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![]() galvan, 36 anni spritzino di buona volontà CHE FACCIO? do i numeri a spizzichi e Bocconi Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO HO VISTO e non voglio dimenticare. STO ASCOLTANDO L’integrale delle opere per organo di Bach suonate da Simon Preston. ABBIGLIAMENTO del GIORNO ORA VORREI TANTO... eh, cazzo, sì. STO STUDIANDO... Appunti per lezioni, libri adottati e collaterali, e-mail di allievi e di colleghi, regolamenti di condominio e estratti conto. OGGI IL MIO UMORE E'... ![]() ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE 1) Dimenticare 2) veder morire la goliardia 3) Essere beccati dall'autovelox due volte nella stessa sera!!! 4) i siti ottimizzati per explorer MERAVIGLIE 1) insegnare 2) ...Trovare il semaforo verde alla Stanga 3) Svegliarsi con la convinzione che sia ora di alzarsi, guardare la sveglia ed accorgersi che invece mancano due ore... 4) la sicurezza che c'è qualcuno sempre disposto a ascoltarti e crederti. 5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela |
![]() (Thanks Sanja, anche se lo preferirei senza "d" eufonica) Mi piace che il mio blog sia un porto franco, riposo per il navigante stanco, finestra da cliccare rilassati e a volte, forse, un po’ disimpegnati; se pure qualche giorno resta in bianco, non sono io che della voglia manco: viviamo infatti in tempi concitati, non sempre si può stare collegati. Ma in quello che ci scrivo, sono vero: scrivo di getto, scrivo senza ingegno sia ai nomi noti, sia agli sconosciuti; se mi si lascerà, passando, un segno, che il commento lasciato sia sincero, amici e ospiti: siete i benvenuti. ![]() Le mie rubriche:
E, se non fosse che le musichine di sottofondo dei blog mi danno l’orticaria, qui ci sarebbe questa.
domenica 14 novembre 2010 - ore 23:07 Madonna, quantè vero! (vicies ter) Traditore è colui che cambia agli occhi di coloro che non possono cambiare e non cambierebbero mai e odiano cambiare e non lo concepiscono, a parte il fatto che vogliono continuamente cambiare te: così la penso io. (Amos Oz, in "Contro il fanatismo") COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 1 novembre 2010 - ore 13:42 Orgoglio iberico A freddo, se non altro perché non sembri che agisco in preda allira del momento, parlo di un tema che in genere mi è piuttosto lontano. La Spagna è campione del mondo di calcio. Non ho nulla da dire sul brillante percorso, sulla passione e sulle capacità con cui hanno raggiunto la finale; mi guardo bene anche solo dallinsinuare che la selección non sia degna del titolo. Cè però un "però". Si tratta di un "però" molto piccolo, in sé e per sé, ma che non riesco a evitare di mettere in una prospettiva nella quale mi sembra enorme. Ecco i fatti. A pochi minuti dalla fine, lOlanda tira una punizione dal limite; la palla viene deviata dalla barriera spagnola e, dopo essere stata sfiorata anche dalla manona del portiere, finisce sul fondo. Larbitro, forse per un momento di mona, più probabilmente stanco quanto i giocatori dopo quasi due ore di corsa su e giù tra lerbetta, fischia una rimessa dal fondo e non un calcio dangolo. Gli olandesi non capiscono che cosa sta succedendo; il portierone spagnolo rinvia nella metà olandese del campo, gli spagnoli si passano la palla una, due, tre volte in mezzo a olandesi sempre più confusi (ma che cacchio succede; la palla non era nostra?), entrano in area, tirano, segnano. Uno a zero per la spagna, che poi diventerà il risultato finale. Insomma: la rete che ha deciso la partita nasce da un furto. Anzi, siamo più precisi: si tratta di errore arbitrale, di una palla che non sarebbe dovuta essere della Spagna e che, però, gli spagnoli si sono guardati bene dal rifiutare. Non è un furto, quindi, ma più propriamente unappropriazione indebita. E che il fair play se ne faccia una ragione. Se fosse tutto qui, non sarebbe un gran che. In fondo, anche il Milan ha superato un quarto di finale di Coppa dei Campioni (ah, bei tempi) segnando sulla rimessa di una palla che gli avversari avevano volontariamente buttato fuori per permettere alla barella di intervenire in favore di uno dei giocatori del Milan. Cè però una differenza: allepoca (lo ripeto, parliamo di bei tempi) praticamente tutti i giornali sportivi e tutti gli opinionisti si sono unanimemente scagliati a condannare un comportamento tanto gretto, bieco e antisportivo. Questa volta, invece, nessuno ha aperto bocca, non dico per gridare allo scandalo, ma perlomeno per spendere una parola di comprensione per gli olandesi. Cè stato un solo breve accenno da parte del commentatore alla fine della partita: "Ecco, ora vi faccio vedere perché gli olandesi si stavano lamentando così tanto", come dire: ma quante storie solo perché qualcuno te lha infilato in quel posto, stai buono e tranquillo e vedrai che non farà poi neanche tanto male se non ti agiti troppo. Non basta ancora. Ho parlato con diversi amici e conoscenti: quasi nessuno ha trovato antisportivo il comportamento degli spagnoli, neanche dopo che lho fatto notare; anzi, lopinione dominante sembra proprio essere il "Se posso prendo, non mi importa se è lecito, basta che non mi scoprano. Onestà? Che roba è, a quanto si vende letto?" Probabilmente non è nulla di nuovo, intendiamoci. In fondo, mi sono trovato a parlare di qualcosa di molto simile nel mio post in quattro puntate A proposito di Nash. Solo, non riesco a evitare di sentirmi triste ogni volta che mi trovo a constatare che questo è il presente (e quindi, a meno di miracoli, anche il futuro) della nostra sedicente "civiltà". COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK venerdì 29 ottobre 2010 - ore 10:54 Fatemi capire Il fatto di non essere "spiati" per nessuna ragione e in nessun modo è unassoluta priorità di tutti gli italiani, al punto che è assolutamente necessario varare una, dieci, cento leggi che impediscano le intercettazioni, le rogatorie, le indagini e, ove possibile, anche i processi. Però, se un finanziere comunica a un giornalista dati sensibili a proposito di Patrizia DAddario, De Magistris, Di Pietro, Grillo, Mesiano, Travaglio, allora punirlo è un abuso di potere dei giudici comunisti "contro i giornali scomodi" (Feltri scripsit). Allo stesso modo, le centinaia di pagine scritte sullappartamentino di Montecarlo che Fini ha lasciato vendere a una società offshore sono un brillante esempio di coraggioso giornalismo dinchiesta (senza nulla togliere, per carità, che se quelle società appartenessero davvero a Tulliani, allora Fini si dimostrerebbe un raro ciula). Però, qualche decina di minuti di servizio su un faraonico complesso residenziale a Antigua riconducibile allo psicopedopresidente del Consiglio è "odioso" (Romani dixit). Lasciamo perdere le ovvie considerazioni sul "partito dellamore". Mi chiedo piuttosto: ma davvero esistono ancora persone che se la inglobano? LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK martedì 12 ottobre 2010 - ore 22:03 Orgoglio Questa sera mia figlia ha esibito con fierezza la sua nuova conquista: estrarre i capperi con lindice e mangiarli. Non so da chi labbia imparato (di certo, per quanto possa sembrare incredibile, non da noi). So però che ora comprendo appieno il significato dellespressione "legittimo orgoglio di padre". LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK martedì 21 settembre 2010 - ore 13:19 Madonna, quant’è vero! (vicies bis) Quando il sole della cultura tramonta, anche i nani proiettano ombre da giganti. [Wenn die Sonne der Kultur tief steht, werfen selbst Zwerge lange Schatten.] (Karl Kraus, libera traduzione mia) LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK lunedì 9 agosto 2010 - ore 21:31 Holy mish-mash #9 (e ultimo) Martedì, 26 giugno (7/8): cow-boy scout Non cè molto da dire sullultimo giorno di convegno. Qualcuno parte oggi, noi partiremo domani: un po di saluti, la promessa di trovarci a Oxford lanno prossimo, le ultime relazioni, lultimo kosher buffet lunch. Io e il Castagnoli decidiamo di andare in visita a Jaffa, dove pare ci siano cose interessanti. Approfittiamo per fare un giro per il mercato. La cosa che ci colpisce di più è vedere diversi gruppi di ragazzini -- quanti anni avranno, quattordici, quindici? -- con divise stile boy-scout (ma più sul verde militare) e un mitra a tracolla. Focalizzo un momento e mi rendo conto di averne visti anche a Tel Aviv nei giorni scorsi. Ne vedrò altri domani. E davvero un paese fortunato, quello che non ha bisogno di eroi. Ceniamo in un ristorante libanese molto bello insieme con i compagni di viaggio, poi andiamo a nanna presto: domani si torna a casa. Mercoledì, 27 giugno (8/8): ritorno a casa? Il nostro volo parte alla quattro del pomeriggio, ma ci consigliano di essere in aeroporto almeno tre, meglio quattro ore prima. Così prendiamo un taxi alle dieci del mattino e siamo in aeroporto alle undici e poco più. Per fortuna. Solo per entrare nella zona riservata ai check-in dobbiamo fare una fila di mezzora gagliarda, alla fine della quale controllano i documenti e i bagagli (li aprono e fanno il test per la polvere da sparo allesterno e allinterno). Il nostro check-in non è in un grande salone come in tutti gli aeroporti del mondo conosciuto, ma in una specie di stanzone grande più o meno come il mio salotto, nel quale si entra e si esce da due grandi arcate rettangolari che mi danno limpressione di essere chiudibili da pesanti portoni di metallo in meno di otto decimi di secondo. Lì non cè molta coda, ma i controlli sono ancora più scrupolosi di quanto uno potrebbe immaginare (soprattutto avendo appena passato la prima scrematura). Credendo di avercela quasi fatta, mangiamo un boccone rapido, poi andiamo nella zona di imbarco. La coda sembra un dragone da capodanno cinese. Alla fine della coda si entra in uno stretto corridoio che ci smista in una decina di banconi di controllo, dove ci fanno togliere scarpe giacche orologi cinture pantaloni (metal buttons, sir) e passare sotto il metal detector, mentre aprono il nostro bagaglio a mano e controllano (rifacendo il test per la polvere da sparo) oggetto per oggetto. Comincio a non poterne più, voglio andarmene da questo paese di paranoici. Il volo parte quasi puntuale. Allarrivo, i bagagli ci mettono quasi quaranta minuti a arrivare (ma avevo troppe cose per riuscire a incastrarle tutte nel bagaglio a mano). Il risultato è che perdiamo per pochi minuti il Malpensa Express, arrivo a Milano Cadorna alle otto abbondanti e in Centrale alle otto e mezza suonate. Scopro (ma ci avrei scommesso) che lultimo treno per Venezia partiva alle otto, ora cè solamente un regionale per Verona che arriverà alle undici e venti (e di lì sono certo che, a quellora, non troverò nulla per Padova). Mi rassegno a passare unaltra notte a Milano: chiamo lamico che mi ha ospitato la notte prima della partenza e mi dirigo verso casa sua. Mi rendo conto che sono proprio stanco, che vorrei essere nel mio salotto, con il mio computer e i DVD di Friends di cui mi sto sparando lintegrale in lingua originale, che ho quasi nostalgia di casa come quando avevo sei anni e non volevo restare a dormire dalla nonna. Quando capisco che ciò di cui sento più di tutto la mancanza del portatile con tutti gli strafanti che contiene, sorrido e capisco che i mesi passati in terapia hanno raggiunto lo scopo: se per risolvere la peggior schiavitù che mi opprime mi basta portarmi dietro un giocattolo di un paio di chili, penso di potermi davvero definire libero. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK lunedì 26 luglio 2010 - ore 14:30 Holy mish-mash #8 Lunedì, 25 giugno (6/8): social kosher Niente da segnalare a proposito della giornata lavorativa. Unica nota interessante, è cresciuta la consapevolezza di ciò che ci stanno dando da mangiare gli addetti del catering scelti dall’organizzazione. Uno dei vassoi da cui possiamo pescare oggi contiene qualcosa che assomiglia spaventosamente all’arrosto di maiale al latte: è mai possibile che sia maiale? No, un rapido assaggio rassicura sul fatto che è manzo; ma mi risultava che anche il contatto tra la carne e il latte fosse qualcosa di molto poco ortodosso. Chiedo al mio compagno di camminate di ieri sera: Che dici che è? Mi chiedevo lo stesso, mi risponde, ma not milk, for sure. Ah, dici che tutto quanto ci stanno dando è kosher, eh? Mi risponde con una frase storica: You can bet your ass it’s kosher. La sera abbiamo la cena sociale in quel di Jaffa. Solita cucina libanese, solito kosher dominante, nel complesso nulla che ricorderemo a vita. Ma, a ben guardare, poche sono le cene di convegno che meritano davvero di essere ricordate. A cena finita vorrei fare ancora due passi lungo il mare (non ho voglia di chiudermi in stanza con l’aria confezionata); da Jaffa, però, la camminata è un po’ troppo lunga. Però il nostro pullman ferma prima all’hotel Tal, pochi chilometri a nord del mio: scendo lì, mi accendo una sigaretta e inizio la camminata. Anche se è notte, fa notevolmente caldo e si muove pochissimo vento, tanto che mi verrebbe voglia di buttarmi e fare una nuotata in quest’angolo del Mediterraneo. In effetti, potrei fare due bracciate verso quella signorina laggiù con il costume color carne e attaccare bottone... ... ah, no, non è un costume. E’ proprio la sua carne. Quindi, se mi ci avvicino, può finire solo molto bene o piuttosto male. E, comunque sia, sono troppo stanco. Meglio farsi un’altra sigaretta, va’. Incrocio una discoteca, dove stanno rimuovendo una Porsche turbo nuova di zecca parcheggiata di fronte all’ingresso in apocalittico divieto di sosta. Tutto il mondo è paese, penso, e penso pure che il proprietario di quella Porsche non mi fa peccato, nemmeno un po’. In compenso, questa discoteca dev’essere una specie di calamita da topa: lì fuori e lì attorno c’è un’impressionante quantità di ragazze, una più bella dell’altra. Qualcuna risponde perfino ai miei sguardi con un’occhiata possibilista. Ma rimane il fatto che sono stanco. Sarà la serata, sarà l’aria (il vento porta qua e là alcune zaffate di odore di Terra Santa), sarà che questo convegno è una cura ricostituente d’urto per il mio normalmente vituperato cervello; fatto sta che questa sera ho una visione periferica eccezionale. Vedo una ragazza che mi incrocia e che, quando pensa di essere fuori portata, si gira verso di me per controllare se la sto guardando o no. Ti ho vista, ciccia, ti ho vista, ma non meritavi una seconda occhiata. Oddio, la prima la meritavi ampiamente, comunque. Eppoi sono stanco, ho detto, e sono arrivato all’albergo. Buonanotte a tutte. LEGGI I COMMENTI (4) - PERMALINK venerdì 9 luglio 2010 - ore 09:05 Holy mish-mash #7 (Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi) Domenica, 24 giugno (5/8): inizia il convegno Dopo la consueta abbondante colazione attraversiamo la strada per prendere un bus che ci porterà allUniversità di Tel Aviv. La scuola di Teoria delle decisioni che cè qui è la più prolifica al mondo, sia in termini di dimensioni sia in termini di innovatività e produzione scientifica. Ciò mi rende straordinariamente curioso di vedere dove lavorano: a ogni curva che fa il bus cerco di guardarmi attorno e di indovinare quale possa essere la nostra destinazione. Luniversità è un (bel) po decentrata, comè giusto che sia: tutte o quasi tutte le università di recente costruzione sono in estrema perifieria, in modo da avere meno problemi di spazio. In effetti, spazio ce nè, tutti gli edifici universitari sono bassi (tre piani, forse qualcuno a cinque) e circondati da unapprezzabile quantità di parcheggi e spazi verdi. Potrebbe quasi sembrare un moderno campus allamericana, se non fosse per la recinzione alta cinque metri (con tanto di filo spinato e guardie armate) che circonda ogni isolato. Lautobus ci lascia in strada, dobbiamo entrare uno alla volta attraverso un tornello (sì, proprio come quelli che Maroni ha appena fatto mettere agli stadi) al di là del quale veniamo perquisiti da due guardie. Ci rassicurano: sta accadendo perché è la prima volta che ci vedono, da domani potremo passare tranquilli attraverso i tornelli, le guardie ci riconosceranno. Ah, beh, allora... Una volta entrati, il clima si rasserena notevolmente: forse è leffetto di trovarsi tra persone ormai conosciute (con le quali, infatti, si riprendono immediatamente i discorsi interrotti lanno precedente), ma si riesce quasi a dimenticare la vaga sensazione di oppressione che qui in Israele sta tenendo compagnia un po a tutti. Dimenticarla del tutto, beninteso, non è immaginabile: sullo stipite di ogni porta è invariabilmente appeso il piccolo contenitore dove trova posto un rotolino di carta con le apposite parole della Torah. (Quali versi, come si chiama il contenitore? Lavrò chiesto una decina di volte: i versi, mi pare, sono quelli del Deuteronomio in cui si dice che Dio proteggerà le nostre case e che dobbiamo scriverlo su tutti gli stipiti delle nostre porte -- sempre ligi ai precetti, i nostri bravi ebrei -- ma non riesco a farmi entrare in testa il nome delloggettino. Evidentemente rimuovo.) Per carità, si tratta senzaltro di presenze molto più discrete dei crocifissi appesi in qualche punto in vista della stanza; sono però altrettanto efficaci nel ricordare che lo Stato in cui ci troviamo è laico soltanto a parole. Per fortuna, dallinizio della conferenza in poi, si rientra perfettamente nella normale amministrazione: i dementi sono rimasti dementi, i geni sono rimasti geni. I maniaci di alcuni argomenti assolutamente fuori dal seminato continuano a esserlo, gli autori di lucidi totalmente incomprensibili continuano a scriverne. Ma questo è lavoro. Nel campus, dove usciamo di tanto in tanto per le inossidabili pause sigaretta (con qualche scompenso: dentro ci sono circa quindici gradi in meno che fuori), osserviamo con curiosità il transito delle studentesse indigene: non malaccio, per carità, ma nel complesso poco o nulla di conturbante. Così ci diamo alla fantalinguistica (per dire, concludiamo che la giusta traduzione inglese di "raqquanti" è "ookmany"). La sera i grandi capi (tra cui il mio) devono incontrarsi a cena per discutere di cose importanti, in parte di ricerca, in parte di organizzazione del prossimo convegno. Ci troviamo quindi in un gruppo di giovani e decidiamo di andare a cena allavventura: troviamo, in una strada di media grandezza tipo via Aspetti a Padova, un baracchino di kebab -- a scelta, carne o tonno -- e facciamo spesa grande. Poi andiamo a mangiare in spiaggia: si potrà, ci chiediamo, o arriverà qualcuno con il mitra spianato? Decidiamo che vale la pena di rischiare, sperando che chiedano "chi va là" prima di sparare. Così iniziamo a chiacchierare, aggiornarci sulla nostra vita, discutere di speranze e frustrazioni (che sono i due pliastri su cui si regge la vita di chiunque faccia carriera accademica). Scopro che la "ragazza" che attira una cospicua percentuale delle mie occhiate (non è stata una scelta difficile: delle già poche donne che frequentano i convegni dei decisionisti, la maggior parte assomiglia a Zorba il greco o a Danny De Vito, ma con in più gli occhiali) è sposata e ha due figli. Tanto di cappello, sia per la forma, sia per lenergia. Siamo vicini allalbergo dove stanno molti della compagnia: io e un altro stiamo ben più in su, per cui abbiamo un bel pezzo di strada assieme. Come pare inevitabile dopo una certa ora, ci si trova a parlare di donne. Lui ha da poco concluso una storia: riflettiamo sul fatto che la sua ex lo odierà per tutta la vita, quando fino a pochi giorni prima sembrava considerarlo la cosa più bella del mondo. Concordiamo che il confine tra le due cose è sempre stato sottile; ci troviamo divisi, però sullinterpretazione della cosa, che uno di noi trova piuttosto buffa e laltro, invece, trova molto triste. Non è importante chi pensava che cosa: ciò che mi importa è rendermi conto che sto inaspettatamente sostenendo la posizione contraria a quella che avrei pensato di avere e che probabilmente avrei sostenuto fino a qualche mese prima. E bello scoprire che sono ancora in grado di cambiare idea, ogni tanto. Arriviamo al mio albergo, lui sta ancora un po più a nord. Ci salutiamo, ci rivedremo domani. Buonanotte, mondo. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK mercoledì 2 giugno 2010 - ore 12:58 Holy mish-mash #6 (Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi) Secondo intermezzo: Alta fedeltà Ci sono romanzi brutti, romanzi così così, romanzi piacevoli e romanzi che non si può dimenticare di aver letto. Per quanto mi riguarda, senza dubbio "Alta fedeltà" di Nick Hornby appartiene a questultima categoria. La storia è ingannevolmente semplice. Il libro si apre con la disamina da parte di Rob, un giovane trentenne (!), delle cinque più dolorose fini di rapporto damore della sua vita. Si scopre ben presto che tale classifica è ispirata dal fatto che la ragazza con la quale stava convivendo fino a poco prima ha deciso di andarsene senza dare il successivo recapito. Si scopre poco dopo che il nostro giovane trentenne è lo sconclusionato e idealista proprietario di un negozio di dischi di alterni successi e scarso rendimento e che quello di compilare classifiche de "le cinque più..." ("Top Five", nelloriginale in inglese) è una sua occupazione abituale in compagnia dei suoi due commessi, macchiette decisamente ben riuscite. Il resto del romanzo è la naturale evoluzione del suo inizio, ovvero le mille avventure di Rob tra le figure poco edificanti con la sua ex ragazza e il di lei nuovo convivente, i modi in cui cerca di dimenticarla o di continuare la sua vita e i suoi incontri con le ex della "Top-five" alla ricerca delle cause della sua infelicità. Già così, forse, le cose sembrano un po meno semplici; ma la forza del romanzo non sta nella storia in sé. A mano a mano che procedevo nella lettura, mi era inevitabile mettere in parallelo questo libro con "Il diario di Bridget Jones", di Helen Fielding. Lovvia ragione sta naturalmente nel fatto che i protagonisti di entrambi sono due trentenni single; più di questovvia considerazione, però, conta il fatto che entrambi i romanzi, nella mia opinione, sono riusciti a fotografare in un modo eccezionale (sia per profondità nella semplicità, sia per efficacia) la psicologia di due trentenni single dei due opposti sessi. Voglio dire anche di più: la grandezza di entrambi i romanzi viene forse proprio dal loro confronto e dal considerarli in parallelo, confrontando la spensierata e generica concentrazione di Bridget sul suo futuro ("Troverò un uomo?") con la cupa e quasi maniacale preoccupazione di Rob per il suo passato ("Perché le mie storie finiscono?"). In questo modo, laccostamento dei due libri diventa una specie di "manuale di istruzioni" per qualsiasi trentenne single di qualsiasi sesso, che ne può ricavare sia una chiave di lettura per interpretare le persone del sesso opposto con cui si dovesse trovare a interagire sia, soprattutto, un monito delle trappole psicologiche da evitare e un interessante suggerimento sulle domande che potrebbe essere intelligente farsi. Credo che non serva dire altro: buona lettura. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 15 aprile 2010 - ore 14:54 Holy mish-mash #5 (Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi) Shabbath, 23 giugno (4/8): Gerusalemme La sveglia stamattina è un po’ più tranquilla, per una volta. In ogni caso, vediamo di essere pronti e pimpanti per le otto. Come ieri, la nostra guida è puntualissima. C’è molto meno traffico di ieri; per molto meno non intendo come capita da noi la domenica, ma molto, molto più smaccatamente. Perfino i mezzi pubblici non fanno servizio il sabato, anche se lo stato israeliano si professa laico. Iniziamo a fare un giro panoramico attorno alla città. Ci fermiamo di fianco al quartier generale delle Nazioni Unite a Gerusalemme, che fu il quartier generale delle forze britanniche durante la seconda guerra mondiale (tanto che, come càpita, la gente lo chiama ancora con il vecchio nome). C’è un punto panoramico da cui riusciamo a vedere praticamente tutti gli edifici importanti: la moschea della Roccia al centro della spianata del Tempio, la moschea di Al-Aksa, la chiesa della dormizione di Maria, quella di santo Stefano. Gerusalemme è a mille metri di quota sul livello del mare: l’aria è sensibilmente più fresca che a Tel Aviv. Gerusalemme è considerata sacra dalle tre religioni che si ispirano al Dio mediorientale. Per gli Ebrei è il luogo dove si trovava il Tempio, edificato da Salomone, distrutto da Nabucodonosor, ricostruito al ritorno dall’esilio babilonese e distrutto definitivamente da Tito. Per i Cristiani è il luogo del sacrificio di Abramo (la Roccia da cui la moschea prende il nome), oltre che della passione e della resurrezione del Cristo. Per i Musulmani è, oltre ovviamente al luogo del sacrificio di Abramo come già detto, il luogo da cui Maometto è asceso al cielo. E’ sempre più chiaro perché siano secoli e secoli che si combatte per questa città, tanto che sembra difficile che si riesca a smettere. Passiamo a un altro punto panoramico dall’altra parte. Quello è...? Sì, è proprio il muro. Pare che abbia risolto un po’ di problemi (ci sono molti meno attentati suicidi, per dirne uno), ma ne ha indubbiamente creato altri. Vedete lì, ci indica la guida, quello è un insediamento israeliano nel West Bank, "quelli che voi chiamate i territori occupati", ed è al di là del muro. Probabilmente sono stati contenuti un po’ di facinorosi, ma sono stati anche isolati un bel po’ di cittadini. Ma basta con i discorsi tristi, è tempo di muoversi. Il semaforo che porta al quartiere ortodosso è effettivamente spento. Parcheggiamo di fianco all’ingresso di un giardino che si trova subito fuori dalle mura. Il cancello ci informa gentilmente che si tratta del giardino degli ulivi del Getsemani (cioè frantoio, in aramaico). Rompono le scatole a un paio di noi perché hanno i pantaloni troppo corti: la guida tenta di protestare e di sostenere che il rispetto non si misura in centimetri di gamba scoperta, ma preferiamo arrangiarci in qualche modo. Io infilo i pantaloni lunghi sopra a quelli corti (me li ero portati perché conosco i miei "polli" cristiani e so che non sono nuovi a queste pezze: in effetti, bisogna sottolineare che né gli ortodossi né gli armeni avranno nulla da ridire sul nostro abbigliamento), l’altro non trova nulla di meglio che comprare una kefiah e avvolgersela in vita. La contrattazione con il venditore mi fa sentire in una scena di "Brian di Nazareth". Comunque sia, finalmente possiamo entrare. ![]() Ci sono ancora ulivi, nel giardino, ma molti di loro sono evidentemente giovani. Qualcuno, però, è decisamente anzianotto: si dice che abbia più di duemila anni e che fosse già lì quando Cristo pianse in quell’orto e rimproverò Giuda di tradire il figlio dell’uomo con un bacio. Eppure non riesco a sentire la suggestione del posto. Forse dipende anche dal fatto che il nostro compagno di avventura è tremendamente ridicolo con quella kefiah. Sta di fatto che non ci tratteniamo a lungo: passiamo rapidamente a visitare i mosaici della vicina chiesa dell’Agonia, per poi risalire in macchina. Parcheggiamo lungo la circonvallazione (in un posto estremamente fantasioso, ma molto probabilmente in Shabbath non si possono nemmeno fare multe, chissà) camminiamo verso la porta di Damasco, attraverso la quale entriamo nella città. (Contestualmente, scopro che "la cruna dell’ago" è il nome dato a una delle porte pedonali di Gerusalemme. Tra le tante ipotesi che ho sentito su quella storia del cammello, questa mi pare una delle più plausibili, anche se a pelle propendo ancora per l’errore di traduzione e la versione col canapo.) Per giorni ho cercato le parole per descrivere le sensazioni che ho provato entrando a Gerusalemme. Sembrano tutte inadeguate. Il clima che si percepisce da subito è quello di un equilibrio altamente instabile, di una convivenza lunga ma mai pacifica e sempre mal accettata, di un’apparente tranquillità che cela tanti rancori e pregiudizi più o meno inespressi. Eppure, nonostante tutto, non ci si sente oppressi da questa tensione; anzi, ci si sente in un posto che ha qualcosa di magico, di sospeso fuori dall’ordinaria realtà. La strada in discesa che porta verso il centro della città è circondata da negozietti, bancarelle e mercanti come una vera e propria casbah mussulmana, ma molti dei negozi sono chiusi per Shabbath e in quasi tutti i banchetti di souvenir si trovano una di fianco all’altra stelle di Davide, mezzelune e croci. In mezzo agli sciami di turisti vestiti "all’occidentale", si incrociano mussulmani in tunica, ebrei ortodossi vestiti di nero, suore, preti, frati cattolici. ![]() Prestando una superficiale attenzione ai dialoghi che avvengono ai lati della strada, ritorna la sensazione di essere dentro Brian di Nazareth: "Quanto costa questa barba finta?" "Dieci sicli" "Va bene, la prendo" "Ma come, non contratti?". Ogni acquisto è un bonario ma impegnativo braccio di ferro psicologico tra compratore e venditore; ce ne accorgiamo tutti visto che Frank (lo stesso che ieri abbiamo dovuto tirare fuori dall’acqua dell’oasi prendendolo per le orecchie) ci fa perdere mezz’ora per comprare un paio di sandali. Proseguiamo in discesa verso la chiesa del Santo Sepolcro, dove io e Castagnoli (che comincia a accusare la stanchezza, e in più ha voglia di fumare una sigaretta in pace) precediamo gli altri per attenderli in piazza. Il fronte della chiesa in sé non è affatto diverso da quello delle chiesette che è normale trovare nelle nostre città; anzi, per dirla tutta, la chiesa a metà di via Altinate è probabilmente più bella. Nah, decisamente più bella. Ma fa specie pensare che questa che abbiamo davanti è la chiesa nata sui luoghi che si vogliono essere stati quei luoghi, che lì dentro siano conservati quelli che la tradizione Cristiana ha riconosciuto essere la roccia dove la croce è stata piantata, il luogo dove la croce è stata ritrovata, la pietra dove Gesù è stato deposto, il sepolcro dove è stato tumulato (sia pure per un brevissimo lasso di tempo). Poco importa che io sappia, razionalmente e intimamente, che in giro per le chiese cattoliche del mondo ci sono abbastanza frammenti di croce per eseguire la condanna a morte di un plotone di disertori. Lì, in quel momento, la devozione e le preghiere della torma infinita di fedeli che negli anni sono venuti a visitare quei luoghi addensano l’aria fino a diventare quasi visibili. "Demoni", li bollerebbe un mio caro amico protestante; in effetti è difficile dargli torto, perché l’aria che si respira trasmette più la sensazione di oppressione e timore di un Dio vendicativo che quella di gioia e di amore per un Dio che ha dato suo figlio per noi, Facciamo in tempo a fumare una sigaretta e Castagnoli fa in tempo a fumarne altre tre. Probabilmente Frank ha deciso di comprare anche una scatolina ricordo oltre ai sandali. Tant’è. All’arrivo degli altri, entriamo. L’aria di stranezza che fuori era soltanto vagamente palpabile ora si fa quasi insostenibile. Ci metto un po’ prima di capire la ragione, ma ne vengo colpito come da un diretto quando la capisco: non c’è solo (tanta) superstizione, qui dentro, ma anche e soprattutto una mostruosa, fastidiosa, totale e deteriore lottizzazione. La pietra della deposizione è addobbata in stile greco ortodosso, mentre la cappella della flagellazione è austeramente cattolica; russo ortodosso è il Golgota, o meglio la sommità del medesimo (rigorosamente sotto vetro), mentre la cappella dove si vuole che sant’Elena abbia ritrovato la Croce è armena. Aspetto pazientemente che la guida racconti la storia su come La Croce sia stata riconosciuta fra le tre che erano state ritrovate (in modo ovvio: naturalmente, è quella il cui contatto ha istantaneamente guarito un paralitico portato in loco per la bisogna) e gli chiedo se quella della lottizzazione è solo una mia impressione o se c’è qualcosa di più. Lui parte con una tirata sul fatto che non solo è così, ma che dentro quella chiesa ogni stupidaggine diventa casus belli. Mi indica una botola di legno dove sono piantate due borchie di ottone: la borchia di sinistra è stata messa dagli armeni (a cui compete la mezza botola di sinistra), perché si era aperta una crepa nell’asse di legno e quindi era necessario metterci un tappo in qualche modo. A quel punto, però, gli ortodossi (ai quali compete la mezza botola di destra) hanno piantato un casino al quale si è riusciti a mettere fine soltanto quando il capo della polizia ha imposto che venisse messa anche l’altra borchia e che la si facesse finita lì. Nella zona del Sepolcro vero e proprio, l’aria sembra diversa. La sensazione diventa quella del giusto timore di Dio, del giusto rispetto reverenziale per un Dio fattosi carne (ci si creda o no) per assumere su di se i mali e i peccati del mondo. ![]() La gente, in una coda spiraleggiante attorno al tempietto che circonda la pietra, è silenziosa, sottomessa, apparentemente in riflessione e preghiera. Ma anche qui, ci spiega la guida, le cose non sono come sembrano. Certo, questo luogo è comune a tutte le comunità che si spartiscono le aree di influenza nella chiesa: il fatto, però, è che ogni religione crede di avere più diritto delle altre di visitare il Sepolcro e, in passato, ciò generava una situazione più simile alla rissa continua che a un pellegrinaggio. E’ stato ancora una volta il capo della polizia a imporsi e a ottenere di piazzare degli uomini a sorveglianza (ora li vedo: sono in un angolo, seminascosti tra due colonne per rispetto alla santità del luogo, ma con il mitra in mano) e le transenne che obbligano la gente a mettersi in coda qualsiasi sia la loro religione. Ma non basta: i luoghi sono comuni, certo, ma chi ha il diritto di pulirli il lunedì e chi il martedì? Di nuovo litigi, di nuovo lottizzazioni, di nuovo tentativi di prevalere sugli altri, probabilmente confondendo l’inesistente prestigio di essere "in carica" durante giorni inutilmente ritenuti più "nobili" con l’affetto di un Dio che predicava l’amore tra i popoli e che promette di amarci indistintamente tutti come figli suoi. Alla fine, esco dalla chiesa più schifato che suggestionato. E’ ora di pranzo. La nostra guida ci porta in un localino minuscolo imbucato in una vietta stretta e apparentemente pure piuttosto malfamata. L’HACCP è ben lontano dall’allungare le sue mani sui posti come questo; non voglio nemmeno pensare a quante decine delle maniacali norme igieniche della Comunità Europea siano violate contemporaneamente in così pochi metri quadri. Ma il posto promette "the best hummus in town" e mantiene egregiamente: per una pipa di tabacco mangiamo in modo eccelso. Proseguiamo verso una chiesa russa dove, in recenti lavori di restauro, sono stati trovati i resti degli stipiti della porta da cui Gesù è uscito dalla città, croce in spalla e diretto in collina. Niente da segnalare, nel complesso. Non si può andare fino al muro del pianto, cazzo! Dipende dal fatto che è sabato e che, come sempre per evitare rogne varie e eventuali, l’accesso alla spianata e al muro è limitato nei giorni sacri alle varie religioni. O, almeno, così ce la vendono. Sta di fatto che siamo arrabbiati e delusi: siamo arrivati fin qui e non ci è dato di fare questi ultimi trecento metri. Tentiamo di consolarci salendo sul tetto dell’Ostello Austriaco, sulla Via Crucis (concetto che qui, naturalmente, acquista un significato affatto più scioccante), dove la vista è effettivamente niente male. ![]() Ma ancora una volta troviamo i segni delle mille assurdità di questa città: i tetti sono pieni di bandiere israeliane e, quando gli chiediamo perché, la nostra guida risponde che sono gli ebrei estremisti che comprano stabili a Gerusalemme al preciso scopo di issare la bandiera per far sentire in minoranza i cristiani e i mussulmani. Comincio a averne piene le palle di come gira qui. Continuiamo a percorrere la via Crucis. ![]() Penso che non sia necessario precisare che anche qui la lottizzazione regna sovrana. Sarà più importante e prestigiosa la stazione in cui Gesù cade per la seconda volta sotto il peso della croce oppure quella in cui il Cireneo si offre di aiutarlo? Dio, che miseria. Ci rituffiamo in vicoli e vicoletti. Passiamo vicino all’Holy Rock Cafè (!) e poco più in là ci imbattiamo in un giovane ebreo ortodosso che cerca (senza troppo successo) di imporre la sua acritica e autoinfusa autorità su tre strafottenti pari età mussulmani, rei di essere appoggiati in modo irrispettoso sulla lapide di un personaggio importante per gli ebrei. Non c’è pace fra gli ulivi e, a occhio e croce, sarà difficile trovare il modo di mettercene un po’. Torniamo alla porta di Damasco, dove visitiamo di sfuggita un museo cristiano. Ci sono un po’ di interessanti modellini della città ai tempi di Erode. Scopriamo che uno dei modi in cui si può dire "Gesù" in ebraico (lingua in cui esiste una certa libertà di arrangiamento delle vocali, così come in arabo) è l’acrostico di una cosa gentile e urbana sul tenore di "possa la sua memoria essere demolita". Non dovrebbe stupirci, ormai, che sia proprio questo il nome usato più spesso dagli ebrei israeliani; in effetti, forse non ci stupisce, ma sicuramente non migliora il nostro umore, né la nostra stima e le nostre speranze per quanto ci circonda. Cerchiamo di bere un ultimo succo d’arancia, o una Coca Cola, in uno dei baretti lì attorno mentre aspettiamo che la nostra guida vada a recuperare l’auto (Castagnoli è decisamente molto stanco, ora). Il deteriore proprietario del baretto vorrebbe non darci nulla perché siamo solo in due e non mangiamo niente. Stiamo per mandarlo sonoramente affanculo quando, fortunatamente, cambia idea. Saliamo in macchina, torniamo verso Tel Aviv. Siamo tutti piuttosto taciturni, abbastanza colpiti da quanto abbiamo visto, ognuno preso dal filo dei suoi pensieri. Ringraziamo la nostra guida, gli lasciamo una mancia congrua, rientriamo in albergo. Sorpresa: il concierge ci comunica desolato che le nostre camere non sono ancora pronte, perché a causa del fatto che siamo in Shabbath sono in ritardo con le pulizie. La risposta che si presenta spontanea nella mia mente è più o meno del tenore di: Go capìo un fià de ritardo, ma xe anca le sie e mexa de sera, ghessboro! Poco male: ci offrono un drink nell’attesa (non brevissima, ma tant’è). Arrivo in camera, mi faccio una meritata doccia. Sono troppo stanco per pormi il problema di andare a cena: tanto di guadagnato per il fondo di ricerca e per i contribuenti che lo finanziano. Mi butto a letto e inizio "Alta fedeltà". Siccome ne vale la pena, va a finire che lo leggo fino in fondo prima di abbandonarmi tra le braccia di Morfeo. Da domani si inizia a lavorare. LEGGI I COMMENTI (4) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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