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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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Il mio romanzo:

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domenica 4 dicembre 2005 - ore 19:00
Poesie Finaliste categoria 1
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Senza Titolo II -
Bagliori di stelle lontane
riverberano sugli specchi e
rimbalzano lungo i meandri
di una mente sospesa
tra la tenebra e la fiamma.
Improvvise accelerazioni astrali,
materia informe che si compone
e da ignota e sconcertante essenza
diviene successione placida
di forme sinuose
mosse dall’istinto primario.
In un groviglio convulso
di colori, odori e suoni
i sensi si rubano tra loro il nutrimento,
ciascuno più bramoso che mai di possesso.
Lo stridore meccanico generato
si scioglie in un sibilo pulsante,
una frase soffice con voce sommessa:
nulla più del mio corpo
è un invito a perdersi.
---o---
Vette
Il baricentro di un brivido
È un filo di incoscienza che danza sulle ali di una libellula
È un soffio di paura che pietrifica le distanze
Tra un punto che non si vede e un presente presuntuoso
A volte basta un attimo
Ma un attimo finisce nel momento in cui lo si percepisce
Ed ogni volta che battiamo le ciglia
Al loro riaprirsi il mondo è diverso
L’incertezza delle salite
Vive al centro del nostro respiro
Perché le nuvole della vita
Filtrano i raggi dei nostri sogni
Ma esistono vette alte al di sopra delle quali vi è solo il cielo
---o----
- Senza titolo III -
E d’umido toccare
La pelle ferita e ammaliata
Di vergogna ritratta
Di piacere contratta
Di folgore vestita senza
Nuvole nel cielo
Strappata nel candore
Di purezza rattrappita
Libera fantasia
Di un celeste immaginario
Che vorace rimbomba
Senza lacrima alcuna
Qui dove la tristezza
È solo un utopia
Nel mio mondo al contrario
Di nero dipinto
Trovo ricovero
Dolce e consueto
Fra petali a terra
Al giaciglio della mente.
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-
PERMALINK
sabato 3 dicembre 2005 - ore 14:58
"Ma che effetto mi fa, mi sento tutto un brivido..."
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Che dire? Che dire?
Io sorvolerei sulla poca onestà e serietà di certi gestori. E sorvolerei anche sulla grande vergogna che ho provato e ancora tutt’ora provo per aver costretto amici provenienti da distanze siderali a starsene in piedi al freddo ad ascoltarci e che, beffa delle beffe, hanno pure dovuto pagare 5 euro per ricevere questo "servizio".
La rabbia e la vergogna scatenate in me da questa situazione si sono però presto in gran parte traformate in riconoscenza e ammirazione per tutto questo gruppo di fantastiche persone che è venuto a sostenerci e che è riuscito, nonostante tutto, in qualche modo a divertirsi lo stesso lo stesso avversando condizioni davvero impossibili.
Per le valutazioni sul gruppo rimanderò ad altre occasioni.
Per adesso mi limito a dire
GRAZIE
a tutti voi. Di cuore.
Eroi. Veramente.
Basta, che se no finisco per rompere le palle...
LEGGI I COMMENTI (10)
-
PERMALINK
giovedì 1 dicembre 2005 - ore 02:36
7.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Era piacevole. Pensateci: quando vi ricapita di mettere sotto scacco il padrone di ogni violenza umana e di vederlo tremare confuso davanti a voi? Quando vi capita di avere il signore della guerra ai vostri piedi? Era una soddisfazione non da poco, concedetemelo. Per questo, forse, in seguito commisi degli errori. Ma, accidenti, a ripensarci oggi, forse ne valeva davvero la pena di correre tutti quei rischi solo per vedere quel faccione pallido e sbruffone tremare e biascicare parole codarde davanti a me, con una pistola puntata addosso.
- Da quant’è che mi segui? – chiesi con irruenza.
- Io? Seguirti? Ti sbagli… - disse lui, incerto, mentre una piccola goccia di sudore cominciò ad attraversargli la tempia.
- Oh, andiamo Ares... – dissi io, sornione, mentre addentavo un altro pezzo di focaccia. – Sarai anche bravo a seminare zizzania tra nazioni ma sul campo ti muovi con la grazia di un leone marino dentro una Maserati. Ti avrò visto seguirmi già una mezz’ora fa.
Tacque.
- Mmmm… Cazzo… questa focaccia è davvero buona. – dissi, con la bocca piena - Ne vuoi un pezzo? – e gli porsi il panino.
Rimase immobile. La sua faccia si scurì.
- Accidenti, non so cosa ci mettono dentro ma mi piace… mica come quegli hamburger americani… chissà con cosa li fanno.? Magari carne di soldati morti… - sorrisi con un pezzo di cipolla sulle labbra.
Lo stavo provocando. Vidi che la sua rabbia montava.
“Bene” pensai; “farà ancora più errori”
Disse:
- Credi di intimorirmi? Non puoi certo farmi fuori! Non ho fatto niente, e i grandi capi si incazzeranno a morte se gli tiri uno scherzo del genere, specie stasera, quando avresti essere in giro a distribuire regali ai mocciosi, e non a Bombay ad accoppare entità innocenti.
Era rosso di rabbia.
Presi un altro morso. Buttai giù il boccone e poi dissi, severo:
- Adesso calmati e resta seduto e fermo. Le mani sul tavolo a palmo in giù. – dissi io, con fare autoritario.
Lui portò le mani sulla superficie bianca del tavolo.
– Tranquillizzati. Chi ha mai detto di ammazzarti? – dissi, assumendo una posa più rilassata sulla sedia.
- Sbaglio o voi altri entità infernali potete sentire il dolore?
Ares si irrigidì violentemente.
- Fidati: trovarsi il ginocchio spappolato e magari la gamba mozzata fa molto più male che beccarsi nel sonno una baionettata al cuore.
Sbiancò. Aspettai qualche secondo che paura e rabbia, mischiati, facessero il giusto effetto.
- Allora? Dov’è? – chiesi con fare tranquillo.
- Dov’è chi? – disse lui, quasi tremando. La mia tattica stava funzionando.
- La bambina, idiota.
- Quale bambina? Non… non so di cosa stai parlando…
- Sai benissimo di cosa sto parlando.
- E invece no!
- Oh per favore, Ares! – esclamai, quasi ridendo. - Due secondi fa hai detto “dov’è chi?”, non “dov’è cosa?”. E’ evidente che sai tutto… l’hai presa tu?
Silenzio.
Scattai.
- Parla, brutto idiota! O da domani i tuoi nuovi amici da portare sottobraccio saranno un paio di stampelle. O, alternativamente, una sedia a rotelle. – e così dicendo premetti ancora più forte la canna della pistola sul suo ginocchio.
- Va bene va bene… non sparare - disse lui, agitato. Lo avevo in pugno.
- Allora?
- Non sono stato io. E’ il mio capo che me lo ha ordinato – sorrise nervoso – Lo sai… quando ti ordinano qualcosa devi per forza…
- Dov’è ora?
- Non lo so, non lo so… senti io gliel’ho solo consegnata…
- Ascolta un po’ brutto figlio di puttana potrei anche togliertene due, di ginocchia – E così dicendo feci scattare la sicura della pistola sotto il tavolo, di modo che ne sentisse lo scatto metallico.
- No! No! Ti prego… non so dove sia… forse… forse a quella festa…
- Di quale cazzo di festa stai...
Mi bloccai. In quel momentoun lungo brivido lungo la schiena. Fu un istinto improvviso, quasi di chiaroveggenza. Sentii il pericolo salirimi sulla schiena giusto qualche istante prima che mi trovassi con la testa sollevata e il filo sottile e freddo di una lama affilata proprio sotto il mento. Qualcuno mi aveva sorpreso alle spalle e ora mi puntava un coltello alla gola.
- Gettala! – disse una voce.
Esitai qualche attimo.
- Ho detto gettala!
Respirai profondamente e poi gettai la pistola sotto il tavolo. Riconobbi la voce; era quella della ragazza. Maledissi silenziosamente me stesso per aver sottovalutato la capacità distruttiva di una ragazzina ventenne frustrata dal sobborgo macero di una delle città più malfamate del mondo. Probabilmente, una cosa del genere si avvicinava molto più al sogno della sua vita di un matrimonio in un castello svizzero.
- Mani sul tavolo! – disse.
Posai lentamente le mani sul tavolo di plastica bianca e dura.
– Tu, invece… - disse rivolta ad Ares, che sembrava troppo sorpreso e intimorito per inquadrare chiaramente la questione. – Prendi il telefono sul bancone e chiama la polizia. Niente scherzi, o ti scuoio con le mie mani.
Ares si alzò ancora frastornato dal tavolo, e si avviò verso il telefono per le ordinazioni.
Valutai in fretta la situazione. Non potevo permettermi di essere ucciso, e nemmeno di farmi beccare dalla polizia e andare in prigione senza passare dal via.
"No. Non così. Non adesso".
La lama fredda ancora mi accarezzava il pomo d’adamo. Con un briciolo di razionalità cercai di capire di quali possibilità disponevo. L’unico punto su cui potevo far leva era la presunta inesperienza della ragazza; aspettare una sua mossa falsa. Tuttavia, ricordai che, su quell’aspetto, mi ero già sbagliato una volta. Ma non sembravano esserci molte alternative.
- Sì. Sì, un aggressione in locale pubblico. – stava dicendo Ares al telefono - Siamo alla tavola calda “Taji” di via… come si chiama la via? – chiese Ares alla ragazza.
Lei, tenendo stretto il coltello, disse un nome incomprensibile.
- Come? – le chiese lui.
Allora lei si voltò a guardare Ares per ripetergli il nome della via, e allentò leggermente la presa.
“E’ questo il momento. Ora o mai più” mi dissi.
Tutto accadde molto velocemente.
Con una mossa repentina afferrai la mano destra della ragazza, quella che impugnava il coltello, e la storsi violentemente facendo compiere al braccio un movimento innaturale.
La ragazza urlò e il coltello cadde a terra con un rumore metallico.
Non sentii lo schiocco secco del gomito che si frantumava, e questo mi preoccupò. Significava che avrebbe reagito da un momento all’altro.
Ares, allarmato dall’urlo di dolore della ragazza, si girò verso di noi. Vidi che si stava portando la mano alla cintola. Il bastardo aveva una pistola.
Fu il ricevitore a salvarmi. Istintivamente, Ares portò la mano destra, quella che reggeva la cornetta del telefono, verso la fondina. Si accorse però troppo tardi di doverla mollare per impugnare la pistola e, ancora istintivamente, poggiò il ricevitore sul bancone.
Idiota. Quel gesto impacciato mi diede quel secondo di vantaggio per prendere l’iniziativa.
Tenevo ancora la ragazza per il polso destro. La strinsi alla vita e, prima che potesse reagire, corsi con forza verso Ares, facendomene scudo.
Lo travolgemmo, e tutti e tre scavalcammo il bancone e cademmo dall’altra parte.
Appena sentii le piastrelle fredde del pavimento contro il mio muso, e un fiotto caldo di sangue varcarmi la guancia sinistra, capii immediatamente che, se volevo uscirne vivo, dovevo essere il primo a reagire.
Allora mi destai e, da terra, palpai il bancone in cerca di qualsiasi cosa da usare come arma. Incontrai qualcosa di freddo e pesante e, senza pensarci, lo scagliai con forza sulla testa di Ares.
Schizzi di sangue saltarono dal suo capo.
Pensai di avercela fatta. Ma, a quel punto, qualcosa mi spinse violentemente indietro. La ragazza si era ridestata, mentre Ares sembra fuori combattimento.
Battei la testa contro uno spigolo del tavolo. La caduta mi annebbiò la vista. Caddi a terra. Riuscii comunque a scorgere la ragazza alzarsi in piedi e correre via.
Sapevo di non potermi fidare di lei; non sarebbe semplicemente scappata. Un secondo dopo mi alzai e, da dietro il banco, vidi che stava per chinarsi e raccogliere la mia pistola, rimasta sotto il tavolo. Scattai. L’unica mia possibilità era di scavalcare di nuovo il bancone e afferrare la pistola di Ares, sperando di trovarla.
Mi lanciai di nuovo oltre il bancone. La ragazza sentii il rumore e si voltò, perdendo attimi preziosi.
Arrivai a terra. La pistola non c’era.
“Dannazione!” pensai. Ma era troppo tardi.
Sentii il colpo partire. E poi altri due ancora. Chiusi gli occhi.
Non accadde nulla. Calò il silenzio.
Li riaprii.
Ero ancora steso a terra , davanti al bancone. Di fronte a me, vicino al tavolo dove, poco prima, avevo mangiato, la cameriera indiana impugnava la mia pistola, puntandola quasi verso di me. Il suo sguardo era perso nel vuoto, la sua faccia una maschera di orrore. Sembrava paralizzata.
Non mi fermai a cercare di capire cosa era successo; l’istinto di sopravvivenza aveva la meglio sulla ragione in quei momenti. Mi avvicinai con cautela. Appena potei, le strappai la pistola dalle mani. Lei rimase quasi impassibile, con la bocca semiaperta.
Era finita.
Le puntai la pistola contro, ma era chiaro che, oramai, era inoffensiva.
Allora mi voltai verso il bancone, nella direzione in cui lei stava guardando, attonita.
Effettivamente, la scena era raccapricciante.
Due colpi si erano conficcati nel bancone, molto vicini a dove stavo io prima. Spaventosamente vicini. Ma un terzo colpo era andato a bersaglio.
Dall’altra parte del bancone il corpo senza vita di Ares stava ancora in piedi, infilzato da una decina di spiedi per polli vuoti alle sue spalle. Una parte del cranio gli era saltata, colpita da una delle mie pallottole da 20 millimetri a punta rinforzata.
Il sangue era dappertutto. Pensai che dovevo andarmene alla svelta; qualcuno sarebbe arrivato da un momento all’altro. Per un secondo però, pensai che, se me fossi andato così, non avrei saputo dove rintracciare la bambina. Ares era morto, e non poteva più rivelarmi dove era ora. Dovevo trovare un traccia; un indizio.
Mi avvicinai al suo corpo nel silenzio del sangue sulle pareti. Con un certo ribrezzo, frugai nelle sue tasche. Vi trovai un biglietto. Era un invito ad una festa di gala; a Ginevra.
“Ci siamo!” pensai.
Non ebbi tempo per riflettere sul perché fosse stato così facile; sul perché avessi trovato quel biglietto proprio lì, come se fosse stato messo lì apposta per me. In seguito, avrei avuto modo di pentirmi della mia scarsa lungimiranza.
Sentii le sirene della polizia avvicinarsi.
Andai velocemente verso l’ingresso. Al momento di varcare la soglia, mi voltai. La ragazza era ancora a terra; tremante. Si voltò verso di me. Pur nelle braccia del terrore, conservava una certa spudorata bellezza femminile.
Le sorrisi.
“Ah, per quella serata italiana… chiamami se vuoi” – le dissi.
Lei mi guardò sbigottita. Aprii la porta e me ne andai.
Venti secondi dopo, ero di nuovo al sicuro, mescolato tra la folla notturna e scalpitante dei sobborghi di Bombay. E pensai che non le avevo nemmeno lasciato il mio numero di telefono.
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PERMALINK
giovedì 1 dicembre 2005 - ore 00:51
Oggi si è laureato...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Un po’ un tuttologo musicale, un gran personaggio:
ALEX1980PD

Onore e gloria a te Alex...
e benvenuto all’inferno!

P.S. Ricordate che te vansi ’na scarega de botte!
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PERMALINK
mercoledì 30 novembre 2005 - ore 03:21
Lo scontro del secolo
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Nell’angolo rosso:
La meteorina più secsi d’Italia

Misure: 90-60-90
VS
Nell’angolo blu:
Il discendente della sacra scuola di Hokuto

Misure: 1.95 per più di 100 kg
Risultato:


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PERMALINK
domenica 27 novembre 2005 - ore 23:30
Neve. Musica. Alcol. Ridare.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Fantastico weekend montano ad asiago con biaiv e compagnia briscola. Dopo furiose battaglie di wrestling sulla neve, doppi giri di birra, canzoni cartooniche ben eseguite da gente che ne sa, canzoni (cartoniche e non) distrutte da gente che non ne sa (
), catene da neve che funzionano a bestemmie, uomini da un quintale che si stendono ai miei piedi con la sola imposizione delle dita, rotule che cercano nuove libertà, e tanto tanto tanto affiatamento da alito pesante, vorrei ringraziare:
Akira Fudo, perchè oramai sta diventando una parte del mio corpo (che schifo!).
Girella perchè è la dimostrazione che il genere femminile ne sa.
Centipede perchè è la dimostrazione che il genere maschile non ne sa, e si può permettere di fare boiate (grazie a Dio!!!).
Bocio perchè è il più... più.
GenjoSanzo perchè, al momento giusto, l’è semo quanto basta.
Gino Pongo perchè si è fatto stendere da me, rovinando per sempre la sua reputazione (e non solo quella).
IlBello perchè sa cosa si deve dire ad un amico sul letto d’ospedale per tirarlo su di morale.
Jashugan perchè fa contemporaneamente da padre e da figlio a tutti noi.
[KBL]Sandy perchè è la mamma perfetta per una frotta di bambini alcolizzati.
Blondy perchè ha la voce black metal perfetta ma non lo dimostra.
25 perchè conosce il segreto della Siae e sogna battute di pesca con la tv satellitare.
Zilvio per goldrake "catene da neve".
Albedeamente perchè è l’incarnazione del casino sul palco.
Fabio perchè ordina grappe corrette montenegro.
Loris perchè la sua mira è pari solo alla sua "bastardezza" (o "bastarditudine") con le palle di neve.
Deppo perchè mi sogna sessualmente parlando.
Dott.ssa_I perchè NON mi sogna sessualmente parlando.
Mr.D perchè... in che stati!
Galvan perche sì.
ChrisRubio perchè fa una pasta all’amatraciana che... levate!
Vanessa perchè è capace di avere la febbre e rotolarsi nella neve quasi contemporaneamente.
Paola perchè è una delle più ardite indossatrici di pantofole delle tre Venezie.
Lsdn per essere il basso giusto al momento giusto.
Dark Night perchè mi ha umiliato più volte a solitario.
Raf perchè ha vissuto la mia vita prima di me.
Void perchè apprezza le mie variazioni sui giochi di carte.
DeepBlue perchè fa finta di capire le mie variazioni sui giochi di carte.
Nickyts per avermi fatto la carità a poker, dando così spazio alla mia sanguinaria vendetta.
Bella lì fioi! Grazie a tutti per il bellissimo uichend!

P.S. Special mention alla Laura alias Marrabbia che, malata, non ha potuto esserci e ci ha privato, oltre che della sua grande voce, anche della presenza del moroso Viper (guarire presto, me racomando!). E al millebirre che lavora sempre troppo.
P.P.S Che pae!

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PERMALINK
domenica 27 novembre 2005 - ore 21:21
Venerdì 2 Dicembre
(categoria: " Vita Quotidiana ")

at the

di Bassano del Grappa
ore 22.30
E non digo altro.
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PERMALINK
venerdì 25 novembre 2005 - ore 12:49
Coincidenze
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Se potessimo condensare la vita dell’universo in un’ora, il tempo che è trascorso fino a oggi da quando la terra è comparsa rappresenterebbe l’ultimo decimo di secondo.
Se questo decimo di secondo fosse un’ora, il tempo che è trascorso da quando è apparsa la vita sulla terra rappresenterebbe l’ultimo decimo di secondo.
Se anche questo decimo di secondo fosse un’ora, il tempo trascorso da quando l’uomo è apparso sulla terra rappresenterebbe l’ultimo decimo di secondo.
E se anche questo decimo di secondo fosse un’altra ora, il tempo che è trascorso da quando l’uomo ha coscienza di tutto questo rappresenterebbe, ancora, l’ultimo decimo di secondo.
Ed è un caso?

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PERMALINK
giovedì 24 novembre 2005 - ore 16:23
6.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La puzza delle strade di Bombay è, sotto Natale, ancora più penetrante di quanto ci si possa immaginare. I cassonetti semiaperti ai lati delle strade, gli avanzi di frittura di pesce dei ristoranti all’aperto, l’odore cencioso dei mendicanti ad ogni angolo, le nuvole di rame delle acciaierie sulle colline, il porto saturo di metallo stantuffante petrolio, l’odore massiccio e potente della folla scalpitante, il suo sudore misto a deodoranti e profumi di basso livello… tutto questo si mescolava e confluisce in una grossa e livida goccia di olezzo; una bolla di odori che grava sopra la città come un giovane e spudorato semidio, capace di farti venire le lacrime agli occhi se solo lo guardi storto per troppo tempo.
Avevo decisamente bisogno di una pausa. Il mal di testa che, fino a qualche tempo fa, pensavo di aver lasciato accanto al caminetto di casa mia, aveva finalmente riportato alla mia attenzione il suo biglietto da visita, e ora pretendeva di essere preso in considerazione, come un bambino in piena crisi pre-ormonale che picchiava, urlando, con un mestolo su di un tegame d’acciaio.
La sparizione della bimba mi aveva messo KO più del previsto. Già da Cracovia avevo la sensazione di aver perso il controllo della situazione, di non avere il ruolo predominante in tutta quella faccenda; come se mi muovessi sotto l’egida di un qualche disegno che mi appariva oscuro, manovrato da mani ben più forti delle mie. Ora questa sensazione era più acuta e, insieme a lei, ne era comparsa un’altra: una certa amara rassegnazione.
Che fare? All’inizio avevo pensato di fare subito rapporto ai piani alti e poi rimettermi alle loro decisioni ma, dato che l’ordine di ammazzare una bambina non in lista di morte me l’avevano dato loro, la puzza di marcio si sentiva a molte miglia di distanza. Morte non poteva fare niente per me; aveva le mani legate dai suoi protocolli e dai suoi ordini. Inoltre, se fosse scesa in campo ci saremmo fatti notare subito. Che cosa avevano in mente? Qual era il loro scopo? Dovevo scoprire cosa si nascondeva dietro tutti quegli strani eventi, e dovevo farlo in fretta e in silenzio. Ma non sapevo davvero da dove cominciare.
Per questo avevo in qualche modo “deciso” di tirare il fiato: avevo la netta sensazione che le cose avrebbero seguito un certo corso a prescindere da tutti gli sforzi che avrei potuto fare di cambiare la situazione. Dunque era meglio fermarsi e aspettare.
Quello che mi ci voleva era mettere qualcosa sotto i denti. Magari un panino con carne, cipolle e formaggio. E una bella tazza di caffè forte.
Svoltai per una piccola via maleodorante e vidi, infondo sulla destra, una tavola calda.
Entrai. Era un locale che aveva fatto la pessima scelta di adottare un arredamento bianco a motivi rossi sopra un pavimento di ceramica chiara, probabilmente nella vana speranza di poter dare un’idea di pulizia. L’unico effetto che, invece, quel locale così arredato riusciva ad ottenere, era quello di rendere lo sporco - che si annidava un po’ dappertutto, dal grande bancone ai tavoli di plastica dura – ancora più evidente. Sembrava un posto per camionisti di passaggio o rappresentanti commerciali in fallimento; un posto dove tutti ti ruberebbero il portafogli ma in cui non ti saprebbero riconoscere nemmeno se fossi loro fratello. Proprio quello che mi ci voleva.
Il locale era vuoto. Meglio ancora.
Dietro al grande bancone bancone c’era una ragazza indiana, di circa vent’anni, un bel viso e uno sguardo che tradiva tutta la noia e l’insofferenza di cui era capace. Aveva una penna in mano e stava scrivendo qualcosa su di un piccolo taccuino. Mi avvicinai.
- Cosa avete stasera di buono, dolcezza? – dissi sorridendo forzatamente.
Lei alzò svogliatamente lo sguardo verso di me e, masticando la sua gomma, mosse il braccio a indicare svogliatamente il bancone dove, dietro una vetrina, erano esposti i vari cibi. Feci buon viso a cattivo gioco e, sempre sorridendo, guardai i vari tipi di portate a disposizione.
- Il pollo com’è? – chiesi
- E’ pollo. - rispose.
- Piccante?
- Dipende.
- Dipende? E da che?
- Dipende. Se sei indiano, no.
- Mmmm… e tu sei indana?
- Sì.
- E quindi il pollo è piccante.
- Se lo dici tu…
- Hai mai mangiato pollo non piccante?
- Che vuol dire? – chiese con aria perplessa.
- Quello che ho detto. Hai mai mangiato un pollo non piccante? Per esempio italiano?
- No.
- Sai… ci sarebbe un ristorantino italiano verso il porto… è poco conosciuto, è piccolo e sporco, ma le loro lasagne sono insuperabili. – Sorrisi. - Sono sicuro che un loro pollo varrebbe quanto tutti i tuoi maledetti polli piccanti della costa indiana. Se vuoi una volta…
Mi interruppe con fare deciso e insieme annoiato. - Se vuoi qualcosa di non piccante abbiamo delle ciambelle. –
Non capii se stava scherzando o meno. Feci l’indifferente.
- No, no… piuttosto questo cos’è?
- Nan.
- Ossia? – dissi io con l’aria leggermente spazientita.
- Una focaccia.
- Una focaccia, dici! – dissi in tono falsamente sorpreso che voleva dire qualcosa del tipo "questo lo vedo da me" – E che ci metti dentro?
- Quello che vuoi.
- Hu - hum… allora che ne dici di metterci dentro una bella coppia di gemelle svedesi ninfomani, bellezza? – dissi sporgendomi sul bancone e facendole l’occhiolino.
- Spiritoso… – disse lei, alzando ironicamente labbro e sopracciglio sinistri.
- Senti… fammi uno di sti cosi. Abbondante però. Con carne, formaggio, poca verdura. E cipolla. Tanta cipolla. E, per carità, non metterci nessuna delle vostre maledettissime salse piccanti… non riusciresti a sentire nemmeno un chilo di carne di balena in bocca se lo condissi con quella roba.
- Da bere? - chiese lei.
- Caffè. Tanto caffè. Forte.
- Bene.
Mi fermai a guardarla; l’ordinazione era terminata, eppure lei non si era mossa di un millimetro. Piccola presuntuosa. Era solo un suo modo di dire “ehi, sporco vecchio magnaccia… io ti servo solo perché lavoro qui, ma non pensare che mi faccia in quattro per te. Ti faccio la tua focaccia solo quando e se ne ho voglia, e ringrazia solo che non ci sputo dentro…”.
Mi sedetti ad un piccolo tavolo, dando le spalle all’entrata e riuscendo, così, a tenere sotto controlla la cameriera. Visto che pensava di poter comandare lei avevo intenzione di rovinarle la festa il più possibile, rimanendo ad osservarla finché non avrebbe mosso quel grazioso culetto per farmi quel maledetto nat, gan… quel che è.
Non si era ancora mossa da lì. Aspettò un attimo. Io continuai ad osservala fissa, seduto al mio tavolo come se mia spettassi qualcosa da lei. Allora si rese conto della sconfitta e, sbuffando, sparì nel retro. Sorrisi beffardo pensando: "beccati questo, stronzetta".
Qualche minuto dopo, ritornò con un grosso bicchiere di polistirolo in mano. Fece per aggirare il bancone e venire verso di me ma poi, quasi impercettibilmente, sembrò scuotersi e, senza cambiare rotta, prese una zuccheriera da uno scaffale. Allora ritornò al centro del bancone e vi posò zuccheriera e caffè. Alzò la testa con un sorriso beffardo e aspettò. La guardai. Lei sorrise ancora, e poi tornò a scrivere sul suo taccuino. Aspettai un attimo ma realizzai quasi subito che certo non mi avrebbe portato al tavolo quel fottuto caffè.
Era la sua piccola vendetta.
Allora sorrisi, mi alzai dalla mia fredda sedia metallica e andai al bancone.
- Grazie – dissi con normalità. Il modo migliore per rovinarle la festa.
Lasciamo perdere. Tornai al tavolo e cominciai a bermi il mio caffè. Tirai fuori la mia bottiglietta di grappa che tenevo sotto il pastrano e ci feci una bella aggiunta. Fece subito un buon effetto.
Qualche minuto dopo la porta del locale si aprì cigolando dietro di me, e un tipo massiccio si avvicinò al banco.
- Un caffè caldo! – disse, senza aspettare che la ragazza si avvicinasse per ricevere l’ordinazione.
Subito il nuovo arrivato si voltò per trovare un tavolo, e così facendo incrociò il mio sguardo. Mi vide e fece il possibile per apparire sorpreso. Sembrò esitare un momento, ma poi mi si avvicinò. Quando mi fu a poco più di mezzo metro di distanza disse:
- Ma guarda un po’… i vecchi figli di puttana sono come i brufoli, eh Babbo? Saltano sempre fuori quando e dove meno te li aspetti – disse quasi ridendo.
- A sentirtelo dire, devi essere un vero luminare del campo – risposi con aria indifferente, senza guardarlo.
- Dei figli di puttana?
- No. Dei brufoli.
Incassò il colpo. Ma si riprese in fretta.
- Sai com’è… a differenza tua, ho avuto un’infanzia felice. I dolci al cioccolato erano il mio pane. Comunque meglio i brufoli di quelle brutte emorroidi che ti possono schizzare fuori dal culo nelle notti gelate d’inverno mentre stai seduto sulla groppa puzzolente di una renna… ma, a proposito, posso sedermi?
Indicai con un’occhiata stanca la sedia di fronte a me. Lui si sedette. Era un uomo molto robusto, con un viso squadrato sostenuto da un collo taurino e in cui le due sopracciglia folte quasi si incontravano. Era biondo, i capelli corti e disordinati; gli occhi azzurri scavati e inespressivi. Portava una giacca leggera color verdone e dei jeans logori sopra gli anfibi.
- Dì un po’… com’è che non sei impegnato in qualche ipermercato a far andare in brodo di giuggiolen qualche marmocchietto tenendolo sulle ginocchia? Lo sai che oggi è la notte della vigilia vero?
- E tu non dovresti essere da qualche parte? - replicai io -. Che so, in Medioriente o in Africa, a pianificare qualche sterminio di massa in modo da stimolarti l’appetito per il tuo cenone solitario di domani a base di merdoso cibo militare in scatola?
- Ehehe – fece sorridendo ebete – Non ci crederai ma ho grandi progetti per domani...
- Metterti una mano nei pantaloni mentre, solo, ti guardi il varietà natalizio di sei ore sulla tv nazionale e stappi uno champagne da due dollari al litro?
La sua faccia si incupì per un attimo.
- Sì certo, ridi pure… vedrai come riderai meno quando domani vedrai alla televisione cosa faranno quei terroristi islamici in vari luoghi pubblici dell’Europa e degli Usa…
- Fa proprio parte del tuo stile, eh Ares? Voglio dire… buttare il sasso e nascondere la mano, aspettando poi che la stupidità umana faccia il resto, con guerre preventive e terrorismo… Che delusione! Proprio tu, signore della guerra, che una volta mandavi eserciti di migliaia di cavalieri a scannarsi fra di loro in tutto il mondo. Guardati oggi: costretto a ricorre a questi mezzucci ideologici da quattro soldi solo per fare più ascolti possibili al telegiornale della sera…
- Beh, è un periodo difficile anche per me! Non ci sono mai state così poche guerre in giro… gli umani preferiscono sfogare le loro voglie di predominio e di violenza in altri modi.
- O forse si sono stufati di te. Ammettilo: ti sei rammollito parecchio dopo la gradassata delle due guerre mondiali. Hai sparato le tue ultime cartucce. Cazzo, anche un bambino sarebbe riuscito a far scoppiare la guerra nucleare tra Usa e Russia durante la crisi missilistica di Cuba! La verità è che gli umani non hanno più voglia di combattere per la gloria, la nazione e tutte quelle boiate… preferiscono l’imboscata alla battaglia. Un altro poco e diverranno tutte delle vecchie zie come te…
- Questa è una stupidaggine e lo sai bene! – disse quasi urlando con fare indignato; i suoi occhi azzurri si chiusero in due piccole fessure e alcune vene gonfie di sangue cominciarono ad emergere sul collo e sulla tempia destra - Gli umani...
Si interruppe. La ragazza era arrivata con la mia focaccia. Me la posò davanti e poi se ne andò. Ares continuò a bassa voce.
- Gli umani non riusciranno mai a fare a meno di me! E’ la loro natura! Non possono fare a meno del conflitto. Solo quei deficienti di pacifisti si illudono che il mondo possa essere governato senza conflitto. Tutte quelle culture e diversità governate solo da strette di mano… ma per piacere! Devo solo aspettare che qualcuno alzi la testa, e poi vedrai come ti faccio scoppiare uno di quei conflitti su scala mondiale al cui confronto l’Europa del ‘40-’45 sembrerà una disneyland per poppanti incontinenti.
- Bravo… e magari tirerà fuori le atomiche… e così l’umanità verrebbe sterminata e tu ti troveresti senza lavoro.
- Stronzate. La guerra è sempre stata il motore della storia, del progresso… qualcuno sopravvivrà e la cosa ricomincerà da capo, solo molto più pulita e meno complicata.
- Guarda, a me faresti solo un favore… mi caveresti un bel po’ di lavoro dalle spalle.
- E magari mi romperesti un po’ meno le palle quando mi prendo una breve vacanza dal lavoro, eh?
Presi un morso di quella specie di panino. Era buono, dopo tutto.
L’ultima volta avevo beccato Ares era stato ad inizio ottocento, quando si era finto un luogotenente napoleonico nella battaglia di Austerlitz. Probabilmente, aveva sgarrato per sentire sulla pelle, per la prima volta, la prima linea; gustare un po’ l’aria pregna di polvere da sparo e carne maciullata… Peccato che però c’ero ioa rovinargli i piani. L’avevo fatto fuori entrando nella sua tenda la sera prima della battaglia e rendendogli l’anima con un colpo baionetta ben assestato nel costato. Si era preso una bella ramanzina dal grande capo quella volta, e probabilmente non gli era ancora andata giù.
- Era il mio lavoro… - dissi, quasi a volermi giustificare.
- Già. Ma non è stato per niente piacevole prendersi quella lavata di capo, col terrore di essere eliminato e condotto a far da barcaiolo nello Stige.
- Chissà che non ti capiti sul serio questa volta.
- Che vuoi dire?
Presi con indifferenza un altro morso e un bella sorsata di caffè. Buttai tutto giù e dissi.
-Che in questo momento hai una pistola calibro dodici puntata sul menisco destro
Così dicendo avvicinai la canna della mia pistola, che impugnavo nella mano sinistra sotto il banco, alla sua rotola, in modo che sentisse che non stavo bluffando. Ares improvvisamente impallidì e si rizzò sulla schiena.
Gli rivolsi un sorriso compiaciuto. “Finalmente – pensai – si fa a modo mio”.
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martedì 22 novembre 2005 - ore 15:58
(categoria: " Vita Quotidiana ")

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