Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)
STO ASCOLTANDO
Il suono del mondo.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...
ORA VORREI TANTO...
Volere davvero.
STO STUDIANDO...
Un putsch mondiale
OGGI IL MIO UMORE E'...
Il migliore che mi venga di avere.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore. 2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange. 3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo. 4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.
MERAVIGLIE
1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza. 2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo 3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone 4) La dolce illusione di non avere rimpianti. 5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra... 6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza
"Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni, dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare, e il guadagno e la perdita. Una corrente sottomarina gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava traversò gli stadi della maturità e della gioventù entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo, o che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento, pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari di te."
Thomas Stern Eliot "Death by Water" da: "The Waste Land"
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lunedì 19 novembre 2007 - ore 13:36
Il ritorno del Bandana
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Non c’è nulla da fare: l’uomo è un genio. La sua ultima mossa, la fondazione del Partito Popolare, la sua blitzkrieg contro tutto e contro tutti, ne è l’ennesima riprova. Gli anni passano, i capelli si trapiantano, eppure Berlusconi non si addolcisce: anzi. In un solo giorno cambia il nome sul campanello di Forza Italia e fa sembrare la triennale formazione del Pd uno sforzo elefantino da nomenclatura sovietica. Il messaggio è lapidario, come ai tempi belli: o con me o contro di me, tanto senza di me non si vince. In qualche modo una mossa simile alla storica discesa in campo del ’94. Uguale ma con una fondamentale differenza: oggi non nasce una proposta, ma un’alternativa.
Berlusconi per la prima volta risorge dalle sue ceneri non cavalcando la sua popolarità, ma bensì l’impopolarità altrui. L’atto di fondazione del nuovo Partito Popolare è stata una raccolta firme contro Prodi; la sua overture l’attacco agli inutili alleati Fini e Casini; la sua naturale prosecuzione l’ostracismo verso Veltroni. Chi ci perde e chi vince? Vince Berlusconi e perdono tutti gli altri, come ovvio. Ma solo per un po’. La politica della demonizzazione non funziona nel lungo periodo, e l’uomo con la bandana che quasi strappava una vittoria in zona cesarini alle ultime elezioni dovrebbe saperlo bene. Ma l’uomo è, come si diceva, un genio, ed è fatto per distruggere gli assiomi, non per confermarli. Staremo a vedere.
Quante cose succedono in questo pazzo mondo. Tante che, a volte, non sembra nemmeno che sia sempre lo stesso. Accade, per esempio, che in Pakistan abbia avuto luogo il secondo colpo di stato del generale Pervez Musharraf. La cosa sarebbe quasi tragicamente banale - come lo è un qualsiasi golpe militare - se non fosse per un succoso particolare: i militari, per nascondere il colpo di mano alla popolazione pakistana, hanno oscurato tutti i notiziari della tv pubblica, sostituendoli con dei film ai limiti del porno. Immaginate il popolo pakistano che, abituato ad una tv dove fino a ieri un uomo e una donna non potevano nemmeno apparire nella stessa inquadratura, ora abbia a che fare con spericolate prestazioni libidinose: difficile pensare che a qualcuno venga in mente di infrangere il coprifuoco.
Panem et circensem dicevano i romani. Ovviamente, su questo campo noi giochiamo in casa, e i pakistani li abbiamo bruciati sul tempo da anni. Noi siamo al livello successivo. Quando le ragazze Cin-Cin e le vallette scosciate nei tg cominciavano ad assuefarci, l’estremo baluardo del nostro pudore sociale ha istituito la fascia protetta per i bambini. Così, gli assalti a colpi di scollature e stacchi di coscia si sono fermati, ritardando di qualche anno quello che i nostri bimbi avrebbero comunque prima o poi avuto modo di sapere. Il guaio è che alle immagini scollacciate si sono sostituiti gli assalti all’arma bianca degli spot pubblicitari, che martellano come non mai i bimbi facendone dei piccoli militari all’avanscoperta familiare del consumismo. Si formano così dei piccoli adulti, un po’ meno consci delle virtù della procreazione ed un po’ più esperti di packaging e pricing. E intanto il "regime stabilito" marcia contento. Facile che, nel loro futuro, questi giovani pretendano di comprarsi le domande, più che porsele.
Rabbia, indignazione, vergogna. Sono queste le sensazioni più comuni che sorgono di fronte alle immagini degli attivisti padovani della Lega che ieri hanno fatto passeggiare un maiale sul terreno dove verrà edificata una moschea. <Stiamo “benedicendo” il terreno>, ha detto la loro rappresentante, mentre il suino grufolava allegramente sulla verde erba di proprietà del Comune. Insomma: il ritratto dell’incoscienza. E’ infatti evidente che questi signori non comprendono la gravità delle loro azioni, né le pesanti ritorsioni che una tale sceneggiata può comportare. Ma dico, non si rendono conto che qui si va a provocare un gruppo sociale pericoloso? Mettere un maiale a benedire un terreno, per lo più islamico...
Incoscienti! I macellai e gli allevatori non perdonano! Non bastano i continui rincari a cui ci sottopongono? Se si va avanti così, dovremo festeggiare il Natale senza lo zampone. E poi se non mangiamo pancette e cotechini rischiamo di diventare dei pericolosi estremisti. E Dio non voglia che a Roma qualcuno si accorga che hanno usato un maiale per benedire un terreno! Al Vaticano potrebbero equivocare...
A parte gli scherzi, se questi leghisti si rendessero conto di quanto simili siano diventati ai tanto odiati estremisti islamici, si espellerebbero da soli dal Paese. Se ci si pensa, le analogie sono molte. Entrambi i gruppi sono devoti ad un culto quantomeno curioso (gli uni non mangiano maiale, gli altri adorano l’acqua di fiume); entrambi si scagliano contro le istituzioni, ma finiscono spesso per farne parte; entrambi vogliono liberare la propria terra dagli invasori; entrambi hanno un particolare gusto nell’uso dei media, e diffondono nell’etere messaggi e azioni deliranti. Similitudini che sfociano nell’odio reciproco, e non c’è da stupirsene: se gli opposti si attraggono, gli analoghi si respingono. Speriamo solo che ora, per ritorsione al maiale, qualche gruppo islamico non decida di portare un esattore romano al parlamento padano di Vicenza.
"La Bellucci? E’ una delle migliori attrici italiane, però dovrebbe imparare a recitare". Questo capolavoro argomentativo ci è stato regalato qualche giorno fa da un "tassinaro" di Roma, intervistato dal Tg3. La divinatoria affermazione ha scatenato un’esplosione di analisi in diversi giornali e contenitori mediatici italiani (ecco un esempio), tutti ad interrogarsi da dove e come una tale spericolata affermazione potesse aver preso corpo. E c’è da crederci: qui siamo di fronte ad un prodigio. Un prodigio di ignoranza e di incoscienza televisiva del volgo, secondo molti. Ma, secondo me, qui si va oltre l’attentato al buon senso: ragazzi, questa è metafisica. Qui si sorpassa la saggezza popolare, si mette la freccia all’acume, si pattina sulla sagacia e si entra nel genio; il genio popolare.
Il saggio tassinaro, nella sua spavalda sparata, ha colto in una manciata di parole la tesi che molti fini intellettuali stanno cercando di dimostrare da tempo: e cioé che la "grandezza" non abbia oramai più nulla a che fare con la "bravura". La Bellucci è una grandissima attrice, ma non sa recitare. La Spears è una grande cantante, ma non sa cantare. Dan Brown è un grande scrittore, ma non sa scrivere. Il profetico tassinaro ha finalmente palesato ai nostri occhi quel coltello che l’entertainment ha piantato nelle spalle della meritocrazia già tempo fa, e di cui avevamo sospetto ma non potevamo avere conferma. E non è un caso che ce lo abbia rivelato proprio lui, il campione dell’Uomo Qualunque: chiaramente un genio, ma che non si rende conto di quel che dice.
Venti minuti a bordo del treno dell’orgoglio
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Era da tempo che non mi facevo una bella cavalcata sul cavallo di razza dei trasporti italici: trenitalia. Questa mattina, finalmente, l’occasione giusta. Non avevo il motorino, e mi sono affidato al treno per percorrere quei 13 km che separano Campodarsego da Padova.
Prima di arrivare in stazione, ligio al mio dovere di bravo contribuente, sono andato a prendere il biglietto. Un euro e novanta centesimi. "Già, giusto - mi son detto - il prezzo si è alzato: ci avevano avvertiti". Ripensavo a quando, per la stessa tratta, meno di due anni fa spendevo un euro e trenta. "Ma ci sta - mi ripeto - Bisogna rifarle queste ferrovie, e i fondi bisogna pur trovarli da qualche parte. In fondo è vero: abbiamo i biglietti più economici d’Europa".
Arrivo alla stazione, oblitero, e attendo il treno, che questa volta giunge con appena 8 minuti di ritardo. Tra gli altri viaggiatori in attesa sulla banchina grigia come quella mattina d’autunno, neanche una smorfia: 10 minuti sono un lusso.
Il treno rallenta piano davanti a me, sfregando la sua lenta pancia sul l’asfalto, e guardo dentro i finestrini. Centinaia e centinaia di persone compresse come foglie di tè. Mi sposto verso la coda del treno, sperando di trovare un minore affollamento. Niente da fare: tutte e otto le carrozze strabordano sia nei corridoi che negli spazi tra i convogli, complice una immaginifica politica degli orari che porta due treni a passare per Campodarsego direzione padova tra le 7 e le 7.20, ma solo uno dalle 7.20 fino alle 8.50. Scelta obbligata.
Tant’è. Mi faccio largo con qualche cortese spintone e nessuno dice nulla. Si chiudono le porte, rischiando di tranciare le dita di una vecchia signora a fianco a me. Il treno borbotta, sputacchia, si sgranchisce e finalmente parte a marcia lenta. Mentre i binari cominciano a scorrere lentamente sotto di noi, un pensiero crudele attraversa veloce la mia testa: "immagina un incidente ferroviario con questa concentrazione a bordo... che sicurezza può esserci? Morte certa per tutti". Ma è solo un attimo, e ben presto la mia attenzione si sposta al gruppo di viaggiatori di fronte a me.
Immersi in un effluvio sulfureo di deodoranti, dentifrici, tabacchi e sudore, i passeggeri rimangono silenziosi, marmorei. Nessuno alza un sopracciglio. Ognuno guarda in un direzione diversa, mai negli occhi di un altro passeggero, forse per paura di far trapelare o cogliere vergogna o rabbia. Ma è difficile non incorciare gli sguardi quando si è naso contro naso. Così, tutti abbassano gli occhi, guardando in basso, in un sinergico e subconscio moto di rassegnazione. Quasi tutti. Spaurito, in un angolo, con gli occhi che si muovono nervosi, c’è un asiatico. Probabilmente un giapponese caduto nel peggiore incubo logistico che mai un abitante del sol levante si possa immaginare: se un tale disastro si dovesse mai verificare nel suo Paese, ciò giustificherebbe agli occhi dei suoi abitanti una seconda Hiroshima; e nessuno oserebbe alzare un dito per la vergogna.
Alla stazione intermedia di Vigodarzere, un signore dal lungo cappotto bianco e cravatta rossa attende di salire a bordo. Le porte si aprono davanti a lui e, alla vista della calca umana, rimane impassibile, incapace di capire come potrebbe mai prendere parte a quell’assurdo viaggio asimoviano. Rimane sulla banchina a scrutare nei suoi occhiali, quasi ad interrogarsi sul da farsi. Il giapponese guarda con aria disperata fuori dalla porta che si apre, e sembra morire di languore di fronte al refolo d’aria invernale che viene ad impigliarsi tra i corpi e l’odore verticale di chiuso. Per un secondo pensa che sia finita, ma le porte si richiudono lasciando a terra il compassato professionista e il convoglio riparte. Nessun italiano dà segno di cedimento, ma rimangono tutti fieri, ritti nella loro dignità impassibile.
Altri dieci minuti di stoica sopportazione, e il treno arriva a Padova con appena un quarto d’ora di ritardo. Le porte si aprono e, ordinatamente, ognuno scende. Pesto incautamente i piedi ad una vecchia signora. Faccio per girare e scusarmi, ma vedo che lei non ha nemmeno alzato lo sguardo, intenta com’è a conservare la sua dura scorza di imperturbabile sopportazione. I passeggeri dunque scendono piano, in una fila alla Metropolis di Fritz Lang. Fanno per organizzarsi in placidi gorghi e cercare le uscite verso il sottopassaggio, quando tre uomini in pettorina arancione bloccano le uscite e pretendono di vedere i biglietti. Tutti i mesti viaggiatori frugano nelle loro tasche sdrucide, ed estraggono il documento di viaggio. Ad uno ad uno, i passeggeri vengono controllati e lasciati passare. Ad uno ad uno, si sfila in silenzio: nessuno dice una parola. Il controllore nemmeno mi degna di uno sguardo di comprensione o apprezzamento, visionando quel mio coraggioso tagliando acquistato per godere di 10 minuti di viaggio allucinante. Mi lascia passare, e io passo in silenzio, confuso nella massa.
Poi mi volto, guardo indietro, e vedo il giapponese. Spaurito, confuso, sbatte contro il muro del controllore che gli fa notare che il suo biglietto non è convalidato. Lui lo guarda interdetto: non capisce. sembra sul punto di arrendersi, di essere risucchiato in quel gorgo dantesco di individui che scolano piano piano verso le uscite. Il suo sguardo si perde verso l’alto, quasi a cercare il conforto degli antenati. E lì, a vederlo, mi coglie l’orgoglio. Mille e più passeggeri italiani hanno fatto valere la loro indomita indole sulla pure dura tempra nipponica. Di fronte al popolo dell’estremo sacrificio, della morte pur della sconfitta, abbiamo dimostrato carattere e sopportazione inscalfibili. Lo lascio con lo sguardo, un po’ con quella traccia di compassione del più forte che scruta il debole. E me ne vado, camminando un po’ più leggero, ringrazinado trenitalia per il suo viaggio sul treno dell’orgoglio.
E così ci siamo messi alle spalle un altro primo novembre. Pardon, Ognissanti. Pardon, Halloween. Sì sì, facciamo Halloween; forse il primo vero Halloween italiano. Sì perchè oramai la festa di fanstasmi e streghe non è più sentita come una barbara tradizione importatata dall’estero per fare i "diversi"; ormai è roba anche nostra. Nel nostro Paese bambini di ogni dove fanno buchi alle lenzuola, suonano i campanelli felici e accrescono i conti del dentista. Insomma: si divertono come pazzi. Dunque se i bimbi si divertono, e nessuno si fa male... benvenuto Halloween! O no?
E invece no, perchè salta sempre fuori l’amante delle tradizioni - leggi il moralista dell’ultim’ora - che punta il dito contro la barbara usanza pagana, venuta per distruggere la sacralità del nostro calendario. Uno scempio, un attentato, una scemenza. Un po’ come tingere di rosso per un giorno l’acqua della fontana di Trevi a Roma. L’accusa è sempre quella: deturpamento di un pezzo si storia. Una storia che non si sa più stupire, evidentemente; che non sa più cogliere il bello nell’inusuale. Forse è per quello che siamo un Paese vecchio: storciamo il naso di fronte ad un gesto di creatività, al nuovo che arriva. E lo facciamo in nome di un senso comune che diventa sempre più spesso "senso banale". Tutto in nome di un’utopia in cui finiamo tutti nelle nostre stanze buie, a goderci la quiete e il silenzio della tradizione e a consumarsi dalla voglia di andare a suonare un campanello e scappare via.
Non è raro che, in un Paese democratico, siano effettivamente in pochi a tenere le redini del potere. E’ invece raro che questi pochi comandino dal basso. Ad esprimersi in questa nuova espressione di acrobazia democratica ci pensa, ovviamente, il nostro Paese, l’Italia. Un Paese dove capita che il leader di un partito politico che ha incassato alle ultime elezioni ben 500 mila voti (dicasi 500 mila, peraltro ottenuti in larga parte in provincia di Benevento) tenga in pugno un Governo che fa capo a 60milioni di persone. Capita che la contrattazione per la pensione di meno di un milione di persone blocchi tutto un paese per un’estate e punisca la previdenza di milioni di altri. Capita che alcuni ingrugniti dimostranti blocchino una città e addirittura una Nazione stendendosi sui binari alla Tiburtina; e che a nessuno venga in mente di spostarli per il bene dei più! Tutti hanno il diritto di protestare; pochi hanno il diritto di valere.
Eccessi di democrazie che si tramutano in oligarchie. E’ come se un panchinaro un po’ ciabattone decidesse formazione e tempi di gioco di tutta una squadra, mentre l’allenatore se ne sta a rodersi le unghie a bordo campo e a vedere la sua formazione che incassa dieci gol. Potere di chi ha il coltello dalla parte del manico. E di chi ha i nomi giusti. Per questo il buon Cesare Previti ha chiamato (intercettato) l’altroieri il presidente della Lazio Lotito per favorire un maggiore impiego in squadra del nipote che gioca come portiere di riserva nelle giovanili. Giusto così. Lo dice lo stesso Previti: "mica vogliamo lasciare in panchina quel ragazzo solo perchè si ritrova quel cognome lì?".
Gestioni di curve
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ogni tanto, anche il buonsenso può far la rivoluzione. Così, è capitato che i tifosi dell’udinese abbiano deciso di cedere una cinquantina di posti nella loro curva ai supporter granata per la prossima partita Udinese-Torino, in campo mercoledì. "Tifiamo insieme", si son detti gli ultrà delle due squadre incontratesi su internet, cercando così di aggirare - e insieme smentire - una discutibile sentenza dell’Osservatorio per la Sicurezza negli Stadi che aveva dichiarato la partita off-limits per i tifosi del Toro. Un gesto di correttezza e galanteria sportiva che porterà le due tifoserie (che non sono gemellate) a guardarsi a braccetto i loro beniamini in bragoncini.
Altrove, al suono degli ultimi rantoli del Governo Prodi, la curva vellutata di Montecitorio ingaggia duelli da stadio (anzi no: da bar. Questa volta il paragone non regge) per buttare giù dalla torre il professore bolognese o iniettargli l’ennesima flebo salvificia. La sinistra vota coi pianisti, la destra tira i fogli in testa a quella santa donna della Montalcini. La sinistra propone il tremillesimo emendamento al proprio governo, la destra vota contro quelli che lei stessa ha proposto. Il solito spettacolo indegno. Ma tra spintoni e sfottò, qualcuno ha capito più di tutti. Dicono che sia un uomo basso, un tempo stempiato e dall’aria furba, che si aggira facendosi il segno della croce tra i banchi dell’ala sinistra della curva. Tocca su una spalla i senatori dell’Unione. Voci dicono ne abbia già convinti sette. Gli chiede: "Tifiamo insieme?"
Cervelli da copertina
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"Ci credereste?". Così il Tg5 qualche giorno fa titolava raccontando la storia di Doda Elektroda (foto), cantante polacca dal fisico prorompente con 156 di quoziente intellettivo: poco meno di Einsten. Titolava giustamente. Fin da quando eravamo piccoli e inseguivamo i nostri pari età più aitanti abbiamo imparato a pensare che Madre Natura non può essere tanto generosa in due direzioni contemporaneamente: fisico e cervello. Questa convinzione proto-darwiniana - chissà, forse instillata dalla rabbia per il fatto che, quando a scuola offrivavamo la nostra merendina ai più belli, loro ci snobbavano - è veramente dura a morire. Dunque non ci fidiamo. Non crediamo che Doda, con quel decolletè, possa davvero risolvere equazioni cubiche in pochi minuti con carta e matita. Più comodo pensarla a rinfoltire la lunga schiera di "gnocche senza testa" che riempono i televisori e i sogni di noi maschietti. Una velina, una gossippara, un’attricetta di seconda fila.
Ma Doda si consoli: non è sola. Di tutto questo ne sa qualcosa anche Michelle Nouri, splendida giornalista irachena che, qualche mese fa, andò ad intervistare Berlusconi e fu fotografata sull’elicottero del Cavaliere. Per quello scatto - che ben inquadrava le gambe chilometriche -, Michelle fu subito additata da tutti i giornali d’Italia come nuova fiamma del politico di Arcore. Dato che erano tempi turbolenti per le liason sentimentali di Mr.B e che la verità fu presto scoperta, il leader di Forza Italia non fu interrogato in merito. Ma se lo fosse stato, certamente ci avrebbe rassicurato. Perchè siamo sicuri: Michelle è bellissima, certo; un’ottima giornalista, è sicuro; ma - non ci si scappa -, è certamente antipatica.