Monica, di Milano, saranno costantemente seguite per i primi tre mesi con un servizio di assistenza telefonica e una volta alla settimana aggiorneranno sui progressi compiuti gli ascoltatori.

"Le nostre ascoltatrici, risultate da specifici questionari molto motivate ma anche molto dipendenti, - spiega Nicoletta Carbone - saranno inoltre continuamente stimolate dall’incoraggiamento dei partecipanti al forum, la cui comunità virtuale si trasformerà quindi per loro in un’occasione virtuosa. Ciò varrà per loro come per quei milioni di donne che hanno cercato nel fumo un sostegno contro lo stress e che ora si trovano invece a dover affrontare una dipendenza difficile da vincere".

L’iniziativa di Radio 24 e della Fondazione IRCCS Istituto nazionale dei tumori ha anche lo scopo di mostrare la carenza del Servizio sanitario nazionale. Al proposito, il dott. Boffi evidenzia che: "I 13 milioni di fumatori italiani hanno mostrato di comprendere e accettare la Legge Sirchia che ha vietato il fumo nei locali pubblici, ma non hanno ricevuto in cambio un numero adeguato di servizi ambulatoriali e a distanza in grado di assisterli adeguatamente quando decidono di smettere di fumare. Inoltre i farmaci utili a questo scopo sono a loro completo carico e la ricerca sulla malattie direttamente legate al fumo, come il tumore ai polmoni, non ha fondi sufficienti".


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mercoledì 24 gennaio 2007
ore 16:25
(categoria: "Vita Quotidiana")







Due femmine di varano di Komodo, mantenute in cattività allo zoo di Chester e allo zoo di Londra, si sono riprodotte per partenogenesi, ovvero senza la fecondazione degli esemplari maschili e sono poi tornate alla normale riproduzione sessuata. Si tratta di evento raro, descritto in uno studio, condotto da un gruppo internazionale di cui fa parte anche Claudio Ciofi, ricercatore presso il dipartimento di Biologia animale e genetica dell’Università di Firenze, pubblicato sull’ultimo numero della prestigiosa rivista scientifica Nature. Il varano di Komodo, il più grande sauro vivente, è una specie rara, strettamente protetta dal governo indonesiano. Si trova solo su cinque isole ad est di Bali e rappresenta il più grosso predatore terrestre con la più piccola area di distribuzione.


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mercoledì 24 gennaio 2007
ore 15:21
(categoria: "Vita Quotidiana")





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